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  Patrimonio S.p.A.: cultura in vendita

di Daniele Manacorda

�Il patrimonio culturale italiano - scrive Salvatore Settis � non � mai stato minacciato quanto oggi, nemmeno durante guerre o invasioni: perch� oggi la minaccia viene dall�interno dello Stato, le cannonate dalle pagine della Gazzetta Ufficiale�. Settis � uno dei pochi archeologi italiani che siano conosciuti al grande pubblico: le sue parole, 
tratte dal suo ultimo libro, che affronta nodi fondamentali del rapporto fra cultura, societ� civile e istituzioni, cadono quindi come pietre sulle coscienze dell�opinione pubblica italiana. Nel testo (S.Settis, Italia S.p.A. L�assalto al patrimonio culturale, Torino, Einaudi 2002, 150 pp., � 8,80) si respira una evidente tensione morale, sostenuta da una altrettanto manifesta libert� di pensiero, che rende ancor pi� efficaci i giudizi affidati a quelle pagine e le proposte che vi sono illustrate. Il libro � infatti un saggio, ma anche uno strumento di battaglia ideale, che, non facendo sconti a nessuno, accomuna i passati governi e l�attuale in un giudizio assai negativo. Anche se solo le ultime drammatiche accelerazioni conseguenti alla legge che ha istituito le societ� Patrimonio dello Stato S.p.A. e Infrastrutture S.p.A. (di qui il titolo del libro) hanno fatto precipitare gli eventi. 
Si � cos� determinata quella che (al recensore almeno) sembra una forte discontinuit� qualitativa tra gli operati criticabili delle precedenti amministrazioni e gli scenari che la nuove legge spalanca, che mettono a rischio la salvaguardia stessa della nostra memoria, anzi � direbbe Settis - della nostra anima. Ma andiamo con ordine. 
Il nostro patrimonio culturale � questo � il filo conduttore del ragionamento - � il fulcro della nostra identit� nazionale e della nostra memoria storica. E� diffuso nelle citt� e nelle campagne, sui monti e lungo le coste: � un patrimonio che incontriamo �anche senza volerlo e anche senza pensarci�. Il capillare intreccio di bellezze storiche e naturali � il tessuto connettivo del nostro paese, un caso unico al mondo per contiguit� e continuit� tra opere alte e opere cosiddette minori, che insieme danno vita al nostro bene culturale pi� prezioso, cio� il contesto, che lega tra di loro le opere sparse nel territorio, i musei che le accolgono, i cittadini stessi. Questo �, infatti, per Settis, il punto centrale. Noi cittadini (e non solo una �lite intellettuale, che pur in Italia fortunatamente esiste) ci sentiamo parte di questo contesto, e di quella �secolare cultura della conservazione� messa a punto dagli Italiani per generazioni e generazioni nelle istituzioni e nella coscienza civile. E� un sentimento e una prassi che con bella immagine Settis definisce come �un dato essenziale dell�essere italiani, che, come i gesti e la lingua, si trasmette e si radica senza che ce ne accorgiamo�. Per una fortunata coincidenza questo patrimonio � oggetto anche di una recentissima pubblicazione (S.Dell�Orso, Altro che musei. La questione dei beni culturali in Italia, Roma-Bari, Laterza 2002, 193 pp., � 14,00), che con la pacatezza e il piglio dell�indagine giornalistica d� un�immagine aggiornatissima, fitta di cifre e di esemplificazioni, dello �stato delle cose�, passando in rassegna la natura dei beni (pubblica, privata, ecclesiastica�), il rapporto con il paesaggio, il contenzioso fra centro e periferia, le risorse economiche, il tema attualissimo dell�impresa culturale, del mecenatismo, dell�economia indotta dal turismo culturale, i vecchi e i nuovi protagonisti. Si tratta di una lettura avvincente che far� da sfondo, con la asciutta ma non distaccata presentazione dei dati, al tema sollevato dallo stesso Settis che, per quanto riguarda la gestione del patrimonio artistico, viene da una lunga esperienza maturata negli Stati Uniti come Direttore del Getty Research Institute di Los Angeles. Gli italiani � ci conforta dunque Settis - in materia di patrimonio culturale non hanno da imparare quanto piuttosto da insegnare, perch� l�ampliamento del concetto stesso di patrimonio artistico � un prodotto della cultura italiana. E� anzi questa consapevolezza che ci fa sorridere delle sciocchezze che periodicamente riecheggiano a proposito di quale percentuale di beni culturali sarebbe custodita nel nostro Paese, e che ci dovrebbe far essere gelosi custodi del �modello Italia�: un modello che riconosce nel patrimonio culturale un insieme organico di manufatti