LE
PARTI E IL TUTTO
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NOTA. Questo è un
articolo che ho pubblicato su it.cultura.filosofia
nel febbraio del 2003.
Venivo da alcune
settimane di “scontri” feroci con alcuni amici che
Mi avevano rimproverato
(anche con mezzi ironici) certi miei atteggia-
menti un po’ troppo “meccanicisti”. E
siccome quando l’ho scritto ero
un po’ seccato, ci ho infilato parecchi spunti più sarcastici
che
ironici. Nel complesso,
insomma, ci sono non poche cadute di stile.
Avrei voluto cambiare
qualche frase, ma poi mi sono accorto che ha una
sua economia di pensiero, e per correggerlo bisogna riscriverlo
daccapo. E così un po’
per pigrizia e un po’ per mantenere una testimo-
nianza di certe atomosfere del tempo che
fu ho deciso di riportarlo
pari pari.
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Come
sappiamo fu Aristotele il primo a porre in modo chiaro il problema di
come si rapporti il tutto con le sue parti.
Tutti
sanno che una casa è fatta di mattoni e calcestruzzo (più
propriamente, conglomerato cementizio, ma non stiamo a sottilizzare). Ma
possiamo dire che una casa è un mucchio di
mattoni e calcestruzzo? Quando
diciamo "casa" intendiamo sempre e
solo dei mattoni legati fra loro con del
calcestruzzo?
Se fosse così allora l'espressione <<casa, dolce casa>>
vorrebbe dire <<mattoni legati con
calcestruzzo, dolci mattoni legati con
calcestruzzo>>.
Già
con questo esempio elementare vediamo che la relazione
fra il tutto e le
parti in genere non può essere una semplice
"somma".
Diciamo
che questo esempio è elementare perché in fondo una
casa, come
oggetto, ha delle proprietà che sono più o meno
intuibili quando si
consideri che è fatta di mattoni e calcestruzzo: è
un buon isolante dal
freddo, ripara dal vento e dalla pioggia, resiste agli
urti, eccetera.
Ma
ci sono molti casi in cui il tutto presenta delle proprietà che paiono
essere "nuove" (se non addirittura
antitetiche) rispetto alle proprietà
delle parti.
Ad
esempio gli oggetti che ci cirondano, se considerati
come oggetti
"macroscopici" costituiti da atomi
"microscopici", non solo possiedono una
dinamica macroscopica che è del tutto
indipendente dai dettagli della
dinamica microscopica [1], ma per di più tale
dinamica macroscopica presenta
alcune caratteristiche che sembrano essere del tutto
incompatibili con
quelle della dinamica microscopica.
Perché?
Tanto
per cominciare la dinamica microscopica è
"quantistica", mentre quella
macroscopica è "classica".
E se si applica la meccanica quantistica ai
sistemi di quanti non pare esserci modo di
eliminare del tutto gli "effetti
quantistici", sicché parrebbe di dover
concludere che ci sono solo due
possibilità: o tutto il mondo - a qualunque scala -
è quantistico, o la
meccanica quantistica è sbagliata. Entrambe queste
possibilità però non
sembrano coerenti con l'esperienza, poiché la
meccanica quantistica, fin
dove si riesce concretamente ad applicarla [2],
sembra essere esattissima, e
d'altra parte non pare esserci dubbio che i
sistemi macroscopici si
comportano in modo "classico".
In
secondo luogo la meccanica microscopica è perfettamente reversiible
nel
tempo, mentre quella macroscopica è in tutto e per
tutto irreversibile.
Insomma,
nel mondo macroscopico vale il proverbio secondo cui
<<è inutile
piangere sul latte versato>>, mentre nel
mondo microscopico il latte versato
è sempre recuperabile. Ma se le cose stanno così,
come è possibile che un
ipotetico film girato a livello microscopico possa
essere proiettato
all'"indietro" senza violare alcuna legge
fisica e al contempo un altro
ipotetico film girato contemporaneamente al primo,
ma al livello
macroscopico, non possa essere
proiettato parimenti all'indietro senza
violare qualche principio che regola la dinamica
macroscopica? Se il mondo
macroscopico è - come pensano i
fisici ed i riduzionisti in generale - un
semplice "riassunto statistico" del
mondo microscopico, come è possible che
il riassunto di una storia reversibile non sia a
sua volta reversibile? E,
volendo porre il precedente problema in questa
medesima metafora, come può
il riassunto di una storia "quantistica"
essere "classico"?
