Riflessione
su SCIENZA e RELIGIONE
Dialogo
Con il Prof. PAOLO MANZELLI
LRE-University of Florence
http://www.chim1.
unifi.it/
group/education/
28 maggio - 2007

...Comunque tutte le grandi innovazioni concettuali necessitano di
confrontarsi apertamente con le concezioni del Divino.
Cosi anche le nostre teorizzazioni promosse da EGOCREANET hanno
necessita di un ampio confronto con le Idee Religiose.
Spero di promuovere tra noi di EGOCREANET questo dialogo che
ritengo importante e di grande valore.
Grazie per la Pubblicizzazione che sara utile a
reperite una HOSTING ISTITUTION per realizzare il Progetto del
DNA-ANTENNA basato su nuove convinzioni del rinnovamento
scientifico che inizieremmo a trattare al meeting su la SCIENZA della
QUALITA' . Paolo
Risposta
Come dice Ernesto
Balducci, Dio parla nel silenzio. Queste grande teologo anche toscano, ha scritto:
"In principio era il logos, la
parola", sta scritto. Ma si potrebbe dire altrettanto bene che in
principio era il sighé, il silenzio, che è l'altro nome di Dio. Ma
anche parlando dell'uomo si può dire che in lui il principio è,
insieme, la parola e il silenzio. "Noi siamo doppi a noi
stessi", scriveva Montaigne, nel senso che noi portiamo in noi
stessi una doppia identità; siamo, come io amo dire, editi ed inediti.
L'uomo inedito è l'uomo come insieme di possibilità in attesa di
adempimento, di trasformarsi cioè in realtà, diventando così dicibili
a tutti. Perché come Dio è un Deus abscunditus, così anche l'uomo è
a se stesso abscunditus. Nascosto, ma non del tutto, perché, come dice
etimologicamente la parola coscienza (con-scientia), c'è una presenza
dell'io a se stesso che ha l'unico limite di non potersi esprimere con
parole, ma appunto perché le parole sono gli strumenti forgiati
dall'uomo edito. L'uomo edito è quello che si ritaglia nella cultura in
cui si è svolta la sua formazione, che è sempre una cultura governata
dalle esigenze del gruppo di appartenenza. L'uomo inedito predilige il
silenzio e, anche quando parla, le sue parole si caricano
dell'ispirazione alla totalità, come dire a un mondo che non è quello
della cultura espressa dai vocabolari, è la vera patria dell'essere.
Diceva ancora Montaigne che per quanto l'uomo perlustri il suo perimetro
"non si dà comunicazione all'essere".
...Il vero Dio è un
Deus abscunditus, l'estremo corrispettivo dell'homo abscunditus. La
preghiera è, nella sua intima essenza, una silenziosa corrispondenza
tra l'uomo sconosciuto e il Dio sconosciuto. Non si parla di Dio,
dunque, si parla a Dio, e parlando di lui le parole sono di inciampo.
Nominare significa possedere, e un Dio posseduto è un idolo fatto a
immagine e somiglianza dell'uomo. ..." (Balducci,
Ernesto: "Il Dio nascosto parla nel silenzio").Vedi anche :
Versione spagnola : Il Dios escondido
habla en el silencio: http://www.geocities.com/espiritualidad_agape/silen.htm
Nonostante
che sono consapebole di la importancia di queste confronto, credo che
sia propio importante, ricordare lo spiritu dal Manifesto
Russell-Einstein: "Non
stiamo parlando, in questa occasione, come membri di questa o quella
nazione o continente o fede religiosa, ma come esseri umani, membri
della specie umana, la cui sopravvivenza è ora messa a rischio". Vedi
anche: Il Manifesto Russell-Einstein
Il
Manifesto Russell-Einstein
Pubblicato a Londra il 9 Luglio 1955
Bertrand
Russell e Albert Einstein
Nella
tragica situazione che affronta l’umanità, noi riteniamo che gli
scienziati dovrebbero riunirsi in un congresso per valutare i pericoli che
sono sorti come conseguenza dello sviluppo delle armi di distruzione di
massa e per discutere una risoluzione nello spirito della seguente bozza di
documento.
