CONCORSO GIOVANNA DE MARTINI 2008 POESIA PRIMA CLASSIFICATA ex aequo DI LÀ DALLA FINESTRA, IL MARE Maria Luperini Panna di Genova Mio padre sedeva al tavolo della cucina. Mia madre scostava la sedia e si sedeva accanto, finiti i lavori, senza far rumore. Era questa la loro vita insieme: ci stupivamo delle loro diversità, e gridavamo d'essere felici. Solo adesso, nel ricordo, sappiamo come può essere silenzioso l'amore. E in questa stanza vuota, dal tavolo solitario, mi riconosco e li rivedo simili nell'onestà degli occhi. E l'immortalità cerco nelle cose, al loro posto come se ci fosse chi s'aggira per casa senza far rumore. Di là dalla finestra, il mare. Lo vedevo lontano, sentivo frangersi i flutti sulla diga delle nostre placide acque. L'amore riempiva il tempo dell'attesa di farci grandi: il mondo era laggiù, che ci aspettava. POESIA PRIMA CLASSIFICATA ex aequo PERGENTINO Rodolfo Vettorello di Milano Non sono fiori questi giochi nell'erba, Pergentino. Hanno bagliori come bengala accesi nella notte e diventano rose solo in mano al fanciullo che li coglie. Rose di carne, rose di prateria, rosse vermiglie. Non raccogliere fiori, Pergentino, né bambole piccine, né pupazzi. Nessuno ha spento il sole, Pergentino, né il lume a notte. Stasera innanzi al fuoco racconterò la storia del bambino che ha lasciato i suoi occhi tra l'erba verde e il cielo di cobalto. Un bagliore di fiamma e un cupo tuono hanno zittito i grilli e le cicale. Ma soltanto per poco. In un istante la vita è ritornata scintillante nel prato grande e il cielo al volo degli uccelli e agli occhi che possono vedere. Stasera, come svolano i falchi sopra l'aia, racconterò per te. Come la chioccia con i suoi nati, cerchi rifugio, e la poiana disegni cerchi in cielo, come a dire e ridire e dire ancora: non si toccano i fiori Pergentino. POESIA SECONDA CLASSIFICATA SOLCHI PROFONDI Rosella Biagioni di Castagneto Carducci LI Giravano le vecchie ruote del mulino lente e pesanti. Le nostre orme bianche scolorivano nelle vecchie pietre. Aspettando quel pane fragrante si correva nel vecchio borgo abbracciati al vento di libeccio. Trascino i miei ricordi come un aratro che scava solchi profondi. Tace nell'ombra la vecchia casa in cima alla collina in una tegola rotta del tetto una rondine ha fatto il suo nido. I solchi profondi si sono riempiti di speranza. Tenera, silenziosa. Forse se getto un sasso nel pozzo vedrò fiorire tante lune colorate e ridenti come il mio cuore ritornato bambino. POESIA TERZA CLASSIFICATA LA POLENA Simone Morini di Genova Nella tua veglia è l'insonnia dei sogni del mare; protesa in un'ansia d'orizzonte, tu e la tua muta esultanza nello scorgere Itaca. PREMIO SPECIALE “LA LUCE DELLA POESIA” QUANDO MUOIONO GLI OCCHI Raffaele Piras di Quartucciu CA In questo mattino che accoglie festosi cinguettii, m'è doloroso vederti protendere le mani per misurare i confini dell'esilio, amico caro. Ti sento sgomento e provo a chiudere gli occhi per entrare nello stesso abisso ma già desisto turbato dalla profondità della notte che tuttavia mi fa meglio comprendere il rimpianto che ti brucia il cuore. Piango nel vederti spalancare l'occhio spento e saperti in balia della fuliggine che cancella immagini e colori. Ma quando muoiono gli occhi non tutto è tomba perché l'anima si veste di luce e accende i sogni. Deglutisci pure singhiozzi, amico caro, ma non rinnegare il tuo, perché affetti e ricordi dimorano in noi e non hanno bisogno di fiaccola per muoversi nel buio. PREMIO SPECIALE “GIOVANI” (ex aequo) CREPUSCOLO Mariarosaria Guastafierro (n. 1991) di Boscoreale NA Con il suo pallido candore il fiocco imbianca la vallata verde, e il crepuscolo sereno di questa serata ha illuminato i cristalli infreddoliti. La neve della notte ha ormai ingessato la mia casa, gelato ogni chioma. I tuoi occhi, invece, lucenti come il ghiaccio e preziosi come diamanti, hanno appiccato il fuoco della passione in un cuore che non ha mai visto la luce. LA MUSICA Gloria Pinzuti (n. 1995) di Abbadia S. Salvatore SI La musica è una magia rende speciale la fantasia s'impadrona del mio cuore suscitandomi stupore. Senza colore e senza età può spaziare qua e là, offre brani melodiosi suoni belli ed armoniosi. Musicista e suo strumento van d'accordo ogni momento c'è fortissima emozione non c'è mai separazione. Della musica i bei suoni rendon calmi lampi e tuoni, fan cantar tutti gli uccelli con motivi vari e belli. Spesso è ritmica veloce che risveglia toni e voce, ti dà gioia e pur tristezza senza perdere bellezza. Spesso lei mi porta via è sovrana in vita mia. PREMIO SPECIALE “DIALETTO” (ex aequo) I CARROGGI, CASBA DE ZENA Adua Casotti di Genova (dialetto genovese) De derrê a-o pòrto affondòu inte ægue amäe, carroggi streiti cæ in fïe parallelle comme rive de 'n sciumme de sécoli che i raggi de sô no peuan intrâghe drento: