ARISTOTELE
Nacque a Stagira nel 384 - 83 a.C., fu allievo di Platone fino alla morte di quest’ultimo, poi iniziò una serie di viaggi, tra cui quello alla corte di Filippo di Macedonia, presso di cui si occupò dell’educazione del giovane Alessandro Magno. Dopo tredici anni tornò ad Atena dove fondò la sua scuola, il Liceo. Costretto a fuggire per motivi politici dopo la morte di Alessandro si ritirò nell’Eubea, dove morì sessantatreenne.
Per comprendere la sua filosofia, ed il suo rapporto con Platone, non si possono non considerare i tempi diversi in cui i due filosofi vissero: se il primo cercava ancora una soluzione per la crisi della polis, per il secondo la crisi è ormai irreversibile, vista ormai l’egemonia macedone sulle città greche.
Se per Platone l’interesse dominante è dunque ancora la politica, con Aristotele l’attenzione si sposta verso interessi conoscitivi ed etici, il filosofo non ha più un compito sociale, ma unicamente scientifico.
Una prima conseguenza di questo cambiamento di ottica è il diverso ruolo assegnato alla filosofia e la diversa concezione dell’organizzazione del mondo e del sapere. Se per Platone la filosofia è la regina delle scienza in quanto si occupa di ciò che è al vertice in un mondo organizzato verticalmente, diviso fra ciò che è vero e ciò che è falso, per Aristotele l’unica preminenza della filosofia riguarda il suo occuparsi delle fondamenta comuni alle altre scienze, che tuttavia hanno comunque una loro dignità propria: “la filosofia,intesa anche come metafisica, si differenzia dalle altre scienze solo perché essa,a anziché prendere in considerazione le varie facce della realtà, si interroga sull’essere in generale, studiando non questa o quella dimensione della realtà, ma la realtà in quanto tale. Ora, come tutte le dimensioni dell’essere presuppongono l’essere, così tutte le scienza presuppongono la filosofia. In tal modo la filosofia diventa scienza prima, ossia la disciplina che studia l’oggetto ed i principi comuni a tutte le altre scienze”. [Abbagnano]
La metafisica
Aristotele distingue le scienze in due gruppi: scienze teoretiche (che si occupano di ciò che è necessario, ossia quello che non può essere diverso da quello come è, e hanno come scopo la conoscenza disinteressata della realtà) e scienze pratico-poietiche (che hanno per oggetto il possibile, ossia ciò che può essere diverso da come è, e hanno come scopo la guida della condotta umana o la produzione di qualcosa).
Tra le scienza teoretiche il primo posto spetta ovviamente alla metafisica, che Aristotele chiama “filosofia prima” (il nome metafisica sarebbe invece successivo ed accidentale, da “libri che stanno dopo la fisica” nell’organizzazione degli scritti aristotelici). Compito della metafisica è studiare l’essere in quanto essere, (mentre tutte le altre scienze di occupano di una dimensione specifica dell’essere, es. la matematica della quantità, la fisica del movimento, ecc.).
L’essere studiato dalla metafisica è un essere molteplice, che si mostra in quattro modi basilari: 1) categorie; 2) atto e potenza; 3) accidente; 4) verità.
Per categorie Aristotele intende le caratteristiche fondamentali e strutturali dell’essere, che esso non può far e ameno di avere. Esse sono: la sostanza, la qualità, la quantità, la relazione, l’agire, il subire, il dove ed il quando. È evidente come tutte le altre categorie siano attributi della prima, la sostanza, che il termine senza cui non si potrebbero avere le altre dimensioni dell’essere (l’essere deve prima essere sostanza per poter poi essere in qualche luogo, in qualche tempo, in relazione con un altro essere, ecc.).
Il problema dell’essere può essere ricondotto dunque a quello della sostanza. Esso è affrontato da Aristotele ricorrendo al “principio di non contraddizione” (è impossibile che la stessa cosa sia e insieme non sia): ogni essere ha una natura determinata che non può essere negata e che dunque è necessaria, tale natura necessaria è appunto la sostanza, che diviene l’equivalente ontologico del principio logico di non contraddizione (la sostanza è cioè l’essere dell’essere).
