COCCHIS

Abate Giovanni Francesco Odoardus Cocchis

Il giorno 23 agosto1730, all’ età di 45 anni si sposa a Tigliole Anna Antonia della ricca famiglia dei Mo con il dottor Giovanni Antonio Cocchis proveniente dal torinese.
La famiglia risiede a Tigliole e qui il 22 maggio 1732 nasce il figlio Giovanni Francesco Odoardus.
Il 3 maggio 1737, all’ età di cinque anni, viene battezzato dal Rettore Giovanni Francesco Testa, il primo parroco di Tigliole che porta il titolo di prevosto.


Certificato di battesimo

Fanno da padrini il conte Odoardo di San Nazzaro e la marchesa Giulia Malpassuti della Rovere di Casale.
Quando il fanciullo nasce la situazione politica del territorio tigliolese è alquanto particolare: da appena un ventennio Casa Savoia ha fagocitato il Marchesato del Monferrato mentre Tigliole rappresenta ancora un’ enclave papalina nel territorio sabaudo.
Tigliole è “Dominio immediato della Santa Sede” e dipende dalla diocesi di Pavia.
Forse questa situazione di cittadino papalino influenza il suo futuro, infatti egli si indirizzerà agli studi ecclesiastici.
Ad appena sei anni di età, il 23 febbraio del 1738 gli viene a mancare il padre, la madre muore a Tigliole il 18 febbraio del 1754; a soli 22 anni resta senza una famiglia.
Della sua gioventù si riesce a sapere poco, presumibilmente passa il periodo degli studi e buona parte del suo tempo a Torino, infatti le sue amicizie ed i suoi impegni di lavoro lo costringono a vivere altrove ma non dimentica la sua terra di origine e sovente ritorna per trascorrervi un periodo di riposo.
Dai registri dell’ Archivio Parrocchiale sappiamo comunque che il teologo Cocchis è a Tigliole il 10 novembre del 1766 in qualità di testimone per le nozze della Signorina Maria Teresa Borio con il Signor Carlo Ludovico Pansoja di Torino.
Lo ritroviamo a Tigliole il 6 ottobre 1767 come testimone di nozze della Signorina Cristina Saraceno con il Signor Giovanni Pietro Rossi.
E’ nuovamente a Tigliole il 24 aprile 1786 ancora in qualità di testimone per le nozze della Signorina Carlotta Vandero con il Signor Nicola Vercelli.
Sempre dai registri parrocchiali sappiamo che il Teologo Cocchis è a Tigliole il 15 febbraio del 1798 quale testimone di nozze per la Signorina Maria Caterina Goria che si sposa con Girolamo Marello di San Martino.
Quindi, non solo veniva al suo paese natale per riposarsi, ma coltivava anche una serie di amicizie con i notabili del luogo.
Il Cocchis viene così descritto in una lettera, dal suo allievo ed amico poeta l’astigiano Francesco Antonio Morelli, conte di Aramengo:
”Insigne maestro, ottimo uomo, modello di sacerdote, eruditissimo personaggio, briosissimo poeta, amico impareggiabile e gloria di Tigliole d’ Asti, che nel tempo nel Dizionari degli uomini Illustri starà con Arezzo, Certaldo, Ferney e Valchiusa “.
Augurio e profezia che solo in parte si avvererà.
Fu amico ed ospite di Vincenzo Monti, l’ illustre traduttore di Omero, come si rileva da una lettera del 1762 scritta ad un cugino.
Dal Calendario Piemontese dell’ anno 1772 si apprende che era Priore della Regia Accademia Militare (o dei nobili).
Dal Calendario della Regia Corte del 1776 si ricava che il Cocchis era amico e collega di tanti uomini illustri del suo tempo, come il Denina, il Franzini, il Somis ed il Vigo, oltre al già citato Morelli.
Fu Dottore in Lettere e Teologia e uno dei dodici della Classe d’ Eloquenza della Regia Università di Torino, Archivista del Regio Economato Generale, Docente del Regio Collegio Provinciale.
Fu arguto poeta e la maggioranza della sua opera poetica fu raccolta da Onorato Derossi in due volumi. Questi volumetti sono tuttora conservati in varie biblioteche piemontesi assieme a manoscritti di alcune poesie inedite.
Il primo dei due libretti, stampato nel 1783 titola: “Saggio di poesie serie”. E’ una lunga requisitoria di elogi ai potenti del tempo, inizia con il sonetto “ All’ ottimo principe” indirizzato a Re Vittorio Amedeo III, il regnante del momento, l’ opera prosegue con la descrizione poetica dei più importanti eventi della vita dei notabili del tempo.
Vi sono sonetti e poesie realizzati in occasione delle nozze di Giuseppina di Savoia, del Principe di Piemonte, di Carolina di Savoia, del Principe della Cisterna…
Vi sono opere commemorative della morte di Re Carlo Emanuele III e dell’ Arcivescovo di Torino……
Compone pure poesie in occasione della laurea di Prospero Balbo, di Giuseppe Garretti, di Giuseppe Gattinara ed altri. Scrive anche un sonetto in occasione di un compleanno di Caterina II Zarina di tutte le Russie.
L’opera termina con una cinquantina di pagine dedicate alla religione ed alla vita dei Santi.


