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la risposta di Vincenzo Visco
Corriere della Sera, 20/11/2000

Caro Direttore,
la lettera inviata da Silvio Berlusconi al Corriere del 19 novembre è francamente sorprendente, e merita qualche commento. Berlusconi infatti, per la prima volta, veste i panni del rigorista, si mostra preoccupato per le sorti della finanza pubblica, stigmatizza il (presunto) lassismo della maggioranza parlamentare, evoca il patto di stabilità, le regole europee, eccetera.

Se queste affermazioni fossero almeno minimamente credibili si tratterebbe sicuramente di una buona notizia: finalmente la destra italiana avrebbe accettato di ragionare in termini di compatibilità, di uso razionale e responsabile delle risorse, di vincoli di bilancio, uscendo dallo stereotipo di propagandismo irresponsabile che l’ha finora caratterizzata.

Tuttavia, come questo inedito approccio si concili con la piattaforma elettorale del Polo ossessivamente proposta e riproposta agli italiani dal volto sorridente del suo capo che ci perseguita oramai da mesi con i suoi manifesti formato gigante, è difficile comprendere. In questi anni, in queste settimane, in questi giorni, Berlusconi si è impegnato a ridurre la pressione fiscale di 10-15 punti (vale a dire di 200-300 mila miliardi), ad aumentare le pensioni di circa 50 mila miliardi, a raddoppiare l’Autostrada del Sole, a costruire il ponte sullo Stretto di Messina, a dare incentivi e sostegno al Mezzogiorno, eccetera.

Ha sistematicamente bollato come dannosa per il Paese ogni politica di risanamento finanziario avvalorando l’idea miracolistica di una ripresa economica e di un riequilibrio di bilancio esclusivamente guidata dalla riduzione delle imposte... Oggi, nel momento in cui l’azione di risanamento prodotta dai governi di centrosinistra, consente, nel pieno rispetto degli equilibri di bilancio, di ridurre le imposte, di accrescere alcune prestazioni sociali, far fronte alle esigenze infrastrutturali del Paese e aumentare considerevolmente le risorse destinate al Mezzogiorno, Berlusconi non è d’accordo e dice che non si doveva fare, senza peraltro indicare una ricetta alternativa credibile, salvo vani riferimenti privi di ogni contenuto a interventi da economia dell’offerta.

Ma anche le argomentazioni che Berlusconi presenta non sono corrette in punto di fatto. Andando per ordine:

a) Per quanto riguarda le entrate, sono ormai tre anni che la normativa tributaria non viene corretta in aumento e sconta anzi progressivi interventi di riduzione. Ciò nonostante la dinamica del gettito è risultata in questi anni di molto superiore a quella che l’andamento dell’economia avrebbe giustificato. In altri termini, se non avessimo ridotto le imposte nel 1999 per il 2000 e nel 2000 per gli anni successivi, la pressione fiscale sarebbe aumentata: Berlusconi avrebbe condiviso questo risultato? Se no, - come sembra - farebbe meglio a tacere. È falso, dunque - come ha esplicitamente confermato ieri anche l’Ocse -, che si siano utilizzate le risorse derivanti dalla maggiore crescita economica (e del resto non era il Polo a negare, ancora a settembre, che in Italia fosse in atto una ripresa non trascurabile?). Del resto, lo stesso Rapporto trimestrale dell’Isae - che Berlusconi cita evidentemente senza aver letto - conferma puntualmente quanto appena detto ed afferma testualmente (nella stessa pagina citata da Berlusconi) che "l’andamento dei conti pubblici rimane, comunque, in linea con i dettami del Patto di stabilità e crescita". Se è questo - superficiale e approssimativo prima ancora che strumentale - il modo con cui Berlusconi pensa di governare il Paese, i mercati non si sentiranno rassicurati.

b) Per quanto riguarda la questione ticket , le riduzioni previste per il 2001 sono debitamente coperte in bilancio. Per gli anni successivi viene prevista invece una importante riforma: il contenimento della spesa sanitaria non viene più affidato al controllo della domanda attraverso i ticket , bensì a quello dell’offerta mediante l’introduzione di budget per i medici, in modo da evitare eccessi di prescrizioni, uniformare i comportamenti della categoria e assicurare pienamente la tutela della popolazione evitando sprechi e anche malversazioni. Il tutto grazie a un monitoraggio costante reso possibile dall’impiego delle nuove tecnologie analogamente a quanto si è già fatto in altri settori, primo fra tutti quello fiscale. E, come dimostra l’andamento del gettito di questi anni, l’efficacia delle nuove tecnologie può risultare decisiva. Non si capisce proprio quindi su cosa sono fondate le preoccupazioni di Berlusconi. Preoccupazioni evidentemente non condivise dai parlamentari del Polo che - per essere sicuri di non sbagliare - si sono ben guardati dall’ostacolare l’abolizione dei ticket approvata alla Camera con soli tre voti contrari, favorevoli tutti gli altri. Forse, nessuno aveva spiegato loro che si trattava di "una cosa di sinistra".

