PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Diliberto. Ne ha facoltà. OLIVIERO DILIBERTO. Signor Presidente, il 10 maggio del 1933, in una Berlino cupa, già
segnata dalla barbarie nazista, Goebbels poteva pronunciare le seguenti parole: «Fate
bene questa notte ad affidare alle fiamme le profanazioni del passato. È questa una
forte, grande e simbolica azione, che dovrà documentare, di fronte al mondo intero, la
sconfessione dei fondamenti spirituali della repubblica». Goebbels stava esaltando il
rogo di libri scritti da autori democratici, da autori di sinistra, da autori ebrei o da
autori delle cosiddette razze inferiori, rogo perpetrato dai nazisti il 10 maggio del
1933: un rogo di libri scritti da chi non la pensava come loro.
Tutti i regimi autoritari, sottolineo tutti, tutti i sistemi totalitari si sono posti il
problema della censura e, in particolare, della censura sui libri di storia. Il presidente
Storace sicuramente non sa di aver avuto un ben più autorevole predecessore, vale a dire
l'imperatore cinese che, nel III secolo avanti Cristo, fece costruire la Grande Muraglia,
un imperatore cinese potente e sanguinario. Ebbene, quell'imperatore cinese decretò il
rogo proprio dei libri di storia, tutti i libri di storia, perché consapevole che proprio
il sapere storico e la memoria che esso contiene hanno una valenza politicamente
pericolosa per i tiranni.
Non è un caso - poco ci riflettiamo - che libro e libertà abbiano la stessa radice
linguistica: lo notava amaramente, nel corso dell'esilio, Ovidio, rimembrando appunto che
per colpa di un libro aveva perso la sua libertà.
I libri e ciò che si scrive in essi rappresentano la libertà e la circolazione delle
idee, consentono il progresso degli uomini nella discussione, nel confronto e, se
necessario, nello scontro tra idee diverse. Viceversa, chi non sa opporsi alle idee, chi
non ha argomenti, chi non può o non vuole condurre la battaglia delle idee per propria
pochezza morale o intellettuale, cerca di bruciare quelle idee, di censurarle o di
nasconderle. In altre parole, esercita quella che è stata autorevolmente definita la
pornografia del potere, insita nella censura.
«Là dove si danno alle fiamme i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini»: sono
parole di Heine, non di un comunista.
Ebbene, nell'iniziativa di Storace c'è tutto ciò, ma vi è anche di più. Vi è
l'intolleranza verso la cultura, tipica del fascismo; vi è l'incapacità di opporre altre
idee, diverse e magari opposte, in altri libri da far confrontare nel libero dibattito
culturale; vi è la convinzione ottusa ed autoritaria che un'istituzione pubblica come la
regione possa censurare le libere produzioni intellettuali o comunque giudicarle; ma vi è
anche la volontà, tanto più pericolosa oggi, di sottoporre a controllo l'attività degli
insegnanti nella scelta dei libri come nell'esercizio della propria attività docente.
I giovani di Alleanza nazionale, come è stato già ricordato, hanno creato un sito
Internet per la pubblica denuncia dei docenti ritenuti faziosi, vale a dire contrari alle
loro idee, con il nome del docente e l'indicazione dell'istituto nel quale insegna. Questa
è una vera e propria lista di proscrizione e i giovani di Alleanza nazionale che hanno
assaltato il 15 settembre scorso una libreria, deturpando centinaia di copie di un libro
di testo hanno compiuto un'azione che non può che definirsi un'azione di squadrismo
fascista. Non vedo cosa ci sia di scandaloso a ricordarlo: squadrismo fascista.
Un attentato gravissimo alla libertà di insegnamento, dunque, in spregio ai più
elementari principi della democrazia e della Costituzione. Tuttavia, nell'iniziativa di
Storace vi è anche il tentativo, più subdolo, di delegittimare i fondamenti della
Repubblica e della Costituzione con l'equiparazione della resistenza e dell'antifascismo
alla Repubblica sociale ed allo Stato totalitario.
Una legittimazione a queste idee è stata data, purtroppo, con un contributo anche di
esponenti della sinistra e non ce ne lamenteremo mai abbastanza, perché il sonno della
ragione evidentemente, come possiamo constatare, ha generato i mostri.
