NIHILISMO
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Questa è la mia risposta all’amico Marco che mi chiedeva
Se il mio nihilismo possa “salvarmi”.
Il tutto è comparso nel marzo 2003 su it.cultura.filosofia
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Nell'articolo <[email protected]>
Marco V. ha scritto:
> Dunque,
> per te l'annientamento della civiltà occidentale tutta - l'insieme
> delle sue pratiche (immagino che Bush ed Agnoletto pari siano, in
> questo tuo discorso totalizzante), delle sue scienza, delle sue
> lingue: ciò che il pensiero contemporaneo chiama "cultura" - è l'unica
> prospettiva di una possibile umanità futura felice. Ma allora in
> questo modo "ti" precludi ogni prospettiva personale di salvezza?
Sì, me la precludo.
> Se
> ciò che sarà con l'annientamento materiale della totalità culturale di
> cui sopra, sarà il totalmente altro da "noi", ed il totalmente altro
> da "te" in quanto parte del "noi", dove reperire in
> quell'annientamento la possibilità che "tu" in un modo o nellaltro ti
> salverai? "Ti" salverai semplicemente perchè certi uomini saranno
> felici e "tu" sei un "uomo occidentale"? "Ti" salverai semplicemente
> perchè la tua determinazione include "uomo"?
Non mi salverò.
Quella di sacrificare se stessi per poter edificare un mondo migliore per
quelli che verranno dopo è l'*ultima* illusione che ci è consentita.
Per alcuni questa ultima illusione è talmente potente da costituire essa
stessa la salvezza. Però una volta che l'ultima illusione sia stata scoperta
come tale si è fregati: non c'è niente dopo l'ultima illusione.
Possiamo provare a generalizzare e apliare il discorso sulla salvezza.
La "salvezza" consiste sempre nel riuscire in qualche modo a mettere un
piedino (= una parte di sé) in una qualche forma di immortalità.
C'è chi si accontenta di lasciare qualcosa ai posteri, e che il suo nome
venga ricordato.
C'è chi si immola per la patria o per i suoi ideali, sognando - mentre esala
il suo ultimo respiro - un mondo di uomini liberi, uguali, fratelli,
superuomini (o qualunque altra cosa: è uguale), e sentendosi in un qualche
modo partecipe di quel mondo nuovo che il suo sacrificio ha contribuito ad
edificare. Sono quelli che una volta si facevano portare al camposanto
avvolti nelle bandiere rosse, o nel tricolore [<<e la bandie-e-ra dai tre
colo-o-ri è sempre sta-ta la più bel-la, noi vogliamo sempre quella noi
vogliam la libertà, la li-ber-tà!>>: conosci qualcuno che oggi si farebbe
non dico ghigliottinare come Targhini, ma anche solo togliere una unghia
incarnita in nome di quella bandiera lì?]
C'è chi mentre invecchia e deperisce concentra tutte le proprie energie nel
benessere e nel futuro dei figli e nipoti, e non si dà pace fino a quando
non li vede "sistemati". In questo modo ci si perpetua nella propria
discendenza: se non sbaglio il dono (e la promessa) più grande che Dio fa ad
Abramo è che la sua discendenza sarà numerosa come i granelli di sabbia nel
deserto.
C'è anche - ma questi fortunati sono sempre di meno - chi riesce a
immaginare sopra/sotto questa realtà nuda, indifferente e vuota - fatta solo
di "cose", di presenze - una dimensione spirituale eterna, che sarebbe il
luogo (eterno) dell'anima. E' una illusione di immortalità ottenuta
separando il destino ben noto del proprio teschio col destino indefinito
della propria "anima". Destino di cui si può dire qualunque cosa, anche che
sia quello dell'immortalità.
Sono tutti modi diversi per "continuare ad esserci", per eternare il
presente, per "salvarsi".
Ho detto fino a qui che si tratta di "illusioni", anzi addirittura
dell'ultima illusione. Ma l'ho fatto solo per mettere tutto ciò fra
parentesi, per sospendere il giudizio su tutto ciò. Avrei dovuto dire così:
prendiamo l'immortalità dell'anima, il ricordo dei posteri, gli ideali
politici, i figli i nipoti e tutti i loro discendenti e mettiamo tutto ciò
fra parentesi - problematizziamolo, diresti tu.
