LE PARTI E IL TUTTO

 

**********************************************************************

NOTA. Questo è un articolo che ho pubblicato su it.cultura.filosofia

nel febbraio del 2003.

Venivo da alcune settimane di “scontri” feroci con alcuni amici che

Mi avevano rimproverato (anche con mezzi ironici) certi miei atteggia-

menti un po’ troppo “meccanicisti”. E siccome quando l’ho scritto ero

un po’ seccato, ci ho infilato parecchi spunti più sarcastici che

ironici. Nel complesso, insomma, ci sono non poche cadute di stile.

Avrei voluto cambiare qualche frase, ma poi mi sono accorto che ha una

sua economia di pensiero, e per correggerlo bisogna riscriverlo

daccapo. E così un po’ per pigrizia e un po’ per mantenere una testimo-

nianza di certe atomosfere del tempo che fu ho deciso di riportarlo

pari pari.

**********************************************************************

 

 

Come sappiamo fu Aristotele il primo a porre in modo chiaro il problema di

come si rapporti il tutto con le sue parti.

 

Tutti sanno che una casa è fatta di mattoni e calcestruzzo (più

propriamente, conglomerato cementizio, ma non stiamo a sottilizzare). Ma

possiamo dire che una casa è un mucchio di mattoni e calcestruzzo? Quando

diciamo "casa" intendiamo sempre e solo dei mattoni legati fra loro con del

calcestruzzo? Se fosse così allora l'espressione <<casa, dolce casa>>

vorrebbe dire <<mattoni legati con calcestruzzo, dolci mattoni legati con

calcestruzzo>>.

 

Già con questo esempio elementare vediamo che la relazione fra il tutto e le

parti in genere non può essere una semplice "somma".

 

Diciamo che questo esempio è elementare perché in fondo una casa, come

oggetto, ha delle proprietà che sono più o meno intuibili quando si

consideri che è fatta di mattoni e calcestruzzo: è un buon isolante dal

freddo, ripara dal vento e dalla pioggia, resiste agli urti, eccetera.

 

Ma ci sono molti casi in cui il tutto presenta delle proprietà che paiono

essere "nuove" (se non addirittura antitetiche) rispetto alle proprietà

delle parti.

 

Ad esempio gli oggetti che ci cirondano, se considerati come oggetti

"macroscopici" costituiti da atomi "microscopici", non solo possiedono una

dinamica macroscopica che è del tutto indipendente dai dettagli della

dinamica microscopica [1], ma per di più tale dinamica macroscopica presenta

alcune caratteristiche che sembrano essere del tutto incompatibili con

quelle della dinamica microscopica.

 

Perché?

 

Tanto per cominciare la dinamica microscopica è "quantistica", mentre quella

macroscopica è "classica". E se si applica la meccanica quantistica ai

sistemi di quanti non pare esserci modo di eliminare del tutto gli "effetti

quantistici", sicché parrebbe di dover concludere che ci sono solo due

possibilità: o tutto il mondo - a qualunque scala - è quantistico, o la

meccanica quantistica è sbagliata. Entrambe queste possibilità però non

sembrano coerenti con l'esperienza, poiché la meccanica quantistica, fin

dove si riesce concretamente ad applicarla [2], sembra essere esattissima, e

d'altra parte non pare esserci dubbio che i sistemi macroscopici si

comportano in modo "classico".

 

In secondo luogo la meccanica microscopica è perfettamente reversiible nel

tempo, mentre quella macroscopica è in tutto e per tutto irreversibile.

Insomma, nel mondo macroscopico vale il proverbio secondo cui <<è inutile

piangere sul latte versato>>, mentre nel mondo microscopico il latte versato

è sempre recuperabile. Ma se le cose stanno così, come è possibile che un

ipotetico film girato a livello microscopico possa essere proiettato

all'"indietro" senza violare alcuna legge fisica e al contempo un altro

ipotetico film girato contemporaneamente al primo, ma al livello

macroscopico, non possa essere proiettato parimenti all'indietro senza

violare qualche principio che regola la dinamica macroscopica? Se il mondo

macroscopico è - come pensano i fisici ed i riduzionisti in generale - un

semplice "riassunto statistico" del mondo microscopico, come è possible che

il riassunto di una storia reversibile non sia a sua volta reversibile? E,

volendo porre il precedente problema in questa medesima metafora, come può

il riassunto di una storia "quantistica" essere "classico"?

