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Questa è la mia risposta (apparsa su it.cultura.filosofia nel novembre 2003)
ad una “battuta” dell’amico Cosimo sull’essere e il nulla.
Dal momento che io interpreto quella contrapposizione in chiave “esistenziale”
ne è scaturita una mi riflessione sulla vita e sulla morte.
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Da: Davide Pioggia
Nell'articolo <[email protected]>
Cosimo ha scritto:
> Diciamo che... provo un certo gusto a chiudere la mia partecipazione
> al vecchio ICF riproponendo la feroce domanda ricordata nel
> manifesto: perché c'è l'essere e non il nulla? (ha senso questo
> "perché"?).
Gusto sadico :-)
Qualche sera fa mi sono imbattuto in Marzullo che chedeva alla figlia di De
Sica se ha paura della morte.
Lei ha risposto: <<Da morire!>> :-)
Poi ha aggiunto: <<Io non morirò mai.>>
Ho pensato ad una serie di cose che ti insegnano a psicologia, dove ti
dimostrano che noi tutti *sappiamo* di dover morire, ma non *crediamo* di
dover morire.
E' impossibile credere davvero che ci sarà un futuro in cui noi non saremo
più, un mondo con cui noi non avremo nulla a che fare.
Si dice che tutti *sanno* di dover morire. Sì, ma crederlo è un'altra
cosa.
Le due cose sono quasi indipendenti. Dico quasi perché più "sai" e più ti è
difficile "credere" in quello in cui vuoi credere.
Ce la fai sempre a "salvarti", ma è più difficile.
La nostra epoca è giunta ad un tale grado di consapevolezza da rendere assai
difficile "salvarsi".
Se cominci a pensare alla morte ti rendi conto che non ci "credi".
Nei prossimi 30.000 giorni a noi capiterà molte volte di addormentarci.
Qualche volta ci capiterà di svenire, eccetera.
In tutti questi casi ci sarà una interruzione del flusso di coscienza.
L'interruzione del flusso di coscienza non è, in sé, percepibile.
Questa è una conclusione sia filosofica che psicologica: non si può essere
coscienti di non essere coscienti.
Noi tutti diciamo: <<Ieri sera ho guardato l'orologio l'ultima volta a
mezzanotte e mezzo.>> Ma non sappiamo di preciso quale sia l'istante in cui
ci siamo addormentati. Magari ricordiamo gli ultimi pensieri, ma l'atto di
addormentarsi, in sé, non è percepibile.
Una volta ho subito una anestesia totale e al risveglio sapevo solo che da
un certo punto in poi non ricordavo più nulla. Ricordavo che mi avevano
fatto contare fino a dieci (ero piccolo) e ricordavo i primi numeri detti,
ma non ricordavo di "non aver detto alcuni numeri". Mi ricordavo solo fin
dove ero arrivato a contare, ma non ricordavo di "non aver contato".
Ricordavo solo la presenza della mia coscienza, non l'assenza.
Subito dopo mi sono risvegliato con qualcuno che mi parlava. Non sapevo
quanto tempo fosse trascorso, poteva essere passata un'ora, una settimana.
Se mi avessero detto che ero entrato in coma e ci ero restato sei mesi ci
avrei creduto.
Se non mi fossi risvegliato mai più... Ecco, se fossi entrato in coma, e poi
ci fossi restato sei mesi, e poi fossi morto, e il mio corpo fosse stato
preso e chiuso, e fosse divenuto cenere nei decenni e nei secoli, e poi
fossero passati i millenni, i milioni di anni, e la specie si fosse
estinta, e poi dopo miliardi di anni il sole si fosse esaurito distruggendo
il pianeta e l'intero sistema solare, in tutto questo tempo che ne sarebbe
stato di me?
Non ci sarebbe stato quel "risveglio" in cui mi sarei reso conto di esserci
e di avere come ultimo ricordo un numero detto (e non di non aver detto il
numero successivo).
Non avrei mai saputo di essere morto, e tutti quei miliardi di anni
sarebbero passati come se fossero un solo istante. Sarebbero passati nello
stesso modo in cui sono passate quelle ore senza coscienza, o sarebbero
passati quei mesi di coma: senza alcuna sensazione di esserci, del fluire
della coscienza, delle cose che accadono, del tempo che passa.
E se poi anziché chiudermi in quella cassa mi avessero ibernato, per me
essere ibernato o polverizzato nel forno crematorio sarebbe cambiato qualche
cosa?
E se quel corpo ibernato anziché risvegliarsi fosse andato accidentalmente
distrutto dopo un milione di anni, quale sarebbe stato l'istante della mia
morte? Quello successivo all'ultimo numero contato un milione di anni prima?
(Istante, per altro, che io non avrei mai conosciuto?)
E se invece mi avessero risvegliato dopo due milioni di anni, in quei due
milioni di anni in cui nessuno avrebbe creduto di poter risvegliare gli
ibernati, sarei stato morto o vivo? Sarebbe stato un evento futuro a
stabilire se ero morto o vivo il primo giorno di ibernazione?
O in qualche modo "io" sarei rimasto eternamente "appeso" a quell'ultimo
numero contato, in una sorta di "mio mondo", in cui il tempo ad un certo
punto collassa in un solo istante, sicché in quell'istante c'è tutta una
eternità a seguire?
E non è la stessa cosa ogni volta che andiamo a dormire, o che ci
addormentiamo?
Tutto ciò sembra così irreale, in fondo io sono qui, ci sono, quella cosa
non è accaduta.
