L’ATTESA Stava lì, accovacciato, sempre nello stesso angolo, senza fiatare. Era comparso all’improvviso, ma per i frequentatori della stazione era diventato ben presto una presenza consueta, che veniva tollerata; anzi se qualcuno esprimeva disappunto sul suo trovarsi lì, c’era subito qualcun altro che diceva “Non fa male a nessuno, in fondo” e qualche mano più caritatevole gli offriva addirittura un po’ da mangiare, un po’ da bere. I passanti occasionali, invece, lo guardavano dapprima con diffidenza, per poi distogliere lo sguardo in fretta, infastiditi dall’evidente miseria e andare oltre veloci, dimenticandolo immediatamente. Lui stava nel suo cantuccio, con gli occhi sempre semichiusi: impossibile catturare il suo sguardo! Se non fosse stato per il petto che si sollevava e abbassava ritmicamente, sarebbe sembrato morto. Nulla pareva attrarre la sua attenzione o turbare quell’immobilità totale: neppure gli procurava un trasalimento la voce metallica che esplodeva repentinamente preceduta da un cicalino spaccatimpani, per poi perdersi negli sbuffi dei treni. Non lo disturbavano quegli sbuffi, né gli stridii, né i tonfi, sospiri dei lunghi serpenti metallici o prodotti di persone frenetiche; né tanto meno lo spaventavano, perché li conosceva bene, facendo ormai parte del tessuto della sua vita. Ma sotto quelle palpebre gli occhi vigili tenevano tutto sotto controllo e le narici respiravano tutti gli odori e gli orecchi percepivano tutti i rumori, anche se non un muscolo tradiva l’intensità della sua concentrazione. Aveva imparato a decodificare gli intendimenti delle persone dalle gambe, gambe quasi sempre frettolose, che passavano all’altezza dei suoi occhi. Quelle che aveva maggiormente impresse nella memoria erano gambe blu con righe rosse sui lati, gambe che, non si sa se per esperienza diretta o per un’informazione stampata nel suo DNA, lo inducevano a predisporre la sua fisionomia alla massima innocenza: i suoi occhi diventavano liquidi, vaghi e lontani, tutto il suo corpo si configurava alla stregua del suo angolo e, al massimo livello delle sue capacità mimetiche, si rendeva quasi trasparente. Un osservatore acuto avrebbe notato un impercettibile sospiro di sollievo uscire dalle sue labbra quando quelle gambe si allontanavano senza nemmeno rallentare, ma nessuno lo osservava mai così a lungo da cogliere tali minime variazioni. Le gambe che amava di più erano snelle. La felicità gli montava nel cuore, quando le vedeva comparire. Avrebbe desiderato buttarsi al collo della proprietaria, ma si forzava a mantenere il suo atteggiamento distaccato, ben sapendo che un tal gesto sconsiderato sarebbe stato frainteso e gli avrebbe fatto perdere quell’invidiabile postazione. Ma che fatica essere prudenti e razionali, quando quelle gambe gentili si avvicinavano e un mondo di emozioni gli si rovesciava addosso! Non alzava lo sguardo per non tradirsi, ma sentiva sulla pelle la carezza di quegli occhi e un brivido di piacere al suono della voce musicale “Prendi!” e un vago ricordo di tenerezze nel gesto aggraziato con cui posava un po’ di cibo accanto a lui. Come gli piaceva stare lì a osservare le gambe, tutte quelle gambe che passavano: oh, quante gambe! Alcune sottili e altre più robuste, alcune coperte, altre ignude, gambe che correvano, gambe che indugiavano e quelle corte e grassocce di esserini che avrebbe spupazzato volentieri se altre gambe non li avessero trascinati via! E così i giorni si rotolavano sempre uguali e le stagioni mutavano senza quasi sfiorare quel cantuccio oscuro della stazione. La notte, quando nessun treno turbava il silenzio e nessun affanno umano vibrava nell’aria, allora si concedeva di muoversi. Dapprima si stiracchiava sciogliendosi dall’intorpidimento della lunga immobilità della giornata come una farfalla che si districa dalla crisalide, poi camminava, camminava nelle strade attorno alla stazione, grigie come era grigio tutto il suo mondo e deserte come era deserto il suo cuore, ma con gli occhi accesi di vita. Qualche volta correva, soprattutto se qualche bagliore nel cielo lo avvertiva che era il momento di tornare al suo angolo e sempre ogni mattina, prestissimo, prima che il rumore ricominciasse ad impadronirsi della stazione, riconquistava quel suo cantuccio e si riaccoccolava in assoluta immobilità, nell’apparente distacco dal mondo che gli vorticava attorno, per fare ciò che desiderava fare: osservare le gambe. Forse nessuno l’aveva mai visto mentre riprendeva possesso della postazione, al mattino con la notte appesa ancora per poco al cielo, con quanta cura sprimacciava gli stracci che aveva