La sostanza è caratterizzata dall’unione indissolubile di forma e materia (sinolo),un unione in cui la forma è l’elemento attivo, l’elemento che rende la sostanza ciò che veramente è. “Come forma la sostanza è l’essenza necessaria di una cosa, la struttura fissa ed immutabile che la definisce e la organizza. Da essa si deve dunque distinguere l’accidente, che in senso forte e caratteristicamente aristotelico designa le qualità che una cosa può avere o non avere, senza per questo cessare di essere quella determinata sostanza. per cui mentre l’accidente cambia nel tempo, la sostanza permane identica, pur nel mutare delle varie quantità”. [Abbagnano]
Compito della scienza è appunto quello di studiare la sostanza, poiché però per Aristotele la conoscenza consiste nel capire le cause delle cose, occorre distinguere anche fra i vari tipi di causa che si possono avere: 1) causa materiale (coincide con la materia di cui una cosa è fatta); 2) causa formale (coincide con l’essenza necessaria di una cosa, es. la razionalità per l’uomo); 3) causa efficiente (è quella che da origine al movimento e quindi origina qualcosa, es. il padre è causa del figlio); 4) causa finale (è lo scopo cui la cosa tende, es. il divenire adulto è la causa finale del bambino). [strettamente connessa a questa distinzione è la critica alle idee platoniche, accusate di fermarsi sola alla causa formale e dunque di non poter spiegare dall’esterno ciò che è interno alle cose: per Aristotele le forme sono la struttura immanente delle cose, es. l’umanità non è un’idea esistente nell’iperunranio, ma la specie biologica immanente negli individui che denominiamo uomini. In tal modo, pur recuperando parte del platonismo, Aristotele si è sbarazzato dell’assurdo logico e ontologico di dover pensare come fuori delle cose la natura delle cose].
La dottrina delle quattro cause è connessa anche al problema del divenire, ancora molto dibattuto nel periodo. Aristotele ritiene che il divenire non implichi un passaggio dal non essere all’essere, e viceversa, ma semplicemente un passaggio da un certo tipo di essere ad un altro tipo di essere.
In questo senso sono elaborati i concetti di potenza ed atto: per potenza di intende la possibilità, da parte di una determinata cosa, di assumere una determinata forma; per atto si intende la realizzazione di tale capacità. La potenza sta alla materia come l’atto sta alla forma. L’atto ha la priorità gnoseologica, cronologica ed ontologica nei confronti della potenza, poiché la conoscenza della potenza implica la conoscenza dell’atto di sui essa è potenza, inoltre l’atto è ontologicamente superiore alla potenza in quanto esso costituisce la causa, il senso, il fine della potenza.
Il susseguirsi della catena atto-potenza presuppone però anche l’esistenza sia di una “materia prima”, intesa come pura potenza, priva di qualsiasi determinazione, sia l’esistenza di un “atto puro”, una forma completamente realizzata, la sostanza immobile e divina, oggetto della teologia.
La dimostrazione aristotelica di Dio
Poiché tutto ciò che è mosso deve essere mosso da altro è necessario pensare l’esistenza di un motore immobile. Tale motore immobile muove il mondo non come causa efficiente, bensì come causa finale, esso è l’oggetto d’amore che determina il movimento dell’amante verso di sé [questa teologia aristotelica, benché non presupponesse né il monoteismo, né un Dio creatore, né un Dio amante degli uomini, sarà ripresa con forza dalla teologia cristiana ed islamica].
La fisica
Se le sostanze immobili sono studiate dalla teologia, le sostanze in movimento costituiscono l'oggetto di studio della Fisica. La fisica aristotelica è quindi essenzialmente scienza del movimento. Anche il movimento è classificato in 4 categorie: 1) sostanziale (generazione e corruzione delle cose); 2) qualitativo (mutamento e alterazione); 3) quantitativo (aumento o diminuzione); 4) locale (movimento propriamente detto). Come la sostanza racchiude tutte le altre categorie dell’essere, così il movimento locale è alla base di tutte le altre categorie del movimento (generazione, corruzione e mutamento sono dovuti al riunirsi o separarsi di materia in un determinato luogo, aumento e diminuzione all’afflusso o al deflusso di materia in un determinato luogo).
Il movimento locale è a sua volta diviso in tre specie: 1) circolare; 2) dall’alto verso il centro; 3) dal centro verso l’alto. Questi ultimi due tipi di movimento sono alla base di tutti i cambiamenti delle sostanze (nascita, morte, aumento, diminuzione, mutamento); il movimento circolare, invece, non avendo opposti riguarda le sostanze immutabili, ingenerabili ed incorruttibili. L’etere è l’unica sostanza a possedere questo genere di movimento, ed è la sostaza di cui sono costituite le sfere celesti, mentre il mondo sublunare, soggetto al divenire, è costituito da quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco, che si muovono alla ricerca del proprio luogo naturale, determinato dal peso di ognuno.
L’Universo di Aristotele è un universo eterno, infinito, senza spazio vuoto.
L’importanza della Fisica aristotelica è grandissima, da essa emerge infatti un’immagine globale del mondo che influenzerà per secoli la scienza occidentale. Proprio quest’affermazione della fisica aristotelica a scapito di quella democritea è però anche la causa del ritardo della nascita della scienza moderna: 1) negazione del vuoto; 2) negazione dell’inerzia; 3) bipartizione gerarchica fra mondo celeste e mondo terreno; 4) Universo chiuso, limitato ad un solo mondo; 5) accento sulle differenze qualitative (con conseguente emarginazione della matematica); 6) causa finale come chiave dell’indagine fisica: “la natura non fa niente senza scopo”.
L’anima e la teoria della conoscenza
Parte della fisica è la psicologia, che si occupa dello studio dell’anima, considerata come forma incorporata nella materia.
