LA
METAFORA
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AVVERTENZA
Riporto qui di seguito
un articolo che ho pubblicato sul newsgroup
it.cultura.filosofia
nell'aprile del 2003.
Alcuni amici che frequentano
quel ng hanno avuto la gentilezza di replicare
con domande e
osservazioni a questo mio articolo, e a quei loro interventi
ho aggiunto repliche e
precisazioni che mi sono sembrate importanti per
chiarire alcuni concetti
e aspetti delle mie argomentazioni.
Ne viene che tali
interventi (quelli degli amici) li ho usati qui in modo
strumentale, per
cogliere gli spunti utili ad esporre compiutamente le *mie*
opinioni.
Leggendo qui di seguito
si potrebbe avere l'impressione che le critiche
degli amici fossero poco
consistenti, o che io abbia replicato ad esse in
modo definitivo. Ma
questa sarebbe solo una impressione prodotta dal modo in
cui ho
"riassemblato" il materiale. Alle mie contro-osservazioni alcuni
hanno replicato in modo
profondo, e tuttavia conducendo il discorso altrove,
lontano dall'argomento
che qui intendo trattare. Altri non si sono dati per
vinti ed hanno tenuto
duro sulle loro posizioni (in questo caso io qui
faccio in modo di essere
io a dire la "parola finale"). Altri ancora,
secondo il loro stile,
hanno sorvolato sui numerosi punti deboli dei miei
argomenti, preferendo
una parola in meno che una di troppo.
Chi fosse interessato a
seguire la discussione in modo più completo e
obbiettivo può fare una
ricerca su un motore che acceda ai gruppi
(ad esempio
groups.google.it è ottimo) usando gli ID dei vari messaggi, che
riporto più giù.
Inoltre si tenga
presente che il "botta e risposta" che si è prodotto
in seguito alla
pubblicazione del mio articolo non è stato riportato in un
vero e proprio
"thread", come avviene nei ng.
Ciò che ho fatto è
aggiungere note nel formato [ordinale romano minuscolo]
nei punti in cui
qualcuno aveva replicato alle mie affermazioni, per poi
riportare nella sezione NOTE
la replica. Ci sono anche delle note all'interno
delle note, poiché ci
sono state repliche sulle repliche e così via.
Quando si va a leggere
il testo delle note, si tenga presente che anche in
quel caso riporto
principalmente le mie contro-deduzioni (ricordo che questo
vuole essere il *mio*
testo) e – soprattutto – che le convenzioni per
distinguere il mio testo
da quello dell’interlocutore sono quelle tipiche
del “quoting”, in uso su
tutti gli ng.
Mi rendo conto che
sarebbe stato meglio riscrivere tutto daccapo, ma purtroppo
queste osservazioni
sulla metafora mi servono per poter sviluppare altre voci
del mio "dizionario
filosofico" (voci che hanno dei link sulla "metafora") e
e non ho avuto tempo di
riformulare le mie tesi sulla metafora, poiché dovevo
lavorare a quelle altre
voci, che mi "urgevano".
Prima o poi troverò il
tempo di farlo (spero).
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Si
sa che sulla metafora si sono scritti fiumi d'inchiostro.
Già
il semplice tentativo di dare una definizione della metafora pone dei
problemi
notevoli, poiché qualunque proposta si rivela, in sostanza,
circolare.
In
"Semiotica e filosofia del linguaggio" Eco percorre un breve excursus
storico
in mezzo a dizionari assai diffusi oggi o in passato, per mostrare
come
essi siano <<di solito imbarazzati nel definire la metafora>>.
Alcuni
casi li liquida con del facile sarcasmo. Ad esempio il Nuovissimo
Melzi
del 1906 dice: <<Figura per la quale si dà ad un vocabolo un
significato
che non è il suo proprio>>, definizione - osserva Eco - che ci
imporrebbe
ad esempio di dire che <<avrebbe fatto metafora Mussolini
chiamando
/bagnasciuga/ la battigia>>. E, possiamo aggiungere, consentirebbe
a
qualunque studente che usi i termini in modo improprio di appellarsi al
"diritto
di metafora" per difendere i propri errori lessicali e semantici.
Ma
anche dizionari più prestigiosi non se la passano meglio.
<<Trasferimento
del nome di un oggetto a un altro oggetto per rapporto di
analogia>>
ma - osserva Eco - il rapporto di analogia è appunto il rapporto
metaforico.
<<Sostituzione
di un termine proprio con uno figurato>> Ancora Eco: <<la
metafora
essendo specie del genere figura, si definisce la metafora con una
sineddoche>>
<<Similitudine
abbreviata...>> E qui Eco si rifiuta addirittura di
commentare.
[i]
Il
fatto che la metafora sembri non essere definibile se non metaforicamente
(da
cui quella circolarità di cui parlavo un po' più su) pone un grande
interrogativo
sulle ragioni per cui ci si trovi di fronte a questo muro
impenetrabile.
Una
possibilità che renderebbe pienamente ragione di questa impossibilità è
che
*la metafora sia l'elemento fondante di tutta l'attività linguistica*.
Se
le cose stessero così si capirebbe perché la definizione di metafora non
possa
che essere data con una metafora.
Ma
se le cose stanno così allora si instaura quello che alcuni hanno
definito
<<lo "scandalo" della metafora>>.
Perché
chi fa una metafora da un punto di vista strettamente letterale sta
*mentendo*.
Pertanto
se la metafora è il fondamento di tutto il linguaggio allora alla
base
di ogni atto comunicativo ci starebbe una "menzogna", un dire altro
rispetto
a come stanno "effettivamente" le cose. Il che pone interrogativi a
non
finire anche sulla possibilità che le cose possano "effettivamente
stare" in un qualche modo.
Poiché
la possibilità che *tutto* il linguaggio sia sostanzialmente
metaforico
può apparire "scandalosa", potremmo provare a capire se si possa
dare
un linguaggio puramente "letterale". [ii]
E,
tanto per avere - anche a mo' di gioco - un primo approccio con questo
interrogativo,
si potrebbe compiere una operazione auto-referenziale: in che
misura
è metaforico il discorso sulla metafora che ho fatto fin qui? [iii]
Fin
dalla prima riga ho scritto che sulla metafora si sono scritti "fiumi d'
inchiostro".
Ebbene, a meno che tutto l'inchiostro utilizzato per scrivere
testi
sulla metafora non sia stato raccolto nell'alveo di in uno o più fiumi
quello
che ho detto non è vero, è una menzogna. Oppure - se vogliamo - una
metafora.
Ma non sappiamo cosa essa sia. [iv]
E
che dire poi dei testi elettronici sulla metafora ed eventuali altre forme
di
scrittura diverse da quelle ottenute per mezzo d'inchiostro? Non sono
contemplate
nei "fiumi d'inchiostro"?
Ma
andiamo avanti: nel secondo capoverso ho anticipato che qualunque
definizione
si rivela "circolare". Ora, dove sta il "cerchio" nel fatto
che
per
definire una metafora si impieghi una metafora o altra figura retorica
ad
essa affine?
Il
cerchio è l'insieme dei punti equidistanti da un punto dato. Forse che di
una
definizione si può dire che è equidistante da un punto dato? Se non è
così
non è vero che una definizione può essere circolare, è una
"menzogna".
Oppure
è una metafora - il che è lo stesso. [v]
E
non abbiamo ancora detto nulla della parola "metafora". Se presa
etimologicamente
va intesa come "trasferimento", dal greco _meta_ e
_phérein_
(quest'ultimo ha chiaramente la stessa radice indoeuropea del
latino
fero). Si tratta quindi di "ciò che è portato oltre, al di là".
Quando
diciamo che una parola è una metafora stiamo quindi dicendo che un
vocabolo
può essere "preso" e "portato" "oltre" al suo
significato
letterale.
Ma questa è una immagine metaforica: propriamente non è vero che
noi
possiamo prendere un vocabolo e "portarlo oltre", poiché la semantica
non
è un luogo. La si può immaginare come tale, ma in tal caso si sta usando
una
metafora. E così abbiamo scoperto - come anticipato - che anche la
parola
metafora è una metafora. [vi]
Certo,
per rendercene conto abbiamo dovuto fare un minimo di analisi
etimologica,
il che ci ha fatto comprendere che quella che era nata come una
metafora
si è andata poi sedimentando come un senso proprio. Inizialmente
era
una "menzogna", una o più parole ("portare" e
"oltre") usate in senso
improprio.
Poi sono state registrate sui dizionari e quello che era falso e
improprio
è diventato vero e proprio. Oggi i dizionari ci autorizzano a dire
che
una metafora è una metafora, ovvero che il significato di una parola può
essere
"portato oltre".
Però
tutto ciò ci mette una pulce nell'orecchio: quanto è pregnante questo
processo
storico di "legalizzazione" e "istituzionalizzazione" delle
metafore?
Non può essere che tutte le parole che oggi hanno uno status
"giuridico"
regolare e "ufficialmente riconosciuto" [si osservi la densità
di
figure retoriche presenti in tutto ciò che dico, ed anche la
"densità" e
la
"figura" usate in questo inciso] siano state in passato parole
"pirate",
usate
in senso improprio.
In
"Filosofia del linguaggio" William Lycan scrive:
<<I
filosofi tendono a pensare che il discorso letterale sia la norma e che
i
proferimenti metaforici siano delle aberrazioni occasionali, soprattutto
di
poeti mancati e non. Ma si tratta solo di un pregiudizio. Gli enunciati
sono
molto spesso usati in contesti perfettamente usuali con significati
diversi
rispetto ai loro significati letterali. Di fatto, *quasi ogni
enunciato
che sia prodotto da un essere umano contiene in maniera massiccia
elementi
metaforici, o figurativi*. [vii]
L'uso
che ho appena fatto della parola "elemento" era almeno in parte
metaforico.