ammassati a rendere più confortevole il suo giaciglio, accomodandosi con lentezza, studiando attentamente la posizione che avrebbe poi tenuto per l’intera giornata. Nessuno aveva mai visto come spegneva la vivacità dei suoi occhi, con premeditazione, con un gesto volontario, ridiventando un oggetto qualunque, immobile e abituale in un luogo qualunque, ma frenetico e variegato. Così la giornata ricominciava pressoché identica alla precedente e a quella prima ancora e, con ogni probabilità, alla successiva e all’altra ancora. Chissà, forse aspettava qualcuno. Un giorno fra quelle gambe ce ne sarebbero state un paio che l’avrebbero scosso dal suo torpore: un ritorno, un ricongiungimento che avrebbe dato un senso a tutto quel rimanere lì, inchiodato, senza far nulla. Il tempo passava senza mutamenti. Solo, il freddo l’aveva spinto ad arruffare più che mai i suoi stracci e nella sua breve corsa mattutina aveva avvertito una fatica nuova che gli faceva pensare che avrebbe dovuto allontanarsi un po’ meno dalla stazione, nella notte, quando riassaporava per qualche istante l’ebbrezza della vita. Il dolore sembrava via via un macigno sempre più pesante in mezzo al petto, tanto che doveva quasi imporsi di fare le sue scorribande notturne. Poi arrivava lei. “Prendi” cantava la voce gentile e la mano si allungava nel gesto garbato con cui offriva il cibo e gli occhi si poggiavano su di lui senza fuggire disgustati. Allora il macigno pareva sciogliersi e tutto il suo essere gioiva. Quei pochi minuti di felicità pura davano forse un significato alla sua permanenza lì e valevano tutti quanti i minuti (oh, quanti!) di immobile, testarda, fanatica attesa. Quella mattina era ritornato un po' in ritardo dal suo vagabondaggio notturno, stanco e vacillante, trascinandosi a fatica, con le membra scosse da un tremito strano. Con preoccupazione aveva intravisto qualche ombra aleggiare nella caligine che ovattava la stazione (o forse i suoi occhi?) e si era affrettato a raggiungere quel suo angolo appartato dove si era lasciato cadere esausto, senza nemmeno sistemare i suoi stracci, lanciando un rapido sguardo all'intorno per verificare che nessuno lo notasse. Ma nessuno lo guardava, per fortuna, come se ormai facesse parte degli arredi della stazione – una panchina, un tabellone – e con un lungo sospiro di sfinimento si abbandonò al sonno, sperando di ritrovare il suo equilibrio, quella forza che gli permetteva di continuare la sua osservazione. Quando, destandosi all'improvviso, sentì che il sonno non l'aveva ristorato, comprese confusamente che qualcosa non andava: una nuova tensione l'agitava e contemporaneamente una strana stanchezza lo impigriva, il dolore nel petto si era ingigantito e brividi ignoti lo percorrevano da capo a piedi; ciononostante, ripiegandosi ancor più su se stesso, si dispose rassegnato all'attesa. Eccola, si stava avvicinando. Le gambe snelle fendevano sicure quella folla di gambe, quel turbinio di gambe che ora lo infastidiva, giacchè voleva distinguere solo le gambe di lei. Eccola, gli era davanti. Una debolezza nuova rendeva impossibile esercitare il suo solito autocontrollo. “Prendi” : oh, che musica quella voce! Una dolcezza dimenticata gli travolgeva il cervello, impedendogli di funzionare a dovere: mentre la mano graziosa scendeva a porgere il dono del cibo, un calore sconosciuto gli impose di muoversi, nel bisogno insopprimibile di manifestare la sua gioia. E senza comprendere perché le sue difese erano cadute, dopo tanto tempo riscoprì un gesto ancestrale e scodinzolò. Il volto di lei, bello come non ne aveva visti mai, era entrato nel suo campo visivo e, sebbene gli occhi gli si annebbiassero, mise a fuoco la luce del suo sorriso. Il respiro gli mancava. Che strano: non sentiva più nulla, né il frastuono esterno, né il dolore interno. Tutto stava scomparendo. Restava solo quel viso, su cui improvvisamente, senza capire, vide spegnersi il sorriso e poi un aggrottarsi di ciglia, un’espressione ansiosa, un’ombra di dolore. Una voce disse: “Era solo un cane!”. Lei ebbe un sussulto e la sua mano delicata si poggiò pietosa sulla sua testa. Avvertì una goccia salata cadergli sul tartufo asciutto e una pace infinita dilagargli in cuore con il desiderio di trattenere il più a lungo possibile quella bellissima, incredibile sensazione di calore. Così mentre volava via, capì che l’attesa era finita, seppe che brutto, disperato, pulcioso com’era, nondimeno era stato in grado di suscitare amore in una creatura tanto bella. E si allontanò con la speranza che gli cantava in petto. Dopo non conobbe altro che l'azzurro dei cieli.