FILOSOFIA
E GLOBALIZZAZIONE
Newsgroups:it.cultura.filosofia
Data:2002-12-05 16:50:49 PST
ABSTRACT
In
questo articolo mi chiedo se la questione della globalizzazione si
possa definire sul piano puramente economico o non
sia invece un
fenomeno culturale interdisciplare
in cui la riflessione filosofica
possa svolgere un ruolo importante, se non
addirittura fondamentale.
In
merito all'analisi strettamente economica del fenomeno della
globalizzazione, c'è chi ritiene che che buona parte della cultura
"global" e "no global",
da un punto di vista "scientifico", sia poco più
di un luogo comune, o forse un "mito" o
addirittura una "ideologia" nel
senso marxiano del termine. Tant'è
che esiste un certo riformismo - per
lo più di matrice anglosassone - che si ispira ad
una economia
"scientifica"
e che si trova ad essere "schiacciato" tanto dalla
ideologia "global"
che da quella "no global", poiché entrambe
sembrano
fondate sugli stessi "miti".
D'altra
parte anche la pretesa della economia
"scientifica" di essere
non ideologica può a sua volta apparire come il
prodotto di una
ideologia (o comunue di
un paradigma culturale). Anche da questo punto
di vista sembra quindi inevitabile estendere il
dibattito sulla
globalizzazione alla riflessione
filosofica.
====
Su
quasi tutti i gruppi di discussione della gerarchia it.*
si parla
ormai di "globalizzazione".
Sembra quasi che tale processo oltre ad
essere "globale" in senso geografico lo sia
anche dal punto di vista
interdisciplinare: se ne parla nei gruppi
di storia, di economia, di
politica e persino in quelli di religione.
Se
ne può parlare anche in senso filosofico?
Tale
domanda può essere scissa in due domande più elementari:
1)
se i filosofi decidessero di ignorare questa faccenda della
globalizzazione, si perderebbero
qualcosa di essenziale per il loro
"lavoro"?
2)
c'è qualcosa di specifico che può dire la filosofia sulla
globalizzazione che sia un punto di
vista diverso da quello della
economia, o della storia o che altro?
Queste
due domande nella sostanza si riducono a questo: cosa ha da dare
il dibattito sulla globalizzazione
alla filosofia? E cosa ha da dare la
filosofia al dibattito sulla globalizzazione?
Dico
subito che a mio avviso la risposta a queste due domande è
"circolare",
nel senso che se si cerca di rispondere all'una si finisce
per rispondere anche all'altra. Per di più ritengo
che se si risponde
"sì"
ad una si finisca per rispondere "sì" anche all'altra. Ma tutto ciò
va argomentato.
Cominciamo
a chiederci se la filosofia possa permettersi di trascurare
il fenomeno della globalizzazione.
Fra
gli argomenti maggiormente evocati da chi discute di globalizzazione
ci sono i seguenti:
1)
certe scelte non sono più nelle mani delle politiche nazionali, ma
sono imposte dai processi di globalizzazione;
2)
le multinazionali sfruttano il loro status giuridico sopranazionale
per potersi rendere indipendenti dalle politiche
nazionali ed operare al
di sopra (o al di fuori) delle leggi nazionali;
3)
che ci piaccia o no il processo della globalizzazione
è in atto, e
non possiamo fermarlo ma solo gestirlo;
4)
altre considerazioni di questo genere.
Appare
chiaro quindi che la globalizzazione sembra imporsi come
necessità non trascurabile quanto meno in ambito
politico, economico e
storico, e quindi il filosofo che si voglia
occupare anche di uno solo
di questi tre campi non può prescindere da questo
processo.
Ne
viene che il filosofo che si occupa di questioni ontologiche o quello
che si occupa di
epistemologia forse possono evitare di discutere di
globalizzazione. Bisogna anche
aggiungere però che sia l'uno che l'altro
è probabile che si trovino a fare i conti con la
tecnica e la
tecnologia, la quale pare in parte essere sia causa
che effetto della
globalizzazione (basti pensare, ad
esempio, all'enorme impulso che la
tecnica delle telecominicazioni
ha subito dal flusso internazionale di
capitali), e da questo punto di vista questo
processo finirà anche nei
pensieri di chi si occupa di Platone, Heidegger e Kant. Poiché quella
che i filosofi amano definire la tecno-scienza ha delle innegabili
implicazioni per la filosofia.
