PREMESSA
Riporto qui di seguito uno ‘scambio epistolare’ con l’amico “Sinhue”
sulle idee platoniche (e poi anche sul ‘significato’ e gli ‘insiemi’
di Cantor e tante altre cose) che si è svolto nell’aprile del 2003
sul gruppo it.cultura.filosofia
Da: SINHUE
Data:2003-04-02 11:49:38 PST
Ci ho riflettuto oggi mentre lavoravo, o più che altro mi sono venute in
mente altre cose.
L'idea non serve a chiudersi nel mondo delle idee, perchè ciò equiverrebbe a
negare le idee per chiudersi - di nuovo - nel mondo sensibile e nella sua
immediatezza. La relazione non spiega se è solo "orizzontale" tra fatti
della stessa natura, che siano idee o cose sensibili. La relazione spiega
solo se ha una struttura a croce: verticalmente tra idea e cosa,
orizzontalmente tra cose diverse o tra idee diverse.
Non si deve dimenticare che la teoria delle idee è una proposta di
*spiegazione* delle cose esistenti, e non un tentativo di affermare cose
interamente "altre" che esisterebbero "separatamente". Le cose non si
possono spiegare da sole, ma solo guardandole per quanto di principiale e di
unitario vi è in loro, in altri termini ogni cosa è compenetrazione di
assoluto e relativo. Dopo le formulazioni iniziali, che si prestavano ad
equivoci, Platone sarà sempre più esplicito su questo punto.
E con ciò ti auguro la buona notte
Sinuhe
**********
Da: DAVIDE PIOGGIA
Data:2003-04-02 16:53:57 PST
Nell'articolo <[email protected]>
Sinuhe ha scritto:
> L'idea non serve a chiudersi nel mondo delle idee, perchè ciò
> equiverrebbe a negare le idee per chiudersi - di nuovo - nel mondo
> sensibile e nella sua immediatezza.
> [...]
> Dopo le formulazioni
> iniziali, che si prestavano ad equivoci, Platone sarà sempre più
> esplicito su questo punto.
>
> E con ciò ti auguro la buona notte
>
> Sinuhe
Ti ringrazio per la buonanotte e cerco di organizzarti un... buongiorno :-)
Cercherei di non perdere di vista il problema centrale di tutta questa
faccenda, che si riassume nelle seguenti due domande:
1) la parola "cane" continua a significare cane anche quando non c'è nessuno
che pensa ai cani?
2) la parola "cane" continuerebbe a significare cane anche quando non ci
fossero più i cani?
Alla seconda domanda dobbiamo per forza rispondere sì, perché altrimenti la
parola "mammut" non avrebbe alcun significato. E se rispondiamo sì alla
seconda domanda vuol dire che il significato della parola "cane" non è un
cane in carne ed ossa, né i cani in generale. Se il significato della parola
"cane" fosse un cane in carne ed ossa o più cani in carne ed ossa il
significato cesserebbe di esistere quando non ci fossero più cani.
Se il significato della parola non è il cane in carne ed ossa né i cani in
carne ed ossa, è forse il significato un "pensiero", qualcosa che viene
pensato? Se così fosse il significato cesserebbe di esistere nel momento in
cui non fosse pensato, ovvero nel momento in cui non ci fosse nessuno a
pensarlo. Questo è il problema posto dalla prima domanda.
Ora, se in un certo istante accadesse, per una combinazione causuale, che
nessuno dei sei miliardi e passa di uomini presenti sulla terra pensasse ai
cani, diciamo per dieci secondi, il significato della parola "cane" in quei
dieci secondi cesserebbe di esistere? Nei dieci secondi in cui nessun uomo
pensa ai cani tutti i libri scritti sui cani in tutto il mondo divengono
improvvisamente privi di significato e quelle parole scritte su quei libri
diventano dei semplici scarabocchi?
Direi di no.
Quindi la risposta è sì per entrambe le domande. Ma allora il "significato"
non è né un oggetto fisico né un pensiero pensato (= oggetto psichico).
Esistono quindi cose che non sono né oggetti fisici né oggetti psichici. Ed
il "significato" sembra essere un oggetto di questo "terzo tipo".
Che tipo di oggetti sono questi?
**********
Da: SINHUE
Data:2003-04-02 20:33:44 PST
"Davide Pioggia" <[email protected]> ha scritto
> Ti ringrazio per la buonanotte e cerco di organizzarti un... buongiorno
:-)
Buongiorno. Sono le 6.10.