Oppure considerate quante volte al giorno si pronuncia la parola
"livello".
"Livello" è quasi invariabilmente una metafora, a meno che il
parlante
non stia effettivamente parlando della disposizione orizzontale di
un
oggetto fisico. *L'uso non letterale è la regola, non l'eccezione* .
La
lettera dell'affermazione che quasi ogni enunciato contiene elementi
figurativi
è accettata da tutti, poiché tutti ammettono che tra le
espressioni
letterali ci siano molte metafore "morte", cioè frasi che si
sono
evolute da quelle che originariamente erano delle metafore nuove e che
si
sono sviluppate in modi di dire e clichés e che ora significano
letteralmente
ciò che una volta significavano metaforicamente. Noi parliamo
della
"bocca di un vulcano" [...] "ricco dessert" [...] e, vedi
caso, anche
di
una "metafora morta". [...]
Tuttavia,
come è stato sottolineato da Lakoff e Johnson (1980), la
differenza
fra una metafora nuova, o fresca, e una metafora "morta" è una
differenza
di grado, non di tipo. Le metafore fresche vengono usate e
diventano
d'uso corrente e poi solo gradualmente - a volte nel corso di
secoli
- si ammalano, si induriscono e muoiono.
(Esattamente
quante espressioni nel capoverso precedente sono state usate
metaforicamente
invece che letteralmente, assumendo che la differenza non
sia
una differenza di grado?)>>
[Il
senso della precedente domanda che l'autore pone fra parentesi potrà
essere
più chiaro quando si tenga conto che quello di Lycan è un testo
didattico,
con tanto di "esercizi e problemi"]
Come
si vede il gusto per l'auto-referenzialità nel parlare della metafora
in
questo caso l'ho in parte mutuato da Lycan. Tuttavia quei pochi amici che
portano
avanti da tempo le loro chiacchierate con la mia modesta persona
sanno
piuttosto bene quanto sia importante la questione
dell'auto-referenzialità
nel mio "sistemino", e non si stupiranno che io mi
sia
lasciato sedurre dal "gioco" di Lycan.
Ora,
qualcuno a questo punto potrebbe dire che tutta questa pervasività
della
metafora (viva o morta che sia) nel linguaggio sia ottenuta da me (e
da
Lycan, da Eco, e da molti altri che hanno preso in considerazione la
possibilità
che la metafora sia l'elemento fondante del linguaggio) per
mezzo
di qualche "forzatura", e che sia possibile condurre un discorso
serio
e
rigoroso evitando certi "giochi" e certe "spiritosaggini"
da saltimbanchi.
Per
verificare fino a che punto si possa portare avanti un discorso rigoroso
senza
"mentire" ho preso a caso un passo da un'opera di un autore che è un
campione
del rigore e grande inquisitore di qualunque discorso che sia solo
allusivo
e poco sostanziale. Si tratta - non c'è nemmeno bisogno di dirlo -
del
nostro caro amico Emanuele Severino, che in "Essenza del nichilismo"
scrive:
<<La
storia della filosofia occidentale è la vicenda dell'alterazione e
quindi
della dimenticanza del senso dell'essere, inizialmente intravisto dal
più
antico pensiero dei Greci. E in questa vicenda la storia della
metafisica
è il luogo ove l'alterazione e la dimenticanza si fanno più
difficili
a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone
esplicitamente
di svelare l'autentico senso dell'essere, e quindi richiama
ed
esaurisce l'attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si
impone.>>
[viii]
E'
questo un discorso metaforico (una "menzogna") o un discorso
rigoroso,
letterale?
[ix]
Vediamo
di riscriverlo mettendo in evidenza le metafore più o meno
"fresche"
- come direbbe Lycan:
<<La
storia[1] della filosofia[2] occidentale[3] è la vicenda[4]
dell'alterazione
e quindi della dimenticanza del senso[5] dell'essere,
inizialmente[6]
intravisto[7] dal più antico pensiero dei Greci[8]. E in
questa
vicenda[4] la storia[1] della metafisica[9] è il luogo[10] ove
l'alterazione
e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi[11]:
proprio
perché la metafisica[9] si propone esplicitamente di svelare[12]
l'autentico[13]
senso dell'essere, e quindi richiama[14] ed esaurisce[15]
l'attenzione[16]
sulle plausibilità[17] con cui il senso alterato si
impone[18].>>
[1]
Etimologicamente la "storia" è la "testimonianza oculare",
e di qui il
"racconto
dei testimoni". Non esiste, in sé, una storia di qualcosa, ma solo
ciò
che i "testimoni" raccontano. Si tratta sempre, comunque e solamente
di
"interpretazioni"
[che è un'altra metafora: originariamente l'"interprete" è
il
mediatore d'affari, il sensale]
[2]
Quella "certa cosa lì" che ogni tanto noi cerchiamo in questo ng di
definire
può essere definita come "philia", "amore", solo in senso
molto
improprio.
Perché nella "storia" della "filosofia" si è visto di tutto
tranne
che l'"amore". A meno che la ferocia non la si voglia definire
"amore
per
il sangue", che però è ancora una metafora.
[3]
"Occidentale" è - letteralmente - la più grande "menzogna"
che si possa
concepire.
A parte i numerosi lavori "seri" in cui vari filosofi hanno messo
in
evidenza il carattere "vuoto" di questo termine, va osservato che il
significato
letterale ed etimologico del termine è "ciò che è a ponente di
qualcos'altro",
e non si capisce come l'amore per la conoscenza possa essere
a
ponente di qualcosa, dal momento che la terra è rotonda.
[4]
"Vicenda" deriva - attraverso il latino - da un antico termine
indoeuropeo
che significa "vece, cambio" e di qui "cambiamento". Si
tratta
chiaramente
di una "menzogna", perché ipotizzare che le cose possano
cambiare,
diventare altro, è come dire che esse sono ni-ente, sicché parlare
di
"vicenda di x" è come dire che x è ni-ente.
[5]
Il "sensum" letteralmente ed etimologicamente è la percezione
attraverso
i
sensi. E' chiaramente metaforico parlare della "percezione dell'essere per
mezzo
dei sensi".
[6]
C'è forse un "inizio" nella "racconto dei testimoni oculari
dell'amore
della
conoscenza che sta a ponente di qualcosa"?
[7]
Visto???
[8]
Anche ammettendo che i Greci con la maiuscola siano gli "antichi
greci",
resta
il fatto che non tutti gli antichi greci abbiano "intravisto" il
senso
dell'essere.
Se così fosse dovremmo chiederci quali siano esattamente i
confini
geografici entro i quali i contadini vedevano il senso dell'essere.
Tutti
i contadini che lavoravano per i cittadini greci? O solo i nobili
greci?
I cittadini di Atene? E quelli di Sparta? E gli abitanti della
Macedonia?
Se si parla del Greci per parlare di una certa cultura sorta in
Grecia
in un certo periodo si sta chiaramente operando una sostituzione
metaforica,
come quando si parla delle "vele" o dei "legni" anziché
delle
"navi".
[9]
Ah! La meta-fisica! Che è la meta-fisica? Un apostrofo rosa fra le
parole
t'amo? E poi, meta-che? Meta-fisica nel senso di meta-physika, ovvero
"dopo
le cose naturali", che è poi un essere "dopo le cose nate, generate,
create"?
E lo dobbiamo davvero intendere (solo) come disposizione di vecchi
libri
in una vecchia biblioteca (ma allora perché non dire semplicemente
"quella
cosa lì", o "X"?) o c'è qualche altra metafora di mezzo?
[10]
Luogo? Quale luogo?
[11]
Dunque l'alterazione e la dimenticanza prima erano "coperte"?
[12]
Mh, questo testo è un po' troppo sexy: si s-copre e si s-vela a non
finire.
Quanti sono questi "veli"?
[13]
Dal greco "auth-entes", ciò che è fatto da sé. Ma se esiste un senso
dell'essere
che "è fatto da sé", come può essere dimenticato e -
soprattutto
- alterato?
[14]
Con quale "bocca" la metafisica può ri-chiamare l'attenzione?
[15]
"Esaurire" significa originariamente "vuotare
completamente" e si dice
di
un contenitore. Se l'attenzione può essere "vuotata completamente"
allora
sul
fondo ci troveremo probabilmente degli apostrofi rosa.
[16]
Ad-tendere, ovvio.
[17]
"Plausibile" è "ciò che può essere applaudito", e diventa
poi - per
"morte"
della metafora - "approvabile". Ma che una cosa sia
"approvabile"
cosa
importa ad un filosofo dell'episteme?
[18]
"Imporre", ovvero "mettere dentro". Dentro dove? E mettere
con cosa?
Con
le mani?
E
qui mi fermo, perché si sarà capito che il "gioco" può essere fatto
(metaforicamente,
ma forse non solo) "esplodere".
Qual
è il "succo" di tutto ciò?
Ha
ragione Lycan quando dice che secondo i filosofi <<i proferimenti
metaforici
siano delle aberrazioni occasionali, soprattutto di poeti mancati
e
non>>? Lycan dice anche, poco prima, che <<ai filosofi piace il
linguaggio
letterale>>.
Certo,
ai filosofi potrà anche piacere il linguaggio letterale, solo che il
linguaggio
letterale non esiste. Esistono solo metafore "vive" e metafore
"morte".