 

Insomma, cos'è quello sfuggente "quid" che viene aggiunto (o tolto?) quando

si passa dalle parti al tutto?

 

Già abbiamo un bel po' di problemi, e siamo solo all'inizio, perché siamo

rimasti pur sempre nell'ambito della fisica, evitando di affrontare un

problema che per certi versi è analogo, ma di gran lunga più sconcertante:

come fa un insieme di molecole ad essere "vivo" (o addirittura - apriti

cielo - "cosciente di sé") quando a nessuna di quelle molecole si può

attribuire una qualche connotazione della "vita" (o della coscienza)?

 

Questa sensazione che il tutto ecceda in qualche modo la semplice

giustapposizione delle parti è stata espressa nei secoli nei modi più

disparati.

 

Senza entrare troppo nei dettagli storici, basterà citare le posizioni

moderne, che si sono espresse prima nella contrapposizione fra olismo e

riduzionismo, dopodiché sono state elaborate varie formule come quella

secondo cui <<il tutto è più della somma delle parti>>, o la ancor più

recente definizione di "proprietà emergente".

 

Comunque lo si voglia dire, quel quid (magico?) che eccede la somma delle

parti, che "emerge" quando si passa dalle parti al tutto, sarebbe anche quel

quid che si perde quando si tenti di passare dal tutto alle parti, il che

porrebbe ogni riduzionista nella posizione di quel medico insipiente

ricordato da Marco, che si lamentava di aver dissezionato un bel po' di

corpi umani senza mai essere riuscito a trovare in essi la "vita".

 

I riduzionisti - quindi - sono tutti degli stupidi?

 

Forse sì. Ma se è così gli olisti, che sono più intelligenti (e quindi -

presumibilmente - più buoni) potrebbero avere la bontà di spiegare

pazientemente ai riduzionisti quale sia quel quid che va perso quando si

affonda il coltello nella carne viva. Altrimenti il riduzionista, stupido

com'è, potrebbe continuare a pensare che non ci sia alcun quid da

preservare, e fare chissà quali danni.

 

E poi qualche riduzionista un po' più sveglio o maligno degli altri potrebbe

osservare che - a parte i discorsi un po' capziosi di Aristotele - gli

olisti, quando devono parlare di quel quid, vanno volentieri a rimorchio di

quel che hanno detto e/o scoperto quei maledetti riduzionisti che, dopo aver

analizzato i tessuti e le cellule del cadavere, stanno cercando di capire

come si possa inquadrare nel loro schema concettuale la differenza fra quel

cadavere e l'amica viva e vegeta con cui sono usciti a cena la sera prima. E

così capita sempre più spesso che un olista citi la "sinergetica" per

mostrarsi à la page, e se ne esca con le solite formulette scontate, come

quella - che io stesso ho impiegato più volte poco fa - secondo cui il tutto

è maggiore della somma delle parti.

 

Nonostante questo atteggiamento un poco ondivago degli olisti, il

riduzionista volonteroso (consapevole di essere un po' stupido e di dover

fare più fatica per capire ciò che agli altri è consentito di cogliere al

volo) farà bene ad ascoltare tutti ed a cercare di rispondere a tutti,

soprattutto a coloro che gli chiedono cosa sia quel quid. Se non altro

perché il fatto di porsi a confronto con un punto di vista completamente

diverso non può che costringerlo ad analizzare tutti gli aspetti del proprio

sistema concettuale, ed a saggiarne la "tenuta".

 

Anche perché alcuni olisti ancora più intelligenti dei primi (che, come

abbiamo visto, rispetto ai riduzionisti sono già degli autentici geni),

fanno un discorso ancora più sottile.