> Quindi la risposta è sì per entrambe le domande. Ma allora il "significato"
> non è né un oggetto fisico né un pensiero pensato (= oggetto psichico).
>
> Esistono quindi cose che non sono né oggetti fisici né oggetti psichici. Ed
> il "significato" sembra essere un oggetto di questo "terzo tipo".
>
> Che tipo di oggetti sono questi?
Come tu saprai meglio di me il problema cui risponde la teoria delle idee è
quello del rapporto uno-molti. Che comporta anche il problema dei
fondamenti, in quanto l'unicità dell'essere mal si accorda con la
molteplicità degli esseri. Per cui a questi va negata ogni consistenza.
Insomma, o esiste solo l'Essere e non gli enti, o esistono solo relazioni
tra enti privi di un essere (i.e. principio stabile e unitario cui
ricondurli).
A meno di non intendere l'essere in maniera metafisica e porre queste famose
idee. Le idee sono un piano intermedio, non sono "essere e basta", ammettono
la molteplicità. Sono possibili combinazioni di idee. Le idee fondano e
giustificano le cose sensibili, permettono di riferirsi ad esse. Allo stesso
tempo sono princìpi unitari. Le idee sono... una grande idea.
Che oggetti sono? Non credo si tratti di oggetti, piuttosto di princìpi (nei
due sensi di ciò da cui qualcosa ha inizio e ciò da cui trae la sua
validità). Se sono cause, lo sono in senso esemplare e formale, giacchè
l'idea è la *forma*. Dunque dobbiamo ammettere che non esiste solo quel che
può essere, per noi, "oggetto", ma anche qualcosa che ci precede in quanto
soggetti con i nostri relativi oggetti (l'idea dell'uomo precede l'uomo).
Dunque non saremmo gli unici soggetti. Ed è forse questa "lesa maestà" a
darci tanto fastidio (almeno ad alcuni) nella teoria delle idee.
Saluti
Sinuhe
**********
Da: DAVIDE PIOGGIA
Data:2003-04-03 02:19:34 PST
Nell'articolo <[email protected]>
Sinuhe ha scritto:
>> Esistono quindi cose che non sono né oggetti fisici né oggetti
>> psichici. Ed il "significato" sembra essere un oggetto di questo
>> "terzo tipo".
>>
>> Che tipo di oggetti sono questi?
>
> Come tu saprai meglio di me il problema cui risponde la teoria delle
> idee è quello del rapporto uno-molti. Che comporta anche il problema
> dei fondamenti, in quanto l'unicità dell'essere mal si accorda con la
> molteplicità degli esseri.
Non mi sentirei di ridurre la teoria delle idee alla soluzione del rapporto
uno-molti.
Il mio punto di vista sulle idee l'ho già espresso:
idea di cavallo = significato di "cavallo"
mi rendo conto però che il tentativo di gettare un simile ponte fra la
filosofia di Platone e la semiotica può apparire decisamente azzardato, e
quindi proverò ad argomentare un po' meglio il mio punto di vista.
Innanzi tutto ho bisogno di seguire l'evoluzione della teoria delle idee di
Platone.
Infatti quando le idee cominciano a comparire nella dottrina di Platone esse
vengono fatte corrispondere solo alle cose più nobili ed elevate. Hanno
quindi anche e soprattutto una funzione *etica*: l'uomo che conosce le idee
sa distinguere le cose vili da quelle che "contano".
Nel primo Platone c'è anche la tendenza ad associare le idee alle cose
eterne e "necessarie", e non alle cose "contingenti". E d'altra parte è
ovvio che sia così, perché per Platone uno dei requisiti fondamentali delle
cose nobili ed elevate è proprio quello di non essere "contingenti".
Tuttavia, in seguito a "faticossissimi" dialoghi Platone fa ammettere ai
suoi "personaggi" (e quindi ammette egli stesso) che ad *ogni cosa*
corrisponde una idea.