Per
i Greci di cui parla Severino le metafore erano tutte "vive", perché
essi
stavano creando concetti nuovi, e per farlo accostavano concetti noti e
concreti
fra di loro in modo creativo ed innovativo. La "fisica" dei Greci
era
la "natura", ciò che è "nato", ciò che è stato
"creato".
C'è
un sacco di atropo-centrismo e forse anche di teo-logia nel dire
"creato", però il termine è
"vivo", perché è correlato ad una esperienza
umana,
quella di essere nati, di avere dei "genitori" (il babbo e la mamma,
insomma:
stiamo sul concreto).
Se
c'è qualcuno che tradisce lo spirito dei Greci è chi dice "episteme"
quando
ormai il contenuto "meta-forico" di questo termine è andato perduto,
è
"morto". Quando non c'è più nessuno che in esso coglie quello
"stare
sopra" che è allo stesso tempo uno
"stare alla base", un "fondamento", un
"sostegno"
insomma.
Il
filosofo non è allora il nemico della metafora, perché non può esserlo:
tutto
è metafora.
Il
filosofo è semmai il nemico della metafora "viva". Preferisce pensare
che
le
parole non abbiano una origine "plebea", che non siano nate fra la
"menzogna",
nello "scandalo" della metafora. Vuole immaginare che esse
abbiano
un senso "proprio", e che siano nate così.
E
questa cosa gli si ritorce contro. Perché poi per metterlo in crisi basta
tirare
fuori un po' di aporie [dal greco "aporos", "cose
inaccessibili",
insomma
quelle robe in cui nessuno ci capisce niente] dal cappello dell'
"esse
in re" ed dell'"esse in intellectu", come se avesse qualche
senso l'
esse
*in* riferito alla "re" e all'"intellectu".
Se
diciamo in senso *metaforico* che i pensieri sono *nella* (in la, dentro
la)
mente come se la mente fosse un "luogo" allora bene: è una bella
immagine
poetica.
Ma
se poi vogliamo dire *propriamente* (strictu sensu, direbbero quelli che
hanno
studiato) che ci sono le cose che stanno *nella* mente e le cose che
stanno
*nella* realtà allora bene: divertiamoci pure.
La
quantità di aporie, assurdità, contraddizioni con cui può essere sommerso
chi
pensa di poter fare un discorso "rigoroso" fatto solo di termini
usati
in
modo "proprio" è tale da "sgomberare il campo" da chiunque
voglia
uccidere
la "meta-fora" dal linguaggio.
Ma
il fatto che a brigante si possa rispondere con brigante e mezzo non è
molto
rilevante e sostanzialmente non ne vale la pena.
C'è
qualcosa di più interessante da fare: cercare di capire chi sono i
"nemici"
della dimensione metaforica del linguaggio, perché sono nemici di
quella
dimensione, e quale desiderio essi esprimano attraverso quella
avversione.
Se
interpretate in senso metaforico le parole rimandano *tutte* a degli
elementi
che riguardano la vita "affettiva" dell'uomo: i suoi sensi (la
vista,
il tatto), le sue esperienze emotive fondamentali (da cui l'uso
pressoché
illimitato della figura del Padre, della Madre nelle metafore),
l'enigma
della vita (nelle metafore tutto nasce, muore e si trasforma),
eccetera.
[x]
Persino
nelle parole dell'algidissimo Severino, se si va a grattare quel po'
po'
di crosta che si è formata negli ultimi duemila e passa anni, si trovano
un
sacco di umori e di fluidi vitali.
Tutto
è "interpretazione". Sì, bene, ma l'"interprete" è un
mediatore,
magari
un sensale che indifferentemente ti vende la vacche o ti cerca
moglie.
E la "storia" è fatta di ciò che la gente raccontata di aver visto
nell'agorà
- che poi è in fondo come dire al Bar delloo Sport. Ed ovviamente
si
esagera sembre un gran bel po', finché non si distingue più l'invenzione
dai
fatti.
La
metafora appare dunque come la porta d'ingresso per il linguaggio
simbolico,
onirico, per le "passioni". Cosa avranno di tanto terribile le
La
domanda è questa.
Saluti,
D.
NOTE
=====[i]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
Cosimo
ha scritto:
>>
<<Similitudine abbreviata...>> E qui Eco si rifiuta addirittura di
>>
commentare.
>
>
Non ho quel testo di Eco, però il mandrogno un piccolo commento
>
avrebbe potuto aggiungerlo, dal momento che Quintiliano stesso
>
(Quint. VIII, 6, 8) la definì così: similitudo brevior.
>
Es, "Achille è un leone" da "Achille combatte come un
leone".
Dal
momento che più giù mostri di aver chiaro il paradosso che ci (im)pone
l'autoreferenzialità
della metafora, so che più o meno ti è anche chiaro che
questa
proposta non regge.
Si
possono fare una serie di osservazioni in proposito.
Ad
esempio Lycan, riprendendo una argomentazione di Beardsley [1], osserva
che
se la metafora è *solo* una abbreviazione della similitudine, allora <<è
semplicemente
sinonima rispetto alla similitudine, e non dovrebbe affatto
essere
avvertita come anomala, o sorprendente.>>
In
effetti in <Achille è un leone> sembra esserci maggiore
"tensione" che in
<<Achille
combatte come un leone>>. Nel passaggio dalla metafora alla
similitudine
sembra si perda qualcosa che appare essenziale alla metafora.
D'altra
parte si può anche considerare che molti aforismi e motti di spirito
sono
delle metafore argute. Ad esempio si può dire, con una metafora, che
<<Il
matrimonio è la tomba dell'amore>>. Magari non per tutti, ma per alcuni
questo
aforisma metaforico può risultare un motto di spirito. Di certo
nessuno
troverà altrettanto divertente quest'altro: <<Il matrimonio è *come*
una
tomba per l'amore>>. Tutta la "tensione" si è irrimediabilmente
persa.
Non
solo, ma qualcuno potrebbe rovinare completamente la versione non
abbreviata
chiedendo: <<In che senso Achille combatte come un leone?
Combatte
forse a quattro zampe?>> Oppure: <<In che senso il matrimonio è una
"tomba"?
E bianco, marmoreo, chiuso?>>
Qualcuno
potrebbe perdere la pazienza e replicare così: <<Ma no! E' una
tomba
perché contiene un cadavere; perché l'amore, una volta finito là
dentro
- nel matrimonio - è morto>>.
Qui
però ci si imbatte in una grana ancora più grossa: se si cerca di
rispondere
a chi ci chieda <<In che senso?>> [ovvero quali delle infinite
possibili
similitudini siano poste da quel "come"] non si può far altro che
rispondere
con una *metafora*. Infatti per rispondere a chi ci chieda in che
senso
il matrimonio è come una "tomba" noi dobbiamo rispondere che nel
matrimonio
l'amore è "morto".
Ed
anche a chi ci chieda in che senso Achille combatta come un leone potremo
rispondere,
ad esempio, che Achille combatte con lo stesso coraggio di un
leone.
Questo però pone altri problemi, perché che il leone sia "coraggioso"
è
vero solo nel linguaggio figurato. Ci sono animali infinitamente più
coraggiosi
del leone. Che dire poi del coraggio mostrato dalle madri dei
cuccioli?
Non sarebbe meglio dire "Achille combatte come una madre che veda
i
suoi cuccioli minacciati"?
Quest'ultima
osservazione [il fatto che per spiegare la similitudine
contenuta
in una metafora si debba ricorrere ad un linguaggio figurato o
metaforico
in genere] ha condotto Fogelin [2] a modificare la "teoria naif"
della
metafora come similitudine.
Secondo
Fogelin la metafora non è abbreviazione di una similitudine intesa
in
senso letterale, ma è *abbreviazione di una similitudine intesa in senso
figurato*.
Qui
però ritroviamo l'osservazione di Eco sull'uso della "figura" nella
definizione
della metafora: <<la metafora essendo specie del genere figura,
si
definisce la metafora con una sineddoche>>.
Direi
che non se ne esce.
E
d'altra parte ne trovi conferma anche tu:
>
Conferma il tutto il "Manuale di retorica" di Bice Mortara Caravelli,
>
dove cita ancora Eco laddove dice, sulle correnti definizioni della
>
metafora, che sarebbero "una serie di variazioni intorno a poche
>
tautologie, forse a una sola: 'la metafora è quell'artificio che
>
permette di parlare metaforicamente'".
Tant'è
che Eco giunge alle seguenti:
<<Conclusioni.
Non
esiste algoritmo per la metafora: essa non può essere prescritta per via
di
istruzioni precise a un computer, indipendentemente dal volume di
informazione
organizzata che vi si può introdurre.>>
>
Aggiunge subito il testo che fra tutti i fatti retorici la metafora,
>
per indefinibile che sia, è comunque quella che si presta a essere
>
riconosciuto intuitivamente, senza bisogno di nozioni teoriche
>
preliminari. Bel paradosso, questo. O forse meno di quel che si
>
pensi.
Sì,
per me lo è meno di quel che si pensi.
Ricordi
quando dicevo che la semantica è "un pozzo senza fondo" e che la
logica
può essere fondata solo sulla sintassi? E la mia "guerra personale"
contro
il significato?
Tutto
ciò nel mio orizzonte si ricompone in un disegno piuttosto coerente.
La
semantica è illimitata, infinita. Ciò che noi chiamiamo "significato
letterale"
è solo la superficie raffreddata di un calderone in ebollizione.
E'
il calderone che mantiene vivo il linguaggio, creando dei moti convettivi
che
fanno risalire i segni dal fondo (dove c'è solo il puro simbolo
metaforico)
alla superficie (dove c'è il significato letterale). Giunti in
superficie
i segni vengono però di nuovo risucchiati nel calderone, e ciò
che
era diventato un significato letterale ritorna come parte di una
metafora.
