INTRODUZIONE

Ad ogni cosa noi associamo delle parole; tutto ciò che accade - i fatti – noi lo riportiamo sempre come un “racconto”, fatto di parole e proposizioni.

Attraverso di noi, che siamo soggetto, l’oggetto diventa discorso, concetto, logos.

Due persone possono associare due diverse parole alla stessa cosa. Entrambi alzano gli occhi al cielo, e uno dirà “astro della sera”, mentre l’altro dirà “Venere”. Per il primo quell’oggetto è quel corpo celeste che brilla in modo particolare di sera, mentre per il secondo è quel corpo celeste errante – ovvero “pianeta” – che gli antichi dedicarono al culto di Afrodite. Ognuno dei due assocerà quel puntino brillante nel cielo ad una certa storia, ad altri oggetti, a certi fatti. Se non ci fossero queste connessioni quello sarebbe solo un puntino luminoso fra puntini luminosi. Ognuno per ri-conoscere quel puntino luminoso ha bisogno di collegarlo a qualche ricordo di qualcos’altro. Ci potrà anche essere chi non sa dare un nome a quel puntino luminoso, e vedendolo più luminoso di altri lo indicherà con il dito e dirà: <<Ecco, guarda quel puntino laggiù, com’è luminoso!>> E nel fare questo ammetterà anche di non aver ri-conosciuto quel puntino, di avere bisogno di puntare il dito per indicarlo al proprio interlocutore, e così facendo, denotando il puntino con il dito, lo connoterà come una scoperta del momento, un oggetto che non aveva mai osservato prima o al quale non aveva posto attenzione. Oppure dirà: <<Quarda, quel puntino che brillava ieri sera brilla anche stasera>> e così facendo connoterà il puntino come quel particolare puntino che è già noto ai due interlocutori dalla sera prima, senza alcun riferimento agli antichi, al moto dei pianeti e delle stelle fisse o che altro.

E se allo stesso oggetto si possono associare diverse parole (o, più genericamente, diversi termini) allo stesso modo uno stesso fatto può essere “raccontato” in diversi modi, selezionando un certo numero infinito degli infiniti aspetti che potrebbero essere raccontati di un fatto, stabilendo arbitrariamente quali siano gli “oggetti” coinvolti nel fatto, ovvero cosa si debba predicare di cosa. E così di fronte ad un certo fatto qualcuno dirà che <<il sole è sorto>>, altri dirà che <<la terra è ruotata verso est fino a togliere il punto in cui troviamo dalla zona d’ombra>>. Di fronte ad un altro fatto ancora qualcuno dirà che strofinando una bacchetta di ebanite con una pelle di gatto la bacchetta attira dei piccoli frammenti metallici, mentre un altro dirà che quello strofinio ha provocato uno scambio di cariche elettriche fra la bacchetta e la pelle, dopodiché le cariche elettriche presenti in eccesso (o in difetto) interagiscono per attrazione e repulsione con le cariche presenti sui frammenti metallici. Restando fuori dalla finestra per un bel po’, un tale rientrerà dicendo che gli è entrato il freddo nelle ossa, e un altro che è stato tutto il tempo con lui dirà che stando di fuori ha perso un sacco di calore. E qualcuno penserà che questo calore è “qualcosa che fluisce”, una sorta di fluido imponderabile che permea i corpi (c’è poco da scherzare: la teoria del “calorico”, come pure quella dell’etere, è stata abbandonata solo da poco più di un secolo) mentre altri saranno propensi ad immaginarselo come “energia scambiata per mezzo di lavoro svolto a livello microscopico”.

Insomma, il problema è che quando si rendono le cose ed i fatti con delle parole vi è una certa arbitrarietà, sicché due diversi discorsi possono riferirsi allo stesso fatto, così come due diverse parole possono riferirsi allo stesso oggetto.

Quando un certo fatto viene reso con un certo discorso, noi diciamo che di quel fatto si è fornita una certa “interpretazione”. Quando interpretiamo scegliamo un certo numero finito fra le infinite cose che si possono dire di quel fatto, scegliamo cosa predicare di cosa, eccetera, come si diceva sopra con i vari esempi.

A questo punto bisogna osservare che quanto ho appena illustrato è a sua volta solo un modo di “raccontare” un certo fatto. Che fatto? Il fatto che due persone possano osservare lo stesso fatto e descriverlo in due modi diversi. Questo è un fatto che descrivere delle proprietà dei fatti, e quindi è una sorta di meta-fatto, un fatto sui fatti. E anche questo meta-fatto, come dicevo poco fa, può essere espresso a sua volta in modi diversi.