Teologo O. Cocchis: acquaforte 1780 circa

Il secondo dei due libretti, stampato nel 1783 viene intitolato “Saggio di poesie allegre”.
La prima parte è ricca di poesie briose e piacevoli; qui possiamo trovare il suo ritratto poetico di ventenne da inviare ad un monsignore ignoto, quindi il suo ritratto di quarantenne, dove si descrive più maturo, anche se ancora prestante.
Seguono descrizioni di vita quotidiana, interessanti sono le sue suppliche per la pensione e gli inni al cavallo Turco che corre il Palio di Asti nell’ anno 1774.
Nel lavoro si possono trovare anche opere leggermente licenziose, dove il pensiero viaggia sul filo del doppio senso, come nel caso dell’ “Inno alle bottiglie”; questo non deve stupire in quanto siamo nel ’700, in pieno illuminismo, tempo di cicisbei e di Casanova.
La seconda parte è un trattato in versi di Orazio Flacco sull’ arte poetica.
Del Cocchis parla il Vallauri nella sua Storia della poesia Piemontese:
“… abate Odoardo Cocchis fu collega del Limosino nell’ Accademia dei Pastori della Dora.
Di lui si stampò nel 1785 un saggio di poesie piacevoli raccolte da Onorato Derossi.
Nelle poesie del Cocchis non si incontrano sublimi voli. Né si vede grande immaginativa; ma ti paiono pur sempre degne di lode per una certa spontaneità. Per armonia e per accuratezza di stile…”.
Questo nostro concittadino, insieme al suo illustre predecessore Carlo Maria Borio, è ricordato anche sul dizionario di Goffredo Casalis alla pagina di Tigliole con le seguenti parole:
“….sacerdote e letterato esimio. Laureatosi in teologia; venne aggregato al collegio di belle lettere in questa Regia università, e fu priore della regia accademia dei nobili. Di lui si stampò in questa capitale (1783) un saggio di poesie piacevoli, divise in due volumi: il primo per altro contiene le poesie serie, ed il secondo le scherzose.”
Il 13 aprile 1805 il reverendo don Odoardo Cocchis si spegne all’ età di 73 anni e viene tumulato presso l’altare S.Antonio nella chiesa di Tigliole.
Il decesso dell’ Abate è registrato, in francese, al numero 124 del registro dello stato civile del Comune di Tigliole, dipartimento del Tanaro dell' Impero Napoleonico ed è così espresso:
" Atto di decesso del Signor Teologo Odoardo Cocchis il ventiquattresimo giorno del mese di Germinale dell' anno tredicesimo dell' impero, alle ore sei di sera, vecchio di 73 anni, nato in questo comune, e qui dimorante in casa propria, figlio del fu Signor Medico Giovanni Antonio Cocchis, suo padre, e della fu Donna Anna Antonietta Mo', sua madre. Per la dichiarazione a noi fatta dai Signori Giuseppe Palmaro "proprietaire" di sessantaquattro anni di età e Giuseppe Manfieri "proprietaire" di trenta anni di età, entrambi domiciliati in questo comune e vicini del defunto, i quali hanno firmato il presente atto dopo averne ascoltato la lettura.
Joph Manfieri Joseph Palmaro


