“‘In ogni momento sono con te, e ti amo’
‘Allora sei il mio angelo custode!’
‘Se vuoi... Solo che io non sono qui soltanto per proteggerti, ma
per farti sognare, amare, godere, conquistare... E anche soffrire...
Sperare, disperare... Eccitarti, soddisfarti... Io sono ai tuoi ordini e
tu mi obbedisci... Sono la tua schiava e la tua padrona, la tua puttana e
la tua alleata...’
Il suo discorso diventava sempre più frammentario, perché
parlando aveva cominciato a masturbare entrambi.
‘Oh, masturbiamoci tutti e due, vuoi?’ disse, il fiato già
corto. ‘Mi piace tanto quando lo fai... Ogni volta io sono lì e ti
guardo... E mi ecciti tanto che lo faccio anch’io... Mi piace così
tanto masturbarmi... Facciamolo insieme, vuoi?’
Si alzò, aprì uno degli armadietti neri e ne trasse una bottiglia
di liquore vuota, un lingotto d’oro a forma di fallo, un tubetto di
lubrificante, un paio di forbici, una bomboletta di schiuma da barba e un
rasoio.
‘Prima dobbiamo prepararci’, disse.
Si mise a capo del letto, cosce spalancate, e, tendendomi le
forbici, mi chiese di tagliarle i peli del pube, che erano molto fitti.
Cominciai a tosarli. Lei si aggrappava con le mani al bordo del letto, per
la paura e l’eccitazione. Le lame d’acciaio sfioravano la sua pelle
bianca e le labbra rosse, lucenti e gonfie di desiderio, e stridevano
richiudendosi sui ciuffi neri. Tagliai tutto, anche fra le natiche.
Poi la cosparsi di schiuma da barba, e finii il lavoro con il
rasoio, fino a quando la sua fica fu completamente liscia e nuda. Infine,
la spalmai abbondantemente di lubrificante, sulle labbra e sul clitoride,
e anche, come lei desiderava, sopra e dentro l’ano. Durante l’intera
operazione, lei gemette e ansimò, ma si trattenne dal godere.
Poi toccò a me. Mi distesi a capo del letto, gambe divaricate. Lei
mi passò il lubrificante sulle palle, sul membro e perfino nel culo, con
un tocco tale e un tale impegno che dovetti fare a mia volta uno sforzo
per non godere. Tornò a porsi di fronte a me e cominciammo a masturbarci
insieme, ripromettendoci di far durare la seduta il più a lungo
possibile.
La mia mano si chiuse attorno al cazzo già duro e prese a salire e
scendere piano lungo l’asta, mentre la guardavo accarezzarsi seguendo il
mio stesso ritmo. Dapprima s’infilò il collo della bottiglia in bocca,
come se fosse un pene. Lo premeva contro le gote e il palato, lo leccava e
succhiava senza lasciarmi con gli occhi. Poi se lo passò su tutto il
corpo, attardandosi sui lobi delle orecchie, sulla punta del seno, sul
ventre, prima di porlo sul clitoride, dove lo accolse con un sussulto e un
gemito più accentuati. Infine se lo infilò nella fica, dove lo fece
andare e venire seguendo il ritmo con cui mi guardava masturbarmi, e,
accarezzando al contempo il clitoride con un movimento rotatorio delle
dita, cominciò a eccitarsi
parlando con voce arrochita dal piacere:
‘Ménatelo, ménatelo bene, amore... Così, sali fino alla
cappella... Scivola bene, ti ho lubrificato bene, vero? Scendi fino alla
radice... Oh, come dev’essere caldo e duro il tuo cazzo... devi sentire
il sangue pulsare sotto la pelle... Come dev’essere bello averlo in
mano... Accarezzalo bene, tesoro, è così bello... Scuotilo piano... Le
tue grosse palle gonfie... Sì... Ancora... Va’ fino al buco del culo...
E toccati anche quel bel buchino... Infilaci un dito... Oh, mi fai
godere... Aspetta...’
Fu allora che prese il lingotto d’oro e lo fece entrare nella
fica al posto della bottiglia, che mi porse supplicandomi di infilarmela
nel culo. Bisognava assolutamente, aggiunse, dilatare l’ano per
prepararlo.
‘Ti prego’, disse, ‘fidati di me. Conosceremo insieme piaceri
immensi, ma non saranno piaceri comuni. E’ necessario, capisci? Fa’
come me amore... Vedi, prima mi rilasso, poi lo faccio vibrare sull’orlo
-è bello, no?- e dopo, piano piano... Entra da solo, scivola... Ora
masturbiamoci più in fretta... Se sapessi come sei bello... Muovila
dentro il culo, scuoti forte quel cazzone che mi fai godere, e vieni,
vieni...’
Eiaculai mentre lei si contorceva nell’orgasmo. Con quella
bottiglia nel culo, fu un piacere strano, un po' sgradevole ma esacerbato,
che fece schizzare lo sperma lontano da me, proprio sui suoi
stivaletti.”
(da
‘L’ombra di me stesso’, in
“Dietro le Porte” di Alina
Reyes, Ed. Robert Laffont, Paris, 1994)