Insomma,
cos'è quello sfuggente "quid" che viene
aggiunto (o tolto?) quando
si passa dalle parti al tutto?
Già
abbiamo un bel po' di problemi, e siamo solo all'inizio, perché siamo
rimasti pur sempre nell'ambito della fisica,
evitando di affrontare un
problema che per certi versi è analogo, ma di
gran lunga più sconcertante:
come fa un insieme di molecole ad essere "vivo"
(o addirittura - apriti
cielo - "cosciente di sé") quando a nessuna
di quelle molecole si può
attribuire una qualche connotazione della
"vita" (o della coscienza)?
Questa
sensazione che il tutto ecceda in qualche modo la semplice
giustapposizione delle parti è stata
espressa nei secoli nei modi più
disparati.
Senza
entrare troppo nei dettagli storici, basterà citare le posizioni
moderne, che si sono espresse prima nella
contrapposizione fra olismo e
riduzionismo, dopodiché sono state
elaborate varie formule come quella
secondo cui <<il tutto è più della somma
delle parti>>, o la ancor più
recente definizione di "proprietà
emergente".
Comunque lo si voglia dire, quel quid (magico?)
che eccede la somma delle
parti, che "emerge" quando si passa dalle
parti al tutto, sarebbe anche quel
quid che si perde quando si tenti di passare dal
tutto alle parti, il che
porrebbe ogni riduzionista
nella posizione di quel medico insipiente
ricordato da Marco, che si lamentava di aver dissezionato un bel po' di
corpi umani senza mai essere riuscito a trovare in
essi la "vita".
I
riduzionisti - quindi - sono tutti degli stupidi?
Forse
sì. Ma se è così gli olisti, che sono più
intelligenti (e quindi -
presumibilmente - più buoni) potrebbero
avere la bontà di spiegare
pazientemente ai riduzionisti
quale sia quel quid che va perso quando si
affonda il coltello nella carne viva. Altrimenti
il riduzionista, stupido
com'è, potrebbe continuare a pensare che non ci sia
alcun quid da
preservare, e fare chissà quali danni.
E
poi qualche riduzionista un po' più sveglio o maligno
degli altri potrebbe
osservare che - a parte i discorsi un po' capziosi
di Aristotele - gli
olisti, quando devono parlare
di quel quid, vanno volentieri a rimorchio di
quel che hanno detto e/o scoperto quei maledetti riduzionisti che, dopo aver
analizzato i tessuti e le cellule del cadavere,
stanno cercando di capire
come si possa inquadrare nel loro schema concettuale
la differenza fra quel
cadavere e l'amica viva e vegeta con cui sono
usciti a cena la sera prima. E
così capita sempre più spesso che un olista citi la "sinergetica"
per
mostrarsi à la page, e se ne esca con le solite formulette scontate, come
quella - che io stesso ho impiegato più volte poco fa
- secondo cui il tutto
è maggiore della somma delle parti.
Nonostante
questo atteggiamento un poco ondivago degli olisti, il
riduzionista volonteroso
(consapevole di essere un po' stupido e di dover
fare più fatica per capire ciò che agli altri è
consentito di cogliere al
volo) farà bene ad ascoltare tutti ed a cercare di
rispondere a tutti,
soprattutto a coloro che gli chiedono cosa sia quel
quid. Se non altro
perché il fatto di porsi a confronto con un punto di
vista completamente
diverso non può che costringerlo ad analizzare
tutti gli aspetti del proprio
sistema concettuale, ed a saggiarne la
"tenuta".
Anche
perché alcuni olisti ancora più intelligenti dei
primi (che, come
abbiamo visto, rispetto ai riduzionisti
sono già degli autentici geni),
fanno un discorso ancora più sottile.