Non stiamo
parlando, in questa occasione, come membri di questa o quella nazione o
continente o fede religiosa, ma come esseri umani, membri della specie
umana, la cui sopravvivenza è ora messa a rischio
Il mondo è
pieno di conflitti, tra cui, tralasciando i minori, spicca la titanica lotta
tra Comunismo e Anti-comunismo. Quasi chiunque abbia una coscienza politica
nutre forti convinzioni a proposito di una di queste posizioni; noi
vogliamo che voi, se è possibile, mettiate da parte queste convinzioni e
consideriate voi stessi solo come membri di una specie biologica che ha
avuto una ragguardevole storia e di cui nessuno di noi desidera la
scomparsa.
Cercheremo
di non dire una sola parola che possa piacere più ad un gruppo piuttosto
che all’altro. Tutti, in eguale misura, sono in pericolo e se il pericolo
è compreso, c’è speranza che lo si possa collettivamente evitare.
Dobbiamo
cominciare a pensare in una nuova maniera. Dobbiamo imparare a chiederci non
che mosse intraprendere per offrire la vittoria militare al proprio gruppo
preferito, perché non ci saranno poi ulteriori mosse di questo tipo; la
domanda che dobbiamo farci è: che passi fare per prevenire uno scontro
militare il cui risultato sarà inevitabilmente disastroso per entrambe le
parti?
Un vasto
pubblico e perfino molti personaggi autorevoli non hanno ancora capito che
potrebbero restare coinvolti in una guerra di bombe nucleari. La gente
ancora pensa in termini di cancellazione di città. Si è capito che le
nuove bombe sono più potenti delle vecchie e che, mentre una bomba –A
potrebbe cancellare Hiroshima, una bomba-H potrebbe distruggere le più
grandi città, come Londra, New York o Mosca. Non c’è dubbio che, in una
guerra con bombe-H, grandi città potrebbero finire rase al suolo. Ma questo
è uno dei disastri minori che saremmo chiamati a fronteggiare. Se tutti, a
Londra, New York e Mosca venissero sterminati, il mondo potrebbe, nel corso
di pochi secoli, riprendersi dal colpo. Ma ora noi sappiamo, specialmente
dopo i test alle isole Bikini, che le bombe nucleari possono gradualmente
spargere distruzione su di una area ben più vasta di quanto si pensasse.
Si è
proclamato con una certa autorevolezza che ora si può costruire una bomba
2.500 volte più potente di quella che ha distrutto Hiroshima.
Una tale
bomba, se esplodesse vicino al suolo terrestre o sott’acqua, emetterebbe
particelle radioattive nell’atmosfera. Queste ricadono giù
gradualmente e raggiungono la superficie terrestre sotto forma di
polvere o pioggia mortifera. E’ stata questa polvere che ha contaminato i
pescatori giapponesi e i loro pesci.
Nessuno sa
quanto queste particelle radioattive possano diffondersi nello spazio, ma
autorevoli esperti sono unanimi nel dire che una guerra con bombe-H potrebbe
eventualmente porre fine alla razza umana. Si teme che, se molte bombe-H
fossero lanciate, potrebbe verificarsi uno sterminio universale, rapido solo
per una minoranza, ma per la maggioranza una lenta tortura di malattie e
disgregazione.
Molti
avvertimenti sono stati lanciati da eminenti scienziati e da autorità in
strategie militari. Nessuno di loro dirà che sono sicuri dei peggiori
risultati. Quello che diranno sarà che questi risultati sono possibili, e
nessuno può essere certo che non si realizzeranno. Non abbiamo ancora
capito se i punti di vista degli esperti su questa questione dipendano
in qualche grado dalle loro opinioni politiche o pregiudizi.