sciumme ascoso da de mampæ de ciumento. Butteghe piccinn-e con mille memöie àrvan e arve in sce di vegi battenti e e gente pan de feugge cæite inta derlùia, e rebellæ, feugge neigre, gianche, giane, che ammïan o çê tròppo ærto. Feugge despiæ che inti veui di scilensi éxitan a seu mercansìa sotta voxe. Feugge lasciæ in bando in çerchia de sosto con di fangòtti pin de strasse che se i tégnan streiti comme di texöi. Son feugge destaccæ da-a mæxima ramma che se deféndan unn-a con l'ätra inta comprixitæ do mæximo destin. Traduzione:I VICOLI, CASBAH DI GENOVA Dietro il porto sommerso d'acque amare, vicoli stretti case in file parallele come sponde d' un fiume secolare che raggi di sole non riescono a penetrare: fiume nascosto da paraventi di cemento. Piccoli negozi dalle mille memorie apron l'ante su vecchie soglie e le genti paion foglie cadute nella piena, trascinate, foglie nere bianche gialle, che guardano il cielo troppo alto. Foglie disperate che nei vuoti di silenzi offrono la loro merce sottovoce. Foglie abbandonate in cerca di ripari con fagotti pieni di cenci tenuti stretti come tesori. Son foglie staccate dallo stesso ramo che si difendono l'une con l'altre nell'omertà della stessa sorte. SENTÉ DRA MIMORIA Pietro Baccino di Savona (dialetto di Giusvalla) A vöi rivè cianîn an züma ar bric, senté ch’u monta au su, ciapè ch’u brüxa: l’è apena sunò in bót ar campanîn e ra gent, stoia a tóra, a rešta an ca. U n’j’è nisciûn an gir e i sotan via grilére a déx, a zent, chi smijan préie šparoie da na fionda di matoti. Ans’j’erburi u travaja in bancarè: r’amixa ziora a pasa ra só ištò a fertè r’j’ore d’resia ruzinenta, e a canta ra só vita an alegria. L’ovia a se rpósa e i parpajôgni gioni i van da sciura a sciura a cöj l’amé. A j’ö šciancò in sciusciôn ch’u perd ra smenza tra l’erba šquoxi seca da tajè e a zérc tra föja e föja ra cucala ch’a pariva da fiöi ai ögi nóšci na pipa da fümè. Quanci agni i son ch’a j’uma lasciò i zöi e l’inucenza: trópi, mi a cred, e u’m pia in pó d’magôn, u senté u s’fa ciu grév e u manca u sciò. Ma an ot, là suvra j’erburi a se špórz na gianca e scióca nivura, ch’a conta fóre dlicoie e lgére drice ar cö. Traduzione: SENTIERO DELLA MEMORIA Voglio giungere lentamente in cima alla collina, sentiero che sale al sole e roccia che brucia: è appena suonata l’una al campanile e la gente, seduta a tavola, resta in casa. Non c’è nessuno in giro e saltano via cavallette a dieci, a cento, che sembrano pietre sparate da una fionda di bambini. Sugli alberi lavora un falegname: l’amica cicala passa la sua estate a sfregare le ali di sega arrugginita e canta la sua vita in allegria. L’ape si riposa e le farfalle gialle vanno da fiore a fiore a cogliere il miele. Ho strappato un soffione che perde i semi tra l’erba quasi secca da tagliare e cerco tra foglia e foglia la galla che sembrava da bambini agli occhi nostri una pipa da fumare. Quanti anni sono che abbiamo lasciato i giochi e l’innocenza: troppi, io credo, e mi prende un po’ di tristezza, il sentiero si fa più faticoso e manca il fiato. Ma in alto, là sopra gli alberi si affaccia una bianca e soffice nuvola, che racconta favole delicate e leggere dirette al cuore. PREMIO SPECIALE “SORRISI DI...VERSI” (ex aequo) IL MIO RIFUGIO Elisa Ciabattini di Bibbiena AR Ho imparato a nascondermi. Di me non lascio tracce. So mettermi di traverso e trattenere il respiro. M'aggiusto in poco spazio. Non gravo su appoggi o corrimani. Posso sospendermi -se necessario- e accadere più tardi. Sosto con cautela, osservo il silenzio, vigilo e veglio. E non mi faccio sorprendere: chiudo gli occhi all'occorrenza. Né ho modo di perdermi: non varco il perimetro che mi contiene. Confino con il mondo: sono il mio rifugio. PREGHIERA DI UN BAMBINO (dopo la morte del suo bianco barboncino toy) Carlo Di Gifico di Genova Perché, Gesù, il Nene m' ha lasciato? Mamma dice che l' hai chiamato tu, senza di lui mi sento abbandonato. Senza di me cosa farà lassù, fra gli angeli a giocar nel Tuo giardino? Ci trovavamo tanto, tanto bene, anche se io non ho che un terrazzino, dove mi divertivo con il Nene. Lo chiamo. E’ troppo in alto. Non mi sente. Come due fratellini ci amavamo. Puoi chiederlo alla mamma e ad altra gente. Nella mia strada insieme correvamo. Dormiva accanto a me, sulla poltrona Me lo mandasti Tu per il Natale, avvolto in una comoda borsona, fra tutti i doni certo il più speciale. Se me l' hai tolto per i miei capricci, per qualche dispettuccio a mia sorella, che grida sempre se le tiro i ricci o se rovisto nella sua cartella, prometto di lavarmi orecchie e collo mi metterò a mangiare la verdura, non sputerò mai più tacchino e pollo, non farò più le beffe a zia Ventura. Darò tanti bacini a mia sorella, se avrò la tosse, mi farò curare, lascia che il mio Nenino, la mia stella, ritorni a casa, fammelo abbracciare.