I Promessi Sposi: questioni interpretative

 

Semiosi naturale e parola ne’ I Promessi Sposi

Azione e parola. “Le azioni caro mio , l’ uomo si riconosce dalle azioni”, dice l’oste del villaggio nel capitolo VII, altrettanto sagace dell’oste della Luna Piena nel riconoscere galantuomini o sbirri dalla veste, dal tono , dal comportamento. E d’altra parte Renzo in questo particolare Bildungroman è l’ultimo a crescere, cioè a familiarizzarsi con i segni e col modo  in cui gli altri li interpretano: la sua vicenda, attraverso il romanzo, è anche l'esemplificazione dell'apprendimento a proprie spese delle trappole e delle ambiguità legate al linguaggio e ai segni.

Sospettoso di un andamento razionale della storia umana, timoroso del male che si annida nelle cose del mondo, diffidente nei confronti dei potenti e delle arti con cui essi prevaricano sugli umili,  Alessandro Manzoni pare aver espresso  la sintesi del suo buon senso illuministico e del suo rigore giansenistico in una formula semiotica che può essere estrapolata da molte pagine del suo romanzo :

(i) c’è una semiosi naturale,  esercitata quasi istintivamente dagli umili dotati di esperienza,  per cui i vari aspetti della realtà , se interpretati con prudenza e conoscenza dei casi della vita,  si presentano come sintomi, indici,  “signa” o “semeia” n el senso classico del termine; (

ii)  c’è una semiosi artificiale del linguaggio verbale  il quale  o si rivela  insufficiente a render conto della realtà , o viene usato esplicitamente  e con malizia per mascherarla,  quasi sempre a fini di potere.  Ma questo è possibile proprio perché il linguaggio è ingannevole per sua propria natura, mentre la semiosi naturale induce ad errore e abbaglio solo quando è inquinata dal linguaggio che la ridice e interpreta, o l’interpretazione è ottenebrata dalle passioni.

Sullo sfondo di questa semiotica manzoniana,  c’è una metafisica assai influente e per niente affatto occulta:  la realtà esiste e può essere indagata, “purchè si prenda il metodo proposto da tanto tempo , d’osservare, ascoltare , paragonare , pensare , prima di parlare.” (XXXI).

Così fa Manzoni di fronte al manoscritto dell’Anonimo, che porta per così dire stampata in faccia la sua inattendibilità , per gli eccessi verbali di cui si adorna, con enfasi barocca. Siccome gli pare che al di sotto di questo discorso verbale traspaia “una storia così bella” (e una storia è una sequenza di fatti o, come avrebbe detto Aristotele, imitazione di un’azione,  cosa non verbale), ecco che Manzoni decide di  “frugare nelle memorie di quel tempo per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora in quel modo”.

Troviamo costantemente all’interno del romanzo l’opposizione continua tra “segno “naturale e “segno” verbale , tra segno visivo e linguistico. Del segno verbale Manzoni è sempre così imbarazzato, o vuole mostrarsene diffidente che in tutte le istanze dell’enunciazione di cui costella il romanzo,  si scusa di come vada raccontando,  mentre quando assume toni veridettivi è per dire del credito che occorre dare a una prova,  a una traccia, a una evidenza, a un sintomo, a un  indizi, a un  reperto. Così fanno i suoi personaggi: o parlano col deliberato proposito di usare il linguaggio per mentire, confondere, occultare gli onesti, o si scusano e si dolgono per non essere capaci di dire quello che sanno *. Se pure Renzo vorrà che i suoi figli imparino a leggere e scrivere,  non eviterà di indicare questi artifici verbali e grammatologici come “birberie” (XXXVIII). Del linguaggio per eccellenza, il latino,  Renzo diffida , e l’unica volta che lo cita ne improvvisa una versione babelica (XIV). Una volta sola,  nel capitolo XXXVII,  quando ormai si è riappacificato con don Abbondio,  afferma di accettare il latino del sacramento  matrimoniale,  ma perché quello è un latino “sacrosanto”. Il latino “buono” , della liturgia, non è linguaggio parlato, è canto,  formula,  non dice e quindi non può falsificare. Vale come un vestito,  il cenno di una mano, un’espressione del viso:  tutti “segni” che fanno appunto parte di una semiosi naturale.

La presenza di una  teoria semiotica all’interno de “I Promessi Sposi” è resa esplicita nei capitoli che l’autore dedica alla peste (XXXI e XXXII).

Nel raccontare di come il contagio si diffonda,  e la società intera ne rimuova l’idea, e di come, quando  il male diventa innegabile, se ne ipotizzi  una causa umana e si costruisca la figura dell’untore,  Manzoni parla di delirio o pubblica follia. Delirio della ragione,  certo,  ma il modo in cui l’autore ce ne dà informazione è la descrizione  di un processo di teratologia semiosica, una vicenda di falsificazione di significanti e di sostituzione di significati. I  primi segni che appaiono (qualche cadavere) sono senza “codice” . E’ Ludovico Settala,  medico che ha conosciuto la peste precedente, a interpretarli.  Ma quando sintomi analoghi sorgono a Lecco,  il tribunale manda dei messi che raccolgono la testimonianza  verbale di un barbiere ignorante,  il quale fornisce un codice diverso e menzognero : si tratta di  emanazioni di paludi, di disagi e strapazzi.

