I COMUNI

Il momento della lotta delle investiture (fine XI - XII sec. circa) segnò in Italia l’affermarsi delle autonomie cittadine. Arricchite dai cambiamenti economici in atto nuove classi sociali cominciavano a contendere il potere alla grande aristocrazia feudale ed all’imperatore: consapevoli dei propri interessi comuni, piccoli feudatari, mercanti, artigiani, giuristi, notai, ecc. cominciarono a costruire organismi politici unitari (generalmente sottoscrivendo patti o giuramenti).
Arrivate al potere in genere al fianco del Vescovo (figura tradizionalmente opposta al conte), le nuove componenti cittadine approfittarono in Italia della crisi dell’autorità vescovile, coinvolta nelle lotte tra Papato e Impero, per organizzarsi autonomamente dando vita ai consolati. Il Collegio dei Consoli, composto da un numero variabile di consoli, appartenenti inizialmente al ceto feudale, era l’organo esecutivo che esercitava il potere sul territorio. Il popolo (di cui ovviamente non facevano parte i ceti più bassi) partecipava alle decisioni pubbliche nell’assemblea generale detta Arengo, che aveva il compito di eleggere i magistrati e ratificarne le scelte (spesso per acclamazione). Ben presto questi organismi esautorarono il potere vescovile, iniziarono ad allargare il loro potere sul territorio intorno alle città e si misero in diretta concorrenza con quello imperiale, sfidando apertamente l’imperatore Federico Barbarossa.
Dopo la pace di Costanza (1183) i Comuni si venivano a costituire come entità politiche pienamente legittime, contemporaneamente essi però acquistavano maggiore complessità, proprio mentre diventavano sempre più forti le spinte per un allargamento della partecipazione alla vita politica., ne conseguivano tensioni ed aperti conflitti (fra le varie famiglie e fra nobili e popolo).
Un tentativo di soluzione di questi conflitti fu il ricorso ad una nuova magistratura: il podestà. Questi era un professionista della politica, generalmente uno straniero al di sopra delle parti, che esercitava un ampio potere in campo amministrativo, giuridico e militare. L’assemblea popolare, sempre più difficile da gestire, venne sostituita dal Consiglio Generale, un organismo elettivo.
Contemporaneamente continuava l’espansione nel contado, sottomettendo i signori locali o obbligandoli a riconoscere la signoria cittadina.
Dalla lotta politica, che frequentemente si risolveva in scontri militari complicati da contrasti familiari, trassero grandi vantaggi soprattutto i ceti popolari più ricchi, che tendevano a costituire una terza forza in grado di allearsi di volta in volta con i nobili o con gli strati più bassi della popolazione. Col tempo essi diedero vita ad un proprio istituto, societas populi, che in periodi di difficoltà riusciva ad impadronirsi del potere affiancando gli altri istituti. Si arrivò così ad una sorta di sistema bicamerale, con il potere esecutivo diviso tra podestà e capitano del popolo.
Nello stessi periodo diventa consistente il fenomeno del fuoriuscitismo (espulsione dalla città del partito perdente).
Alla fine del XIII secolo l’instabilità permanente delle istituzioni comunali sfociò nella graduale affermazione della Signoria, cioè nell’elaborazione di organismi statuali dominati da un unico signore il quale, una volta assunto il controllo delle strutture comunali, esercitava un potere personale che tentava di trasmettere per via dinastica ai propri figli.
Le strade che in Italia portarono all’affermazione delle varie signorie (Visconti a Milano, Gonzaga a Mantova, Scaligeri a Verona, Medici a Firenze) ed al successivo consolidarsi dei primi stati regionali, sono varie e distinte, nei tempi come nei modi.

INDIETRO

Hosted by www.Geocities.ws

1