SPIRITO E MATERIA

 

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NOTA. Questa è una "lettera aperta" che ho indirizzato al mio amico

Vincenzo sul gruppo it.discussioni.filosofia nel dicembre 2002.

E' il tentativo di chiarire la mia posizione dopo una serie di

scambi di vedute sulla "materia della mente", nei quali egli sembrava

stabilmente arroccato su una posizione rigorosamente "materialista"

ed io a tratti sembravo dargli ragione, mentre in altre circostanze

tiravo fuori delle frasi un po' troppo "mistiche" per i suoi gusti.

Ovviamente di tutte le stramberie che dico qui il povero Vincenzo

non ha la benché minima responsabilità.

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Caro Vincenzo (e Interessati :-)),

forse ha davvero ragione chi dice (ma chi sarà mai? :-)) che a volte non

si capisce bene su cosa non siamo d'accordo. E sembra quasi che io

voglia trovare "per forza" un punto su cui non siamo d'accordo. Un po'

può anche essere vero - magari perché mi piace rompere le scatole - ma

credo anche che ci sia da qualche parte una questione su cui si crea una

divergenza, perché - nonostante tutto - quando seguo certe tue

impostazioni mi trovo alla fine che "certi conti non mi tornano". E

d'altra parte il semplice fatto che tu ti definisci un "materialista" mi

dice che da qualche parte una differenza ci deve essere, perché se ho

imparato qualcosa dagli anni in cui mi occupavo di fisica è che tutto si

può essere - persino "razionalisti", anche se è già una esagerazione -

tranne che "materialisti".

 

A me dispiace che questi miei discorsi possano dare l'impressione che io

voglia sottilizzare con sofismi e filosofemi su delle cose dettate

semplicemente dal buon senso. Purtroppo però devo dirti che per quanto

ti possa sembrare naturale parlare di "materia", si tratta di un

concetto a cui siamo semplicemente stati "addestrati" dalla cultura

medievale cristiana. E' un condizionamento culturale derivato dalla

teologia, peraltro piuttosto recente. La "materia" ed il "materialismo"

sono concetti introdotti dalla filosofia, e quando io critico il

concetto di materia non sto facendo il "filosofo" che vuole andare

contro il comune buon senso, ma in un certo senso sto cercando di fare

l'anti-filosofo, e tornare ad uno stato in cui il "buon senso",

l'im-mediato non erano stati "rovinati" dalla filosofia.

 

Tutto ciò che percepiamo in modo diretto, im-mediato, è ciò che accade.

Già quella di "oggetto" e "soggetto" è in parte una astrazione, ed è la

prima astrazione. Il bambino si rende conto che di tutto ciò che si

presenta alla sua percezione alcune cose può farle accadere lui, ed

altre invece accadono indipendentemente da lui. Alcune cose sono

sotto-poste alla sua volontà ed ai suoi sensi, altre invece sono

op-poste alla sua volontà ed ai suoi sensi. Ciò che gli è sotto-posto

(in latino: sub-iectum) è appunto il soggetto, l'Io; invece ciò che gli

è op-posto (in latino: ob-iectum) è appunto l'oggetto, il mondo.

 

Ad un certo punto il mondo, che è all'inizio un caos informe di cose che

gli "accadono contro", diventa una *pluralità di oggetti*, distinti e

definiti. E così ad esempio una successione di immagini diventano tutte

riconoscibili come un certo particolare oggetto, che può essere - ad

esempio - la Mamma. All'inizio questo è l'unico oggetto ri-conosciuto,

ma poi se ne aggiungono altri. E così si arriva appunto a quella

pluralità che ti dicevo, in cui ogni oggetto esiste perché ha una sua

connotazione affettiva. Come sai, "esiste" solo ciò che si ama o si

odia.

 

Insomma, non ho poi detto niente di speciale. All'inizio c'è solo il

Tutto; poi il tutto si divide in Io e Non-Io (= Mondo); poi il Non-Io (=

Mondo), si divide in Mamma e Non-Mamma; poi il Non-Mamma si divide in

altri oggetti secondari, ognuno dei quali sarà amato ed odiato nel suo

modo peculiare. Ciò che non sarà né amato né odiato non esisterà mai.