atto di morte di Odoardo Cocchis

In chiesa, a Tigliole, vicino al battistero vi è una lapide, ormai scolorita dal tempo che riporta la seguente orazione funebre, redatta dal suo amico il Conte Morelli di Aramengo:
THEOLOGUS EDUARDUS COCCHIS DIVINARUM HUMANARUMQUE SCIENTIA DOCTISSIMUS SUBALPINORUM LYRICORUM FACILE PRINCEPS IN AUGUSTO COLLEGIO TAURINENSI ATHENEI XIIVIR REGIAE ACADEMIAE AD INSTITUTIONEM INGENUORUM EPHEBORUM PRAEFECTUS SE ADEO APUD EXTEROS PROBAVIT ET SAPIENTIORES ITALIAE PROCERES EUM HONORE EXCIPERINT INGENIO VIVIDUS SUAVILOQUUS AEQUANIMUS IN TEMPORUM ASPERITATE VIRTUTEM OBDURAVIT DECESSIT THEYOLIS IN PATRIA IDIBUS APRILIS MDCCCV ANNOS NATUS LXXIII CLERUS DECUS SUUM CONTERRANEI PATRONUM FLEVERUNT CHAROLUS COCCHIS NEPOS COGNATI OPTIMI AD EXVUIAS HIC TUMULATAS MOEREN[TES POSUERUNT IL TEOLOGO EDOARDO COCCHIS NELLA SCIENZA DELLE COSE DIVINE E UMANE DOTTISSIMO CHIARAMENTE TRA I POETI SUBALPINI IL PRIMO NELL'AUGUSTO COLLEGIO DELL'UNIVERSITA' DI TORINO. DUODECEMVIRO PER L'ISTITUZIONE DELLA REGIA ACCADEMIA DEI GIOVANI PREFETTO DIEDE PROVA DI SE' FUORI DELLA PATRIA E I PIU' ELETTI INGEGNI D'ITALIA LO ACCOLSERO CON ONORE. DI VIVIDO INGENIO E DOLCE FAVELLA CON ANIMO EQUO IN TEMPI DIFFICILI PERSEVERO' NELLA VIRTU'. MORI' IN PATRIA A TIGLIOLE ALLE IDI DI APRILE DEL 1805 ALL'ETA' DI 73 ANNI. IL CLERO PIANSE LA SUA NOBILTA' I CONTERRANEI IL LORO PATRONO IL NIPOTE CARLO COCCHIS GLI OTTIMI PARENTI LE SPOGLIE QUI TUMULATE DOLENTI POSERO
In nessun archivio si è trovato traccia di fratelli o sorelle dell’ Abate, ma poiché sulla lapide si fa riferimento al nipote Carlo Cocchis, si può supporre:
che subito dopo le nozze la famiglia Cocchis si sia trasferita altrove e qui sia nato un primo figlio, oppure
che il dottor Giovanni Antonio Cocchis abbia sposato in seconde nozze la signorina Maria Antonia Mo e che fosse già padre di uno o più figli, nati altrove e che mai hanno lasciato traccia nella comunità tigliolese.
In ogni caso, con la morte di Odoardo a Tigliole si estingue la famiglia Cocchis. Eventuali parenti collaterali tigliolesi sono da ricercarsi tra la numerosa famiglia della madre Anna Antonia Mo, seconda di dieci fratelli.
Tuttora esistono alcuni consanguinei del grande letterato.
A Tigliole ne fanno parte le famiglie Remondino, Strocco, Ferrero, Ollino, Cerrato, Torchio, Gai Cavallo, Rabino, Nebbia, Perosino, Goria, Novara e Sesia.
Si arriva ad oggi con un salto di otto o nove generazioni.