e paesaggi che costituisce un elemento irrinunciabile della nostra stessa identit�. Per questo i beni artistici e storici hanno avuto sempre un ruolo centrale nelle strategie di gestione dello Stato, che ha il compito di proteggerli �o assicurandosene la propriet� o stabilendo norme di tutela applicabili anche a quanto resta in mani private�. Grazie alla gestione pubblica noi tutti esercitiamo la sovranit� popolare su questo patrimonio garantendone la massima accessibilit� (� il tema della valorizzazione) e assumendoci la responsabilit� di preservarlo per le generazioni future (� il tema della tutela dei beni culturali): una tutela concepita non solo come difesa dell�esistente, ma come attivit� costante di conoscenza (� il tema della ricerca). Questa funzione � stata a lungo saldamente nelle mani dello Stato. Poi qualcosa nel meccanismo si � rotto, paradossalmente in coincidenza con la nascita di un ministero apposito, quello appunto dei Beni Culturali, che avrebbe dovuto rafforzare l�efficienza della mano pubblica sul settore. In questi anni sono stati discussi nuovi modelli di organizzazione della tutela, anche in relazione alla nascita delle amministrazioni regionali. Ci si potrebbe domandare, ad esempio, come mai ad un �modello Italia� che � come scrive Settis - �concepisce come un tutto unico la conservazione dell�ambiente, del paesaggio, delle citt�, degli edifici, dei quadri, dei manoscritti� si sia continuato a far fronte sinora con un sistema di soprintendenze territoriali s�, ma che operano secondo rigidi settori disciplinari (arte, archeologia, architettura�) mutuati dagli steccati accademici, e si sia guardato come il fumo negli occhi a quelle Soprintendenze unificate che avrebbero potuto dare il segno di un�amministrazione che affrontava con unicit� di metodi e di intenti ci� che nel territorio � appunto intimamente legato. Non � questo, comunque, che Settis discute nelle sue pagine (che se hanno un aspetto da sviluppare � quello dello iato che si � venuto creando tra principi ispiratori della gestione del nostro patrimonio culturale e forme di attuazione di quella gestione), quanto la deriva pi� recentemente avviata dalla concezione economicistica del nostro patrimonio. Questo, infatti, se ha un evidente valore, non per questo deve necessariamente avere anche un prezzo, non necessariamente doveva tramutarsi da patrimonio su cui investire in una risorsa da spremere. Il vulnus risale anche a una malintesa concezione del ruolo delle tecnologie nell�amministrazione del patrimonio culturale, che chiam� i privati �a surrogare le deficienze dell�amministrazione, date per insanabili�, e all�iniziativa dell�allora ministro Ronchey, che apr� ai privati le porte per la gestione dei servizi all�interno dei musei: su quella strada si sarebbero poi succeduti i provvedimenti di altri ministri �innovatori�, come Veltroni e Melandri e, ultimamente, Urbani. Il recensore, personalmente, ritiene che, se un addebito va fatto all�operato del ministro Ronchey, questo riguarda il provvedimento che impose spropositati diritti di riproduzione per le opere di propriet� statale, che ha dato un colpo duro alla ricerca scientifica nel settore e alla buona divulgazione, nell�illusione che la redditivit� dei nostri beni culturali dovesse essere misurata in termini grettamente patrimoniali invece che in termini macroeconomici (ci� che conta infatti � l�indotto che il nostro patrimonio culturale produce per l�economia nazionale). Settis non guarda affatto con ostilit� al ruolo dei privati nella gestione dei beni culturali, ma richiede giustamente chiarezza. Altra cosa, infatti, � il lodevole mecenatismo (che in Italia non ha una grande tradizione), altra cosa sono i possibili accordi di collaborazione che vanno giudicati caso per caso nel concreto delle premesse e dei risultati, altra cosa, infine, � una visione che valuti questo intervento non in termini di risultati culturali ma di bilancio. La pericolosa confusione che si � andata creando fra l�affidamento ai privati della gestione prima di alcuni servizi e poi degli stessi beni culturali apre infatti la porta ad una separazione tra tutela dei beni e loro gestione che significa dare allo Stato in prospettiva le perdite e ai privati i profitti (in assenza dei quali ci si pu� solo attendere un calo nella qualit� dei prodotti, della protezione del patrimonio, della sua stessa accessibilit�). Ma solo la Pubblica Amministrazione � osserva Settis - pu� avere un concetto allargato di ricchezza e favorire meccanismi di compensazione fra aree �forti� e aree �deboli� del sistema. E allora: �non sarebbe meglio che il denaro pubblico fosse speso per far funzionare la macchina pubblica?