L’anima è definita come “l’atto (entelechia) primo di un corpo che ha la vita in potenza”, essa è cioè la sostanza che informa e vivifica un determinato corpo. Come tale ha tre funzioni fondamentali: 1) vegetativa, propria di tutti gli esseri viventi; 2) sensitiva, propria degli animali; 3) intellettiva, propria dell’uomo.
L’anima intellettiva riceve le immagini come i sensi ricevono le sensazioni; il suo compito è di giudicarle, vere o false, buone o cattive. L’intelletto dunque è la capacità di giudicare le immagini fornite dai sensi.
L’etica
Ogni atto umano è fatto in vista di un fine, che appare buono e desiderabile; i fini possono essere molteplici e desiderati anche in vista di un fine superiore, alla sommità di questa piramide c’è però un bene sommo, quello dal quale tutti gli altri dipendono, questo fine è la felicità.
La felicità si ottiene quando si assolve bene al proprio compito e, poiché compito principale dell’uomo è la vita secondo ragione, esso sarà felice solo se vive secondo ragione, e questa è la virtù.
Anche se l’uomo non sceglie il fine ultimo della sua vita, egli sceglie i mezzi con cui perseguire questo fine ed in ciò consiste la sua libertà, sia il vizio che la virtù sono espressione di questa libertà.
Più in particolare le virtù possono essere divise in virtù etiche e virtù dianoetiche. Le prime riguardano il dominio degli impulsi sensibili tramite la ragione (la prima di queste virtù è la giustizia); le seconde consistono invece nell’esercizio diretto della ragione (il massimo grado di queste virtù consiste nella sapienza).
Poiché la felicità coincide con la virtù e la virtù più alta consiste nella sapienza, l’uomo raggiunge la felicità più alta quando conduce una vita teoretica (una vita dedicata cioè alla sapienza).
Su questo punto la contrapposizione fra Platone ed Aristotele è completa: il primo non distingue sapienza e saggezza, ma le accomuna nella condotta razionale della vita umana, soprattutto quella associata. Aristotele invece non solo distingue saggezza e sapienza, ma addirittura le contrappone: la prima ha per oggetto le faccende umane, che sono mutevoli e non possono essere incluse fra le cose più alte, la seconda ha per oggetto l’essere necessario e si sottrae ad ogni mutamento. È ovvio che, dati questi presupposti, la filosofia platonica aveva lo scopo di portare gli uomini ad una vita comune fondata sulla giustizia; quella aristotelica invece ha come compito fondamentale quello di portare l’uomo singolo alla vita teoretica, pura contemplazione di ciò che è necessario.
La politica
Tuttavia anche per Aristotele la vita umana non è realizzabile al di fuori della vita associata perché l'individuo non può bastare a se stesso.
Anche Aristotele come Platone, pur non andando alla ricerca di uno stato ideale, individua i tre tipi fondamentali di costituzione: monarchia (governo di uno solo); aristocrazia (governo dei migliori); democrazia (governo della moltitudine). Poiché però, in genere, ognuno di questi tre tipi di governo trascura gli interessi generali a favore di quelli di una parte, Aristotele risolve il problema indicando come miglior governo quello in cui prevale la classe media, pur precisando che ogni forma di governo è buona purché si adatti alla natura dell’uomo ed alle condizioni storiche.
La poetica
La poesia, ed in generale l’arte, è definita da Aristotele come imitazione. Il mondo sensibile imitato dall’arte non è, però, per Aristotele semplice apparenza (com’era per Platone), ma realtà che può essere oggetto di scienza. L’opera d’arte dunque perde il suo carattere illusorio e diventa responsabile di una funzione catartica, di alto valore educativo e formativo nei confronti dell’uomo.
[ancora dibattuta è la questione se per catarsi debba intendersi la purificazione delle passioni o la liberazioni dalle passioni].
La logica
La logica aristotelica è lo strumento di cui ci si serve per qualsiasi ricerca scientifica. Tutte le scienza, proprio in quanto scienze, hanno in comune una forma logica, cioè un procedimento razionale di dimostrazione che garantisce la validità dello loro affermazioni. La logica quindi , che Aristotele chiama analitica, è la scienza che ha per oggetto la forma comune a tutte le scienze, cioè il procedimento dimostrativo o i modi di ragionare di cui esse si avvalgono.
Cuore della logica aristotelica è il ragionamento deduttivo o sillogismo, cioè il discorso in cui poste talune premesse, seguono delle conclusioni necessarie. Ovviamente il problema principale è a questo punto definire la veridicità delle premesse quando queste non provengono da un altro sillogismo, per fare ciò Aristotele individua tre principi fondamentali: 1) non contraddizione (è impossibile che la stessa cosa sia e non sia) ; 2) identità (ogni cosa è uguale a se stessa); 3) principio del terzo escluso (tra due opposti contraddittori non c’è via di mezzo, es. A o è vivo ho è morto).
[Aristotele, a differenza di Platone, scorge nella dialettica solo un ragionamento debole, cioè un ragionamento che non arriva a concludere necessariamente perché parte da premesse solo probabili].

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