Alcuni sonetti tratti dal secondo volume delle poesie del Cocchis

1) ALLE BOTTIGLIE DELLA SOCIALE BRIGATA Schierate lungo la mensa COMPLIMENTO. O Di Bacco amate figlie (a) Soavissime bottiglie, Che benigne rallegrate Degli Amici le brigate, Io v'inchino riverente Di baciarvi impaziente. Voi pur siete della vita Lacrimevole l'aita; Per voi gode, e tutte obblia L'aspre cure l'alma mia, Voi chiudete nel bel seno Un piacer, che non vien meno, Ma che passa fino al sangue, E conforta il cor, che langue. Cari amici, che recaste Quà figliole così caste Da toccarsi senza i guanti, Vi ringrazio tutti quanti: Far carezze io loro voglio, Quali a Donne far non soglio; Le vo' alzar col culo in su, E tentarne la virtù. L'amar queste non è male; Mandan niuno allo Spedale; Son permesse ai Preti, ai Frati, Meglio ancor ch'agli ammogliati. Mai non fanno le ritrose, Mai non son fra lor gelose, Costan poco, anzi ne danno Agli amanti, finchè n'hanno. V'è la bionda, v'è la bruna, Graziosissima ciascuna; Varie son tra lor d'etade, Differenti di contrade, Tutte son degne di stima, Benché nate in altro clima. Ma dirammi talun bieco: E perché non recar teco Una sola almen di queste Signorine sì modeste? Zitto, Amici, voi sapete, Come suole fare il Prete: Soglion sempre i Preti scaltri Far l'amore a spese d'altri. (a) Due volte l'anno si godevano questi frugali pranzi in compagnia d'onorati Amici. 2) IL CELIBATO ILLESO IN GIOVENTU' TRA' PERICOLI. Passare i dì sotto lo stesso tetto Con nobil Donna, giovinetta, e bella, Quanto del Ciel la mattutina stella, Che vaghi ha gli occhi, il crin, le guance, il petto. Mirarne a tutte l'ore il dolce aspetto, Vederla anche talor senza gonnella: Udirne il riso, il canto, e la favella; Avere accosto a lei camera, e letto. Sentirne i detti, ed i sospir soavi, Qualor di notte in su le molli piume Posa, e d'un bel sopore ha gli occhi gravi; E star saldo, e tacer, né alzar la cresta, E dormir queto, ah! certo, oltre il costume, Di celibe virtù gran prova è questa. 3) L’ AUTORE RICHIESTO DI IMPROVVISARE SE NE SCUSA. Deh! lasciatemi in pace , io vo’ star chiotto; Serbiamo ad altro giorno l’ argomento, Ora non me l’ allaccio, e non mi sento; Già la Musa ha votato il suo barlotto. Amico, voi che siete un uom sì dotto, Sapete pur che molte volte a stento Un sol verso può farsi, e ch’ un momento Felice basta a farne poi trentotto. Scusate adunque; ora cantar non posso Quella vostra Padrona tanto bella, Sebbene ha poca carne sopra l’ osso. Se poi la voglia in capo mi saltella Di celebrarla, senza venir rosso, La loderò più che la terza stella. 4) PER IL CAVALLO TURCO Esposto al corso del Palio in Asti nel 1774 Turco gentile, che nel cuor modesto Chiudi tanto valor, e sei sì bello, Di darne prove ecco il gran giorno è questo. E far veder, quanto il tuo piè sia snello. Se torni vincitor, io ti protesto Farti al crine di fior serto novello, E di buon orzo alle tue brame presto Doppio bozzolo avrai, giunto all'ostello. Così al bravo Corsier il suo Padrone. Quegli con occhio lo guatò di sdegno, E parea dir volesse alle persone: Non venni già per interesse in Asti; Ma cerco sol nel glorioso impegno Un'emula virtù, che mi contrasti. 5) RITRATTO SECONDO DELL' AUTORE AD UN AMICO LONTANO SONETTO Abate, il mio ritratto voi volete; Eccomi a' vostri cenni, o bene, o male. Vel fo: felice me! se gradirete Più del ritratto ancor l'originale. Cherco mi pinsi, or mi dipingo Prete; Più non sono qual fui; son però tale A far nei crocchi, come voi solete Ancor qualche scherzetto geniale. Quarantun anno col finir di Maggio Compisco, mese critico da vero, Che mai non diede al mondo un uomo saggio. In me non manca ancor il brio primiero, E del foco Febeo mi resta un raggio; Scrivo assai men, ma bevo più d'Omero. Son amico sincero; Fuggo le cerimonie, e le