Quanto
ai filosofi che in qualche modo si occupano della dimensione
politica e sociale dell'uomo, pare proprio che
per molto tempo non
potranno più muovere un passo senza doversi
confrontare con i problemi
posti dalla globalizzazione.
Non
a caso già da qualche anno i filosofi si occupano della cosa con
grande interesse, e qualcuno l'ha fatto ancor prima
che venisse "di
moda":
<<Sfruttando
il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopoliti la
produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran
dispiacere dei
reazionari, ha tolto all'industria la base
nazionale. Le antichissime
industrie nazionali sono state e vengono, di
giorno in giorno,
smantellate.
Esse vengono soppíantate da nuove industrie, la cui
introduzione è questione di vita o
di morte per tutte le nazioni civili
[...].
In luogo dell'antico isolamento locale e nazionale, per cui
ogni
paese bastava a se stesso, subentra un traffico
universale, una
universale dipendenza delle nazioni l'una
dall'altra. E come nella
produzione materiale, così anche in quella
culturale. I prodotti
culturali delle singole nazioni diventano
patrimonio comune. Diventa
sempre più impossibile considerare l'ambito nazionale
in modo chiuso e
ristretto, e dalle molte letterature nazionali e
locali esce una
letteratura mondiale.>>
La
citazione non è tratta da uno dei numerosi saggi che compaiono in
libreria sulla scia dell'interesse scatenato dal
flusso internazionale
dei capitali borsistici,
ma è tratto invece dal "Manifesto del partito
comunista" di quei due noti discolacci che lo pubblicarono nel 1848.
D'altra
parte proprio la riflessione filosofica sull'argomento ha messo
in evidenza il fatto che questo processo non può
essere definito
nell'ambito di una singola disciplina. Esso non
sembra essere un
fenomeno puramente economico, né un fenomeno
puramente psicologico, né
puramente politico, né in generale pare essere in
qualche modo
isolabile.
Ad esempio se dicessimo che è un fenomeno sostanzialmente
politico trascureremmo di mettere in evidenza il
fatto che esso sembra
avvenire seguendo degli sviluppi macroeconomici
ben precisi, imposti
dalle leggi della economia.
Al
limite si potrebbe essere tentati di ipotizzare che si tratta
di un
fenomeno puramente economico, ma proprio su
questo - come cercherò di
mostrare più avanti - possono emergere le
"sorprese" più strane. Infatti
nell'ambito della teoria economica si assiste ad un
fenomeno quanto meno
sconcertante: gli economisti più
raffinati ed indipendenti (insomma,
quelli che sanno cosa dire e possono dirlo) non solo
negano quasi tutti
i luoghi comuni sulla globalizzazione,
ma addirittura sostengono che
l'economia "reale" (cioè quella che ha a
che vedere con la gente che
lavora e viene pagata per farlo, escludendo ad esempio
i flussi di
capitale che il mercato azionario fa
semplicemente passare da una mano
all'altra) sta addirittura diventando più *locale*. Non solo, ma da
parte dei grandi economisti si assiste ad un totale
smantellamento su
basi scientifiche - e dati alla mano - di tutte le
"teorie" dei vari
movimenti "global"
e "no global".
O
si ammette che questi "miti" sono davvero il frutto di una retorica
inconsistente, in cui al solito i
giovani e le persone più
suggestionabili vengono manipolate da
chi ha specifici interessi, oppure
si deve ammettere che molti fra i migliori
economisti del mondo sono al
soldo delle multinazionali e sono tutti legati da una
cospirazione che
gli fa dire sostanzialmente le stesse cose. Poiché entrambe le
possibilità appaiono "estreme" e
soprattutto venate da una improbabile
dietrologia, dovremmo cercare di formulare una
qualche ipotesi più
equilibrata e verosimile. Ad esempio, a sentire Marx
(ma qualche spunto
in questo senso ci può venire anche da Freud) l'ideologia di cui un
individuo si fa portatore è strettamente collegata
al modo in cui si
riempie (o si svuota) il suo portafoglio. E'
possibile quindi che molti
accademici occidentali, per il semplice fatto che
il loro
portafoglio si riempia più o meno nello stesso modo
(anche se non per
tutti nella stessa quantità), si facciano portatori
della stessa
ideologia "anti no global", arrivando a sancire l'*inesistenza*
della
"globalizzazione" e la conseguente *infondatezza* di qualuque movimento
a favore o contro di questo "evento
epocale" che pare essere del tutto
"mitologico".