Sopraggiungono nuove prove e si trovano in vari luoghi le “marche” della pestilenza. Si danno i ragguagli del caso, per iscritto, al governatore, il quale prende gli scritti per quel che valgono,  e si dichiara troppo preso dalle cure militari . Dal canto proprio la popolazione , interessata passionalmente a rimuovere il timore, fa a gara nel legittimare i codici più bizzarri e attribuisce i sintomi alle cause più fantastiche . Finalmente qualcuno vede per la prima volta un bubbone . Qui il significante dovrebbe richiamare,  per forza di assodata tradizione sintomatologica,  il suo proprio significato. Ma del bubbone molti  odono solo parlare.  Dal canto proprio gli editti che si moltiplicano in modo inane per prevenire il contagio, fanno appunto confusione verbale , e vengono come al solito disattesi.  Pare inoltre che le notizie arrivino in modo insufficiente  e “ la radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità ”.

Inizia qui un processo che un epistemologo attribuirebbe  all’intrinseca debolezza di ogni metodo induttivo (quanti casi sono necessari a  giustificare la formulazione di una legge ?)  ma che di fatto mette in gioco  una insicurezza  retorica,  una perplessità, un dubbio su quanto una parte debba essere consistente onde rappresentare per sineddoche il tutto, o evidente un effetto per essere buona metonimia della sua causa.

Ci sono uomini che,  tuttavia, vedono venir avanti il flagello e sono  marchiati col nome di nemici della patria. Tipico il  caso di Ludovico Settala  che,  per aver voluto dire che cosa aveva visto, rischia il linciaggio. Gli altri,  i medici neghittosi,  di fronte a “insegne funeste di lividi e di bubboni” ricorrono a giri di parole e parlano di febbri "pestilenti”. Scatta a questo punto una nuova figura retorica che articola l’universo della semiosi naturale. La morte di persone note (per antonomasia) diventa più convincente delle morti già sapute. In questo intrico di segni visivi, confusi da definizioni verbali, pare finalmente a qualcuno che solo la pubblica evidenza visiva possa contrastare ai maneggi visivi della parola. “Nell ‘ora di maggior concorso , in mezzo alle carrozze, alla gente a cavallo, e a piedi,  i cadaveri di quella famiglia furono, d’ordine della Sanità,  condotti al cimitero suddetto,  sur un carro, ignudi , affinché la folla potesse veder in essi il marchio manifesto della pestilenza (…….) La peste fu più creduta". Non potendo ormai negare il male si cerca di occultarne le ragioni di contagio; inizia la costruzione del mito degli untori .

Manzoni stesso riassume,  alla fine del cap. XXXI, quello che è avvenuto in questo processo di pestilenza semiotica, come un’azione esercitata dalla lingua verbale , sopra la naturale effabilità dei segni naturali, già a loro volta abbondantemente incompresi a causa di precedenti incrostazioni passionali che avevano ottenebrato la retta ragione .

(i)                  In principio dunque non peste , assolutamente no,  per nessun conto; proibito anche di proferire il vocabolo” ; agisce contro l’evidenza del sintomo il tabù che grava sul  significante linguistico.

(ii)                “Poi febbri pestilenziali;l’idea s’annette per isbieco un aggettivo"; si modifica il significante per non evocarne il significato  proprio.

(iii)               “Poi non vera peste;  vale a dire, peste sì,  ma in un certo senso”; si inizia a modificare il contenuto.

(iv)              “Finalmente peste senza dubbio e senza contrasto; ma ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del malefizio e del venefizio,  la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola." E qui,  come si vede,  si opera una radicale trasformazione  per cui  la parola che ha per contenuto un sintomo che rinvia a una causa “p” , viene fatta corrispondere  a un sintomo che dovrebbe aver per contenuto una causa “q”.  Alterazione totale del significato , usando la possibilità che il linguaggio ha di modificare la naturale effabilità dei segni visivi e naturali.

Alterata dal lungo inganno dei dotti, che con pretesti vari ne avevano occultato il contagio,  e dallo stesso timore dei semplici, che durante tutto il romanzo aveva pur sempre contrastato la parola dei mestatori, la percezione della peste è definitivamente corrotta.

Quella degli untori è la storia di una follia collettiva  in cui si conferisce un senso distorto a qualsiasi sintomo, ovvero dove ogni fatto, ogni gesto , prelevato a forza dai contesti ordinari, viene trasformato in sintomo di unico ossessivo significato. Sono visti come untori coloro che vengono riconosciuti come stranieri  dall’abito, si lincia un vecchio perché ha spolverato una panca, si tenta di linciare Renzo perché batte a una porta. Ora ciascuno non vede più nulla, non si attende più nulla,  ovvero vede e si attende sempre lo stesso segno. Tale è l’ossessione , la pubblica follia.