Non so se sono all'altezza di impelagarmi in una disputa filologica su
Platone con te, che sei un più attento lettore di cose classiche di quanto
lo sia io. Dovrei citare un putiferio di cose che ho letto eccetera. Mi
limito a riportare un breve passaggio di Enrico Berti:
http://www.emsf.rai.it/aforismi/aforismi.asp?d=349
<<Poi si è reso conto che per le stesse ragioni per cui aveva ammesso idee
di valori morali e di relazioni era necessario ammettere idee di *tutti* gli
oggetti esistenti nel mondo dell'esperienza, e quindi l'idea dell'uomo, per
esempio, l'idea anche, nella "Repubblica" egli nomina persino l'idea del
"letto", cioè di una realtà artificiale, costruita dall'uomo. Nel
"Parmenide" dove in qualche modo riespone in maniera definitiva la dottrina
delle idee, egli non esita ad ammettere anche idee di realtà spregevoli:
l'idea del fango, l'idea del pelo, quindi di tutto ciò che esiste nella
realtà empirica è necessario ammettere un'idea al fine di poter avere un
concetto, una conoscenza concettuale della realtà empirica.>>
Questo e altri argomenti analoghi ci dovrebbero consentire di mettere da
parte la componente "etica" della dottrina della idee.
Non voglio dire che la dottrina delle idee di Platone non abbia delle
implicazioni etiche. Dico solo che ad un certo punto le idee non sono più
associate a ciò che è nobile, elevato, vistuoso, ma anche a ciò che non lo
è.
Questa precisazione mi serviva, perché se voglio affermare che l'idea di x è
il significato di "x" bisogna che in x ci si possa mettere anche il letto ed
il pelo (uh! bella associazione questa, direi che abbiamo fatto che anche un
po' di spicoanalisi, tanto per gradire :-)) e non solo il bene, il bello, il
numero 1, eccetera.
Tolta di mezzo (si fa per dire) la "questione morale" (come direbbero i
politici) resta l'altra questione che tu sollevi.
Tu infatti sostieni che il problema centrale della dottrina delle idee è
quello del rapporto uno-molti.
A questo ti posso rispondere quasi indifferentemente in due modi che
sembrano l'uno l'opporto dell'altro, ma che forse sono la stessa obiezione
espressa in forma "negativa" ed in forma "positiva":
1) non è vero, le cose non stanno come dici tu;
2) è vero, ma solo nella misura in cui il rapporto uno-molti è una delle
forme che può assumere la questione del "significato".
La riposta 2) la potrei argomentare solo sulla base di certi presupposti
della "filosofia analitica", e non credo che tu saresti diposto a seguirmi
su quella strada. Alla fine non ci troveremmo comunque d'accordo.
Provo allora ad argomentare la mia prima risposta, che è quella più
"diretta" e più apertamente contrapposta alla tua tesi.
E la mia argomentazione consta sostanzialmente di controesempi.
Ad esempio nel Fedone egli prende in considerazione i concetti della
matematica e della geometria e - dopo aver osservato che molti di essi non
corrispondono a degli oggetti reali - li fa corrispondere a delle *idee*.
Di quel testo molti citano il solito esempio dell'idea di triangolo. I
triangoli sono infiniti, ognuno potenzialmente diverso dall'altro, eppure
corrispondono tutti alla stessa idea. Quindi l'idea sembra realizzare
l'unità della molteplicità.
Ma non ci sono solo i triangoli che corrispondono ad una idea. Sono
soprattutto i "concetti astratti" che corrispondo a delle idee.
Ad esempio il concetto di *uguale* (quello che si usa per dire che 3 + 2 è
*uguale* a 5) non corrisponde a qualcosa di empirico, e quindi a cosa
corrisponde? Ecco, per Platone esso corrisponde ad una *idea*.
E considera anche questo passaggio:
<<Ed anche per cose come queste, disse Parmenide, per esempio un genere,
esistente come tale, del giusto, e poi del bello, del bene ed anche di ogni
altra cosa analoga? - Sí, disse [Socrate].>>
Ora, poco fa abbiamo detto che c'è una sola idea di "triangolo" che
corrisponde ad una molteplicità di triangoli. E fin qui sembra buona la
faccenda del rapporto uno-molti.
Ma potremmo dire, che so, che esiste una "molteplicità di uguali" che
corrisponde ad una sola idea di uguale? E potremmo dire che esiste una
"molteplicità di beni", o una "molteplicità di giusti" che corrispondono ad
una sola idea di bene e di giusto?
Il bene è unico, e ad esso è associata una unica idea di bene. Non sembra
esserci alcuna riduzione della molteplicità all'unità.
Tuttavia per certi aspetti si potrebbe ancora individuare una riduzione
della molteplicità alla unità.