Ecco, se così fosse dovremmo dire che tutti questi
economisti che tentano di demolire il
"mito" della globalizzazione lo
facciano non tanto perché appartengano ad una
"cospirazione" o siano al
soldo della medesima "cupola capitalista",
quanto piuttosto perché
portatori delle stesse istanze ideologiche.
Però,
se così fosse, ci dovrebbe essere una qualche voce autorevole che
fa un discorso diverso. In fondo negare che esiste
la globalizzazione
così come se la immaginano i movimenti "no global" sembra essere una
sfida a questi movimenti ed al buon senso. Se questa negazione fosse un
semplice prodotto ideologico diretto contro le
classi meno abbienti e le
popolazioni mondiali economicamente più deboli
(oltre che in apparente
contraddizione con il comune buon senso), ebbene in tal ci
dovrebbe pur
essere qualcuno, del tutto indipendente da certe
logiche di potere, che
lo dice.
Ed
invece gli economisti che si riempiono la bocca di globalizzazione
e
di tutti i neologismi ad essa associati sono
spesso proprio quelli che,
lungi dall'essere delle "voci libere",
appaiono vincolati a degli
interessi forti o a delle parti politiche molto
ben definite. Ad esempio
tutti gli economisti legati alle società di trading
parlano
continuamente di "new economy" e dicono continuamente che con l'avvento
della "globalizzazione"
le forme tradizionali di risparmio non hanno più
senso, e che bisogna imparare ad investire sul
mercato azionario
globale. Se da una parte è vero che il mercato
azionario è globale (ma
forse è l'unico settore economico ad esserelo davvero), è anche vero che
non è così scontato che le forme di investimento
tradizionale siano poi
così obsolete, e che questa teoria della globalizzazione a tutti i costi
serva a chi vuole mettere le mani sui risparmi delle
categorie
economiche meno abbienti e più sprovvedute.
Oltre
a questi teorici della globalizzazione un poco
"sospetti" ve ne
sono altri che appaiono altrettanto entusiasti ed
"allineati", ma si
tratta per lo più di giornalisti che si occupano di
economia,
divulgatori dell'ultima ora, accademici di second'ordine che pubblicano
sempre il solito saggio su ciò che va di moda,
eccetera. Anche questi
quindi un poco "sospetti".
Insomma,
tutti quelli che in qualche modo portano avanti la
tesi secondo
cui abbiamo definitivamente abbandonato l'economia
"locale" per finire
fino al collo in una economia "globale"
appaiono "sospetti", sia perché
hanno interesse a dirlo sia perché non sono
considerati dei luminari
della economia.
Invece
tutti i grandi accademici hanno delle forti riserve sulla
questione della "globalizzazione",
per quanto - come dicevo - questi a
loro volta potrebbero apparire "sospetti"
dal punto della teoria
marxiana della produzione ideologica. Che poi ci sarebbe da chiedersi se
chi ritiene che tutti i grandi economisti
occidentali siano
"ideologizzati" sia a sua volta un "marxiano"
o un "marxista" (nel qual
caso sarebbe a sua oggetto della stessa critica anti-ideologica).
Un
esempio "clamoroso" è il noto - e controverso - economista americano
Paul Krugman. Ha studiato
a Yale e al MIT. Ha insegnato a Yale,
al MIT e
da qualche tempo si è spostato a Princeton.
Secondo molti commentatori è
uno dei "papabili" per il Nobel in
economia.
Negli
ultimi anni Krugman ha scritto una serie di articoli raccolti
recentemente in un libro dal titolo
eloquente: "Pop Internationalism"
[The MIT Press, 1997 - trad. it. "Un'ossessione
pericolosa", Milano
1997].