Dipendono
solo, per quanto ci hanno rivelato le nostre ricerche, da quanto è vasta la
conoscenza particolare dell’esperto. Abbiamo scoperto che gli uomini che
conoscono di più sono i più tristi.
Questa è
allora la domanda che vi facciamo, rigida, terrificante, inevitabile:
metteremo fine alla razza umana, o l’umanità rinuncerà alla guerra?
La gente non
affronterà l’alternativa perché è così difficile abolire la guerra.
L’abolizione della guerra richiederà disastrose limitazioni alla sovranità
nazionale. Ma probabilmente la cosa che impedirà maggiormente di
comprendere la situazione sarà il fatto che il termine “umanità” suona
vago e astratto. La gente a malapena si rende conto che il pericolo è per
loro stessi, i loro figli e i loro nipoti, e non per una vagamente
spaventata umanità. Possono a malapena afferrare l’idea che loro,
individualmente, e coloro che essi amano sono in pericolo imminente di
perire con una lenta agonia. E così sperano che forse la guerra con la
corsa a procurarsi armi sempre più moderne venga proibita. Questa speranza
è illusoria. Qualsiasi accordo sia stato raggiunto in tempo di pace
per non usare le bombe-H, non sarà più considerato vincolante in tempo di
guerra, ed entrambi i contendenti cercheranno di fabbricare bombe-H non
appena scoppia la guerra, perché se una fazione fabbrica le bombe e
l’altra no, la fazione che l’avrà fabbricate sarà inevitabilmente
quella vittoriosa.
Sebbene un
accordo a rinunciare alle armi atomiche come parte di una generale
riduzione degli armamenti non costituirebbe una soluzione definitiva,
potrebbe servire a degli scopi importanti.
Primo, ogni
accordo tra Est e Ovest va bene finchè serve ad allentare la tensione.
Secondo,
l’abolizione delle armi termo-nucleari, se ogni parte credesse all’onestà
dell’altra, potrebbe far scendere la paura di un attacco proditorio stile
Pearl Harbour che ora costringe tutte e due le parti in uno stato di
continua apprensione.
Noi dovremmo,
quindi, accogliere con piacere un tale accordo sebbene solo come un
primo passo.
Molti di noi
non sono neutrali, ma, come esseri umani, ci dobbiamo ricordare che, se la
questione tra Est ed Ovest deve essere decisa in qualche maniera che possa
soddisfare qualcuno, Comunista o Anti-comunista, Asiatico o Europeo o
Americano, bianco o nero, questa questione non deve essere decisa dalla
guerra. Noi desidereremmo che ciò fosse compreso sia all’Est che
all’Ovest.
Ci attende, se
sapremo scegliere, un continuo progresso di felicità, conoscenza e
saggezza. Dovremmo invece scegliere la morte, perché non riusciamo a
rinunciare alle nostre liti?
Facciamo un
appello come esseri umani ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità
e dimenticatevi del resto. Se riuscirete a farlo si aprirà la strada verso
un nuovo Paradiso; se non ci riuscirete, si spalancherà dinanzi a voi
il rischio di un’estinzione totale.
Risoluzione:
Noi invitiamo
il Congresso, e con esso gli scienziati di tutto il mondo e la gente comune,
a sottoscrivere la seguente risoluzione:
“In
considerazione del fatto che in una qualsiasi guerra futura saranno
certamente usate armi nucleari e che queste armi minacciano la continuazione
dell’esistenza umana, noi invitiamo i governi del mondo a rendersi conto,
e a dichiararlo pubblicamente, che il loro scopo non può essere ottenuto
con una guerra mondiale, e li invitiamo di conseguenza a trovare i mezzi
pacifici per la soluzione di tutti i loro motivi di contesa.