Questa precisazione è importante perché che si tratti di "illusioni" è
un'altra illusione: è l'illusione che ci sia qualche cosa di "oggettivo"
(tipo: l'uomo è un essere materiale e come tale è destinato alla morte, al
nulla) a cui contrapporre le "illusioni" (tipo: l'anima è immortale). Se
l'oggettività è una illusione allora che esistano le illusioni è una
illusione.
Se ci si ferma un attimo prima di questo estremo collasso c'è ancora
salvezza. Ci si può buttare da qualche parte e trovare un senso. Alcuni
troveranno il senso nella lotta per edificare un futuro di uomini liberi ed
uguali, il paradiso in terra, e derideranno come "illusi" coloro che credono
nel paradiso dell'aldilà. Altri si aggrapperanno al paradiso dell'aldilà e
derideranno l'assurdità di chi pensa di poter trovare la salvezza nelle cose
del mondo. Altri ancora considereranno illusi sia gli uni che gli altri e
diranno che il mondo non è retto né da un dio onnipotente né dagli uomini,
ma da leggi matematiche, geometriche, eccetera, e che queste e solo queste
sono la dimensione assuluta dell'universo. Tutto il resto sono illusioni. E
questi ultimi sveleranno le illusioni degli altri con un senso di trionfo,
perché si sentiranno in qualche modo partecipi dell'assolutezza e
dell'eternità delle loro equazioni. Diranno che 2+2 continuerà ad essere 4
anche quando non ci saranno più uomini a dire che 2+2 fa 4, e che 2+2
avrebbe fatto 4 anche se non ci fosse stato nessuno uomo a saperlo. E così
avranno essi stessi l'illusione di aver messo un piedino nell'eternità e
nell'immutabilità di quella tautologia.
Tutti costoro saranno "salvi", e saranno salvi anche i "maestri del
sospetto", quelli che denunceranno le "illusioni" degli uomini. Ma questi
saranno gli ultimi a salvarsi. Dopo di loro verranno coloro che, andando un
po' più in là, scopriranno che per poter dire che altri sono illusi occorre
coltivare delle illusioni (tipo: la verità ti renderà libero, o cose del
genere).
Qualunque "fede" si sarà così rivelata come "illusione" e alla fine la "fede
nelle illusioni" (= la fede nel fatto che ci sia qualche cosa da "s-velare")
si mostrerà essa stessa come illusione. Dopo la morte di Dio arriverà la
morte della morte di Dio.
E questo è l'ultimo atto di una civiltà. Da quel momento in poi il mondo e
la storia vengono occupati da chi ha ancora qualche ragione per andare
avanti, da chi ha ancora qualcosa da fare e da volere.
> Se in quel futuro non hai nessuna possibilità di salvarti, non è che
> stai facendo coincidere la prospettiva della "tua" dissoluzione con
> quella della "nostra"? Ciò ad esempio è quanto intendeva fare, chiuso
> nel suo bunker, quell'individuo pervenuto al comando del popolo
> tedesco. Attendo che tu mi spiega per bene (è chiaro che la ragione
> generale, freudiana, è facile inturla) perchè la futura felicità deve
> per forza coincidere con il perire della civiltà occidentale. poi
> magari farò io una serie di osservazioni.
Tu mi chiedi: <<Il fatto di startene lì a dire "largo ai giovani", a non
veder l'ora di chiudere la partita (che è anche la *tua* partita)
costituisce per te una qualche "salvezza"? Pensi che con questo tuo gesto
estremo - con cui compi un suicidio culturale e passsi la staffetta ad
altri - ti sarà concesso di lasciare qualcosa di te nel mondo che verrà?>>
No. Ed infatti non sto facendo "il tifo". Penso che di volta in volta il
mondo venga occupato da "sangue fresco", da civiltà che hanno ancora dei
motivi per fare qualche cosa, e penso anche che il fatto di avere delle
"illusioni" sia l'unica cosa che può dare un senso alla vita e far dire di
essere contenti di esserci.
Dico "illusioni" con le virgolette perché è lo intendo in senso gadameriano.
Quelle sono "illusioni" solo nel *mio* orizzonte storico-semantico, ma io
non ho un orizzonte diverso da quello che ho. Ovviamente per chi
sopraggiunge nuovo nuovo nella storia quelle sono bel altro che illusioni,
e - in certo senso - "abbiamo ragione tuutti e due". Perché la mia
consapevolezza della natura illusoria delle cose che danno un senso alla
vita si spinge fino alla consapevolezza della illusorietà dell'illusorietà,
e questo "apre" il futuro ad "altri mondi possibili".