In questi articoli egli in sostanza sostiene che sia la dottrina
della "competitività delle nazioni" sia
quella della della
"globalizzazione" sono delle "credenze
popolari" [Conventional Wisdom],
quasi dei "miti". Da un punto di vista
marxiano "classico" dovremmo dire
che si tratta di "ideologie", anche se Krugman in una recente intervista
ha dichiarato di non considerasi marxiano e quindi
di non condividere
questo lessico.
Qui
in Europa (ed ancora di più in Italia) può certamente sembrare
sconcertante che si definisca la globalizzazione una ideologia, ma il
fatto che si definisca tale la "competitività
delle nazioni" può
sembrare più che altro un tecnicismo da
economisti. Invece negli Stati
Uniti
è ben chiaro a tutti che la critica al concetto di "competitività
delle nazioni" si traduce immediatamente in una
critica del concetto di
"globalizzazione", tant'è che
Krugman (che in quel paese è ben
noto al publbico perché è
uno dei columnist del New York Times), riceve
ogni giorno decine di lettere anonime piene di
insulti e di minacce
perché osa ripetere al grande pubblico che l'idea
secondo cui l'America
deve "competere" con le altre nazioni per
salvaguardare i posti di
lavoro ed i mercati è semplicemente una "credenza
popolare". E questo
agli americani sembra quasi un
"tradimento", un invito a cedere ad altri
gratuitamente le
"posizioni" economiche conquistate con tanti sacrifici.
E
già qui si intravvede
innanzi tutto come questo problema della
"competitività"
sia strettamente collegato a quello della
"globalizzazione", ed in secondo luogo come sia
possibile che negli
Stati
Uniti e in Inghilterra uno che definisce "mito" il concetto di
"globalizzazione" sia considerato quasi alla stregua di
un
rivoluzionario di sinistra, mentre da
noi chi si azzardi a dire che il
movimento "no global"
combatte un falso problema, si senta dare come
minimo del reazionario di destra.
Sono
molti gli economisti che, come Krugman, partono proprio
dallo
smantellamento del "mito"
della "competitività" per criticare in modo
incisivo quella che loro considerano una semplice
illusione ottica: la
famosa "globalizzazione".
Un
esempio illustre di economista europeo che accoglie
quasi
integralmente le tesi di Krugman è Adair Turner: vice presidente della
Merrill Lynch Europa,
insegnante alla prestigiosa London
School of
Economics, e già direttore della McKinsey & Company e poi direttore
della Confederation of British Industry. Uno, insomma, che di mercati
globali se ne intende non solo dal punto di
vista teorico, ma anche per
prassi del proprio mestiere.
Ebbene,
Turner ha recentemente pubblicato "Just
Capital" [uscito in
Italia
con lo stesso titolo e pubblicato quest'anno dalla Editori
Laterza] in cui, come dicevo, riprende praticamente tutte le principali
tesi di Krugman.
E'
interessante anche il fatto che la prefazione di questo libro sia
stata scritta da Ralf Dahrendorf,
altro insigne economista europeo che
fino a pochi anni fa parlava tranquillamente di
"globalizzazione", come
se l'esistenza del fenomeno così come viene
comunemente concepito fosse
sicura al di là di ogni ragionevole dubbio.
Per
chi ne fa una questione "ideologica" e ritiene che tutto ciò sia una
questione legata agli interessi di classe, può
essere interessante fare
un salto sul sito della principale organizzazione
sindacale della Gran
Bretagna,
ovvero il TUC - Trade Union Congress
(http://www.tuc.org.uk/)
dove c'è un interessantissimo elenco dei
"miti" sulla globalizzazione
(http://www.tuc.org.uk/international/tuc-5044-f0.cfm),
in cui si citano
molto frequentemente sia Krugman
che Turner. Ebbene, l'elenco
di quei
"miti"
è sufficiente per demolire quasi tutto ciò che viene
gridato
sotto forma di slogan nel corso delle manifestazioni
"no global". E'
vero che anche il TUC può apparire
"sospetto" a chi magari si fida solo
della CGIL; il problema però è che qui in Italia le
organizzazioni
sindacali anziché occuparsi seriamente dei
problemi del lavoro fanno
politica, e al contempo chi è impegnato per
costruire un "liberismo dal
volto umano" si trova immobilizzato da una
quantità enorme di "miti" e
di luoghi comuni che vengono prima gridati in
piazza dai "no global" e
poi vengono utilizzati dal liberalismo più spietato
per lavorare
indisturbato alla realizzazione dei
propri fini.