Ad esempio tutto il mio discorso presuppone che due diversi soggetti osservino “lo stesso oggetto” o “lo stesso fatto”, e che possano riferirsi a quel medesimo oggetto con due diverse parole o a quel medesimo fatto con due diversi predicati. Ma allora stiamo presupponendo che gli oggetti ed i fatti siano *gli stessi per tutti*. E di qui a dire che un fatto è un fatto a prescindere dal fatto che ci sia qualcuno che lo osservi il passo è breve. Noi diciamo che in una certa epoca, lontana miliardi di anni, sulla terra si sono formate le prime cellule. Allora non c’era nessuno che potesse osservare quel fatto, eppure noi riteniamo che quel fatto sia accaduto. Gli oggetti ed i fatti sarebbero dunque delle “cose in sé”, cose che sono quel che sono a prescindere da come le percepiamo e anche dal fatto che ci sia qualcuno a percepirle.

Ma questo non è l’unico modo di descrivere il nostro meta-fatto. Noi potremmo pensare che non esiste nessun “fatto in sé”, e che parlare di “fatto in sé” e di “cosa in sé” sia solo una delle possibili “interpretazioni” del nostro meta-fatto. Potremmo supporre ad esempio che ogni interpretazione coerente sia in qualche modo “mappabile” in ogni altra interpretazione coerente. Un po’ come avviene con il denaro: se uno fa bene tutti i conti in dollari ottiene dei passaggi e dei risultati che sono tutti convertibili in euro. Eppure non esiste il “denaro in sé”. Esistono varie valute, dopodiché alcune proprietà imposte alle valute (certi vincoli di conservatività, eccetera) ci garantiscono l’esistenza di una corrispondenza biunivoca fra le operazioni svolte in una qualche valuta e quelle svolte in altre valute. Allora quello che in un certa interpretazione sarebbe definibile come il “denaro in sé”, in questa interpretazione diverrebbe una sorta di “classe di equivalenza astratta”, che esiste solo in virtù di certe proprietà degli scambi economici. In modo analogo potremmo pensare che non esiste “in sé” un certo astro, ma che esiste solo un “astro della sera” ed il “pianeta Venere” (entrambi collocati in un certo “racconto”) e che esiste una “mappatura” fra questi due racconti. In tal caso non ci sarebbero nulla di “oggettivo”, ma solo delle cose perfettamente “inter-soggettive”, cioè un “dominio di convertibilità” all’interno della produzione di “discorsi” da parte del soggetto.

UNA DEFINIZIONE PIU’ RIGOROSA?

Fin qui ho fatto un discorso intuitivo su cosa sia una “interpretazione”. Ho detto che tale termine si riferisce alla arbitrarietà presente nel rendere le cose ed i fatti con un discorso. Ma tutto ciò è stato formulato in modo ben poco rigoroso, per lo più per mezzo di esempi e analogie, e con lo scopo di fornire – appunto – un approccio intuitivo.

Ora sarebbe opportuno tentare di fornire una formulazione un poco più rigorosa del problema dell’interpretazione.

Tanto per cominciare dovremmo cercare di rispondere alla domanda: <<Che cosa è l’interpretazione?>> Fornire, insomma, una “definizione” della interpretazione.

Anticipo fin d’ora che per me domanda di questo genere sono del tutto prive di senso, e che qualunque risposta si tenti di dare è destinata a restare circolare (auto-referenziale, e quindi indefinita) o contraddittoria. Tuttavia mi rendo conto che quella che ho appena fatto è una affermazione assai impegnativa, e non posso costringere i miei lettori a condividerla. D’altra parte ritengo anche che – per una serie di ragioni assai complesse – sia utile *tentare* di rispondere a quella domanda, per vedere “cosa accade” di quel tentativo. Per entrambe queste ragioni tenterò allora di formulare quella risposta.

Ma prima spezzerò un’altra lancia a favore della mia tesi di “indefinibilità”.

Il problema che stiamo affrontando è quello del rapporto fra le cose e le parole. E’ un problema immenso, antico, ineliminabile, sempre uguale a se stesso sebbene continuamente “re-interpretato”. In tutte le varie re-interpretazioni che di esso sono state formulate si sono creati una miriade di nuovi concetti per esprimere il rapporto fra cose e parole. Alcuni di questi concetti sono i seguenti: segno, significato, connotato, denotato, riferimento, designato, eccetera. Ogni “interpretazione” del problema ha cercato di porre uno di questi concetti come concetto fondamentale del rapporto fra le cose e le parole.