Non è un caso che di fronte a tali iniziative grande sia stato l'imbarazzo delle parti
liberali o moderate del Polo delle libertà. Il presidente della regione Liguria: «Non la
voterò»; il presidente Galan: «Non voterò la mozione di AN, sono per la libertà
d'insegnamento»; Buttiglione: «No al controllo»; Pisanu: «Le giuste ragioni hanno
tuttavia suggerito la cura sbagliata»; Casini: «È stato uno sbaglio», sino alla presa
di distanza di Silvio Berlusconi.
Grandissima è stata l'esecrazione di tutto il mondo intellettuale, ad iniziare da quello
ebraico sino a quello cattolico, con la condanna del Vaticano e la presa di posizione
fermissima dell'associazione italiana dei maestri cattolici, non di quelli comunisti.
Allora chiedo: perché il Polo, i cui esponenti principali sono proprietari delle più
importanti case editrici italiane, non ha proposto propri libri di testo? Studiate,
scrivete, fate circolare le idee, perché poi le idee si confrontano.
È stato ricordato anche in questo dibattito, dall'onorevole Selva, quanto succedeva negli
anni settanta; lo ha ricordato in riferimento a mie dichiarazioni. Voglio ricordare
all'onorevole Selva e ai colleghi che a metà degli anni settanta è cominciato un
processo di revisione storiografica proprio sul fascismo, che io non condivido e combatto
culturalmente, che ha avuto un proprio protagonista principale nello storico De Felice.
Quest'ultimo fu criticato da sinistra e vi furono tentativi da sinistra, da una certa
sinistra estremista, nell'università di Roma, di impedirgli di svolgere liberamente il
proprio insegnamento. A difesa di De Felice scese in campo con un articolo memorabile su l'Unità,
allora organo del Partito comunista italiano, un autorevole grande comunista che
rispondeva al nome di Giorgio Amendola; sottolineo che Amendola difese idee che non
condivideva
(Applausi dei deputati dei gruppi Comunista e dei Democratici di
sinistra-l'Ulivo).
Credo che di fronte alla gravità di tutto ciò occorra reagire; non è più tempo di
timidezze perché la posta in gioco è troppo alta. Occorre chiamare a raccolta il mondo
intellettuale, il mondo della scuola, tutte le persone oneste e democratiche; occorre
reagire con la massima durezza, con determinazione. Non si possono abbassare le teste
quando la posta in gioco è, appunto, la libertà.
Vi è un ultimo aspetto dell'iniziativa del presidente Storace, quello di un infortunio.
Storace, con questa iniziativa, ...
GUSTAVO SELVA. Del consiglio regionale più che di Storace, per verità di cronaca!
OLIVIERO DILIBERTO. ...dopo essersi «ripulito», presentato come moderato,
ha rivelato oggi il suo vero volto. In questo modo, con tali iniziative di tipo
autoritario, egli ha mostrato il rischio che l'Italia corre se verrà consegnata a questi
signori: si tratta di un rischio molto grave.
Benedetto Croce, che non mi risulta fosse comunista, usava dire: «Quando piove si apre
l'ombrello, quando diluvia si sta in casa». Oggi diluvia nel nostro paese, ma noi non
staremo in casa. Noi saremo in campo; i comunisti italiani, tutta la sinistra, tutto il
movimento democratico sarà in campo. Vi è uno scontro di civiltà tra due modelli di
società: uno fondato sulla libertà e sull'eguaglianza, uno fondato sull'intolleranza.
Credo che, ancora una volta, noi dovremo batterci - pensavo che nel 2000 non sarebbe
potuto e dovuto succedere - come abbiamo fatto nel 1945, per la libertà. Onorevole Selva,
nel 1945 hanno vinto i partigiani e Storace è presidente della regione Lazio.
GUSTAVO SELVA. Lo hanno deciso i cittadini!
OLIVIERO DILIBERTO. Se aveste vinto voi, se avessero vinto i fascisti nel
1945, noi saremmo in galera, nei campi di concentramento o saremmo stati uccisi.
GUSTAVO SELVA. Questa è un'ipotesi!
OLIVIERO DILIBERTO. Questa è la differenza fra noi e voi (Applausi dei
deputati del gruppo Comunista - Congratulazioni).
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