L’età dell’Imperialismo

La situazione dopo il 1870
Negli ultimi trent’anni dell’800 le relazioni internazionali in Europa sono dominate dalla Germania (e da Bismarck), essa si fa garante dell’equilibrio europeo (a seguito della vittoria sulla Francia, del suo rapido sviluppo economico, del defilarsi dell’Inghilterra, occupata a curare il suo impero coloniale).
Obiettivo principale di Bismarck è quello di garantire l’equilibrio europeo ed evitare un conflitto generalizzato da cui la Germania aveva tutto da perdere. I mezzi con cui persegue tale obiettivo sono un frenetico lavorio diplomatico per ricucire i rapporti fra Austria e Russia (trattato dei tre imperatori e trattati bilaterali con Austria e Russia) ed isolare la Francia (Triplice alleanza); momento cruciale è il Congresso di Berlino del 1878, che serve a ristabilire l’equilibrio nei Balcani (a spese dell’Impero Ottomano) ed a sancire il principio della separazione delle questioni coloniali rispetto agli equilibri continentali.
Dopo il 1890, con l’estromissione di Bismarck e l’inizio della politica di potenza dell’imperatore Guglielmo II (conquistare nuove colonie e rafforzare l’industria bellica), il quadro si evolve rapidamente verso una rottura degli equilibri. La Russia si avvicina alla Francia, che a sua volta raggiunge l’accordo con l’Inghilterra (intesa cordiale), mentre i legami tra l’Italia ed i suoi alleati si fanno sempre più tiepidi.
Alla vigilia della Iª guerra mondiale tutta l’Europa è ingabbiata in una serie di rapporti diplomatici che non garantiscono più l’equilibrio, ma assicurano la trasformazione in un conflitto globale di qualsiasi guerra che investa una delle potenze europee.
- Inghilterra: isolamento, primi segnali di crisi economica, alternanza di conservatori e liberali
- Francia: fragilità della IIIª Repubblica, costantemente minacciata dalle rivendicazioni monarchiche (tentativo di colpo di stato del presidente Mac Mahon) e dall’avversione revanscista (incarnata da Boulanger) verso le timide riforme liberaldemocratiche. I repubblicani mantengono il potere fino al 1914 raggruppandosi in un unico fronte delle sinistre.
- Austria: epoca di Francesco Giuseppe, continuo declino, susseguirsi di crisi nei Balcani
- Russia: 1881 uccisione di Alessandro II, Alessandro III inaugura una politica di repressioni interna congiunta ad un forzato processo di industrializzazione, sostenuto da capitali stranieri. La sconfitta nella guerra contro il Giappone (1904) è il segno di una debolezza strutturale, evidenziata dalla rivoluzione del 1905 e non frenata dalle timide riforme successive (concessione di un Parlamento, Duma, dai poteri inesistenti, riforma Stolypin che favorisce la creazione di una classe di contadini ricchi, kulaki).
La grande depressione 1873 - 1896
Lungo periodo di crisi che far da sfondo a tutta la politica di fine ‘800: sistema d’equilibrio, politica coloniale ed ideologie nazionaliste sono tutti fenomeni connessi alla crisi in atto.
Le soluzioni adottate per risolvere la crisi cambiarono non solo l’economia, ma lo stesso modo di concepire la politica.
Le cause della crisi
- congiuntura speculativa che segue alla guerra franco-prussiana: le riparazioni francesi attraverso le banche tedesche arrivano rapidamente sui mercati finanziari europei dando vita ad una forte speculazione al rialzo, destinata a sgonfiarsi, ne conseguono il crollo di alcune banche austriache e tedesche che trascinano a catena altre istituzioni, successivo fallimento delle imprese più deboli, aumento della disoccupazione, riduzione dei consumi, allargamento della crisi alle altre industrie.
- fine della fase trainante dello sviluppo ferroviario (rimanevano da realizzare i tratti più difficili e meno renumerativi), l’arresto degli investimenti nel settore ferroviario provocò un generale rallentamento dello sviluppo economico.
- crisi agricola, provocata dall’arrivo sul mercato europeo dei grani americani (prodotti a costi notevolmente inferiori per la maggiore meccanizzazione dell’agricoltura USA e il minor peso della rendita fondiaria e ora competitivi per la riduzione dei costi di trasporto), ne consegue la marginalizzazione dell’agricoltura europea, costretta ad arrendersi (Inghilterra), a specializzarsi (Danimarca) o a rifugiarsi dietro barriere doganali (Italia).