c) Per quanto riguarda le spese di investimento, a fronte di una variazione netta delle spese complessive pari a circa tremila miliardi di lire, la legge finanziaria indica un aumento delle spese in conto capitale di 3.800 miliardi: in altre parole, ogni spazio disponibile sul fronte della spesa è stato destinato a maggiori investimenti da sommare ai 90 mila miliardi circa di spese in conto capitale già presenti nella legislazione vigente. Berlusconi osserva che non basta? Gli si deve forse ricordare che gli investimenti delle amministrazioni pubbliche hanno registrato un punto di minimo fra il 1994 ed il 1995, quando è toccato a lui scrivere la legge finanziaria?

d) Berlusconi invoca, infine, una economia dell’offerta. Ma in cosa consiste una economia dell’offerta? In verità essa si sostanzia in pochi principi: bilanci in pareggio, riduzione progressiva di imposte e spesa pubblica, bassa inflazione, bassi tassi di interessi, privatizzazioni, liberalizzazioni, deregolamentazioni. In altre parole, se si guardasse alla realtà con un minimo di consapevolezza e onestà intellettuale, si dovrebbe riconoscere che la politica economica dei governi di centrosinistra è stata orientata proprio nella direzione auspicata da Berlusconi, e tutti ricordano come il Polo si sia opposto sistematicamente alle privatizzazioni, alla liberalizzazione e, più in generale, a tutti i processi di riforma e modernizzazione del Paese.

La realtà dei fatti è che gli obiettivi che il Paese deve centrare sono sotto gli occhi di tutti e il Polo non può che allinearsi ad essi nella loro enunciazione: ridurre le tasse, aiutare le fasce deboli, perseguire la competitività, sostenere lo sviluppo e, adesso, anche rispettare il Patto di stabilità. Dietro queste enunciazioni propagandate dal Polo con slogan capaci di colpire l’immaginazione, ci sono, però, comportamenti diametralmente opposti: taglio alle pensioni, riduzioni delle tasse soltanto a favore delle imprese e dei ceti più abbienti (anche trascurando i conti dello Stato), ostilità verso la sanità e la scuola pubbliche, opposizione a tutte le modernizzazioni e liberalizzazioni (vedi riforma del commercio o riforma delle professioni), sostegno ai corporativismi. E quando gli obiettivi reali e condivisi, che anche il Polo dice di perseguire per catturare il consenso, sono in realtà concretamente raggiunti dal governo, l’opposizione non ha altra strada se non quella di negare l’evidenza, arrampicandosi sugli specchi nel tentativo di screditare la difficile costruzione realizzata in questi anni e le prospettive che questa costruzione rende oggi possibile per il futuro. E non a caso: c’è, tra le cose che il Polo propaganda e quelle che fa, una contraddizione profonda e consapevole. Al di là degli slogan, al di là degli atteggiamenti demagogici, l’obiettivo di Berlusconi è distributivo: mettere a tacere con pochi soldi chi ha veramente bisogno per spostare ingenti risorse a favore di chi già ha e non è mai sazio.
La proposta di politica economica del Polo, l’unica comprensibilmente indicata finora, consiste esclusivamente nell’ipotesi di una massiccia riduzione delle tasse (riservata quasi esclusivamente a pochi), accompagnata da una deregolamentazione senza criteri e da un robusto aumento della spesa pubblica. Così stanno le cose, e tutti lo sanno; e più degli altri lo sanno i mercati finanziari che ancora ricordano come l’applicazione di queste ricette nel 1994 portò a un incremento del differenziale dei tassi di interesse italiani di circa tre punti, pari a circa 50 mila miliardi dell’epoca che gli italiani hanno dovuto successivamente pagare in termini di maggiori imposte e minori servizi. Vorremmo evitare che l’esperienza si ripeta.

Vincenzo Visco
Ministro del Tesoro
20 Novembre 2000

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