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3.3. Tavoleto brucia

I montanari messi in "precipitosa fuga" a Santarcangelo dalle truppe francesi dopo "una vicendevole orrida strage", si spargono "per altri luoghi del nostro distretto". "Il generale Sahuguet nel giorno 29 andò in traccia di loro con 800 fanti e 200 cavalli. Si portò alla Cattolica, a Morciano, a Montescudolo, a Mondaino, a Soliano, ma i montanari sediziosi si ritirano al Castello di Tavoleto ove si fecero forti aspettandoli a pié fermo", scrive il cronista Zanotti: "Giunti i Francesi in prossimità del Castello, attaccano furiosamente gli insorgenti, i quali ferocemente gli rispondono e si battono per qualche tempo più col coraggio che coll’esperimento dell’arte, ma conoscendo di non potersi sostenere ulteriormente, dopo un vicendevole e replicato scarico di fucileria con reciproca perdita, si danno a precipitosa fuga verso la più alta montagna" [GZ].

Secondo Guglielmo Albini di Saludecio, tutto sarebbe iniziato con il colpo di fucile da caccia sparato da "un solitario" contro un battaglione di fanteria, provocando la morte di un soldato: "La truppa esasperata entrò in paese, gridando "bruson Tavolon" e infatti l’incendiò e distrusse in gran parte". I francesi erano in ottocento fanti e duecento armati a cavallo, cioè il doppio complessivamente di quanto si pensa fossero gli insorti. Non potevano non vincere. Ma il generale Sahuguet non è contento dell’esito felice della spedizione. La guerra è la guerra, s’intende. Su questi princìpi non si può scherzare. Non paghi della gloria raggiunta, i francesi compiono una terribile infamia. Scrive ancora Zanotti: "Entrano allora vittoriosi i francesi nel paese, feriscono ed uccidono diversi di que’ miseri abitanti che vi ritrovano, saccheggiano il Castello e lo incendiano, rimanendo estinti fra le fiamme alcuni che non poterono salvarsi con la fuga, fra i quali vi perì miseramente un vecchio Prete paesano chiamato don Gregorio Giannini, che per indisposizione morbosa era giacente in letto da non poco tempo" [GZ]. Il parroco di Tavoleto, don Pietro Galluzzi, "che i Francesi ritenevano per seduttore de’ malintenzionati del Paese, e che credettero perito anch’esso nell’incendio", se ne era fuggito invece "prudentemente coi montanari". Con loro Galluzzi si mette a scorrere le campagne ed i paesi vicini, ponendoli a contribuzione, per semplici motivi di sussistenza.

Il generale Sahuguet il primo aprile pubblica a stampa una lettera sull’incendio di Tavoleto: "Sono stato obbligato di far marciare delle Truppe sopra Tavoleto per esterminare gli abitanti, e per bruciare il Villaggio. Cotesti miserabili ingannati dal loro curato erano discesi da qualche giorno armati nel piano, e dopo aver derubati, e messi in contribuzione gli Abitanti pacifici, che si ritrovavano sulla strada, che percorrevano, e nei Villaggi, nei quali passavano, e dopo aver forzati alcuni cittadini a seguirli, si erano stabiliti alla Cattolica, per assassinare, e svaligiare tutti i viaggiatori". Sahuguet racconta a modo suo gli avvenimenti. A Cattolica erano arrivati i "Forusciti" di cui parlano Martinelli e Zanotti, non vi erano scesi gli abitanti di Tavoleto: al generale francese fa comodo inventarsi una rivolta per giustificare l’uccisione di diciotto maschi, tra cui un bambino di circa nove anni. "Gli ho fatti inseguire", prosegue il testo di Sahuguet, "molti se sono stati uccisi a Morciano, e fortunatamente ho trovato gli altri al Tavoleto, dove si erano fortificati e trincerati; si sono difesi per un momento; ma ben presto gli assasini, e le loro tane sono stati ridotti in cenere". (Annota il cronista Nicola Giangi, il primo aprile, che ha fatto ritorno a Rimini la "truppa a piedi" che era andata a Tavoleto, "dopo aver "bruciato tal castello, dato sacco, e fregati li solevati". Da due giorni lo stesso Giangi, di professione commerciante, è uno dei sei cittadini che compongono il "Comitato di Pulizia sopra li Vagabondi"; i suoi colleghi più noti sono tre "ex nobili" Giovan Battista Agolanti, Lodovido Belmonti e Carlo Zollio.)