- sovrapproduzione, sia agricola che industriale: la quantità di manufatti prodotta è eccessiva per il mercato dell’epoca (si tratta della prima crisi di sovrapproduzione, fino ad allora le crisi erano coincise con periodi di carestia, non di sovrabbondanza dei prodotti).
Le soluzioni
- adozione di misure di protezione per i prodotti agricoli ed industriali (unica eccezione è l’Inghilterra)
- tramonto delle idee liberiste: lo Stato come regolatore dello sviluppo economico
- sostegno statale alle industrie nazionali, in particolare siderurgica e pesante in genere
- trasformazione della struttura industriale, formazione dei primi grandi monopoli, dotati di poteri sempre maggiori, fino a condizionare la politica dei vari stati
- ristrutturazione taylorista della produzione
- ricerca di nuovi mercati e costruzione di ampi sistemi coloniali
Conclusioni
Le conseguenze della crisi furono profonde: cambiò radicalmente l’organizzazione della società industriale. cambiò il ruolo dello stato: se in precedenza esso doveva garantire il buon funzionamento del libero mercato, ora cominciò a proteggere le industrie nazionali, chiudendo i mercati interni alla concorrenza straniera. Cambiò la configurazione del sistema produttivo: se prima della crisi esso era composto da un gran numero di piccole e medie imprese in concorrenza far loro, esso fu poi dominato da un numeroso limitato di monopoli e cartelli, che controllavano i settori strategici dell’economia. Cambiò infine il sistema mondiale dell’economia: fino a quel momento il predominio economico dell’Occidente si era basato su strumenti prevalentemente economici, ora tale predominio diventava militare e politico, era nato l’imperialismo.

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Protezionismo
Il mercato non è più il regolatore supremo dell’economia, esso è incapace di autoregolarsi.
La risposta più diffusa alla sovrapproduzione, agricola ed industriale è il protezionismo (l’unica eccezione è l'Inghilterra). Un caso emblematico è quello italiano: la scelta protezionista porta alla saldatura degli interessi di latifondisti meridionali, produttori di cereali della pianura padane e nascente borghesia industriale. Il costo da pagare è la mancata modernizzazione dell’agricoltura meridionale, mentre i costi effettivi del protezionismo sono scaricati sulle classi lavoratrici che vedono aumentare i prezzi dei beni di consumo.
Monopolio
La crisi del 1873 - 96 si manifesta soprattutto con un vertiginoso calo dei prezzi, mentre produzione ed occupazione non subiscono grossi tracolli, ciò è dovuto alla scarsa concentrazione del capitale nel periodo ed alla forte concorrenzialità del mercato. La crisi funge quindi da selezione che elimina le imprese più deboli (incapaci di tagliare i costi di produzione) e lascia ampi spazi alle imprese che sopravvivono (che godono di mercati più ampi e spesso possono incorporare le concorrenti fallite). Si verifica quindi un rapido processo di concentrazione del capitale, che segna il passaggio dal capitalismo concorrenziale a quello monopolistico.
Contemporaneamente si attua una crescente integrazione fra capitale finanziario e capitale industriale, innanzitutto attraverso le banche miste (che gestiscono depositi e finanziano investimenti), protagoniste assolute in Germania, Italia e Francia.
Taylorismo e Fordismo
L’altro profondo cambiamento della struttura industriale riguarda l’organizzazione del lavoro e coincide con l’introduzione dei metodi tayloristi. Lo scopo è quello di organizzare scientificamente il lavoro industriale per abbassare il costo della manodopera aumentando la produttività, quindi senza diminuire i salari e le capacità di consumo degli operai. I mezzi usati sono una accurata divisione del lavoro (con l’eliminazione di tutte le operazioni complesse e quindi di ogni tipo di manodopera specializzata), un approfondito studio dei tempi, la produzione a cottimo, con salari differenziati a seconda della produttività.
Una perfetta applicazione del taylorismo fu la catena di montaggio della Ford, in realtà però il fordismo fu qualcosa di più del semplice taylorismo, esso divenne una vera e propria filosofia, basata sull’allargamento del mercato attraverso l’innalzamento dei livelli di vita delle classi lavoratrici (trasformazione quindi dei lavoratori in consumatori di ciò che producevano).
Il progresso viene ad identificarsi con il consumo alla portata di tutti.
La fabbrica, oltre che sede della catena di montaggio, diviene anche luogo di controllo paternalistico della vita degli operai (campagne contro i vizi) e contemporaneamente si cerca di trasformarla nell’immaginario collettivo da luogo deputato alla produzione di profitto a servizio per la società.