Ad esempio potremmo osservare che si può dire che 3 + 2 è *uguale* a 5, che
1 + 1 è *uguale* a 2, che la somma dei quadrati costruiti sui cateti è
*uguale* al quadrato costruito sull'ipotenusa. Perché usiamo il concetto di
"uguale" in tutti questi casi diversi? Si tratta dello *stesso* concetto?
Certo, ci dice Platone, perché tutti quei diversi "uguali" lì corrispondono
ad una unica idea di "uguale".
A me questo sta bene, ma allora bisogna sgombrare il campo da un equivoco.
Se Platone mi dice che la parola "uguale" usata in diversi contesti
corrisponde ad una unica "idea" allora io mi sento autorizzato a
generalizzare dicendo che il segno "x" usato in diversi contesti corrisponde
ad una unica idea, ad un unico concetto, che è - appunto - il *significato*
di x.
Diciamo le cose come stanno: la necessità di introdurre l'idea di "cavallo"
non è legata al fatto che si sono in giro un sacco di cavalli in carne ed
ossa (se il problema fosse solo questo non avremmo bisogno dell'idea di
bene, di buono, di uguale), ma serve a chiarire che ogni volta che parliamo
di un cavallo stiamo parlando *della stessa cosa*. Ne segue che non solo
quando parlo del cavallo bianco di Maria e del cavallo baio di Giorgio quei
due cavalli lì fanno riferimento ad un unico concetto (idea) di cavallo, ma
anche che quando dico che 3 + 2 è uguale a 5 e che 1 + 1 è uguale a 2 quel
due "uguali" lì fanno riferimento ad un unico concetto (idea) di uguale.
Ma il discorso in questi termini appare forzato. Quando nomino il cavallo
posso dire che tutti i cavalli fanno riferimento alla stessa idea di
cavallo, ma dire che tutti gli "uguali" fanno riferimento alla stessa idea
di uguale è ambiguo se non addirittura scorretto: non c'è una moltitudine di
uguali.
Non farei meglio a dire che il segno "cavallo", anche quando appaia in
diversi contesti [e quindi anche - ma solo come corrollario - con diverse
denotazioni], corrisponde allo stesso "significato", e che questo è vero
anche per il segno "uguale"?
Ciao,
D.
**********
Da: SINHUE
Data:2003-04-03 02:46:47 PST
"Davide Pioggia" <[email protected]> wrote in message
http://groups.google.com/groups?selm=WUTia.2383%24iy5.73297%40twister2.libero.it...
> Non mi sentirei di ridurre la teoria delle idee alla soluzione del rapporto
> uno-molti.
Tu magari non te la senti, ma il suo senso precipuo è di risolvere quella
difficoltà. In particolare di operare una sintesi e insieme superare le
dottrine di Parmenide e di Eraclito, con le relative difficoltà. Ciò che
complica enormemente la questione (e che rendeva egualmente insoddisfacenti
le soluzioni di Parmenide ed Eraclito) è il problema del divenire. Platone
tiene conto anche di quello.
> Il mio punto di vista sulle idee l'ho già espresso:
>
> idea di cavallo = significato di "cavallo"
Direi: fondamento ultimo del significato di cavallo. Il significato,
infatti, è presente anche presente la cosa, ma la cosa da sola non può darne
una giustificazione ultima, come la squadretta da sé non sa parlare de
triangolo e delle sue proprietà.
> Non voglio dire che la dottrina delle idee di Platone non abbia delle
> implicazioni etiche. Dico solo che ad un certo punto le idee non sono più
> associate a ciò che è nobile, elevato, vistuoso, ma anche a ciò che non lo
> è.
C'è un'esemplarità anche delle cose turpi, ed è quella che richiede che ci
sia l'idea delle cose turpi, e non solo delle nobili. L'idea esprime questa
esemplarità. Così se io devo fare un quadro che raffigura uno storpio, di
per sé non bello, devo farlo in modo che la mia raffigurazione "renda
l'idea", cioè esprima l'essenza di quanto è rappresentato.
> Questa precisazione mi serviva, perché se voglio affermare che l'idea di x è
> il significato di "x" bisogna che in x ci si possa mettere anche il letto ed
> il pelo (uh! bella associazione questa, direi che abbiamo fatto che anche un
> po' di spicoanalisi, tanto per gradire :-)) e non solo il bene, il bello, il
> numero 1, eccetera.