 

Questo processo basilare può sfociare nella "salvezza", perché può

condurre a liberarsi da sé, ad uscire dal blocco narcisistico, insomma -

come si dice nei biglietti dei baci Perugina - ad "imparare ad amare".

Se ciò non accade si ha una sofferenza, e questa sofferenza produce

nuovi oggetti, oggetti "mostruosi", con cui si può stabilire un rapporto

affettivo contorto, distante, strozzato. Sono gli oggetti prodotti dalla

nevrosi. Tutti gli oggetti "astratti" sono oggetti nevrotici. E qui ci

stanno di certo tutte le "teorie" (e sì, come sai anche la "teoria

psicoanalitica" è frutto di una nevrosi, è una nevrosi che cerca di

liberarsi di sé, così come certe filosofie concepiscono la filosofia

come un modo per "guarire" dalla filosofia), ma probabilmente anche

l'arte "astratta" è nevrotica.

 

Poiché c'è solo un modo di stare bene e infiniti modi di stare male,

esiste un solo mondo (quello che accade) ed una infinità di modi di

trasformarlo in teorie. La "materia" non è altro che una di queste

teorie. Se vogliamo pure una delle più "mostruose", perché è il

tentativo di trasformare la Mamma in Non-Mamma.

 

Lo so che quello che ho appena detto ti sembrerà un delirio filosofico,

o quanto meno una provocazione sofistica. Eppure anche qui ti inviterei

a trarre qualche spunto dalla etimologia.

 

La parola "materia" deriva dall'omonimo latino che significa

propriamente "sostanza di cui è fatta la mater". La "mater" sarebbe

letteralmente la "madre", e così sarei già arrivato a farti vedere che

forse non ho detto una fesseria. Tuttavia devo essere onesto e dire che

in latino "mater", oltre ad indicare la "mamma", indica anche il tronco

dell'albero inteso come produttore di polloni, come "generatrice".

D'altra parte anche noi parliamo ad esempio di "madre" dell'aceto.

 

Il problema è che questa "mater" nella filosofia cristiana medievale non

veniva considerata un oggetto sublime. Tutt'altro, essa veniva invece

contrapposta a quanto vi è di più nobile: lo "spirito". Tant'è che

attorno all'anno 400 d.C. S. Ambrogio usava "materiale" proprio per

indicare tutto ciò che è contrapposto a "spirituale". Insomma, un albero

"vivo" (anzi, dovrei dire "una albera viva", perché è così che il latino

percepisce il genere) diventa il simbolo di tutto ciò che è vile,

ignobile; e questa contrapposizione fra nobile e ig-nobile si pone

totalmente all'interno di quella antica contrapposizione fra anima e

corpo, superiore e inferiore, spirituale e - per l'appunto appunto -

materiale.

 

In una filosofia per cui non ha senso distinguere la psiche dal soma, ma

concepisce l'uomo come psicosoma, non c'è posto per la "materia".

 

E se pensi ancora che questo nesso etimologico sia solo una fortuita

coincidenza, sono costretto ad insistere, e dirti che se anche

abbandoniamo la derivazione latina e andiamo a vedere la

filosofia greca si trova che *accade la stessa cosa*.

 

Infatti il termine con cui i filosofi greci indicavano la "materia"

significa anche "selva, bosco, foresta", roba "viva", e come tale

generatrice di vita. La "nevrosi" di Aristotele e di Platone è la stessa

"nevrosi" di S. Ambrogio: è quella degenerazione degli affetti che ti

spinge a porre ciò che è "vivo" e che genera la vita, il *bios* insomma,

in contrapposizione allo "spirito".

 

Ma c'è di più. Secondo Platone (ma Aristotele per molti aspetti

condivide questa impostazione) la materia è "ricettiva" e "passiva".

Egli dice che <<è come la cera che riceve l'impronta>>, e per questo

egli la chiama anche *madre* delle cose naturali. E deve essere

considerato significativo il fatto che si trovi in Platone questa

associazione fra la "materia" è la "madre", perché il termine greco con

cui si indica la "materia", contrariamente a quanto avviene nel latino,

non ha la stessa radice del termine con cui si indica la "madre".