Tutto
ciò non può essere descritto con la _ratio_. L'unica cosa "oggettiva"
(in
quanto inter-soggettiva) è la "forma", la *sintassi*. Anche la
metafora
più
ardita, creativa e onirica non può non essere "grammaticale". Ma
sotto a
quella
forma cristallina c'è il "pozzo senza fondo" della semantica.
Di
cosa sono fatti il liquido che ribolle in quel calderone ed il fuoco che
lo
fa ribollire?
Io
credo si tratti della "materia dei sogni".
Tutte
le strutture individuate da Freud nel sogno e nel motto di spirito (e
poi
nel lapsus, nei sintomi nevrotici, eccetera) sono correlate a quelle del
linguaggio
metaforico e figurativo.
Dice
Eco, parlando della metonimia:
<<Questo
tipo di sostituzione metonimica altro non sarebbe che quello che
Freud
chiama "spostamento". E come sullo spostamento si opera la
condensazione,
così su questi scambi metonimici si opera (come si vedrà) la
metafora.
Tuttavia proprio il termine /spostamento/ fa pensare a quelle
metonimie
non contemplate da nessuna enciclopedia, che si direbbero
empiriche
o _idiosincratiche_, legittimate da connessioni che dipendono
dall'esperienza
del singolo - come se ne verificano nell'attività onirica
[...]>>
Nella
mia visione dell'uomo c'è un cristallo sintattico - l'adamas della
ratio
direbbe un nostro comune amico - che dà forma ad un informe magma
semantico,
fatto di metafore di cui si può parlare solo metaforicamente. Ed
il
discorso metaforico sulla semantica è fatto di miti, di simboli, di
favole
- di sogni.
Questa
è più o meno la ragione per cui leggo Freud e Wittgenstein, e questo
è
il modo in cui riesco più o meno a conciliare la filosofia con la
psicanalisi.
Più o meno.
So
che non era qui che volevi andare a parare, ma non si può avere tutto
nella vita :-)
Ciao,
D.
[1] M. Beardsley,
"Metaphor" in _The Encyclopedia of Philosophy_, Macmillan,
1967
[2]
Robert J. Fogelin, _Figuratively Speaking_, Yale University Press,
1988.
Se ne parla ad esempio anche qui:
http://www.sssub.unibo.it/varie/Metafora_Basso.htm
=====[ii]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
Poiché la possibilità che *tutto* il linguaggio sia sostanzialmente
>>
metaforico può apparire "scandalosa", potremmo provare a capire se
>>
si possa dare un linguaggio puramente "letterale".
>
>
"Tutto sia sostanzialmente" e' come dire che "la maggior parte
delle
>
descrizioni importanti... ma non proprio tutto".
No,
vuol dire che ogni semantica "sotto sotto" è "metaforica",
anche quando
la
crosta del "significato proprio" è bella spessa.
=====[iii]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
E, tanto per avere - anche a mo' di gioco - un primo approccio con
>>
questo interrogativo, si potrebbe compiere una operazione
>>
auto-referenziale: in che misura è metaforico il discorso sulla
>>
metafora che ho fatto fin qui?
>
>
Se tutto fosse metaforico sarebbe pure metaforico "il discorso sulla
>
metafora" che hai fatto fin qui.
Certo,
ed è proprio quello che voglio dimostrare: qualunque discorso sulla
metafora
non può che essere metaforico.
Quindi
una definizione della metafora non può che essere auto-referenziale.
E'
il succo di tutto il mio intervento.
=====[iv]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>
E' tutto da dimostrare che la
>
metafora menta. Mentirebbe "letterariamente" (il "cuore di
pietra" non
>
e' veramente di pietra), ma se tutto fosse metaforico il
>
"letterariamente" indicherebbe un insieme vuoto.
Alt!
E' proprio questo il punto.
Se
il "significato vero" è quello "letterale" allora la
metafora non dice il
"vero",
e quindi "mente". Ma tutto è metaforico, e quindi tutto è menzogna.
Per
evitare questo esito "scandaloso" dobbiamo ammettere che il
"significato
vero"
*non* sia quello "letterale".
Facile,
no?
>
Preferirei a letterario/metaforico sostituire
>
denotazione/connotazione, lasciando alla prima fini indicali pratici o
>
formali.
Vogliamo
scherzare?
Sono
mesi che rado al suolo tutte queste pippe sulla connotazione e la
denotazione!
[xvi]
Nessuno
dei paradossi sul significato che ho presentato a questa nobile
assemblea
di filosofi analitici è stato risolto. Quando mi si è risposto lo
si
è fatto con delle metafore sui "diti puntati" eccetera.
Che
è 'sta denotazione dunque?
Se
le parole avessero un significato "letterale", cosa dovrei dire dei
"fini
indicali
pratici"? [xvii]
In
senso metaforico lo capisco: vuoi dire che il "significato" è in
grado di
"puntare
il dito". Ma quel "dito" lì (il famoso "dito
indicale"?) è un dito
metaforico.
Poesia.
Se
invece vogliamo dire che la parola è un "puntatore" [xviii],
e
poi dare una definizione abbastanza ampia di "puntatore"
che
ci consenta di usare quella parola in senso *proprio* [xix]
(e
non come semplice sinomino *metaforico* di "dito" o di
"indicale")
allora
prego, sentiamo pure.
>>
quello che ho detto non è vero, è una menzogna. Oppure - se vogliamo
>>
- una metafora. Ma non sappiamo cosa essa ssia.
>
>
Non e' esatto. Siamo particolarmente esercitati a riconoscere ed usare
>
una metafora nell'uso pratico della lingua.
Lo
so che siamo esercitati a riconoscerla, infatti capisco quello che dici.
So
che mi hai appena detto che sappiamo riconoscere le metafore e che non mi
hai
detto che i leoni ruggiscono.
Ma
io non mi sono mai "esercitato" a riconoscere le metafore. [xx]
La
prima parola che ho detto è stata "mamma", e per me "mamma"
- usato in
senso
*proprio* - era la *mia* mamma.
Quando
poi mi hanno detto di una certa signora che era la "mamma" di un
bambino
che conoscevo allora ho capito subito che quella era una metafora:
quella
signora aveva con quel bambino lo stesso legame che la "mamma" aveva
con
me.
E
anche quando mi hanno parlalto della "mamma" del mio pastore tedesco
ho
capito
al volo.
E
poi "io" ero solo *io*. Ma ho capito al volo cosa intendessero gli
*altri*
quando
dicevano "io". E mica mi ero "esercitato".
>
Mi pare che tu stia sotto-sotto riproponendo (o non riuscire a pensare
>
senza) un linguaggio oggettivo (cioe' NON inevitabilmente simbolico e
>
retoricamente figurato, ma che esprima
il "significato oggettivo"
>
delle cose) e dici: nel linguaggio oggettivo non riusciamo a definire
>
la metafora. Ma se il linguaggio oggettivo e' stato buttato via dalla
>
porta, cosa ti affanni a farlo entrare dalla finestra sottobanco.
No.
Io dico: *se* si ammette che esiste un "linguaggio oggettivo", che
esiste
il "significato vero" o il "significato letterale" allora
finiamo in
un
mare di guai. [xxi]
Molte
delle nostre discussioni sono prodotte dal nostro modo diverso di
affrontare
i problemi, che causa non pochi equivoci.
Se
io voglio criticare una certa posizione la *assumo* e ne traggo le debite
conseguenze,
invece tu la bruci sull'altare del sacro fuoco della polemica e
dell'invettiva.
Non
dico che fai male, ma sei poco attento agli stili altrui.
Se
io parto dal presupposto che esista il "linguaggio oggettivo" tu
subito
mi
salti addosso a dire che non c'è nessun linguaggio oggettivo.
A
me non interessa gridare in piazza che non c'è nessuno significato
oggettivo.
Mi interessa di più cercare di capire cosa accade quando si
assuma
che c'è un linguaggio oggettivo, magari assieme ad alcuni altri
presupposti
(come il pdnc, ad esempio, o il tuo "principio di evidenza",
eccetera).
>
Il
>
fine della conversazione non e' trovare che cos'e' la metafora, ma
>
intendersi. E questo succede.
Bene,
prendiamone atto e non stiamo tanto a menarcela con i "significati",
le
"connotazioni", le "denotazioni" e quel che è.
In
qualche modo misterioso noi riusciamo a capirci. Stop.
Ma,
siamo sicuri di capirci? E quando pensiamo di capirci per ore e giorni e
poi
salta fuori che c'era stato un "equivoco"?
Io
ho scoperto degli equivoci che erano andati avanti per anni.
Se
è vero che in qualche modo (misterioso) ci capiamo tu capisci sicuramente
cosa
intendo per "equivoco".
Dal
momento che io ho visto equivoci di tutte le "durate" (da pochi
secondi
fino
ad anni) chi mi assicura di non star vivendo in alcuni grossi equivoci
secolari?
E
se io trasmetto il mio equivoco ad un gruppo di persone, sicché tutte
quelle
persone si trovano ad equivocare rispetto ad un altro gruppo di
persone?
E se questi equivoci di gruppo sono secolari e non basta una vita
per
scoprirli?
E
se il "please" degli Inglesi non vuol dire <<per favore>>
ma <<adesso
dovrei
chiederti per favore, ma col cazzo che te lo chiedo>> e noi abbiamo
pensato
per secoli che gli Inglesi sono molto educati e invece sono dei gran
maleducati?
=====[v]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
non è vero che una definizione può essere circolare, è una
>>
"menzogna".