 

Al riduzionista che mostra loro come un insieme di elementi che

interagiscono "localmente" e "ciecamente" possano produrre un sistema in cui

insorgono dinamiche "globali" e "finalizzate", essi fanno osservare che non

tutti i sistemi di quel tipo posseggono queste "proprietà emergenti". Un

mucchio di sassi gettati alla rinfusa uno sull'altro è solo un mucchio di

sassi, nonostante anche di essi si possa dire che interagiscono in modo

"locale e cieco" (se non altro perché si sostengono l'uno con l'altro). Ecco

un caso (quello dei sassi) in cui il tutto è solo la somma delle parti.

Invece un gruppo di esseri umani, anche quando ognuno di essi si occupi solo

di quello che Guicciardini chiamerebbe il suo "particulare" (insomma, si fa

"i cazzi sua" - come direbbero altri meno illustri), assai o del tutto

incurante delle esigenze della collettività in relazione alle proprie,

ebbene nella maggior parte dei casi costoro, anziché produrre una semplice

accozzaglia di voci discordi che si annullano a vicenda, sono in grado di

dar vita a strutture sociali e di far "emergere", a livello collettivo,

quelle dinamiche macroscopiche che gli storici e gli antropologi definiscono

solitamente col termine generico di "istituzioni". Ne sono un esempio il

denaro e l'economia, l'etica e il diritto, e altre fra cui - forse - il

linguaggio.

 

E allora il nostro olista sottile vuol sapere dallo stupido riduzionista

com'è che che certe interazioni "cieche e locali" producono semplici

"mucchi" (di sassi) ed altre - che paiono altrettanto cieche e locali -

producono invece delle "strutture" (civiltà, cultura, organismi viventi,

coscienza di sé, eccetera).

 

Non dobbiamo forse - chiede il sottile olista - ammettere che quel quid, che

ad un certo punto diviene immanente, sia sempre stato presente in potenza,

anche in quel "particulare" che a noi era sembrato cieco?

 

Di fronte a questa domanda il riduzionista si trova decisamente a mal

partito. Un po' perché la domanda è obiettivamente complessa, ma prima

ancora perché qualunque cosa gli venga da rispondere sarebbe della forma

<<quel quid in più è...>>, e giunto qui il nostro povero riduzionista si

rammenta che ogni volta si tenti di dire all'olista che cosa è x, quello

replica con le bombe ontologiche e fa piazza pulita.

 

Infatti prima di tentare di dire cosa sia quel "quid" (che a questo punto

abbiamo capito essere forse la cosa più complicata dell'universo, perché

contine l'"anima", la "coscienza", la "sostanza" e altre cosette di questa

portata), prima di questo - dicevo - il nostro riduzionista potrebbe

allenarsi con cose più semplici, ad esempio potrebbe provare a dire cosa sia

una foglia che cade. Ma anche la foglia che cade - e che prima non cadeva -

si rivela essere un osso più duro del previsto, perché il nostro

riduzionista, nel momento in cui travolge la povera foglia con la sua

assurda idea che le cose possano divenire, cerca di far oscillare la

fogliolina fra l'essere e il non essere, e facendo ciò compie nientedimeno

che un attentato contro l'intera civiltà occidentale, perché se è vero che

non cade foglia senza che *** lo voglia figuriamoci quale orribile reato

compie chi quella foglia tenti addirittura di farla sparire nel ni-ente.

 

E così per aver osato parlare di una semplice fogliolina il nostro

riduzionista si trova accusato di furto e reati contro l'umanità. E chissà

in quali guai si andrebbe a cacciare se osasse dire qualcosa di quel "quid"!

 

Saluti.

 

Davide

 

NOTE:

 

[1] La temperatura di un corpo non dipende, che so, da quanta energia

possiede il quarto atomo in basso a destra.

 

[2] Non sappiamo fare i conti per un miliardo di miliardi di miliardi di

quanti, e la "meccanica quantistica macroscopica" è decisamente più

"qualitativa" che "quantitativa"

 

Hosted by www.Geocities.ws

1