Si tratta quindi di una *associazione psicologica*, non di una semplice

*associazione verbale* (per quanto potrei sempre insistere sul fatto che

le associazioni verbali sono anche psiclogiche).

 

Allora, visto che sei psicanalista, costruiamo questo gruppo di

associazioni che costituisce il "complesso" a cui appartiene la

 "materia": materia, madre, ricettività, passività, corpo, generatrice,

tronco dell'albero (che in latino è femminile), ig-nobile, eccetera. E'

chiaro che questo è il "complesso della Madre".

 

In contrapposizione a questo "complesso" troviamo qualcosa che stiamo

cercando di abbozzare: spirito, [non madre], [non ricettivo], [non

passivo],  anima, [generato?], [frutto?], nobile, eccetera.

 

Dove fra le parentesi [] ho posto ciò che non abbiamo ancora discusso

esplicitamente, ma al quale si potrebbe giungere per "contrapposizione".

E' chiaro che al posto di "non madre" ci deve stare il *padre*, il quale

è appunto colui che *imprime* una forma, non colui che la forma la

riceve, colui che è *attivo*, non colui che è passivo.

 

Sembrerebbe di essere di fronte al "complesso del Padre", ma c'è

qualcosa che non torna, infatti abbiamo anche qualcosa da contrapporre a

"generatrice" e "albero (femm.)". Si potrebbe essere tentati di dire

semplicemente "genitore", cioè ancora il Padre. Invece io mi sono spinto

oltre ed ho introdotto - seppure con un punto interrogativo - "generato"

e "frutto", ovvero il Figlio.

 

Potrebbe sembrare una forzatura, ma prima di "darci un taglio" vorrei

osservare almeno due cose.

 

La prima è che nella tradizione culturale di cui stiamo parlando la

"madre" resta in disparte, ed il mondo "spirituale" sembra fatto solo di

uomini, fra i quali si stabilisce un rapporto Padre-Figlio.

 

Nella tradizione filosofica greca ci sono solo Maestri e Allievi. E

questo rapporto, oltre ad essere formativo, come sai è spesso anche

sessuale. E' una cultura in cui l'amore "sentimentale" sembra svolgersi

tutto all'interno della sfera omosessuale maschile. La "madre" resta

sullo sfondo. A volte venerata ed altre volte biasimata per il fatto di

non essere nobile ed elevata, ma in ogni caso trattata alla stregua di

"terra da fermentare".

 

Nella cultura medievale cristiana questo tema torna prepotentemente.

Anche qui la "madre" resta sullo sfondo, è colei cha accoglie

passivamente l'afflato divino e si piega ai suoi voleri. Per di più si

opera una netta scissione fra la "sacralità" della Madre e la

 "profanità" della femmina. Ma sia che la Madre sia sacra sia che essa

sia vista come porta dell'inferno essa resta sempre sullo sfondo e può

"santificarsi" solo accettando passivamente la volontà dello Spirito

(Santo).

 

Tutto il rapporto si svolge nell'unione fra il Padre e il Figlio, in un

rapporto quasi sado-masochistico (in cui uno sacrifica l'altro e l'altro

accetta di sacrificarsi). E' il Figlio che si pone in condizione di

"passività" nei confronti della volontà del padre. E' come se il Figlio

cercasse di accogliere lui lo Spirito, come a voler sostituire la Madre,

come a voler porsi così alla destra del Padre.

 

E allora ecco che la madre torna ad essere il "bios" da cui prendere le

distanze. Essa è il luogo immondo da cui il Figlio è stato generato, e

compito del Figlio è allontanarsi da tutto per rivolgersi allo Spirito.

Non a caso S. Agostino per descrivere l'atto della nascita dice che

l'uomo nasce <<intra feces set urinas>>: fra le feci e l'urina (della

madre!)

 

Se pensi che abbia ricominciato a forzare le cose, devo dirti subito che

già nel periodo tardo-romano si trova "materia" usato come sinonimo di

*pus*! Ed è in questo senso che viene ripreso il termine dai mistici e

dai filosofi cristiani: come "roba putrefatta" che sta aggrappata

all'anima e la trascina giù, in basso, le impedisce di elevarsi. E',

insomma, ciò che i bambini piccoli imparano a connotare con il termine

di "cacca", e più tardi dicono "schifo". E' questa la "materia".