:-)
> Tolta di mezzo (si fa per dire) la "questione morale" (come direbbero i
> politici) resta l'altra questione che tu sollevi.
>
> Tu infatti sostieni che il problema centrale della dottrina delle idee è
> quello del rapporto uno-molti.
Yes. È qualcosa di profondamente radicato nella cultura greca e massimamente
in filosofia.
> A questo ti posso rispondere quasi indifferentemente in due modi che
> sembrano l'uno l'opporto dell'altro, ma che forse sono la stessa obiezione
> espressa in forma "negativa" ed in forma "positiva":
>
> 1) non è vero, le cose non stanno come dici tu;
> 2) è vero, ma solo nella misura in cui il rapporto uno-molti è una delle
> forme che può assumere la questione del "significato".
Tu dimentichi che il problema centrale, sullo sfondo del quale Platone
elabora la sua filosofia, è il problema *ontologico*, e solo relativamente a
questo acquista - progressivamente - spessore e rilievo il problema del
significato. Le cose stanno dunque in senso opposto a quanto tu affermi al
punto 2), almeno storicamente parlando.
Cutto la tua pur interessante argomentazione, che mi pare manchi questo
problema essenziale, che dichiaro meglio così: il problema è accordare
l'essere (che è uno) e la molteplicità degli enti senza annullare
completamente né l'uno, né gli altri e insieme dar conto del *divenire* (
potremmo dire anche "salvare capra e cavoli"). E questo è un problema, prima
che di significato, di struttura ontologica (come dicevo, soprattutto emerge
il problema dell'identità che deve essere garantita 1) per ogni ente e 2)
attraverso il divenire). Se infatti dichiaro che gli enti sono illusori,
come Parmenide, problemi di significato non ne ho: solo l'Essere ha
significato. Dunque il problema del significato si pone - e si pone in
questo o quel modo - solo in conseguenza di precise tesi ontologiche, che
riguardano cioè la struttura stessa e la "consistenza" del reale. Gli
antichi non erano linguisti, e anche le dispute di Socrate sui significati,
sull'origine dei nomi etc. vertono sempre sull'esistenza o meno delle cose,
e sul possibile significato da attribuirle.
> Ciao,
> D.
Saluti
Sinuhe
**********
Da: DAVIDE PIOGGIA
Data:2003-04-03 08:59:37 PST
Nell'articolo <[email protected]>
Sinuhe ha scritto:
> "Davide Pioggia" <[email protected]> wrote in message
> http://groups.google.com/groups?selm=WUTia.2383%24iy5.73297%40twister2.libero.it...
>
>> Non mi sentirei di ridurre la teoria delle idee alla soluzione del
>> rapporto uno-molti.
>
> Tu magari non te la senti, ma il suo senso precipuo è di risolvere
> quella difficoltà. In particolare di operare una sintesi e insieme
> superare le dottrine di Parmenide e di Eraclito, con le relative
> difficoltà. Ciò che complica enormemente la questione (e che rendeva
> egualmente insoddisfacenti le soluzioni di Parmenide ed Eraclito) è
> il problema del divenire. Platone tiene conto anche di quello.
>
>> Il mio punto di vista sulle idee l'ho già espresso:
>>
>> idea di cavallo = significato di "cavallo"
>
> Direi: fondamento ultimo del significato di cavallo. Il significato,
> infatti, è presente anche presente la cosa, ma la cosa da sola non
> può darne una giustificazione ultima, come la squadretta da sé non sa
> parlare de triangolo e delle sue proprietà.
Supponi che io prepari un bel po' di cartellini tutti uguali con su scritto
"cavallo" e che me ne vada in giro ad attaccare questi cartellini ad alcuni
oggetti che incontro.
Supponiamo anche che tu mi venga dietro, e che ti accorga che tutti gli
oggetti a cui sto attaccando il cartellino sono oggetti che si muovono su
quattro zampe, con il pelo rasato in tutto il corpo e più lungo nella parte
superiore del collo, una lunga coda, le orecchie a punta eccetera.
Se prima del nostro giretto per te la "cavallo" era privo di significato,
dopo un po' - osservando quello che faccio - è possibile che tu abbia
acquisito quel significato. Oppure può darsi che per te "cavallo" avesse già
un certo significato, e che tutti gli oggetti su cui io attacco il cartello
con su scritto "cavallo" corrispondano a ciò che tu avresti chiamato
"cavallo".