Così come io mi trovo tragicamente paralizzato dalla negatività e dalla
negatività della negatività qualcun altro si troverà (o potrà trovarsi)
felicemente motivato dalla positività della positività.
L'autoreferenzialità, come vado dicendo da tempo, non produce solo antinomie
[come quella in cui mi trovo io: che ci siano le illusioni è illusorio
perché presuppone l'esistenza della verità, ma se è illusorio che ci siano
le illusioni allora le illusioni non sono tali, e se non sono tali allora
esiste la verità, ma se esiste la verità allora esistono le illusioni...] ma
può anche produrre auto-consistenza [ad esempio la percezione di Dio - non
posso chiamarla "fede" - conferma la percezione di Dio, il pdnc è compatible
con il pdnc, il contrattualismo si lascia contrattare, ecc.]
Per cercare di rispondere compiutamente alla tua domanda devo ammettere però
che effettivamente se la mia posizione fosse definitiva e compiuta dovrei
aver raggiunto la totale indifferenza rispetto a tutto ciò che verrà dopo di
me. Se uno dice che non c'è "salvezza" né nei posteri, né nei discendenti,
né in Dio, né negli ideali, allora non ci può nemmeno essere "perdizione" in
essi.
Se - per parlare da commerciante - a me di ciòò che verrà dopo di me non
viene nulla "in tasca", allora così come non posso trovare nulla di bene o
di male nel fatto che la civiltà a cui appartengo vada avanti per altri
diecimila anni, allo stesso modo dovrebbe essermi indifferente che si
estingua domattina.
Se uno dice di non poter mettere un piede in nessuna forma di eternità e/o
di assolutezza, allora che senso ha dire <<speriamo di estinguerci in fretta
così quelli che verranno dopo di noi potranno essere felici>>?
E poi, non basterebbe che mi estinguessi io? Se io non posso mettere un
piede fuori dalla mia esistenza allora che differenza può fare per me il
fatto che mi estingua io da solo o con me scompaia tutto il mondo? Non
dovrebbe essere la mia fine anche la fine del mondo?
Se dico che <<ognuno è *solo* sul cuore della terra eccetera>> perché poi ci
tengo tanto che nella voragine in cui precipito io (dal mio bunker)
precipitino anche tutti gli *altri*?
L'aporia c'è.
E ci sarebbe stata anche se a questa tua domanda:
> Se
> ciò che sarà con l'annientamento materiale della totalità culturale di
> cui sopra, sarà il totalmente altro da "noi", ed il totalmente altro
> da "te" in quanto parte del "noi", dove reperire in
> quell'annientamento la possibilità che "tu" in un modo o nellaltro ti
> salverai?
avessi risposto che io mi salverò. E questo lo sappiamo bene, tant'è che io
sono forse più categorico di te nel considerare assurda la posizione di chi
rinnega la propria cultura e va in India, o nel Tibet, o quel che è. Come se
si potesse "salvarsi" diventando "altro da sé". Ma allora basterebbe una
bella lobotomia.
Lo so che c'è una aporia. Ma è l'apopia contenuta nel fatto che per negare
la vita bisogna essere vivi, e anche belli vegeti: uno che è mezzo morto
all'ospedale o nel campo di concentramento non ha le energie psicologiche
per tessere una concezione esistenziale nihilista.
Il nihilismo assomiglia alla bestemmia atea, al fatto di rivolgere *al
cielo* la denuncia della morte di Dio.
Questa aporia può essere facilmente liquidata con una battuta spiritosa su
chi grida a pieni polmoni <<non c'è più niente da fare>> con la speranza che
qualcuno si prenda la briga di dimostrargli che non è vero.
Però bisogna anche aggiungere che le aporie del nihilismo hanno diversi
gradi di irriducibilità. Ad un primo livello c'è l'aporia di chi
ipocritamente dice che il mondo non ha alcun valore solo per poterlo
dominare. Ma c'è anche chi - trovandosi a dover scegliere se premere o no il
pulsante che farà saltare *anche* la sedia su cui è seduto lui - quel
pulsante lo preme.
Qui si passa dalla questione irrisoria dell'oportunismo ipocrita alla
faccenda del masochismo e dell'autodistruttività, che è una questione assai
più complessa.
Mi fermo qui.
Saluti,
D.