Infatti l'aspetto più sconvolgente di tutta
questa polemica è che questo
ampio movimento riformista che si sta sviluppando nel
mondo anglosassone
(ed
in cui ci troviamo appunto il Trade Union Congress, Krugman, Turner
e tanti altri) non sta criticando il
"mito" della globalizzazione per
smontare le tesi dei "no global",
ma ha lo scopo esplicito e
chiaramente definito di demolire la tesi secondo cui
la globalizzazione
impone lo smantellamento dello stato sociale [welfare]. I paesi che
stanno smantellando il welfare
e dicono ai cittadini che quella scelta è
imposta dalla globalizzazione
e dalla necessità di essere competitivi,
anziché trovarsi di fronte ad una opinione
pubblica ben informata che
gli risponde che quelle argomentazione (e pure il
lessico) sono del
tutto inconsistenti, si ritrova di fronte a dei
movimenti che vanno in
piazza a gridare che allora bisogna fermare la "globalizzazione". E così
facendo da una parte fanno il gioco della
"destra", e dall'altra portano
dentro alla "sinistra" delle tesi che
servono a nascondere lo stato
reale della economia mondiale e delle dinamiche
macroeconomiche.
Scrive
Turner nell'introduzione del suo libro: <<la
sfida che questo
libro si propone di perseguire è quella di barrare le
stupidità di
quella mania che l'economista Paul
Krugman chiama "globaloneria"
per
distinguere chiaramente fra globalizzazione
reale e conseguenze
immaginarie, e identificare quali altre forze sono
all'opera senza un
reale rapporto con la globalizzazione.
Una volta fatto questo potremo
affrontare con coerenza la definizione ottimale
della politica economica
e sociale da seguire. Scopriremo allora che gli
Stati hanno ancora
un'elevata libertà di scelta fra le opzioni
alternative in materia
sociale, ambientale e perfino di politica
estera, e che l'esistenza
dell'economia globale, se ha cambiato in parte il
contesto in cui
operano i paesi, non ha mutato fondamentalmente
la gamma possibile di
scelte in materia sociale e politica.>> E a cosa
servirebbe "barrare le
stupidità di quella mania" lo aveva appena
detto esplicitamente poche
righe prima: <<l'idea che la competizione
fiscale globale limiti la
sostenibilità della spesa per il Welfare State è in parte vera ma
esagerata da chi desidera in ogni caso un ridotto
intervento dello Stato
e una redistribuzione
minimale come obiettivo in sé. E la limitazione
dell'intervento statale ci lascia ancora la
possibilità di perseguire
una serie di obiettivi sociali auspicabili, purché
si orienti lo Stato
su questi obiettivi e lo si distolga da quelle
funzioni dove non
aggiunge valore.>>
Il
problema però, come si diceva, è che finché la discussione sulla
globalizzazione resta in
"ostaggio" dello scontro ideologico fra
"destra"
e "sinistra", si chiude la strada ad ogni riformismo fondato
sull'analisi scientifica dei processi macroeconomici.
Ne segue che chi,
come Krugman, si batte per
evitare lo smantellamento dello stato sociale
si trova un ostacolo insormontabile costituito
proprio da quello spesso
strato di luoghi comuni e "miti" che il
popolo di Seattle - per mezzo di
una contrapposizione ideologica - alimenta. Non
stupisce allora che in
un articolo del 22 aprile 2001 lo stesso Krugman abbia pubblicato un
articolo sul New York Times
in cui a proposito del movimento "no global"
scriveva che <<Chiunque pensi che la
risposta alla povertà del mondo sta
nell'invettiva contro il commercio globale è privo di
cervello o sceglie
di non usarlo>>, attirandosi inevitabilmente
le invettive e l'odio di
chi appoggia ideologicamente quel movimento.
Ci
fu anche chi tentò di condurre questo dibattito nel ristretto
pollaio politico italiano, ed infatti il 4
agosto 2001 Luigi
Cavallaro, proprio prendendo spunto dall'articolo
di Krugman, pubblicò
sul Manifesto una "Provocazione al popolo di
Seattle". Sottotitolo: "Ma
Carlo
Marx non sarebbe d'accordo con voi"
(http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/010804d.htm).