Non potremo essere certi di dare a "cavallo" lo stesso significato. Ad
esempio se io per comodità attacco sempre il foglietto alla criniera tu
potresti pensare che "cavallo" è la criniera, e lo stesso accadrebbe se io
lo attaccassi alla coda. Può anche darsi che i primi cavalli che incontriamo
siano tutti bianchi, che nella mia lingua "cavallo" significa bianco e che
tu ti convinci invece che "cavallo" significa cavallo. Non esiste una
"verifica" che ci fornisca una certezza assoluta dell'esito della
comunicazione. Il significato, come le "leggi fisiche", può essere solo
"falsificato": se tu ti sei convinto che "cavallo" significa cavallo e
incontrando un coniglio bianco tu vedi che ci attacco su il foglietto con
scritto "cavallo" allora la tua convinzione che per me "cavallo" significa
cavallo viene *falsificata*, e tu sei costretto a fare un'altra ipotesi,
come quella che "cavallo" significhi bianco. E allora magari ti verrà in
mente che tutti i cavalli che abbiamo incontrato erano bianchi, ma anche
dopo questo "aggiustamento" non potrai avere alcuna certezza assoluta.
Nonostante ci sia questo problema di in-verificabilità, possiamo supporre
che il processo sia "convergente", ovvero che "provando e riprovando" le
probabilità di avere delle "falsificazioni clamorose" vadano diminuendo. Ad
esempio dopo avermi visto attaccare il cartello "cavallo" su code di
cavalli, criniere di cavalli, su cavalli neri e su cavalli bianchi si può
sperare che il tuo "significato" di cavallo sia compatibile col mio, ovvero
che ti troverai d'accordo con i foglietti che appenderò in seguito.
Supponiamo quindi di aver raggiunto una situazione che appaia "stabile", e
cominciamo a riflettere sull situazione.
Ci troviamo con una serie di oggetti su ognuno dei quali abbiamo appeso dei
cartelli uguali. I cartelli sono uguali, ma gli oggetti su cui li abbiamo
appesi no: anzi, non ce n'è uno uguale all'altro!
Eppure di tutti quegli oggetti diciamo che sono dei cavalli. Ma se diciamo
che ognuno di quegli oggetti è un cavallo allora sembra quasi che stiamo
dicendo che sono tutti la stessa cosa!
Allora: sono tutti distinti e tutti diversi fra loro (e quindi *non sono* la
stessa cosa), eppure sono tutti cavalli (e quindi *sono* la stessa cosa!)
Come se ne esce?
Una cosa che potremmo fare è osservare che quando diciamo che sono tutti
cavalli stiamo dicendo che tutti quegli oggetti lì hanno in comune la
proprietà che di essi si può dire che sono dei cavalli.
Potremmo allora definire "insieme dei cavalli" l'insieme degli oggetti x di
cui si può dire <<x è un cavallo>>, e dire che i cavalli sono gli elementi
di quell'insieme.
Gli elementi dell'insieme sono distinti e diversi, ma l'insieme è unico.
Ecco quindi un modo per risolvere il problema degli oggetti che *sono* e
*non sono* la stessa cosa: si afferma che esistono gli "insiemi", i quali
avrebbero la proprietà "magica" di ridurre la molteplicità all'unità.
E' chiaro che l'"insieme dei cavalli" svolge la stessa funzione concettuale
della "idea di cavallo" di Platone.
E d'altra parte Cantor introdusse il concetto di insieme con la totale
consapevolezza (e, aggiungerei, intenzione) di adottare una soluzione
"platonica" del problema.
Fra le varie proprietà che Cantor assegnava agli insiemi c'erano ad esempio
queste:
- l'insieme esiste ogni volta che un *molteplice* si lascia pensare come
*uno*;
- l'esistenza dell'insieme è *oggettiva*, cioè indipendente dal pensiero o
dal linguaggio che lo esprime.
Non ci riconosci le "idee" di Platone? E se pensi che *tutta* la matematica
moderna si basa sul concetto di "insieme" dovrebbe esserti chiaro perché
dico che la scienza è molto più "platonica" di quanto non si riconosca.
Ma la "sintesi" della molteplicità e dell'unita nel concetto di "idea" o di
"insieme" non è l'unico modo in cui si può tentare di risolvere il nostro
problema "mostruoso" secondo cui i nostri oggetti *sono* e *non sono* la
stessa cosa.