>
>
Cicolare nel senso di procedere in circolo, in loop, non di procedere
>
equidistanti da qualcosa.
"Loop"
nel senso letterale di "cappio", I suppose :-)
=====[vi]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
...dal greco...Si tratta quindi...stiamo quindi dicendo...
>
>
Ma come si puo' dire che ricavando un etimologia greca si sappia cosa
>
dice una parola?!. E' un'operazione romantica :-), un nostalgico amore
>
per i tempi del liceo, se non per millennari defunti. Su questo NG
>
pare spesso che come la dicevano i greci
(le auctoritates) non la
>
possa ridir meglio nessuno.
Io
dico solo questo: la prima volta che questo termine è stato usato era una
metafora.
Poi noi abbiamo cominciato ad usare quella metafora in modo
"rigido"
(rigido: ecco un'altra metafora), sempre nello stesso contesto, e
così
quella metafora è finita sul dizionario come "senso proprio".
Ma
quale sarebbe questo contesto che resta sempre lo stesso e che definisce
il
"senso proprio"?
Tutti
sanno qual è ma nessuno lo può dire. Perché il significato non si
dice,
non si può dire. [xxii]
=====[vii]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
In "Filosofia del linguaggio" William Lycan scrive:
>>
>>
<<I filosofi tendono a pensare che il discorso letterale sia la
>>
norma e che i proferimenti metaforici siano delle aberrazioni
>>
occasionali, soprattutto di poeti mancati e non. Ma si tratta solo
>>
di un pregiudizio. Gli enunciati sono molto spesso usati in contesti
>>
perfettamente usuali con significati diversi rispetto ai loro
>>
significati letterali. Di fatto, *quasi ogni enunciato che sia
>>
prodotto da un essere umano contiene in maniera massiccia elementi
>>
metaforici, o figurativi*.
>
>
Perfetto. Sono gli elementi che caricano di senso gli enunciati.
E
aggiunge Lycan: <<l'uso che ho appena fatto della parola
"elemento" era
almeno
in parte metaforico.>>
E
se era metaforico il suo era metaforico anche il tuo :-)
"Elemento"
è di etimologia discussa. Sembra derivi dai nomi delle lettere
"L",
"M", "N". Dire gli elementi sarebbe quindi come "fare
lo spelling".
Quindi
gli "elementi di x" sarebbero lo "spelling di x". In senso
metaforico
ovviamente.
Per
non parlare degli "enunciati", che etimologicamente sono "le
cose che si
fanno
conoscere fuori". Ecco, "fuori" da *dove*? Nel senso che si
fanno
conoscere
agli altri, e quindi "fuori da sé"? Ma il sé ha un "dentro"?
[xxiii]
=====[viii]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
un'opera di un autore che è un
>>
campione del rigore e grande inquisitore di qualunque discorso che
>>
sia solo allusivo e poco sostanziale. Si tratta - non c'è nemmeno
>>
bisogno di dirlo - del nostro caro amico Emanuele Severino
>
>
Mi sembra un autentico abbaglio! Severino parte intuendo SOLO per
>
metafore e scrive in uno stile atto a depurare (mascherare) proprio
>
questa scaturigine. Severino e' un "viscerale" (come forse noi
tutti),
>
non un razionale (la qual parola e' connotata in un certo modo,
>
altrimenti sarebbe del tutto "insipida" ed insignificante, per nulla
>
alternativa al "viscerale" - c'e', direi, nascosta una metonimia).
Non
>
trova argomentando, ma mette in veste argomentativa cio' a cui vuole
>
arrivare, che gia' aveva.
Ma
se la mia passione scolastica per l'etimologia greca è una cazzata
(cazzo:
da ocazzo, grosso maschio dell'oca, col suffisso dispregiativo) come
fai
a dire che Severino parte intuendo *solo* per metafore? [xxiv]
E
le persone non "viscerali" sono quelle che non hanno i visceri? [xxv]
E
"metonimia"? Per i Greci suonava come "scambio di nome". Tu
vuoi usare
questa
metafora etimologica o mi sai dire qual è il "significato letterale"
della
metonimia? [xxvi]
=====[ix]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
E' questo un discorso metaforico (una "menzogna")
>
>
E daccela. Perche' mai una metafora dovrebbe essere una menzogna...
*Se*
esiste un "significato vero", che è quello "letterale",
*allora* il
significato
non letterale non è il significato vero...
=====[x]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
Se interpretate in senso metaforico le parole rimandano *tutte* a
>>
degli elementi che riguardano la vita "affettiva" dell'uomo...
>
>
Bene. Da Lycan stai adesso passando a Lacan (che aveva fatto della
>
metafora un discorso centrale per la sua psicanalisi).
Bella...
associazione ;-)
=====[xi]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
La metafora appare dunque come la porta d'ingresso per il linguaggio
>>
simbolico, onirico, per le "passioni". Cosa avranno di tanto
>>
terribile le passioni?
>
>
La psicanalisi :-)
Già!
;-)
=====[xii]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
Marco
V. ha scritto:
>>
Cosa avranno di tanto
>>
terribile le passioni?
>>
>>
La domanda è questa.
>
>
La mia risposta è che le passioni non hanno nella loro apparente
>
"alogicità" nulla di terribile, giacchè ci sono, esistono (e dunque
>
sono affermate). Qui però non si tratta di esperire concretamente le
>
passioni, ma di *teorizzare* il loro significato per la relazione tra
>
l'uomo (il linguaggio, il pensiero etc.) e la realtà. L'uomo stesso è
>
teorizzato. Quando si teorizza che le "passioni" invadono la sfera
>
razionale, si sta teorizzando che la possibilità della verità (la
>
coincidenza tra pensiero e cosa) è in cattivissime acque.
Anche
Cosimo mostra questra "preoccupazione", quando dice:
<<Per
il resto, se, come penso anch'io, la metafora non è altrimenti
"definibile"
che circolarmente, o se non è possibile stabilire con rigore il
senso
proprio e letterale come differente da quello metaforico o figurato,
siamo
nei "guai" tutti (Lycan come Severino), come rilevi già nel subject;
[...]>>
Ora,
io non sono del tutto sicuro che queste acque siano così cattive e che
i
guai siano così grossi.
Prendiamo
ad esempio il passo di Severino. Come ho cercato di mostrare, non
appena
si vada a "grattare" la crosta del "linguaggio proprio"
salta fuori
un
mondo quasi visionario, fatto di riferimenti allusivi, spesso addirittura
simbolici.
Pensiamo ad esempio alla "civiltà di ponente" (che è poi - è
ovvio
- il famoso "Occidente"), dove ill "tramonto" in un primo
momento
definisce
metaforicamente la contrapposizione storica fra le civiltà di due
aree
geografiche (levante/ponente) e allo stesso tempo individua quella in
cui
è nata una certa cultura. Subito dopo - ma anche contemporaneamente -
quel
"tramonto" si trasferisce su un livello metaforico successivo (quasi
una
metafora della metafora) e pone il problema del "tramonto
dell'occidente",
cioè il tramonto della civiltà che sta a ponente, o forse
il
tramonto della civiltà che tramonta.
Tuttavia,
come osservavo rispondendo a Cosimo, quando tutte queste metafore
vengano
esplicitate (anche, eventualmente, in forma di similitudini) si
perde
qualcosa. Sembra che non sia possibile sostituire a "Occidente" una
sua
qualunque descrizione senza ritrovarsi con nulla in mano.
Se
il passo di Severino (ma anche qualunque passo preso a caso da qualunque
testo)
è tanto denso di significati metaforici, e se questi significati
metaforici
non possono essere ulteriormente "ridotti" senza perdere qualche
cosa
di essenziale, allora il passo di Severino è - semanticamente - un
"poema",
come quello parmenideo, o - perché no - la Commedia dantesca.
Ebbene,
il fatto di ritrovarci fra le mani solo dei poemi, il fatto che a
Kant
e Severino si debba forse riservare lo stesso trattamento filologico ed
ermeneutico
che riserviamo a Dante ed a Goethe ci pone davvero nei guai di
cui
parla Cosimo o nelle cattive acque di cui parli tu?
Non
c'è più una "verità"? Chiunque può fare qualunque cosa e dire al
giudice
che
le sue leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici, e
che
alla fin fine egli (il giudice) è solo un sensale che si dà da fare
(naturalmente
dietro adeguato compenso) per offrire ai suoi amici
l'opportunità
di godersi i favori di quelle gran prostitute che sono le
leggi?
Ma
chi l'ha detto che non ci possa essere "verità" in un poema? Forse si
tratta
solo di comprendere che la verità è diversa da come ce la siamo
immaginata.
Tu
dici:
>Qui
però non si tratta di esperire concretamente le
>
passioni, ma di *teorizzare* il loro significato per la relazione tra
>
l'uomo (il linguaggio, il pensiero etc.) e la realtà. L'uomo stesso è
>
teorizzato.
sottolineando
il fatto che io non mi limito a chiedere un "permesso di
transito"
per le passioni (nel qual caso, dici tu, glielo si può accordare
tranquillamente),
ma mi spingo a *teorizzare* - sulla base delle passioni -
un
certo nesso fra l'uomo e la realtà.
Ci
troviamo così per le mani questo ospite incomodo: la "teoria".
Per
mesi qui ci siamo chiesti che cosa sia teorico e cosa sia pragmatico, se
abbia
senso parlare di teoria e prassi disgiuntamente, se ogni teoria non
sia
anche una prassi, eccetera. Ma nessuno ha saputo dire che cosa sia la
teoria,
e quindi tutti questi problemi si sono arenati.