Il dibattito che
ne è seguito, proprio sul Manifesto, ha mostrato
la solita
contrapposizione ideologica priva di
contenuti, con qualche rara
eccezione.
Un bell'esempio di come rispondere con la solita
retorica di
"partito"
all'articolo di Cavallaro è l'articolo di Antonio Calafati
apparso sul Manifesto il 7 agosto 2001
(http://www.ilmanifesto.it/g8/mm/3b93584c90059.html), dove
l'ironia è
sicuramente elegante, ma poi si elude il problema
col solito vecchio
trucco di definirlo "non pertinente":
<<Non so dire della reazione del
"popolo
di Seattle", certo però che per molti Marx che
difende nel 1848
il libero commercio non sembra un argomento
pertinente: divagazioni,
piuttosto che provocazioni.>>
Come
a dire: non so se hai ragione tu, ma comunque sei
noioso e
probabilmente OT.
Qui
però occorre anche un briciolo di finezza in più, che gli
anglosassoni si perdono a causa di
un certo condizionamento culturale.
Quando
si dice che il riformismo è ostacolato nel suo approccio
"scientifico"
dalle opposte ideologie di "destra" e di "sinistra" sembra
quasi si voglia dire che ciò che si trova agli estremi
è "ideologico", e
chi sta in mezzo - come fra l'incudine e il
martello - è invece una
forma di pensiero "neutra", o comunque
"naturale".
Come
avevo anticipato nella apertura di questo lungo
articolo, dicendo
questo si tende ad ignorare la possibilità - che per
alcuni è una
certezza - che anche il "riformismo"
sia in linea di principio una
ideologia.
Non solo, ma anche il tentativo di far prevalere l'approccio
"scientifico"
su quello "politico" è fondato su presupposti "ideologici"
(o quanto meno su paradigmi culturali).
Sappiamo
bene che da quest'orecchio il mondo anglossassone non ci sente:
sia Krugman che Turner dicono di non accettare l'analisi marxiana sulla
produzione delle ideologie, e così facendo sembrano
sostenere che esiste
un modo "naturale" di ragionare sulle
cose. E questo modo "naturale" è
appunto quello scientifico. E' una
considerazione che contiene un bel
po' di buon senso. Può essere un po' seccante dover
ammettere che il
semplice fatto di fare un po' di conti in tasca
al mercato globale e di
trarne le ovvie conclusioni sia un atto
"ideologico". E' come se al
povero Galileo che ci chiede semplicemente di guardare
dentro al
cannocchiale replicassimo che quel
suo affidarsi all'ottica delle lenti
è una scelta "politica", dettata da condizionamenti
ideologici. Eppure,
per quanto sia difficile farlo, è una cosa che va
fatta. Anche se forse
non possiamo pretendere che lo facciano gli
anglosassoni, proprio perché
il loro pragmatismo gli impedisce di vedere nel
cannocchiale di Galileo
una scelta "politica", e sono incapaci
dei bizantinismi onanistici
necessari ad un riformista che voglia dialogare
con le "destre" e le
"sinistre".
E
dove viene meno il "buon senso" occorre proprio che subentri la
filosofia.
Il punto cruciale è il seguente: è possibile elaborare una
politica riformista non ideologica o anche la
semplice scelta
"scientifica"
di leggere i numeri è di per se una scelta ideologica?
Siamo
davvero culturalmente "ingabbiati" dai modelli di produzione? Non
esiste una analisi delle ideologie che vada oltre
l'ideologia e che ci
liberi dai condizionamenti dei modelli di produzione?
Ecco
dove siamo andati a finire col nostro tentativo di mantenere il
problema della "globalizzazione"
in un ristretto ambito macroeconomico:
abbiamo "sforato" nel pieno della
filosofia, poiché è uno di quei casi
in cui la scienza economica si ritrova a dover
fare i conti con i propri
"fondamenti".
E
se anche il problema non fosse così "radicalmente filoosofico"
come ho
cercato di mostrare, l'impressione che se ne
ricava è che se si resta
sul piano puramente economico difficilmente si
possono ottenere delle
indicazioni definitive sul fenomeno o ottenere una
definizione della
globalizzazione sul piano
puramente "strutturale" (tanto
per rimanere
nell'ambito del lessico marxiano).