 

Per concludere linguaggio verbale contro semiosi popolare? Manzoni,  nel suo romanzo , celebra la disfatta della parola e il trionfo della semiosi popolare attraverso la parola narrativa, esponendo la sua concezione pessimistica del potere della parola. Felice contraddizione,  che diventa un po’ meno contraddittoria  nel momento in cui ci si rende conto che ogni romanzo si presenta come una macchina narrativa, inevitabilmente linguistica, che si sforza di far rivivere linguisticamente,  segni che linguistici non sono, e che accompagnano,  precedono, seguono con una loro autonomia il linguaggio. Questa capacità che il linguaggio verbale ha . di evocare ciò che verbale non è, ha in retorica il nome di “ipotiposi”.

Macchina linguistica che si celebra nel negarsi, il romanzo ci dice qualcosa su altri modi di significare, e ci suggerisce che esso, cosa verbale, di questi modi sta al servizio, perché è racconto non di parole ma di azioni,  e persino quando racconta parole le racconta in quanto hanno assunto funzione di azione. 

 

La discesa agli inferi

Nel ritorno di Renzo verso la campagna, dopo la disavventura cittadina, sembra che egli detenga qualcosa della figura romantica del reietto su cui pesa la maledizione che lo segrega dalla società umana a causa del suo gesto di ribellione; la sua immagine viene addirittura demonizzata, resa satanica dalle parole del mercante che riferisce agli avventori dell’osteria di Gorgonzola i recenti fatti di Milano.

Ma il viaggio di Renzo ancora non è finito, egli non ha ancora toccato il fondo della propria degradazione. Prima che possa volgere a lieto fine la sua ricerca, egli deve attraversare l’Universo della morte che domina su Milano sconvolta dalla peste. Tornando a leggere la vicenda del personaggio secondo l’archetipo mitico del viaggio, potremmo dire che per l’eroe cercatore si rende necessaria come ulteriore prova una sorta di dantesca traversata del regno dei morti, una  di “discesa agli inferi”. Tale appare infatti il quadro di Milano durante la seconda andata  di Renzo; la stessa impressione di una realtà capovolta e straniata, di un universo “carnevalesco”, ma con un’accentuazione della dimensione tragica. Nel primo contatto di Renzo con la realtà della storia apparivano in primo piano la gentilezza innaturale degli informatori, e lo straniamento degli oggetti. Nel secondo, questo stravolgimento della norma ha invaso la realtà umana, capovolgendo i rapporti, mescolando i contrari, mostrando ovunque contraddizione: ora gli informatori dimostrano una non meno improvvisa e sorprendente diffidenza puntando il bastone a distanza per evitare il contagio, ma soprattutto sono sconvolti i rapporti sociali: i ricchi e i nobili ridotti in miseria, i bravi che chiedono l’elemosina , i monatti padroni della città .

 

Il guazzabuglio.

La peste non è che il segno patologico del disordine che insidia la società umana, la manifestazione più clamorosa del delirio che colpisce la ragione degli uomini.  Proprio come un bubbone il male s’insinua nella compagine ordinata e serena della natura, la  corrompe e la fa esplodere in un “guazzabuglio” di forme irrazionali e contraddittorie. Invano la ragione ordinatrice (illuminista) opera per esorcizzare il sentimento (cattolico) della colpa, per ricomporre in superficie l’anarchia delle forze contrastanti che si agitano nel sottosuolo. Represso e ricacciato nel fondo , il male manifesta i suoi sintomi: macchie e bubboni che inquinano le menti e i corpi in cui il Divino Artefice ha voluto imprimere la sua immagine somigliante. Questo conflitto inconciliabile è alla base della scrittura manzoniana, è anzi la struttura generante dei suoi ritmi oppositivi, fatti di antitesi, ossimori, chiaroscuri che rinviano costantemente a una logica profonda del  divenire, del conflitto disordinato  di forze vitali in continuo “ribollimentio”. Manzoni esprime il suo sforzo di dominio intellettuale e stilistico di una realtà  che si presenta troppo più ricca e complessa degli strumenti di analisi di cui dispone. Assalito dal male , anche il mondo umano, come quello naturale, può decomporsi, sfigurare i propri tratti:  è il caso dell’immagine grottesca della donna dall’orrendo pancione  che trasporta la farina saccheggiata, o  la sorprendente identificazione del fratello scemo Gervaso, con il fratello intelligente Tonio in cui la   metamorfosi del male si è divertita a sviluppare una lontana somiglianza e a colmare le antitesi. L’ umano sconfina nel bestiale, la ragione si trasforma in delirio, la realtà tutta appare a Manzoni come un “guazzabuglio” che l’intelligenza umana si sforza invano di districare.    

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