Anche la mia “interpretazione” (ovvero: che si tratti del rapporto fra le “cose” e le “parole”) è molto meno “neutra” di quel che potrebbe apparire, perché è vero che “cosa” e “parola” sono due termini antichissimi, assai più antichi, ad esempio di “segno” e “significato”. Tuttavia non è detto che i termini più antichi e consolidati nell’uso siano quelli più precisi, e che i problemi possano essere risolti usando sempre i termini più comuni. Ad esempio in fisica i concetti “comuni” appaiono assai imprecisi, e se non si fosse svolta una feconda produzione di nuovi concetti non sarebbe stato possibile risolvere una miriade di problemi antichi. Si è scoperto ad esempio che molti termini del linguaggio comune davano per scontati certi concetti che scontati non erano, e così via. In modo del tutto analogo si è parlato per secoli di “significato” infilandosi in una serie di aporie e paradossi, spesso prodotti dalla incapacità di rendersi conto che quando si parla di “significato” di una parola a volte ci si riferisce a ciò che quella parola “denota”, e altre volte a ciò che quella parola “connota”. Da quando si è introdotta questa distinzione molte annose questioni sono svanite fra i finti problemi. Ne sono rimasti molti altri, ma intanto abbiamo visto che chiarire i concetti può fare molto bene alla salute delle nostre discussioni.role. rimer

D’altra parte è piuttosto evidente che parlare di “cose” contrapponendole alle “parole” è una “interpretazione” (la risposta a chi vuol sapere cosa stiamo interpretando è ovvia: stiamo fornendo una interpretazione dell’interpretazione!) tutt’altro che neutra. Anzi, è una interpretazione con dei presupposti molto forti. Quando si parla di “cose” comunemente si pensa a ciò che è quel che è a prescindere da come viene descritto. In altri termini nel senso comune le “cose” sono “cose in sé”. Ora, da quando Kant ha tirato fuori il problema delle “cose in sé” è divenuto via via chiaro a tutti che le “cose in sé” non esistono. Fra le persone intelligenti che sono vissute da Kant in poi, le uniche a non avere chiaro sto fatto sono stati Kant stesso (che pose tutte le premesse per demolire il mito del noumeno, ma non ebbe il coraggio di effettuare quella demolizione) e Husserl (che in metà di ciò che scrive nega l’esistenza delle “cose in sé” e nell’altra metà la afferma). Ma se anche tutti i critici delle “cose in sé” fossero degli inutili sofisti, il fatto che da secoli ci siano così tanti dubbi sulla faccenda dovrebbe quanto meno imporre di essere cauti prima di parlare delle “cose”. La stessa etimologia della parola “cosa”, che è la stessa di “causa”, ci mostra quanto sia “impegnativo” parlare delle “cose”. Le “cose” sarebbero infatti che “cause” di tutte le “affezioni dell’anima”. Ci sarebbe, “la fuori”, tutto un mondo di “cose in sé”, che sono quel che sono indipendentemente dal fatto che vengano percepite, e che sono la “causa” di ciò che accade al soggetto, o meglio di quella parte delle “affezioni” che il soggetto riferisce come “percezioni” (di qual-cosa).

Qualcuno starà pensando che è plausibile che le cose (!) stiano effettivamente così, ma bisognerà pur dire che questo è solo un modo di “raccontare i fatti”, ovvero una “interpretazione”.

UN TENTATIVO DI DEFINIZIONE RIGOROSA

Ho detto che io alle definizioni non ci credo. Tuttavia di testi che parlano della interpretazione ce ne sono tanti, sicché può sembrare che io non creda all’evidenza.

E allora lascio la parola a qualche autorevole filosofo, così chi vuole sapere che cosa è una interpretazione non sarà trattenuto dai miei scetticismi.

Per non complicare troppo le cose farò riferimento ad un classico: il “Dizionario di Filosofia” di Abbagnano, un testo semplice, essenziale, rintracciabile ovunque e autorevole.

Alla voce “INTERPRETAZIONE” si legge: <<In generale, la possibilità di riferire un segno al suo designato; o anche l’operazione con cui un soggetto (interprete) riferisce un segno al suo oggetto (designato).>>

Insomma, Abbagnano ci dice che esistono un “soggetto” ed un “oggetto”, che il soggetto riferisce dei “segni” agli “oggetti”, che nel fare questo egli si rende “interprete” degli oggetti, che l’atto di riferire un segno ad un oggetto rende tale oggetto “designato” (dal segno), e che sia la produzione di quei segni sia la possibilità di produrli è la nostra “interpretazione”.

Bene, a questo punto per avere una definizione rigorosa e chiara di “interpretazione” ci basta avere una definizione rigorosa e chiara di “soggetto”, “oggetto”, “segno” e “designato”.

Ma il lettore accorto avrà già immaginato che tutte queste ulteriori definizioni alla fine rimandano sempre in modo tautologico alla contrapposizione fra pensieri e cose, o fra parole e cose, eccetera.

Sentiamo cosa dice Abbagnano alla voce “SEGNO”: <<Qualsiasi oggetto od evento, usato come richiamo ad altro oggetto o evento>>. E alla voce “DESIGNATO”: <<[. . .] l’oggetto qualsiasi, esistente o inesistente, che il segno può denotare. Ildenotato’ è invece alcunché di esistente>>.