Torniamo
così al punto da cui eravamo partiti: il fenomeno
della
globalizzazione sembra che lo si possa
definire solo in chiave
"interdisciplinare",
mettendone in evidenza simultaneamente gli aspetti
economici, culturali, politici, sociali eccetera. O - per riprendere il
lessico di poco fa - sembrerebbe di dover dire
che il fenomeno della
globalizzaizone (ammesso che esista
come cosa reale e non sia solo una
produzione ideologica) non parte dal piano strutturale
per trasferirsi a
quello sovrastrutturale, ma
si svolge "simultaneamente" (chi non
gradisce questa metafora temporale estesa alle
interazioni causali potrà
provare a dire "sinergicamente" - ma
anche questa è una "moda" su cui ci
sarebbe da discutere un po') simultaneamente -
dicevo - sul piano
strutturale e quello
sovrastrutturale.
E
qui arriviamo alla seconda questione, quella relativa a
ciò che
potrebbe avere da dare la filosofia alla
discussione sulla
globalizzazione. Perché se mettiamo in
dubbio che il fenomeno della
globalizzazione esista in senso
puramente economico, ed avanziamo
l'ipotesi che esso possa essere anche (o forse
esclusivamente!) un
fenomeno culturale, allora bisogna senza meno
coinvolgere la filosofia
in questa riflessione.
Innanzi
tutto, come abbiamo detto, perché e la filosofia sembra porsi
come materia "interdisciplinare" per
eccellenza.
In
secondo luogo non si deve pensare che la filosofia, come materia
"interdisciplinare",
debba svolgere solo un compito di "moderatrice" -
o, al più, di "collante" - fra le varie
argomentazioni specialistiche.
Il
fatto è che le discipline che sono connaturate come
interdisciplinari, sono tali perché
"irriducibili" a problemi esauribili
all'interno di una singola disciplina, e questo
essere irriducibili ha
qualche cosa a che vedere con i problemi che non
sono aggredibili con il
riduzionismo scientifico. La
necessità di un approccio "olistico" emerge
quando i nessi causali non sono semplici e lineari, ma
complessi e
retroattivi.
E chi meglio della filosofia può cogliere un nuovo modo di
concepire i nessi causali?
E'
vero che alcune discipline scientifiche (la solita bistrattata
fisica, ad esempio) da questo punto di vista hanno
abbandonato certe
posizioni "classiche" almeno da quarant'anni. Su carta basterebbe quindi
far incontrare gli economisti con i fisici che si
occupano dei sistemi
complessi per avere tutti gli ingredienti
necessari a ragionare sulla
globalizzazione in modo
"moderno"; ed è esattamente ciò che si sta
facendo, ad esempio, all'Istituto di Santa Fe. Tuttavia non dobbiamo
nemmeno essere ingenui: non tutti gli scienziati
hanno superato il
riduzionismo primitivo, non tutti
gli economisti sono disposti ad andare
a scuola dai fisici, e se anche gli economisti ed
i fisici trovassero
una perfetta intesa, tutti gli altri (umanisti,
politici, storici,
filosofi, eccetera) sarebbero fuori da questa
intesa e continuerebbero
ad usare un linguaggio antico, col risultato di
avere una élite che usa
un linguaggio incomprensibile e tutti gli altri
fuori ad aggrovigliarsi
fra i luoghi comuni ed a scannarsi in piazza.
Alla
fine se si vuole che si diffonda un modo nuovo e moderno di
concepire il problema bisogna che esso vada sui
giornali, ed è più
facile che i giornalisti leggano saggi di storia e di
filosofia, che si
mettano a decifrare le equazioni differenziali
caotiche che vari premi
Nobel
per l'economia stanno mettendo a punto con l'aiuto
degli
scienziati di Santa Fe. E
non dimentichiamo che c'è chi considera questa
opera di "supervisione" da parte della
filosofia non tanto una
opportunità "strategica" - come quella che
ho appena delineato - ma una
vera e propria necessità concettuale. La pensano
così, ad esempio,
coloro che nella gerarchia it.*
sarebbero contenti di porre le scienze -
comprese l'economia e la fisica -
"sotto" la filosofia.
Saluti.
--
Davide