Blaise Pascal (1623 - 1657)

Port-Royal ed il Giansenismo
La vicenda umana e filosofica di Pascal è intimamente connessa all’ambiente di Port-Royal ed alle tesi gianseniste. Quest’ultime, in forte polemica con la chiesa del tempo e con i Gesuiti, che ne rappresentavano la parte vincente, propugnavano una riforma del cattolicesimo attraverso il ritorno alle tesi originali di S. Agostino. Secondo Giansenio ed i suoi seguaci la grazia era puro dono di Dio, e lo stesso libero arbitrio dei prescelti da Dio era tale solo in quanto guidato dalla grazia, al contrario i Gesuiti ritenevano sufficiente per ognuno la parte di grazia ricevuta, il resto era da ottenere mediante le opere (quindi prediligevano una chiesa fondata sulla quantità, indipendentemente dall’intima convinzione religiosa dei fedeli).
L’esistenzialismo di Pascal
Momento centrale della riflessione filosofica di Pascal è la ricerca del senso della vita. Questo non può non essere il punto di partenza di qualsiasi filosofia, di qualsiasi vita umana. Gli uomini invece fuggono dall’interrogarsi sulla loro condizione, preferiscono il divertissement, il tenersi occupati con altre ricerche pur di non farsi prendere dalla noia, il peggiore dei mali, quello che rivela all’uomo insensatezza del suo affannarsi quotidiano.
Per rispondere agli interrogativi principali dell’uomo non è però sufficiente la ragione, tantomeno quindi la scienza. I limiti fondamentali di questa risiedono nell’esperienza (che frena le possibilità di deduzione aprioristica) e nell’indimostrabilità dei suoi principi di base (che dovranno essere accettati per convenzione o per intuito, mentre non sarà mai possibile fondarli sulla ragione stessa). Di conseguenza la scienza, pur restando padrona del campo nell’indagine dei fenomeni naturali, niente può dirci in riferimento all’animo umano.
Limiti simili ha la filosofia, che pur ponendosi i problemi esistenziali, non può risolverli: mai con la ragione infatti si potrà arrivare alla dimostrazione di Dio, e se anche si potesse far emergere una figura divina sarebbe il Dio di Cartesio, puro ente di ragione, senza nessuna delle caratteristiche del Dio cristiano.
L’unico merito che può avere la filosofia è quello di svelare all’uomo la sua natura ambivalente: da una parte egli è il più misero degli esseri, dall’altro, per la stessa consapevolezza della sua miseria, diventa più nobile di qualsiasi altra creatura naturale. L’uomo, continuamente incapace di appagarsi di quel che é, preso dal dissidio fra volere e non potere, vive un’esistenza tragica, la stessa coscienza della propria miseria è però già un segno di grandezza [L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma è una canna che pensa].
Unica via d’uscita è una meta-filosofia, consapevole dei limiti della filosofia e capace di stimolare la ricerca di altre risposte nella fede religiosa, di cui l’unica vera è quella cristiana. Di conseguenza, secondo Pascal, la fede non è un salto gratuito nell’irrazionale, secondo l’interpretazione cara ai romantici, poiché consiste nel credere in qualcosa che pur essendo meta-razionale, cioè superiore alla ragione, risulta pur sempre l’unico modo di spiegare ciò che la ragione, con le sue sole forze non spiega. [di qui anche l’argomento della “scommessa” su Dio].
L’opera di Pascal risulta quindi filosoficamente ambigua, con un rapporto fede-ragione che ora è passaggio, ora è salto e rottura, ambiguità riconducibile in ultima analisi alla sua concezione della grazia divina, secondo cui le azioni umane sono dell’uomo, ma anche di Dio, che con la grazia fa sì che la nostra volontà le generi.

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