Alla luce di tutte queste definizioni concatenate, ecco cosa si deve intendere per “interpretazione”: <<La possibilità di riferire all’oggetto o evento B esistente o non esiste, qualsiasi oggetto od evento A, usato come richiamo ad altro oggetto o evento B>>. Una banale tautologia, insomma, in cui si afferma semplicemente che “in qualche modo” è possibile riferire oggetti a oggetti, ovvero usare qualcosa in vece di qualcos’altro. Se ci si chiede cosa sta al posto di cosa dobbiamo dire che le parole stanno al posto delle cose, sicché l’“interpretazione” è semplicemente uno dei modi di “interpretare” (= di assegnare un “segno” a) la facoltà di parola. più né meno di questo.

METAFORA ED ETIMOLOGIA

A questo punto qualcuno potrebbe dire: <<Sarà anche vero che tutte quelle enunciate fino a qui sono delle banali tautologie, tuttavia è anche vero che io prima di leggere quel che hai detto tu (e, soprattutto, quel che ha scritto Abbagnano) non avevo chiaro il concetto di “interpretazione”, mentre ora credo di averlo capito. Quindi in qualche modo è stato detto qualcosa di più di una pura tautologia, come sarebbe l’affermare che “una interpretazione è una interpretazione”. Com’è ‘sto fatto? Tu dici che le definizioni non si possono dare, ma allora com’è che la gente le capisce?>>

La mia riposta a questa obiezione è la seguente: il ‘tentativo’ di fornire una definizione si risolve sempre in una tautologia (o in una contraddizione) tuttavia durante quel tentativo si fornisce sempre la possibilità all’interlocutore di *indovinare* il significato di un termine. L’interlocutore aggiunge a tutto ciò che diciamo noi qualcosa di suo, che noi non abbiamo messo esplicitamente e che non avremmo potuto mettere. Lo fa a suo rischio e pericolo, nel senso che non si ha la certezza che la cosa vada “a buon fine” e che non si possa scoprire in seguito la presenza di un mal-inteso fra chi spiega il significato di un termine e chi deve capirlo.

Il momento in cui l’interlocutore aggiunge a ciò che diciamo qualcosa di suo, che solo lui può aggiungere, è quando gli viene fornita una qualche *metafora*. Quindi noi da qualche parte infiliamo una metafora, e l’interlocutore riconosce la metafora come tale e la “interpreta” come tale, in senso “metaforico”.

Nel nostro caso ad esempio il punto centrale da cogliere è il fatto che si crei un riferimento fra dei “segni” e dei “significati”. Ora, il “significato” non è altro – anche etimologicamente – che “ciò che è stato reso con un segno”, sicché anche affermare che il segno ha un significato è una banale tautologia. Ciò che resta di tutto ciò è il fatto che il segno è “qualcosa che sta per qualcos’altro”, dove quello “stare per” se deve essere reso propriamente conduce ad un’altra tautologia attraverso le sue varie espressioni alternative, come possono essere quelle utilizzate da Abbagnano: riferirsi a, richiamare, denotare, eccetera.

Il cerchio si apre nel momento in cui di fronte ad uno di questi termini (stare per, riferirsi a, richiamare, eccetera) l’interlocutore non chiede più una definizione, ma li com-prende in senso *metaforico*. Quello è il momento “creativo”, in cui “passa il significato”.

Così noi possiamo dire solo in senso “metaforico” che una parola “ri-chiama” qualcos’altro o che “sta per” qualcos’altro.

E a dimostrare l’irriducibilità della componente metaforica c’è il fatto che la stessa metafora non può che essere definita in modo. . . metaforico!

Un altro modo di vedere le cose è quello di considerare il fatto che tutte le parole nascono come metafore “vive” e poi si fossilizzano in metafore morte. Ne viene che un modo efficace per trovare subito una metafora che esprime il significato di un termine è quello di fare riferimento alla sua etimologia.

Nel nostro caso “interpretazione” deriva da “interprete” ovvero inter-pretium: colui che si pone in mezzo per stabilire il prezzo. Insomma l’interprete è un “mediatore”, un sensale, il mediatore che deve fare da interfaccia fra una cerca cosa e qualcos’altro che “sta per” quella cosa, fra le cose ed i segni. L’interprete è colui che, attraverso un discorso, presenta i fatti ad un proprio interlocutore, e nel fare questo cerca di stabilire un “compromesso” fra le cose e il suo interlocutore, e questo compromesso è appunto la parola. L’interprete trasforma le cose in concetti, in significati, e – come dice Quine (con una metafora!): <<il significato è ciò che l’essenza diventa quando ha fatto divorzio dall’oggetto di riferimento e si è sposata con la parola>>.

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