Ricordo
ancora l'incipit della risposta di Cosimo ad una mia osservazione.
Diceva
Cosimo: <<In linea *di princpio* - e quindi *di fatto* - [...]>> Ma
non
starò certo a spiegarlo a te, che fai riferimento alla tradizione
filosofica
"immanentista".
Ebbene,
la teoria lo sappiamo tutti cos'è: è una "visione". E' la visione
dello
spettatore, di chi se ne sta seduto in platea ad osservare lo
spettacolo
che si svolge sul palco.
Dicevo
nel mio post:
<<Nella
mia *visione* dell'uomo c'è un cristallo sintattico - l'adamas della
ratio
direbbe un nostro comune amico - che dà forma ad un informe magma
semantico>>
e
così facendo mi sono dichiarato - metaforicamente (e quindi di fatto, mi
verrebbe
da dire parafrasando chi sappiamo) - un "visionario".
Tu
dici che simili "visioni" possono minacciare la "verità"?
La verità è la
a-letheia,
lo s-velamento. Come può una visione minacciare lo s-velamento?
Che
altro fa la mia visione se non s-velare la metafora che sta sotto il
velo
del "significato proprio"?
Cosa
temiamo? Di restare con il palcoscenico vuoto, di non avere più nessuno
spettacolo
da guardare, di non poter fare altro che spegnere le luci ed
andarcene?
Ma
gli spettacoli possibili sono infiniti. Fortunatamente l'uomo è un
animale
creativo e grande sceneggiatore, sicché ognuno ha la possibilità di
assistere
allo spettacolo che più gli piace. Non vediamo forse che il teatro
era
la prima cosa che i Greci costruivano in tutte le loro colonie, a volte
prima
ancora dei sistemi di irrigazione e degli acquedotti in genere? Questo
ci
dice che lo "show" è un bisogno ancor più fondamentale di quello di
bere.
E
d'altra parte l'importanza che quel piccolo elettrodomestico chiamato
televisore
ha per la civiltà moderna ce la dice lunga sull'importanza dello
"show".
=====[xiii]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
Atomo
Pensiero ha scritto:
>
A mio modesto parere dovresti profondere maggiori sforzi sulla
>
definizione di linguaggio letterale.
E'
presto detto: si tratta di una "metafora irrigidita".
(Ovviamente
non posso che dirlo con una metafora :-))
>
E' evidente che si coniano dei singoli termini, delle singole
>
strutture di linguaggio, delle singole frasi per talune situazioni
>
reali, e che poi tramite analogia ( metafora come diresti tu ) le si
>
"dirotta" ad altre situazioni reali.
Sì,
ma se vai a vedere i "termini fondamentali" essi sono tutti legati ad
un
"universo"
che è molto ben definito.
Ci
sono tutti i verbi del toccare e del vedere, le parti del corpo, la
Madre,
il Padre... e da questi elementi di base il linguaggio si sviluppa
per
"epigenesi metaforica". Ma so di averla detta grossa, e quindi qui lo
dico
e qui lo nego.
Ti
faccio una proposta: prova tu, magari con un bel dizionario etimologico,
a
trovare quelle poche decine di "parole fondamentali" e poi prova a
dirmi
tu
che cosa è l'uomo.
>
Se ho capito bene il tuo discorso, semplicemente sposterei la
>
questione dicendo che per linguaggio letterale debbano intendersi le
>
metafore "morte" e per linguaggio metaforico le metafore
"vive".
Ecco,
appunto.
>
E a questo punto giudicare quelle "vive" erronee e quelle
"morte" la
>
norma a cui adattarsi, sarebbe una strana convenzione.
Eggià!
=====[xiv]=====
>
ma se, dopo aver trattato tutto metaforicamente, ti ritrovi a
>
riportare la metafora all'uomo (trattandola in maniera del tutto non
>
metaforica) non ti pare di aver partorito il topolino?
>
Per me la tua disquisizione sulla metafora porta al tutto che rimanda
>
a tutto...relazionismo
Avrò
anche partorito il topolino, ma il topolino è un elefante in un mondo
di
formiche.
Il
succo di tutta questa faccenda è che è impossibile dire che cosa è il
significato
se si vuole prescindere (o trascendere) dalla *introspezione*.
Il
significato è dentro di noi, e non possiamo oggettivarlo né in un
algoritmo
(come si può fare per la sintassi) né in un generico "discorso".
Rispetto
al linguaggio esso è infinito. E' la enciclopedia di Eco, non
l'alberello
di Porfirio.
=====[xv]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
Se il "significato vero" è quello "letterale" allora la
metafora non
>>
dice il "vero", e quindi "mente". Ma tutto è metaforico, e
quindi
>>
tutto è menzogna.
>
>
Ma anche il significato di vero e menzogna sarebbero metaforici. Per
>
giustificare di poter dire qualcosa alla fine sei obbligato a salvare
>
almeno i giudizi, cioe' ad esentarli dall'aspetto metaforico. Quindi
>
non tutto sarebbe metafora.
Eh
no! Proprio qui sta il punto.
Fin
dall'inizio ho scritto che <<la metafora è una
"menzogna">>.
Ho
anche parlato dello <<"scandalo" della metafora>>.
Ora,
è chiaro che sia lo "scandalo" che la "menzogna" sono a
loro volta
metaforici.
Se così non fosse finirei nella contraddizione che tu metti
giustamente
in evidenza.
Se
io dicessi che la metafora è "falsa" usando quel "falsa" in
un
(ipotetico)
senso "letterale", allora starei descrivendo la metafora "da
fuori",
starei parlando del linguaggio "improprio" utilizzando il linguaggio
"proprio",
eccetera.
Non
posso dire *propriamente* che tutto il linguaggio "sotto sotto" è
*improprio*,
perché quel *tutto* mi si ritorce contro. [xxvii]
Ed
infatti io scrivo che la metafora è una "menzogna", e quelle
virgolette
dicono
che ciò è "vero" solo in senso
metaforico (ammesso che qualcosa
possa
essere "vero" propriamente)!
Così
come la metafora può essere "definita" solo metaforicamente, allo
stesso
modo la sua "verità" è una verità metaforica.
Quando
allora dico che la metafora è una "menzogna" quel "menzogna"
resta
"aperto"
alle *intezioni* (ed alle alle "interpretazioni")
dell'interlocutore.
Se
l'interlocutore parte dal presupposto che esista un significato
"letterale"
e che sia quello "vero" allora il fatto che una metafora sia una
"menzogna"
va a sua volta inteso in senso letterale: le metafore,
letteralmente,
sono *false*. A questo punto però l'interlocutore mi deve
spiegare
come possa "salvare" il linguaggio quando:
1.
non sembra possibile eliminare del tutto la metafora da un qualunque
discorso;
2.
non sembra possibile definire la metafora se non metaforicamente.
Se
però l'interlocutore parte dal presupposto che il linguaggio sia
sostanzialmente
metaforico allora questo essere "menzogna" della metafora
assume
un valore psicologico. Più che produrre delle affermazioni da
incidere
categoricamente sulla pietra come "vere" e "false", la
metafora
produce
degli scambi verbali di valore pragmatico. Così come se ti spingo tu
ti
sposti di lato (ma posso anche abbracciarti eccetera), allora stesso modo
se
ti parlo produco su di te degli effetti.
Su
questo ng per mesi abbiamo cercato di stabilire cosa sia la "verità"
e se
essa
sia "relativa" o "assoluta".
Per
dimostrare che esiste una qualche verità assoluta bisogna
necessariamente
assumere qualcosa di assoluto (ad esempio il pdnc, oppure
assumere
proprio il fatto che esistono delle verità assolute), ma il fatto
che
si debba *assumere* qualcosa ci dice che chi non lo assume non è tenuto
ad
assumere l'assolutezza della verità, e quindi la verità assoluta è...
relativa.
Se
invece si parte dal presupposto che ogni verità
sia relativa allora
anche
il fatto che <<ogni verità è relativa>> è vero solo relativamente,
sicché
si deve necessarieamente riconoscere anche chi parte dall'assunto che
la
verità è assoluta. Se la verità è relativa *qualunque* presupposto è
pienamente
legittimato, anche il presupposto che nega che la verità sia
relativa.
Come
vedi non c'è verso.
E
allora proviamo così: la verità è metaforica! :-)
=====[xvi]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>>
Preferirei a letterario/metaforico sostituire
>>>
denotazione/connotazione, lasciando alla prima fini indicali
>>>
pratici o formali.
>>
>>
Sono mesi che rado al suolo tutte queste pippe sulla connotazione e
>>
la denotazione!
>
>
Vorrei propri che mi indicassi dove lo hai fatto.
>
Ma per tagliare la testa al toro vorrei che mi chiarissi cosa e' la
>
comprensione, e come comprendi (ad esempio quello che dico): poiche'
>
non c'e' dubbio che assistiamo in noi all'effetto chiamato
>
"comprensione", e resta evidente che essa puo' essere descritta e
>
legata in qualche modo al "significare". Prima di continuare raccolgo
>
un attimo la matita che mi e' caduta per terra: ecco questa frase, pur
>
non essendo vera rispetto all'accaduto, l'hai compresa perfettamente,
>
eppure non hai visto la matita, non l'hai probabilmente immaginata in
>
sbiadita icona, ne' in forma, colore etc., ne' da dove o da che
>
altezza e' caduta. Come hai fatto a comprendere? Non ti ho presentato
>
de visu nulla, ne' indicato nulla a cui potessi rivolgere lo sguardo
>
che emanasse il suo significato oggettivo per via fotonica. Cosa e
>
come e' avvenuto con tanta immediatezza? Questo e' il punto. Anche
>
Tutankamen avrebbe capito (compreso) la matita?