Max
Born
Perry
W. Bridgman
Albert
Einstein
Leopold
Infeld
Frederic
Joliot-Curie
Herman
J. Muller
Linus
Pauling
Cecil
F. Powell
Joseph
Rotblat
Bertrand
Russell
Hideki
Yukawa
Fonte: http://ahimsa.splinder.com/archive/2005-03
Fonte della
fotografia e del testo inglese: http://www.pugwash.org/index.htm.
Il Dio
nascosto parla nel silenzio (Balducci Ernesto)

Padre Ernesto Balducci, una
delle menti illuminate dell'Italia del secolo scorso
Un articolo di alto profilo
dell'intellettuale toscano, apparso su un periodico nel 1992,
affronta il tema del silenzio: La parola veramente comunicativa
fiorisce ai confini dell'homo abscunditus e ne rivela le
potenzialità sospese sul filo tra il possibile e l'impossibile.
Solo così ci è dato immaginare la dimensione inedita che ferve
nell'uomo in attesa di trovare luogo.
"Il Silenzio è il luogo
privilegiato in cui il Dio nascosto parla al cuore dell'uomo.
Eccone uno stralcio dal testo originale.
«Vi è mai capitato quel momento di grazia in cui, stando nel
profondo silenzio, si avverte una specie di sinfonia o di coro
dalle innumerevoli voci? Il silenzio non è sempre, come sembra,
una assenza di eloquio, potrebbe anche essere un modo di
accogliere, tramite le vibrazioni della nostra struttura umana le
voci dell'infinito cosmo. 'Vogliamo un tuo discorso', dissero un
giorno a Buddha i suoi discepoli. Buddha prese un fiore e si alzò
tenendolo in mano in silenzio. Fu quello il famoso 'sermone dei
fiori' da cui trasse origine il buddhismo zen, questa grande
scuola del silenzio, che prima o poi, in una forma o in un'altra,
l'uomo occidentale dovrà decidersi a frequentare.
La parola che illumina nasce dal silenzio come il fulmine nasce
dalla nube. Il senso della parola infatti non è di trasmettere,
è di comunicare, e cioè di rilevare ciò che sta oltre la
parola. Le parole occultano o svelano, trasmettono comandi o
comunicano amore. Esse hanno una storia in cui si riflette
l'ambivalenza dell'uomo governato da due pulsioni, quella
dell'aggressività e quella della comunione.
"In principio era il logos, la parola", sta scritto. Ma
si potrebbe dire altrettanto bene che in principio era il sighé,
il silenzio, che è l'altro nome di Dio. Ma anche parlando
dell'uomo si può dire che in lui il principio è, insieme, la
parola e il silenzio. "Noi siamo doppi a noi stessi",
scriveva Montaigne, nel senso che noi portiamo in noi stessi una
doppia identità; siamo, come io amo dire, editi ed inediti.
L'uomo inedito è l'uomo come insieme di possibilità in attesa di
adempimento, di trasformarsi cioè in realtà, diventando così
dicibili a tutti. Perché come Dio è un Deus abscunditus, così
anche l'uomo è a se stesso abscunditus. Nascosto, ma non del
tutto, perché, come dice etimologicamente la parola coscienza
(con-scientia), c'è una presenza dell'io a se stesso che ha
l'unico limite di non potersi esprimere con parole, ma appunto
perché le parole sono gli strumenti forgiati dall'uomo edito.
L'uomo edito è quello che si ritaglia nella cultura in cui si è
svolta la sua formazione, che è sempre una cultura governata
dalle esigenze del gruppo di appartenenza. L'uomo inedito
predilige il silenzio e, anche quando parla, le sue parole si
caricano dell'ispirazione alla totalità, come dire a un mondo che
non è quello della cultura espressa dai vocabolari, è la vera
patria dell'essere. Diceva ancora Montaigne che per quanto l'uomo
perlustri il suo perimetro "non si dà comunicazione
all'essere". Se mi chiedi chi è Dio, diceva Agostino, non lo
so, ma se non me lo chiedi, lo so. Restare fedeli a questo
versante inedito della nostra realtà umana vuol dire, poi, saper
entrare nella conversazione degli uomini senza alterigia, con
umiltà, accettandone le regole, ma restando in qualche modo
estranei, capaci, proprio per questo, di svegliare negli altri le
segrete affinità elettive e cioè la dimensione inedita che resta
repressa e soffocata nella chiassosa convivenza della piazza.