Ad esempio possiamo osservare che avendo attaccato il cartello con su
scritto "cavallo" su una serie di oggetti, abbbiamo associato tutti quegli
oggetti alla parola "cavallo". Ma la parola "cavallo" non è nessuno di
quegli oggetti, e per di più la parola "cavallo" continuerebbe ad avere un
"significato" anche quando tutti quegli oggetti venissero istantanemente
polverizzati.
Vediamo meglio questo passaggio. Il "segno" è "qualcosa che sta per
qualcos'altro". Ora, se io dico "fluidi-ficato" intendo qualcosa che è stato
reso fluido, se dico "corni-ficato" è uno che è stato reso cornuto, e se
dico "signi-ficato" è qualcosa che è stato reso con un segno. Quindi il
"significato" è quel "qualcos'altro" al posto del quale sta il "segno".
La parola "cavallo" è quindi un segno che *sta per* il significato di
cavallo. Ebbene, quando noi diciamo che "il cavallo galoppa", il segno
"cavallo" intende descrivere ciò che sta facendo l'animale in carne ed ossa,
e quindi il segno sta per l'animale in carne ed ossa. Ma sappiamo che
"cavallo" continuerebbe ad avere un significato anche quando non ci fossero
più cavalli. Quindi "cavallo" per certi versi sta per l'animale in carne ed
ossa e per certi versi non sta per quello.
Ci troviamo di nuovo di fronte ad una (apparente) contraddizione.
Si può provare ad uscirne dicendo che il "significato" di una parola ha due
diversi aspetti: da una parte esso è associato a tutti gli oggetti su cui
potremmo porre il cartellino "cavallo", e tuttavia anche quando
polverizzassimo quegli oggetti resterebbe sempre un "significato".
Se siamo in vena di neologismi possiamo definire *estensione* della parola
"cavallo" gli oggetti cui si può "appendere il cartellino" e *intensione*
l'altro aspetto del significato, quello che permane anche quando non ci
siano più cavalli, ovvero quando non la parola cavallo non abbia più una
"estensione".
E ci sono anche altri modi di raccontare questa faccenda. Ad esempio
possiamo dire che la parola "cavallo" non solo fa riferimento a degli
oggetti fisici in carne ed ossa, ma li descrive, perché - come minimo - dice
di essi che pur essendo distinti e diversi sono tutti cavalli. Quindi la
parola cavallo da una parte *denota* degli oggetti in carne ed ossa, e
dall'altra li *connota*. E la connotazione è ciò che resta quand'anche non
vi sia denotazione.
La denotazione è l'estensione, e la connotazione è l'intensione.
Allora, ricapitoliamo:
1. Abbiamo detto che <<i cavalli non sono tutti la stessa cosa eppure sono
tutti la stessa cosa>>, e questo ci ha causato qualche preoccupazione sul
"significato del significato".
2. Abbiamo cercato di uscire da questo incubo introducendo il concetto di
insieme (o di idea, che è lo stesso), ma sto insieme in sostanza è <<un
molti che può essere pensato come uno>>, e questo ci sembra una grossa
bischerata come quella del precedente punto.
3. Allora abbiamo detto che il "significato" ha due "dimensioni": una
denotativa (o estensiva, che è lo stesso) e una connotativa (o intensiva).
Ma se proviamo a chiederci quale sia la componente "intensiva" del
significato possiamo solo dire che è ciò che resta quando non ci sia più una
"estensione", e questa è un'altra pirlata, perché è come dire che il
significato di "cavallo" continua ad esserci anche quando non ci sono più i
cavalli, e a chi chiede che cosa sia allora il significato gli si risponde
che è quello che resta quando non ci sono più i cavalli. Poi per fare finta
di aver risolto i problema si dà anche un nome a "ciò che resta" e lo si
chiama "intensione" (o connotazione), ma così facendo non si risponde a chi
chiede <<che cosa resta?>> Ed infatti sono trent'anni che cercano di
definire il concetto di "intensione" e *ogni* tentativo di definire (anche
implicitamente) l'intensione produce delle aporie mostruose. Perché non c'è
niente da fare: alla base di tutto ciò c'è una aporia di fondo irriducibile:
il fatto che <<esiste il significato>>, che è in sé un ossimoro, poiché il
"significato" è ciò che non esiste.
Saluti.
D.