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Imperialismo
Il vecchio colonialismo basato sul controllo commerciale - soprattutto di stampo inglese - viene abbandonato, i governi europei si lanciano in vere e proprie imprese di conquista. I territori delle colonie sono trattati come “spazi vuoti”, su cui tracciare linee di confine senza tener conto minimamente degli insediamenti preesistenti (molti dei conflitti etnici dell’Africa di oggi risalgono ai mutamenti imposti nel periodo coloniale).
In un periodo di protezionismo spinto la necessità di mercati riservati su cui dirottare il capitale eccedente porta i grandi monopoli a spingere i governi verso la colonizzazione di nuovi territori. Una simile politica, dettata dagli interessi di pochi, ha bisogno però di essere giustificata agli occhi dell’opinione pubblica, nacque così una vera e propria ideologia dell’imperialismo:
- Occidente che ha il compito di civilizzare il mondo (cfr. Il fardello dell’uomo bianco di Kipling)
- La difesa della cristianità
- Il diritto alle scoperte geografiche ed alla ricerca scientifica
- La necessità di trovare nuovi territori per la popolazione europea in eccesso
- Le colonie come elemento di status per le potenze europee (senza non si poteva essere grandi)
Si tratta di un’ideologia che fece presa in maniera rapida e profonda, al punto da determinare radicali cambiamenti nel modo di considerare il mondo (legittimità del rapporto sfruttatori-sfruttati), i rapporti fra gli individui e le razze (teorie razziali per giustificare l’oppressione di interi popoli).
La lotta in atto è duplice: da una parte colonizzatori contro colonizzati (in genere si tratta di scontri, risolti rapidamente, l’unica eccezione sono le sconfitte italiane in Africa), dall’altra lo scontro fra le varie potenze per i territori da dividersi (lo scontro è essenzialmente diplomatico, in Africa si risolve con una spartizione a tavolino; in Asia, dopo la rivolta dei boxer, si opta per l’accettazione della politica americana delle “porte aperte”: chiunque può commerciare con la Cina, questa formalmente è ancora libera, di fatto è sotto il controllo di occidentali e giapponesi).
La prima nazione a lanciarsi con forza nell’avventura coloniale è l’Inghilterra, che parte dai suoi avamposti commerciali per istituire un vero e proprio impero (es. il passaggio dell’India dalla gestione della Compagnia delle Indie al diretto controllo del governo inglese). Seguono la Francia (nel NordAfrica e nell’Indocina), la Germania (per la quale si è spesso parlato di un impero coloniale artificiale, costruito solo per confrontarsi con l’Inghilterra) e l’Italia (ultima arrivata, unica ripetutamente sconfitta in Africa).
Per quello che riguarda invece i paesi extra europei l’imperialismo USA si diresse inizialmente all’interno (mito della frontiera), subito dopo verso il resto del continente americano (riprendendo gli assunti della dottrina Monroe) ed infine verso il Pacifico (Filippine, Haway).
Proprio nel Pacifico iniziava l’avventura imperialista del Giappone, unico paese asiatico a resistere alla penetrazione occidentale, grazie al processo di industrializzazione avviato nei secoli d’isolamento dal resto del mondo e velocizzato dal ritorno della famiglia imperiale (industrializzazione compiutasi, caso unico, senza grossi traumi nella struttura sociale, che mantenne i vecchi equilibri feudali). Lo stesso processo di industrializzazione che porterà il Giappone a cercare spazi e mercati fuori dai suoi confini (conquista di Corea e Formosa), soprattutto in Cina (vittoria nella guerra contro la Russia che gli aprirà le porte della Manciuria).

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1500 primi imperi coloniali di Spagna e Portogallo (poi sostituito dall’Olanda)
1600 - 1700 penetrazione inglese e francese nel NordAmerica
fine 1700 processo di decolonizzazione (indipendenza USA e dell’America Latina)
inizi 1800 il mondo coloniale è limitato all’Australia ed a pochi avamposti lungo le coste africane ed asiatiche. Il dominio europeo è essenzialmente economico
dal 1850 ripresa del colonialismo: in meno di mezzo secolo gran parte del mondo è controllata dall’Occidente (l’America del Sud, formalmente libera, si avvia a subire l’egemonia statunitense, gli imperi asiatici sono di fatto sotto il controllo europeo- giapponese).
Si delinea un aspetto del mondo (per molti versi ancora attuale) che vede una profonda divisione tra il Nord (industrializzato e dominatore) ed il Sud (sottosviluppato e dominato).
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