Allora,
ricominciamo.
Innanzi
tutto tu dici che "in qualche modo ci capiamo".
Bene,
ti rispondo io, ammettiamo pure che sia così.
Allora:
1)
Se
io ti parlo di "equivoci" tu capisci cosa sto dicendo. Non so di
preciso
quale
sia la definizione di equivoco o quale sia il significato di
"equivoco".
Tuttavia so che tu capisci cosa intendo quando ti parlo degli
equivoci
e ti dico che non è possibile essere *certi* di non stare
equivocando.
A tutti noi è capitato di accorgerci che un certo equivoco era
andato
avanti solo per pochi secondi, un altro per giorni, un altro per
mesi,
eccetera. Come facciamo ad essere *certi* di non essere dentro a degli
equivoci
secolari, per i quali non basta tutta la vita?
Il
modo in cui vengono "svelati" gli equivoci ti mostra che il processo
di
"sincronizzazione
dei significati" non è un processo di *verificazione* (non
c'è
nulla che possa provarti con certezza che il significato che tu
attribuisci
ad una parola sia compatible con il significato che attribuisco
io),
ma un processo - direbbe Popper - di *falsificazione*.
Quando
nelle commedie si "svela l'equivoco" è accaduto qualcosa che ha
*falsificato*
la credenza dei parlanti di star usando lo "stesso
significato".
Se
io penso che tu con "cane" intendi il cane, il fatto di sentirti
parlare
della
coda del cane, delle zampe del cane, degli occhi del cane, delle
orecchie
del cane non mi fornisce la certezza che tu con "cane" intendi il
cane.
Così
come il fatto di vedere che tutti i gravi cadono con la stessa
accelerazione
(nel vuoto, eccetera) non mi fornisce la *certezza* che essi
siano
sempre caduti con quella accelerazione, che sempre cadranno con quella
accelerazione
e che non possano non cadere con quella accelerazione.
Il
fatto di averti sentito parlare della coda del cane e delle zampe del
cane
non mi fornisce la certezza che tu un giorno non te ne possa saltar
fuori
a parlare delle <<corna del cane>>. Nel qual caso io ti direi:
<<eh!???
cosa dici??? i cani non hanno corna!!!>>. E solo allora scopriremmo
che
tu per "cane" intendevi la mucca!
2)
Il
fatto che "in qualche modo ci intendiamo" (sia pure con le riserve di
cui
al
punto precedente) non implica necessariamente che le parole abbiano un
"significato",
che esista una cosa come il "significato" delle parole.
Tu
prima dici: <<ci capiamo>>, ed io rispondo: <<sì
(forse)>>. Ma poi tu
dici
che ci capiamo perché <<sappiamo il signifcato delle parole>>. E
qui io
non
ci sto: perché tu mi stai solo dicendo che "capirsi" equivale a
"capire
il
significato delle parole". Ma questo potrebbe essere solo uno stratagemma
linguistico
per "moltiplicare gli enti". Io non ho paura ad introdurre un
nuovo
"ente" (il significato), così come non ho paura ad introdurre il
campo
elettrico
per dire che due cariche elettriche si attraggono. Ma questo nuovo
ente,
se vuole "esistere", *non deve essere contraddittorio*.
E
allora mettiamolo alla prova questo nuovo ente. Ri-cominciamo: è
*concreto*
o *mentale*? E via di questo passo.
Ora,
a mio avviso questo "significato" è contraddittorio, e quindi io non
ho
intenzione
di adottarlo.
E
poi, se anche non fosse contraddittorio (ma lo è) c'è da dire forte e
chiaro
che "capirsi" vuol dire semplicemente "capire le parole" e
non
"capire
il significato delle parole".
Allo
stesso modo "interagire con una carica" vuol dire "interagire
con una
carica"
e non "interagire col campo prodotto con una carica".
Se
tu a tutti i costi mi vuoi introdurre la nozione di "campo" bene,
fallo,
ma
allora spiegami bene quali sono le proprietà di 'sto "campo" e
soprattutto
fai in modo che di quel campo non si possa dire sia A che non-A,
perché
altrimenti a partire dal "campo" si può dimostrare *tutto* e il
*contrario*
di tutto.
=====[xvii]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
Se le parole avessero un significato "letterale", cosa dovrei dire
>>
dei "fini indicali pratici"?
>
>
Se vedi (nella pratica della vita) qualcuno che ti indica una cosa,
>
questo suo atto (indicale) e' metafora anche se non parla?
Non
è questo il punto. Il punto è che se la comunicazione è un "atto
indicale"
allora quando due - come noi - vogliano comunicare "senza dita"
parlare
di "atto indicale" diviene metaforico.
Tu
poco fa mi hai detto che io capivo a cosa ti riferivi quando parlavi di
"matita".
Bene, se tu mi aggiungi che lo capisco perché me la stai
"indicando
col dito" io devo farti notare che quell'indicare con dito è
molto
metaforico, perché io le tue dita non le ho mai viste!
>
Pure un cartellone pubblicitario non direbbe altro per un
>
extraterrestre che un quadrato con delimitazioni diverse di colore. Un
>
uomo e' un "ambiente interpretante" e NON uno specchio di significati
>
intrinseci non altrimenti da lui costruiti o additivati di senso.
Bene,
quell'"ambiente interpretante" lì [dove "ambiente" è
sicuramente
*metaforico*,
a meno che tu non voglia "indicarmi col dito" dove si trova la
parola
di ingresso; e "interpretante" secondo me altrettanto metaforico] è
un
"ambiente metaforico".
=====[xviii]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
Se invece vogliamo dire che la parola è un "puntatore"
>
>
La parola e' un innescatore di comprensione. I puntatori sono forse
>
nel cervello (ma lo dico come metafora mediata dal linguaggio C dei
>
computer).
"Innescatore
di comprensione", ovvero: "ciò che fa ardere la facoltà di
prendere
dentro di sé" :-)
E
l'altra metafora l'ha vista da solo.
=====[xix]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
definizione abbastanza ampia di "puntatore" che ci consenta di usare
>>
quella parola in senso *proprio*
>
>
Non esiste un senso proprio...
Ecco!
Bon! Basta! Guarda che il mio discorso sulla metafora non intendeva
fiancheggiare
Bush e massacrare i poveri bambini iracheni.
Volevo
solo dire che:
>
Non esiste un senso proprio...
Nient'altro.
>
...(semmai "comune"), la parola "proprio"
>
connota (infatti la comprendiamo) ma non denota alcuna proprieta' che
>
possa essere a-contestuale, avulsa da qualsiasi ambiente
>
interpretante.
Ecco!
=====[xx]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
Ma io non mi sono mai "esercitato" a riconoscere le metafore.
>
>
E neppure potresti esserti esercitato sulla poesia, ma questo non
>
toglie che tu ne abbia una competenza avendo costituito la tua
>
identita' nell'ambiente linguistico parentale, che ti hanno allevato a
>
linguaggio gia' fornito di senso. Ti sono state passate molte cose
>
emotivamente legate tra loro.
Ma
il mio gatto e il mio cane che pure sono cresciuti nello stesso ambiente
parentale
(per non parlare dei gerani), e mica si sono "esercitati" a
cogliere
metafore.
E
poi come avrei fatto a predere qualcosa dall'ambiente parentale se fin
dalla
prima volta che la mia mamma ha detto "io" non fossi stato in grado
di
capire
che l'"io" della mamma era (metaforicamente) *come* il mio
"io",
quello
"proprio"?
=====[xxi]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
No. Io dico: *se* si ammette che esiste un "linguaggio oggettivo",
>>
che esiste il "significato vero" o il "significato
letterale" allora
>>
finiamo in un mare di guai.
>
>
Sono sempre gli stessi, legati al "soggettivo". Se la
"comprensione"
>
e' un fatto soggettivo, avviene cioe' nel cervello, la traduzione
>
intersoggettiva ha sempre un margine di indeterminazione e richiede
>
spesso un fasamento intercolloquiale per capire le connotazioni con
>
cui uno vive i termini del linguaggio e la loro combinazione.
"traduzione
intersoggettiva"
"margine
di indeterminazione"
"fasamento
intercolloquiale" !!!!!!
...
=====[xxii]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
Tutti sanno qual è ma nessuno lo può dire. Perché il significato non
>>
si dice, non si può dire.
>
>
Forse il filosofo non lo puo' dire, ma il senso comune lo dice sempre,
>
perche' al senso comune basta una traduzione di parole in altre che
>
inneschino una comprensione.
Già,
"innescare" nel senso di "dar fuoco alla miccia", eh? (Sì,
lo so, sono
un
bastardo ;-))
=====[xxiii]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
il sé ha un "dentro"?
>
>
Una localita' individuante (per il pdnc!).
Una
"località" amena, ridente, o che altro? :-)
=====[xxiv]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
come fai a dire che Severino parte intuendo *solo* per metafore?
>
>
Perche' penso che ogni pensiero complesso sia in origine una metafora.
!!!
>
[digressione]
>
Bene, scusa la digressione. Riprendiamo.
Digressione
con cui sostanzialmente (da sostanza, ciò che "sta sotto" :-))
sono
d'accordo. Anche se la tua passione sfrenata per il "neologismo
libero"
mi
ricorda le improvvisazioni dei saxofonisti jazz :-)
=====[xxv]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
E le persone non "viscerali" sono quelle che non hanno i visceri?
>
>
Quelle sono a-viscerate, se fossero viscerate potrebbero e-viscerare
>
qualcosa e dimostrarsi viscerali :-) .