Al
riduzionista che mostra loro come un insieme di elementi che
interagiscono "localmente"
e "ciecamente" possano produrre un sistema in cui
insorgono dinamiche "globali" e
"finalizzate", essi fanno osservare che non
tutti i sistemi di quel tipo posseggono queste
"proprietà emergenti". Un
mucchio di sassi gettati alla rinfusa uno
sull'altro è solo un mucchio di
sassi, nonostante anche di essi si possa dire che
interagiscono in modo
"locale
e cieco" (se non altro perché si sostengono l'uno con l'altro). Ecco
un caso (quello dei sassi) in cui il tutto è solo
la somma delle parti.
Invece
un gruppo di esseri umani, anche quando ognuno di essi
si occupi solo
di quello che Guicciardini
chiamerebbe il suo "particulare" (insomma,
si fa
"i cazzi sua" - come direbbero
altri meno illustri), assai o del tutto
incurante delle esigenze della collettività in
relazione alle proprie,
ebbene nella maggior parte dei casi costoro, anziché
produrre una semplice
accozzaglia di voci discordi che si annullano a vicenda,
sono in grado di
dar vita a strutture sociali e di far
"emergere", a livello collettivo,
quelle dinamiche macroscopiche che gli storici e gli
antropologi definiscono
solitamente col termine generico di
"istituzioni". Ne sono un esempio il
denaro e l'economia, l'etica e il diritto, e altre fra
cui - forse - il
linguaggio.
E
allora il nostro olista sottile vuol sapere dallo
stupido riduzionista
com'è che che certe
interazioni "cieche e locali" producono semplici
"mucchi"
(di sassi) ed altre - che paiono altrettanto cieche e locali -
producono invece delle "strutture"
(civiltà, cultura, organismi viventi,
coscienza di sé, eccetera).
Non
dobbiamo forse - chiede il sottile olista - ammettere
che quel quid, che
ad un certo punto diviene immanente, sia sempre
stato presente in potenza,
anche in quel "particulare"
che a noi era sembrato cieco?
Di
fronte a questa domanda il riduzionista si trova decisamente a mal
partito.
Un po' perché la domanda è obiettivamente complessa, ma prima
ancora perché qualunque cosa gli venga da rispondere
sarebbe della forma
<<quel
quid in più è...>>, e giunto qui il nostro
povero riduzionista si
rammenta che ogni volta si tenti di dire all'olista che cosa è x, quello
replica con le bombe ontologiche e fa piazza
pulita.
Infatti prima di tentare di dire cosa sia quel
"quid" (che a questo punto
abbiamo capito essere forse la cosa più
complicata dell'universo, perché
contine l'"anima", la
"coscienza", la "sostanza" e altre cosette di questa
portata), prima di questo - dicevo - il nostro riduzionista potrebbe
allenarsi con cose più semplici, ad esempio
potrebbe provare a dire cosa sia
una foglia che cade. Ma anche la foglia che cade -
e che prima non cadeva -
si rivela essere un osso più duro del previsto,
perché il nostro
riduzionista, nel momento in cui
travolge la povera foglia con la sua
assurda idea che le cose possano divenire, cerca
di far oscillare la
fogliolina fra l'essere e il non essere, e facendo
ciò compie nientedimeno
che un attentato contro l'intera civiltà
occidentale, perché se è vero che
non cade foglia senza che *** lo voglia figuriamoci
quale orribile reato
compie chi quella foglia tenti addirittura di farla
sparire nel ni-ente.
E
così per aver osato parlare di una semplice fogliolina il nostro
riduzionista si trova accusato di
furto e reati contro l'umanità. E chissà
in quali guai si andrebbe a cacciare se osasse
dire qualcosa di quel "quid"!
Saluti.
Davide
NOTE:
[1]
La temperatura di un corpo non dipende, che so, da quanta energia
possiede il quarto atomo in basso a destra.
[2]
Non sappiamo fare i conti per un miliardo di miliardi di miliardi di
quanti, e la "meccanica quantistica
macroscopica" è decisamente più
"qualitativa"
che "quantitativa"