�. Invece di abbandonare in uno stato di crisi l�amministrazione dei beni culturali favorendone una elefantiasi burocratica per poi proclamarne l�inefficienza delegando ai privati le funzioni di uno Stato pesante ma debole, quanto meglio sarebbe stato rafforzare questa macchina amministrativa e darle quindi le leve per governare anche un proficuo inserimento dell�iniziativa privata nella gestione del patrimonio di tutti. E� una conclusione condivisibile nella convinzione che non si tratta tanto di difendere l�attuale inefficiente centralismo, quanto di concepire una riforma dell�amministrazione, che costruisca un sistema unitario che renda meno conflittuale, anzi sinergico, il rapporto fra centro e periferia, modellando uno Stato pi� leggero, ma pi� forte, dotato di funzioni delicate ed altissime, che detti le regole del gioco e ne controlli l'osservazione, che possa cos� riqualificare il suo ruolo nazionale. Occorre cio� chiamare tutte le competenze disponibili - e quindi, perch� no?, anche i privati - a partecipare a un �sistema della tutela�, di cui facciano parte le Regioni, gli Enti locali, le Universit�, sul cui ruolo per la ricerca e per la formazione di nuovi profili professionali Settis avanza proposte concrete. (A proposito di formazione, � il caso di segnalare l�uscita di un bel manuale, che, articolato in tre moduli dedicati ai principi della legislazione in materia di beni culturali, all�esercizio pratico della tutela e al sistema dei musei, unifica in una trattazione informata ed aggiornata una materia che dovrebbe avere sempre maggiore spazio sia nei corsi scolastici che in quelli universitari: F.Bottari-F.Pizzicannella, L�Italia dei tesori, Bologna, Zanichelli 2002, 312 pp., � 16,80). Ma le cose vanno in tutt�altra direzione. Ormai siamo in presenza di un mostro che, come il Crono di Goya che divora i suoi figli sulla copertina del libro, mette in vendita il nostro patrimonio culturale, tra vecchie caserme e caselli ferroviari, in una lunga lista di gioielli di famiglia. Attraverso la Patrimonio S.p.A, creata �per la valorizzazione, la gestione e la alienazione del patrimonio dello Stato�, pu� partire l�assalto a un patrimonio, che � costituito per la sua massima parte da beni culturali. La legge istitutiva prevede (art. 7, comma 10) anche il trasferimento di beni pubblici �di particolare valore artistico e storico�: per effettuarlo bastano le firme di due soli ministri (se non saranno gli attuali, potrebbero essere quelli di un prossimo governo fra 5 o 10 anni, ma potranno farlo, per legge, e non si potr� tornare indietro). Il Presidente Ciampi ha scritto una lettera molto preoccupata al Presidente del Consiglio per rammentargli che la nostra Costituzione tutela i beni pubblici �in primo luogo quelli culturali e ambientali, che costituiscono identit� e patrimonio comune di tutto il Paese�. Il Presidente Berlusconi ha risposto che si pu� restare tranquilli, perch� la legge prevede s� meccanismi che consentono di alienare anche ci� che � di particolare valore artistico e storico, ma servir� solo a vendere �terreni e immobili di non particolare pregio�. E dove cade questo confine? si domanda Settis. Quanta approssimazione, quanta confusione � se solo di questo si tratta � dobbiamo registrare noi cittadini ai pi� alti vertici del potere esecutivo? Perch� si vota una legge che apre prospettive gravissime per il futuro del nostro patrimonio e poi si afferma che non si ha intenzione di applicarla, che possiamo stare tranquilli? E invece non c�� da stare tranquilli; ed ha ragione Settis nel manifestare il suo stupore di fronte alla relativa assenza di reazioni da parte anche dell�opinione pubblica pi� avveduta. Come se la cosa fosse talmente grossa, talmente impensabile, che si stenti a credere che possa essere vera. Eppure � cos�. Non vorremmo tradire il pensiero dell�autore, se interpretiamo il suo allarme come un accorato appello a �resistere, resistere, resistere�. Non vogliamo sentirci chiamare �i talibani di Roma�, come ha scritto un importante quotidiano tedesco, che con questo titolo ha informato i suoi lettori del fatto che, con la nuova legge sull�alienazione del patrimonio dello Stato, �l�Italia sta per svendere i propri beni culturali�.
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