;-)
=====[xxvi]=====
Nell'articolo
<[email protected]>
LG
ha scritto:
>>
E "metonimia"? Per i Greci suonava come "scambio di nome".
Tu vuoi
>>
usare questa metafora etimologica o mi sai dire qual è il
>>
"significato letterale" della metonimia?
>
>
Ti potrei dire la "definizione a dizionario" (ad esempio quella del
>
Marchese), oppure questa mia:
>
"designare qualcosa (il rappresentato assente) citando qualcos'altro
>
(il rappresentante presente) che vi rimandi apportando un ampliamento
>
connotativo". Poi c'e' da elencare tutta la casistica delle relazioni
>
tipiche (l'effetto per la causa e viceversa,
il concreto per
>
l'astratto etc etc).
Ad
esempio secondo me "papalina" rimanda ad "elmo", ed in più
lo amplia,
perché
la mia papalina sopra ha pure la "pallina" di lana, cosa che l'elmo
non
ha.
Quindi
secondo il Marchese la "papalina di Achille" è una metonimia per
"l'elmo
di Achille"?
>
Sia la metafora sia la metonimia riescono spesso a vivacizzare il
>
discorso, ma anche a renderlo eccentrico e bislaccio (esempio quella
>
metafora famosa - in negativo - di quel poeta secentesco che chiamo'
>
la luna "del padellon del ciel la gran frittata")
Bella!
Si vede che quella sera il nostro poeta ne aveva le palle piene di
tutto
e voleva mandare a cagare noi e la "incorruttibile volta celeste". E
direi
che c'è riuscito benissimo.
=====[xxvii]=====
LG
wrote:
>>
Non posso dire *propriamente* che tutto il linguaggio "sotto sotto" è
>>
*improprio*, perché quel *tutto* mi si ritorce contro.
>
>
Mi embra un po' la tesi tarskiana del "metalinguaggio" e del
>
sottostante "linguaggio oggetto"...
Proviamo
a ragionarci un po' assieme.
Il
problema da cui parte Tarski è lo stesso del famoso paradosso di
Epimenide,
che è poi lo stesso del paradosso di Russell eccetera. Insomma,
il
solito problema che si pone nei casi di auto-referenzialità, quando si
creano
quei "cortocircuiti" che sappiamo.
Ciò
accade perché il linguaggio è abbastanza "completo" da poter
"parlare di
sé".
Se
ad esempio affermo che <<*tutto* ciò che dico è falso>> io non solo
ho
quel
"tutto" che denota anche ciò
che sto dicendo, ma ho pure quel "vero"
che
intende connotare le espressioni del linguaggio che sto usando. Infatti
se
io mi limito a dire che <<il cane mangia>> nessuno dei termini che
uso si
riferisce
ai termini del mio linguaggio, ma se anziché dire che <<il cane
mangia>>
dico che <<è vero che "il cane mangia">> allora quel
"vero" connota
una
espressione del mio linguaggio.
Sia
Russell che Tarski cercano degli stratagemmi per interrompere in qualche
modo
questi cortocircuiti.
Russell
lo fa con la "teoria dei tipi", la quale tende a definire una
"gerarchia"
di termini che dovrebbe consentirci di evitare il caso in cui un
insieme
è elemento di se stesso. Sappiamo però che quel malefico di Goedel
ha
trovato un modo per produrre ugualmente un "cortocircuito".
L'idea
di Tarski sembra più solida. Infatti Tarski propone di costruire dei
linguaggi
artificiali in cui non sia presente alcun riferimento alle
espressioni
di quel linguaggio. In questi linguaggi non c'è nulla del tipo
"questa
proposizione è vera" eccetera.
Avendo
reciso ogni connessione autoreferenziale, se vogliamo parlare di
questi
linguaggi lo dobbiamo fare "da fuori", usando un linguaggio che
contenga
dei riferimenti (connotativi e denotativi) alle espressioni di quel
linguaggio.
Ne viene che c'è un linguaggio che *parla di* ed un linguaggio
*di
cui* si parla, ed i due linguaggi non sono lo stesso linguaggio
(altrimenti
ci ritroviamo con l'autoreferenzialità). Il primo, come
sappiamo,
è il meta-linguaggio, ed il secondo è l'"oggetto" del
metalinguaggio,
il linguaggio oggetto appunto.
Bene,
cosa abbiamo ottenuto tagliando via tutte le connessioni
auto-referenziali?
Sicuramente
abbiamo eliminato tutte le varie "patologie" che nel linguaggio
"naturale"
producono le famose antinomie, ma ci si chiede se così facendo
abbiamo
"guarito" il linguaggio oppure lo abbiamo semplicemente
"ucciso"
affinché
- poveretto - non dovesse più soffrire.
Ebbene,
di linguaggi oggetto ne viene ormai definito uno nuovo ad ogni tesi
di
dottorato, ognuno con la sua bella struttura eccetera. Ma che ce ne
facciamo
di tutti questi linguaggi oggetto? Possiamo prendere una qualche
proprietà
che abbiamo dimostrato per un qualche linguaggio oggetto ed
estenderla
al "linguaggio naturale"?
Il
"linguaggio naturale" *non è* un linguaggio oggetto, e quindi ciò che
vale
per un generico linguaggio oggetto potrebbe non valere per il
linguaggio
naturale. Per di più i linguaggi oggetto vengono costruiti come
sistemi
assiomatici, ma noi possiamo dimostrare che il "linguaggio naturale"
è
un sistema assiomatico?
E,
più in generale, se vogliamo dimostrare che una qualche proprietà di un
qualche
linguaggio oggetto può essere estesa al linguaggio naturale dobbiamo
fare
una analisi del linguaggio naturale, e per farla non possiamo che
utilizzare
il linguaggio naturale.
Ma
qualunque cosa tu dica del linguaggio naturale usando il linguaggio
naturale
può arrivare qualcuno a dirti: <<va bene, ma se è come dici tu
allora
è anche vero che eccetera>> e ti mette di fronte una bella antinomia.
Mentre
lui ti spiattella sotto gli occhi il suo bel ragionamento che porta
la
tua affermazione diritto diritto verso una bella contraddizione, tu ad un
certo
punto dirai: <<eh no, un attimo, quello che hai appena detto non si
può
dire (oppure: non ha senso, eccetera)>>. Ad esempio se il tuo
interlocutore
ha nominato <<l'insieme di tutti gli insiemi che non
contengono
se stessi>> tu potresti dire che "non vale" parlare degli
insiemi
che
contengono se stessi. Oppure il tuo interlocutore potrebbe farti
osservare
che per dire che <<le montagne d'oro non esistono>> tu devi
nominare
le "montagne d'oro", e non puoi dire che le montagne d'oro "non
sono",
perché di ciò che "non è" non si può predicare nulla, nemmeno che *è*
inesistente.
Anche qui tu dirai: <<ma no, questi sono solo giochi di
parole>>
e gli diresti che "essere" è predicativo e "non vale"
usarlo nel
modo
in cui lo usa lui eccetera. Solo che il tuo interlocutore è altrettanto
"animale
parlante" di quanto lo sei tu, e fino a quando non vi mettete
d'accordo
su ciò che "vale" e ciò che "non vale" nell'uso del
linguaggio
ognuno
di voi ha la stessa "autorità" per dire che cosa sia
"naturale" nel
"linguaggio
naturale".
Il
risultato è che dovete *decidere* come *usare* il linguaggio naturale:
cosa
"vale", cosa "non vale", eccetera.
Questo
implica non solo che vi dovete mettere d'accordo fra di voi, ma anche
che
ognuno di voi si deve mettere d'accordo con... se stesso. Infatti ognuno
di
voi potrebbe essere tentato di mettersi a rimuginare fra sé e sé (alla
Cartesio)
per trovare qualcosa di cui essere "assolutamente certo". Ma il
dialogo
con se stessi assomiglia al dialogo con gli altri: ad un certo punto
deve
subentrare una *decisione*, una scelta insomma.
E
ovviamente anche quello che ho appena detto è sottoposto a questo
criterio.
Se tu mi dici che non sei d'accordo, che non è vero che l'uso del
linguaggio
contiene da qualche parte una "decisione", un "facciamo così
perché
vogliamo fare così", sarai sicuramente in grado di mostrarmi che non
vi
è alcuna necessità di "decidere", e che sono io ad aver *deciso* che
è
necessario
decidere.
Ed
io non posso sicuramente smentirti, perché se tutto è frutto di una
decisione,
allora anche la necessità della decisione è frutto di una
decisione,
e se io dicessi che la decisione è "assolutamente necessaria" mi
starei
contraddicendo, e siccome io ho *deciso* che non voglio contraddirmi
mi
tocca accettare la tua interpretazione di tutta la faccenda e constatare
che
non siamo d'accordo.
A
questo punto però potrebbe sorgere un dubbio: che senso ha fare tutta la
faticaccia
di definire dei "linguaggi oggetto" (quelli "sani")?
Se
lo studio di questi linguaggi oggetto è fine a se stesso sembra quasi un
giochino
idiota, se invece intendiamo usare quei linguaggi per definire le
proprietà
del linguaggio naturale allora dobbiamo in ogni caso "scendere a
patti"
con noi stessi e con gli altri.
Tanto
vale - dico - "scendere a patti" fin dall'inizio.
Per
questo non ho nessuna intenzione di mettermi a definire delle
"semantiche
metaforiche oggetto" (artificiali) [cosa che pure per certi
versi
è stata fatta].
Butto
lì la mia riflessione sulla metafora e poi vedo chi se la sente di
"giocare
il mio gioco", e - soprattutto - vedo se io ho voglia di giocare
quel
gioco.