 

Tolta la "materia" restano solo il Padre ed il Figlio, il Maestro e

l'Allievo, che si uniscono nello Spirito.

 

Non sarai tu a farlo, perché sei un uomo diplomatico (e quindi saggio),

ma tu *sai* che prima o poi la psicoanalisi dovrà fare i conti con i

monoteismi e dire quello che sa della omosessualità ed in particolare

della pederastia. E non lo farò nemmeno io: chi vuole vedere e sentire

basta che legga le cronache quotidiane, e gli altri, quelli che non

vedono e non sentono, sono ciechi e sordi.

 

Tutto questo ho dovuto dirlo perché voglio sia chiaro che io non

parteggio per lo Spirito. Ma essere "materialista e ateo" è un modo per

restare all'*interno* di questa logica *bipolare*. Pensare di poter

parlare *separatamente* di Spirito e Materia, di Attivo e Passivo, di

Anima e Corpo, di Psiche e Soma è un modo di accogliere una tradizione

culturale nevrotica per metterci dentro le proprie nevrosi.

 

Tu sei un uomo "mite", un uomo che ha un grande rispetto per il

"femmineo". Riusciresti sicuramente a piacere ed andare d'accordo non

solo con la volontà "femminile" del mondo, ma anche con una volontà

"femminista". E questo dovrebbe farti riflettere.

 

La prevaricazione del maschile sul femminile, dello spirito sulla

materia, dell'attivo sul passivo non la si combatte, la si *supera*. Non

è diventando material-isti che si elimina la cultura spiritual-ista,

così come il femmin-ismo non può nulla contro il maschil-ismo.

 

Io da piccolo ho avuto due genitori che si sono scannati, e sono stato

un bambino costretto a *parteggiare*, a scegliere se allearmi col Padre

o con la Madre. Ho attraversato tutte le contrapposizioni possibili e

immaginabili fino a quando non sono riuscito (solo in parte, ché è un

percorso infinito) a riconciliare gli opposti. Anche il mio iter

professionale riflette in parte questa ricerca. Ho cominciato come

"intellettuale di sinistra" (ovviamente materialista e ateo, ed anche

ambiguamente femminista), per poi finire a fare l'"imprenditore di

destra" (anti-materialista ed anti-ateo, ed anche ambiguamente

maschilista).

 

Una delle cose che mi ha insegnato l'analisi è *andare oltre*, anche a

costo di stare antipatico a tutti coloro che preferiscono stare solo da

un parte o dall'altra: ai "maschi" e alle "femmine", ai "guerrafondai" e

ai "pacifisti", ai "fascisti" e ai "comunisti".

 

A questo proposito ci sarebbe da allargare il nostro discorso alle

scelte politiche. Perché anche qui, come sai, si riconduce tutto a

simboli fallici.

 

Da una parte i missili, il potere, le divise militari, lo Stato, lo

Spirito (e la sua Fenomenologia, tanto cara alla filosofia di destra),

il "Padre della Patria" (detto anche Duce, Guida, Uomo Forte, Padre

(Santo), eccetera).

 

Dall'altra chi è contrario a tutto ciò, come se l'unico modo per

liberarsi dei simboli fallici sia quello di operare delle "castrazioni",

di distruggere i missili, abbattere il potere, bruciare le divise,

distruggere lo Stato, negare lo Spirito (proclamando il dominio della

Materia) e impiccare il Padre della Patria.

 

Credi che se ne esca?

 

Ciao a tutti, statemi bene.

 

[Nota. Parte della ricostruzione etimologica dei termini è stata

semplificata perché altrimenti non mi sarebbe stato possibile esaurire

l'argomento. Spero di non aver oltrepassato quella sottile linea di

confine che separa la semplificazione dalla imprecisione. Ad ogni modo è

chiaro che ciò che mi interessava sottolineare è la valenza psicologica

dei termini, e quindi eventuali dettagli storici che sono importanti per

i linguisti è probabile che in questa sede si possano considerare

trascurabili.]

 

Davide

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