sassate, Sono modesto, e non so far l'Abate. In santa castitate Men vivo da buon Prete, che la Messa Dice sovente, e talor si confessa. Più della vita istessa Amo la libertà, cerco la pace, L'ozio abborro, e la dieta non mi piace. Ma forse a Voi dispiace, Ch'io non vi faccia il natural ritratto Del mio corpo, giacchè non son mal fatto. Vi compiaccio ad un tratto; Prendo, Signore, in mano altro pennello; Udite mo, se son vezzoso, e bello. Ah! ch'io non son più quello, Che mi dipinsi già, son diciott'anni, E comincio a sentir del tempo i danni. Son già tarpati i vanni: Mancar comincia, e incanutire il crine, E son le tempia oimè! sparse di brine. Troppo largo confine Ha la calva mia fronte, il ciglio ognora Nero mantiensi, e della fronte fuora. L'occhio balena ancora. Ma le gote una volta ritondette Diventano già vizze, e flaccidette. Il naso sembra un sette, Troppo s'allunga, e va scemando il resto, Vo' dir la vista; ho però i denti in sesto Sani, salvi , e protesto, Che fanno a tempo far la lor funzione A pranzo, a cena, ed anco a colezione. Senza discrezione Mi s'allarga la bocca, il mento sporge, E d'appressarsi al naso non s'accorge. Impareggiabil sorge Tra l'ampie spalle il rilevato petto, Né soffre il rimanente alcun difetto. Sono ancor giovinetto Per la buona metà; gambe ho da cervo, Corro, galoppo, e sono di buon nervo. E se il totale osservo, Trovo, che bella è assai la mia statura, Non grasso, o magro, e di giusta misura. Abate, la pittura Qui finisce; il ritratto è grossolano, Ma ve l'original è un bel Cristiano. Alcuni sonetti inediti, manoscritti, forse autografi, ritrovati nella collezione Bosio 6) Per l'immatura morte della Real Principessa Carolina di Savoia Seguita l'anno 1783 SONETTO Se un'alma grande, generosa, e forte, Adorna di virtute, e d'onestate, Se il fior più verde della fresca etate Cangiassero dell'uora l'ultima sorte; E se il passo avvestar potesse a morte Sangue real, e giovanil beltate, Savian per Carolina ancor servate D'Eternità l'adamantina porta. Ma poiché inevitabile decreto Avvolge ognun; Deli ti consiglia, figlio: Cessa di lagrimar, ch'io tel divieto. Sta meco assisa in ciel l'alma beata. A Vittorio così con franco ciglio Di Carlo favello l'Ombra onorata. 7) Al migliore dei Re Vittorio Amedeo III Supplica per la giubilazione SONETTO Rugoso il volto, il crin canuto, e bianco, Carco di lustri più di Maro e Flacco (a) Vo curvo strascinando il debil fianco E celo invan più di un senile acciacco. Dal lungo faticar oppresso, e stanco, Qual misero ronzon spossato, e fiacco, Sotto la grave soma io vengo manco Di questo d' ossa mie Logoro sacco. Onde prostrato a piè del Trono imploro Onorato riposo, e raccomando A Voi La mia vecchiezza, il mio decoro. Degnatevi, o Gran Re ..... La sorte mia, Che dipende da un sol vostro comando, Grata ognor mi sarà, qualunque sia. (a) Virgilio Marone e Orazio Flacco non giunsero agli anni 60 dell' età loro. Umilissimo servitore e suddito affezionatissimo, il teol.o Odoardo Cocchis Priore della R. Accademia. 8) Il gioco di sorte PROIBITO DA S.M. LI XVI. MARZO MDCCLXXXVIII. SONETTO ........cessant fraudesque dolique, Insidiaeque, E vis, E amor sceleratus habendi. Ovid Metam. L.i. Vorace mostro a varie macchie tinto, Di riso a pochi, a più cagion di pianto, Cui le truffe, e rapine eran suo vanto, Un popolo tenea di schiavi avvinto. La cupidigia rea, l'onore infinto, L'inganno, lo spergiuro ivangli a canto, E d'ingiuste speranze al tristo incanto Traea sedotto il vincitor, e il vinto. Dell'oro altrui tiranno ingordo astuto, Or con fraudi, or con leggi il suo talento, Da tutti riscuotea crudel tributo. VITTORIO non soffrì, che de' suoi figli A danno incrudelisse, e in un momento Atterrò il mostro, e gli strappò gli artigli

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