Eppure è proprio quella cosa che accadrà una delle volte in cui si
interromperà il flusso della mia coscienza nei prossimi 30.000 giorni.
Io so che accadrà, ma non posso crederci.
Perché io so anche che "questo mondo", quello a cui partecipo ora, fra un
secolo ci sarà ancora, ed invece io sarò rimasto lì su qualche "ultimo
numero", in attesa di un risveglio che non verrà mai, con tutti i miliardi
di anni a venire, con tutta l'eternità collassata in un solo istante. Il
mondo andrà avanti nella luce, nel tempo e nello spazio, e il mio mondo
collasserà in un "ultimo atto", senza che io nemmeno possa sapere che quello
è stato il mio ultimo atto, perché non ci sarà alcun risveglio a farmi
prendere coscienza di aver contanto un ultimo numero.
Se io mi avvicino al credere questo allora tutto il contatto con ciò che
chiamo "mondo reale" esplode fragorosamente. Il "mio mondo" era nulla un
secolo fa, sarà nulla fra un secolo. Per il "mio mondo" esserci o non
esserci un secolo fa era nulla, per il "mio mondo" esserci o non esserci mai
stato fra un secolo sarà nulla.
Da una parte mi rendo conto che il "mio mondo" non ha nulla a che fare con
"questo mondo", al punto tale che la mia morte può avvenire solo in "questo
mondo", e non nel mio. In questo mondo ci saranno persone che vestono il mio
cadavere e che mi infilano nella cassa. Nel mio mondo io sarò eternamente
congelato su quell'ultimo numero.
E così da una parte mi rendo conto che questo è un mondo che mi è "alieno",
è un mondo in cui ci sarà il mio cadavere quando io non sarò. E benché mi
sia alieno questo mondo è l'unico mondo che ho, non c'è un altro mondo in
cui andare, c'è solo questo mondo, che mi è alieno, o il nulla.
Non esiste alcun mondo che possa essere "mio".
Ci svegliamo e ci ritroviamo gettati nell'alienazione, nel dover sapere ciò
che non possiamo credere.
Meglio non essere mai nati?
Che senso ha dire <<non essere mai nati>>?
Possiamo fare un esempio di "persona che non è mai nata"?
Non solo, ma che differenza c'e ora fra "uno che non è mai nato"
(ammesso che abbia senso) e Giulio Cesare?
Forse che per Giulio Cesare ora è diverso il fatto di esserci stato o non
esserci stato?
Egli è ancora là, immobile in quell'ultima pugnalata che è riuscito a
sentire.
Ma è solo un modo di dire. Perché egli in realtà non è, punto e basta.
Possiamo anche dire che per Giulio Cesare esserci stato o non esserci
stato *ora* non cambia nulla. Anche perché "ora", l'attimo presente, esiste
solo per noi che siamo.
Quindi se si potesse dire che <<è meglio non essere mai nati>> allora
sarebbe come dire che <<sarà meglio quando ci sarà un ora in cui saremo già
morti>>.
Bene, ma "meglio" per chi?
Si può dire cosa sia meglio *ora* per uno che è morto? Ci sono forse diverse
modalità nell'essere morto?
Qui ci si ritrova ad un punto in cui ciò che "sai" stritola come un maglio
la tua capacità di "credere".
Capisci che il fatto di esserci è frutto di tutta una infinità di eventi che
si sono prodotti in tutto il tempo che ti ha preceduto.
Se uno solo degli infiniti fatti infinitesimali che sono accaduti in tutti
questi miliardi di anni si fosse svolto diversamente da come è andato allora
tu non saresti mai esistito.
D'altra parte capisci anche che non ha senso parlare di "coloro che non sono
mai esistiti" (chi sarebbero? quanti sarebbero?), e alla fine non ha
senso
nemmeno parlare di ciò che è stato e sarebbe potuto essere diversamente.
Certo, se quello spermatozoo... se i miei genitori... se mi madre... se mia
nonna... Alla fine dovremmo applicare il "se" ad ogni atomo del sistema
solare, e non basterebbe, perché se quel meteorite, sessantatre milioni di
anni fa...
Quindi non possiamo pensare a ciò che non è, alla possibilità di non esserci
o di non esserci mai stati.
Possiamo solo dire <<Ci sono>>
E poi possiamo anche provare ad incazzarci: <<Ma come cazzo è successo che
mi sono ritrovato qua proprio io? Perché proprio a me? Fra tutte le infinite
coscienze che potevano essere evocate dal nulla, perché evocare proprio me?
Perché gettarmi in un mondo che non è mio, a sapere che non sarò, quando poi
non posso pensare e volere altro che non sia l'atto di essere?>>
Ma poi ti rendi conto che quel "tu" non è altro che la successione di tutti
i fatti che sono accaduti. Tutti, tutto ciò che è accaduto nell'universo ha
prodotto un "ora" fatto di te e tante altre coscienze. Tu sei il risultato
di tutto ciò che ti è accaduto, e più in generale di tutto ciò che è
accaduto.
<<Perché ci sono?>>
<<Ha senso questa domanda?>>
Ecco, non è da qui che siamo partiti?
Solo che tu trasformi un problema esistenziale in un problema ontologico, ed
io faccio il contrario.
Saluti,
Davide
P.S. Traduzione: ho paura di morire :-)
P.P.S. Credo anche di essere in buona compagnia, ma questo non aiuto perché
di fronte alla "possibilità dell'impossibilità" siamo soli :-)
P.P.P.S. Dici che sono heideggeriano senza saperlo?