Sahuguet si dichiara sicuro che il curato Galluzzi "sia stato bruciato cogli altri": "L’ho fatto inutilmente cercare per farlo fucilare. Cotesto scellerato aveva fatta traviare tutta la sua parrocchia predicando al Popolo l’omicidio, e il saccheggio". Il curato Galluzzi, scrive Sahuguet, "aveva affisso sulla sua porta un proclama incendiario". I francesi sono sempre impareggiabilmente ironici. Dopo le fiamme che hanno appiccato a quel paese, spiegano che l’"incendiario" della situazione era stato quel curato, "riconosciuto in tutto il distretto, come il promotore de’ delitti, che si sono commessi". (Lo stesso curato Galluzzi avrebbe poi difeso sé ed i suoi concittadini, ricordando che essi, "poveretti", stavano "senza sospetto e inermi" quando sopraggiunsero "più di mille tra franti, dragoni francesi e sgherri della Romagna co’ cani mastini". A capo degli sgherri, "colla sciabla sfoderata", vi era un sacerdote nativo di Montefiore Conca, ma abitante a Rimini, don Vitali. Galluzzi discolpa i contadini di Tavoleto: "i Forastieri, per lo più gl’Emiliani, a nome di Tavoleto [h]anno commesso contro i Francesi molti saccheggi, ed omicidi, ma non il Popolo del Tavoleto".) Se la caccia che i francesi avevano data ai ribelli scesi a Santarcangelo e di lì messi in "precipitosa fuga", era riuscita alla fine ad approdare al vero colpevole di tutti i "delitti" commessi nel Riminese, cioè ad un povero prete di campagna, gli informatori prezzolati avevano svolto un lavoro eccellente. L’episodio di Tavoleto voleva essere una lezione esemplare di cui furono vittime degli innocenti. Per acquisire il titolo di nemico della patria in armi, basta poco: una critica, un’opinione non corrispondente a quella governativa, un rifiuto agli ordini dati. L’Amministrazione centrale il 10 marzo ha parlato chiaramente: ci sono "alcuni Sedizioni" che "abusando del vantaggio che godono pei talenti, e per i rapporti sopra alla classe degl’Idioti, e degl’Imbecilli, si fanno un barbaro piacere d’affacciar larve spaventevoli agli occhi di questi infelici, per condurli al più grande avvilimento, ed angustia" [SZ, ms. 1195, n. 61]. Chi si comporta così "è indegno del bel nome di Cittadino; è un tiranno deciso de’ suoi simili; è un dichiarato nemico del buon ordine, e della quiete de’ Popoli". Stiano dunque attenti "questi mal intenzionati", perché "l’attuale Governo" veglia su di loro, "ne conta i loro passi, ne tiene a calcolo qualunque loro movimento". I più attivi ed impegnati a "procurare l’adempimento delle Leggi, e lo stabilimento del nuovo Ordine, che va a ripristinare i diritti più sacri dell’Uomo", dovevano essere i preti.

In nome della "Libertà" che campeggiava in testa al documento, l’Amministrazione Centrale imponeva che nessuno "di qualsivoglia classe", parlasse, motteggiasse od operasse "né in pubblico né in privato contro le Superiori determinazioni, e le Autorità costituite"; né osasse appoggiare "lo spirito di contrario partito". L’ordine impartito è detto una "patriottica ed amorevole insinuazione, o sia necessaria e provvida misura". Chi si fosse ribellato ad esso, sarebbe stato punito "alle pene più rigorose cominate dalle Leggi contro i Sussuratori, e Faziosi, ed altre secondo la circostanza de’ casi". La Municipalità di Rimini avvisa il Pro-Vicario Baldini di trovare per Tavoleto "un Parroco saggio in luogo del prete Galluzzi, che si crede miseramente perito nell’incendio. Quand’anco non lo fosse non potrebbe egli sostenersi in un impiego sì male esercitato, né lo vuole il lodato Generale" Sahuguet [AP 503, 2.4.1797]. Il nuovo parroco di Tavoleto avrebbe dovuto essere "saggio", forse, come quello di Saludecio, don Domenico Antonio Franciosi che affrontò i francesi di ritorno verso Rimini con indosso i paramenti sacri, e seguìto da gran folla. "L’accorgimento, esemplato evidentemente su quello ben più celebre di San Leone I, che nel 452 fa retrocedere Attila a Peschiera, ottiene lo scopo, perché il comandante francese, ignaro (o lusingato?) di essere raccostato al re degli Unni, mostra di gradire l’omaggio e prosegue per Rimini senza colpo ferire" [Comandini, Tra due rivoluzioni, p. 116] Il Generale Sahuguet, per il provvedimento, si era rivolto erroneamente alla Diocesi di Urbino. Tavoleto dipendeva da Urbino per i corpi e non per le anime. Sahuguet si era generosamente adoprato per salvare le seconde, bruciando i primi. Sempre in nome della "Libertà".

Se "i montanari sediziosi" si erano ritirati al Castello di Tavoleto, era stato soltanto per un fatto di strategia militare: la posizione del paese sembrava la più adatta per nascondersi. Prima del loro arrivo, a Tavoleto non era successo nulla di particolare; ci si era preparati alla difesa, come in tutti gli altri paesi, per cercare di resistere alle requisizioni francesi. Si narra che il 16 febbraio ottocento contadini si fossero armati, alla notizia di quanto stava avvenendo contro i francesi nell’Urbinate. Il timore di un’imminente repressione armata aveva fatto aumentare l’allarme e, quindi ovviamente, anche le misure di protezione armata. A proposito dei fatti accaduti nell’Urbinate, chiediamo al lettore attenzione per un "supplemento d’indagine".

 

 

 

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