DESCRIZIONE DEL DOLCE STILE ETERNO Nell’ambito dell’Accademia Alfieri, nata a Firenze, nel 1983, con l’obiettivo di promuovere interessi artistici e particolarmente quelli legati alla letteratura e al teatro, proprio nell’ultimo decennio del secolo, si è formato attorno al presidente Dalmazio Masini un cospicuo gruppo di poeti che hanno operato la coraggiosa scelta di esprimersi esclusivamente in versi canonici, raggruppati secondo le tradizionali forme metriche dove la rima è elemento centrale di caratterizzazione e di bellezza. Coscienti che “la grande letteratura insegna a cercare la libertà attraverso una coerente disciplina di forme tradizionali” (tanto per citare un nostro contemporaneo, il regista Mario Missiroli), questi poeti in un impulso di protesta contro il mercato del “brutto”, contro il credo del “tutto è arte”, contro l’abitudine, le mode, l’impegno più o meno fasullo, si sono costituiti come quell’avanguardia che ha come scopo la conservazione e la prosecuzione della tipica poesia italiana. Il nome di questo movimento poetico, Il Dolce Stile Eterno, è stato coniato da Dalmazio Masini che l’ha lanciato per la prima volta a metà degli anni ’80 come titolo di una sua rubrica sulla rivista “Toscana Arte 2000”. E’ evidente il riferimento al Dolce Stil Novo proprio per sottolineare il recupero formale operato da questo gruppo: l’aggettivo “dolce” riguarda l’amalgama linguistico-metrico-sintattico, insomma la soavità di questo stile che era “novo” ai tempi di Dante e dopo 8 secoli può ben dirsi che ha il sapore dell’eternità, grazie anche all’uso di un linguaggio attuale, allineato ai tempi e quindi comprensibile. I principi su cui si basa questa poesia, in aperta contrapposizione a quelli espressi dalla poesia novecentista (in particolare dall’ermetismo e dalle neoavanguardie degli anni ’60-’70), sono i principi della verità e della semplicità, con il richiamo ai valori più genuini come l’amore, l’amicizia, gli affetti familiari, escludendo la retorica e la falsità. I temi prediletti sono quelli d’amore, inteso in tutte le sue manifestazioni, ma non vengono scartati né quelli sociali né quelli legati alla storia né quelli della quotidianità; anche la natura entra spesso nel racconto lirico soprattutto a rappresentare gli stati d’animo. Lo stile è sempre elevato, anche perché non disdegna nessuno degli istituti metrici tradizionali, neppure i più chiusi, come il sonetto, anche quando l’argomento fosse di natura giocosa. Il linguaggio, in netta contrapposizione con la distruzione totale operata dai futuristi ed anche dal lessico privo di sintassi delle “parole in libertà”, si snoda attraverso il corretto uso dell’armoniosa lingua italiana nei vari modi possibili: può essere letterario o colloquiale, ma mai banale o volgare. Si ottiene così una poesia “popolare”, comprensibile, che parla al cuore della gente, perché è scritta col cuore e suscita emozioni e suggestioni di bellezza, intendendo per “popolare” la poesia che “incatenata” da rime, “legata” da architetture metriche, “inscatolata” in schemi strofici, è uscita dalle pagine dei libri (almeno da quando i libri esistono) e passando di bocca in bocca è riuscita a viaggiare nello spazio e nel tempo. Al contrario quella poesia innovativa del ‘900, dove l’innovazione si è consumata tutta nel verso libero e che si è spinta fino a perdere i confini tra poesia e prosa, proprio questa cosiddetta “poesia libera” è la vera prigioniera, condannata ad essere ergastolana rinchiusa nei libri e ad uscirne per quei pochi minuti d’aria che qualcuno decide (o è costretto) a concederle. Non dimentichiamo poi che la poesia è nata per la voce, per essere recitata, anzi cantata e, modellata originariamente sui rigorosi ritmi musicali, quando ha divorziato dalla musica, si è data delle regole ritmiche per ritrovarne una sua interna. Il recupero formale che costituisce la base de “Il Dolce Stile Eterno” non si è risolto tutto nella riscrittura delle forme classiche in chiave neomoderna, ma si è spinto oltre, addirittura alla creazione di una nuova forma poetica poggiata su regole ben precise. Dalmazio Masini nell’autunno del 1995 scrisse “Ottobre” in un gioco di quartine incatenate che subito innamorò Gioia Guarducci. La poetessa ideò il nome di “Rondò Italiano” per questo costrutto metrico e Mario Macioce nel Laboratorio di Poesia lo ufficializzò come “una delle più belle forme della poesia italiana di tutti i tempi” e la propose come esercizio di perfezionamento metrico ai propri allievi. (Elena Zucchini) Sul sito ufficiale dell'Accademia Alfieri si possono trovare schede di metrica.