La parola veramente comunicativa fiorisce ai confini dell'uomo
nascosto. Solo chi ha orecchi da intendere intende e ha orecchi da
intendere chi a sua volta abita nel silenzio. Nel silenzio
fioriscono le immagini in cui si riflettono le nostre possibilità
che non hanno né possono avere cittadinanza nella città comune,
la cui legge più severa è la discriminazione tra il possibile e
l'impossibile. I sogni ad occhi aperti, quelli che nascono dal
silenzio in cui lo spirito si concentra al massimo in se stesso,
sono le traduzioni immaginative delle possibilità che fervono in
noi in attesa del loro tempo.
Ma anche Dio è, a sua volta, edito ed inedito, conosciuto e
sconosciuto. Nessun nome è più funesto di quello di Dio quando
diventa dio edito, il dio del gruppo, della città, emblema e
garanzia di ogni potere. L'uomo inedito lo sa e non ama nominarlo.
Il vero Dio è un Deus abscunditus, l'estremo corrispettivo
dell'homo abscunditus. La preghiera è, nella sua intima essenza,
una silenziosa corrispondenza tra l'uomo sconosciuto e il Dio
sconosciuto. Non si parla di Dio, dunque, si parla a Dio, e
parlando di lui le parole sono di inciampo. Nominare significa
possedere, e un Dio posseduto è un idolo fatto a immagine e
somiglianza dell'uomo. Il limite dell'ateo è di essere a suo modo
del tutto conforme alle misure dell'uomo edito, il corrispettivo
dialettico del bigotto o del clericale che fanno di Dio un punto
di sostegno delle loro sicurezze pubbliche e delle loro
aspettative maturate sulle pulsioni della società in cui si sono
integrati. La religione è loquace e scrive il nome di Dio sui
muri, la fede silenziosa lo cancella: la verità di Dio è nel
momento in cui il suo nome si cancella. La preghiera è il respiro
dell'uomo nascosto che si protende verso Colui che è nascosto:
l'incontro, se c'è, non è dicibile. Dio non si dimostra, Dio si
mostra e si mostra a chi, rinunciando a quella sottile forma di
potere che è la parola, si mostra a sua volta».
Padre Ernesto Balducci, 1992
Fonte: http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_10295.html
Nota.- A
cura di Matteo Della Torre :
Ci sono autori ispirati capaci di influenzare nel profondo la
vita interiore del lettore, di sollecitare le corde più intime
dell'animo umano, dischiudendo orizzonti inediti, in una sorta di
epifania del sublime. Nel tourbillon del vaniloquio che
caratterizza la grande "lesione cerebrale" della
comunicazione globalizzata, è arduo ascoltare parole sapide di
senso, che comunicano all'uomo della modernità, disorientato ed
insoddisfatto da overdosi di effimero, segmenti d'Assoluto. Un
autore che mi ha particolarmente impressionato per le sue
lungimiranti idee planetarie alle quali attribuire dignità
antropo-genetica in senso evolutivo, dissentendo dagli schemi
sclerotizzati dell'ortodossia teocratica del pensiero cattolico,
è Padre Ernesto Balducci, una delle menti illuminate dell'Italia
del secolo scorso, "un prete meno pretesco che si possa mai
incontrare" (come lo definì Sergio Zavoli), la cui più
profonda aspirazione era di non essere altrimenti che "un
uomo" fra gli uomini. Un uomo - come amava definirsi -
"planetario, che è anche uomo 'post-cristiano', nel senso
che non si adattano a lui determinazioni che lo separino dalla
comune degli uomini".
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