Lo specchio di Deborah

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Era andata a quella mostra di antiquariato e lo aveva visto. 
Uno specchio di due metri per uno su ruote. 
Ne aveva immediatamente capito l'utilità anche se si capiva che era un vecchio specchio da sarta. 
Incarico' Franco per le trattative, lei stette lontana, quasi coperta come se avesse paura che il venditore capisse che uso intendeva farne. 
Franco era un abile commerciante, amico solamente, avevano gli stessi gusti, gli uomini. 
Franco riuscii' a spuntare un prezzo eccezionale, lo avrebbero portato a casa di Debora al pomeriggio inoltrato. 
Dopo essere stata riaccompagnata a casa dopo il pranzo, eccellente, in un ristorantino alla moda, Debora si corico' quasi dimentica dell'acquisto. 
Si era coricata con una sottoveste chiara di seta, il reggiseno e le mutandine bianche. 
Il bianco faceva risaltare la sua pelle dorata dal sole. 
Era una narcisista nata, amava vedersi e farsi vedere, ma vedersi, contemplarsi, era il massimo, sapeva di esser bella e temeva il degrado. 
Lo accettava, la vita, ma ora che era al massimo del suo splendore amava guardarsi, riempirsi di se ogni anfratto del suo cervello, si amava alla follia. 
Sin da ragazina aveva imparato ad amarsi da sola, a volte l'orgasmo solitario, pensato su di un uomo che la baciava tra le gambe, era favoloso ma lo sentiva tramite il piacere dell'uomo che la baciava e l'ammirava. 
Amava se stessa, godeva l'altro che l'amava. 
Il telefono squillo', erano arrivati facchini con lo specchio. 
Indosso una vestaglia castigatissima e pesante, la prima che acchiappo' nell'armadio, aveva la testa altrove. 
I due facchini le diedero una occhiata di quelle che le piaceva ricevere ma il suo interesse era sullo specchio incartato. 
La moquette in quella stanza era spessa e morbida, il letto ad una piazza e mezzo, non si vedeva dallo specchio, era la posizione della vestizione e i due facchini approvarono, avevano pensato giusto, che lo usasse facendo l'amore per guardarsi, piacersi. 
No, era una brava ragazza, pensarono sorridendosi, quello lo usavano per i vestiti. 
Vi fu una gara allegra, quale era la posizione per guardarsi tutta, la trovarono, si specchiarono ridendo e se ne andarono con la mancia e la carta da imballo. 
Sentiva un fremito dentro di se, si doveva calmare e andò in cucina a prepararsi una tisana col limone. 
La vestaglia buttata su di una sedia, in sottoveste si stava meglio. 
Porto la tisana in una mano, sgombro' la sedia portando la vestaglia sul letto e si sedete, si vedeva tutta. 
Dopo i primi becchi alla sua immagine, becchi di buon auspicio, accavallo' le belle gambe un paio di volte, il bicchiere vuoto della tisana sul basso mobile. 
Accavallo' di nuovo vedendo il lampo delle mutandine, se lo specchio fosse stato un uomo? 
Poi aperse lentamente le ginocchia tenendo i piedi pari: quel triangolo ipnotizzante nascondeva la sua essenza di donna, sollevo' la sottoveste già corta. 
Che gambe e che mutande. 
Vi passo sopra' una mano aperta, soffregante quasi tutta la superficie, sentiva che la voglia di lei cresceva, cresceva in testa e nei capezzoli duri che cercavano spazio nel reggiseno chiuso. 
Non ci mise molto a far passare la testa al sottoveste che la spettino' un poco dandole un'aria selvaggia che l'eccito di piu, se un uomo l'avesse vista, si l'avrebbero vista cosi', calda, bella, sensuale e vogliosa. 
La mano aveva scostato le mutandine, ora la cercava esperta, era bagnata, già bagnata come un pazza, che fica rispondente. 
Le dita esperte frugarono, cercarono, dilatarono e anche il reggiseno raggiunse il sottoveste. 
La follia, la folli di se stessa, aumento' il ritmo, lo accelerò per terminare in un tremore generale, le cosce strette, la mano in mezzo sulla clitoride impazzita. 
L'orgasmo, uno di quelli lunghi e tremendi, la portarono incosciente di se stessa sulla moquette, le sedia rovesciata accanto e dietro lei tremante ad occhi chiusi, stesa a bocconi, le gambe raccolte al seno, quasi in una posizione fetale.. 
Le dita entravano, entravano. 
Ripresasi, si tolse le mutandine, volto' le gambe verso lo specchio, la vedeva, si vedeva, dita cercanti, entranti e pelo biondo, carne rosata e quasi bluastra alle sommità. 
Fu lungo e piacevole cercasi ancora, e ancora, mutando posizione, rotolando, sollevando le natiche, perforando il giglio nero contemporaneamente all'urlo che questa volta non trattenne, sudava, la patina leggera di pelle bagnata. 
Si chetò, si guardo'. 
Si, capelli bagnati sulla bella faccia, il corpo bellissimo in seno dondolante, capezzoli puntuti, in quella posizione sembrava una pantera, ginocchia al suolo mani a zampa, si, era una pantera e sapeva divorarsi. 
Questa sera con Ermanno sapeva dove mettersi per guardarsi presa, per guardarlo prenderla, come era bella, come era bella. 



di Mayo de Maya 

 

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