FILOSOFIA POLITICA E TEORIA DEI GIOCHI

 

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Questo è uno "scambio" fra me e l'amico Cosimo, in

merito alla filosofia politica e la teoria dei giochi, avvenuto nel

gennaio 2003 sul gruppo it.cultura.filosofia

Il tutto prende l'avvio dalla mia traduzione di parte di un articolo

della Stanford Encyclopedia of Philosophy, in cui si sostiene che

alcuni grandi "dilemmi" che hanno occupato per secoli la filosofia

politica non sono più tali se guardati alla luce dell'approccio

non-parametrico.

Era questo uno dei miei periodi di "entusiasmo", in cui credo di

poter dimostrare che le scienze "positive" forniranno una risposta

per tutto e salveranno il mondo (in realtà non sono mai ingenuo fino

a questo punto, ma ogni tanto mi lascio un po' prendere la mano) e

l'amico Cosimo cercava -con equilibrio- di riportarmi a più "miti

consigli".

Come sono solito fare, non riporto tutta la replica del mio interlo-

cutore, ma solo quella parte a cui ho a mia volta replicato.

Non faccio questo per un eccesso di "protagonismo", ma perché in

questo "Dizionario" espongo solo le mie opinioni, e non mi pare il

caso di coinvolgere amici e conoscenti più dello stretto necessario.

Chi poi desiderasse leggersi tutto il thread può sempre accedere

ad esso per mezzo dei motori di ricerca.

 

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Riporto qui di seguito la traduzione di un brano tratto dalla voce "Game

Teory" - Teoria dei giochi - della "Stanford Encyclopedia of

Philosophy". La home page della Encyclopedia è reperibile all'indirizzo

http://plato.stanford.edu/ mentre la voce particolare da cui è tratto il

brano sta al seguente path:

http://plato.stanford.edu/entries/game-theory/  La traduzione è stata

fatta piuttosto in fretta, quindi chiedo clemenza: i poliglotti sono

invitati a leggere il testo in lingua originale, ché - potendolo fare -

è sempre la miglior cosa.

 

Dal mio punto di vista - anche in relazione al "discorso" che sto

portando avanti da qualche giorno - il "senso" da dare al brano è che la

filosofia politica tradizionale si sia posta in una situazione di

"stallo" a causa di un uso "improprio" di certi termini e/o schemi

concettuali.

 

Questo "stallo" consiste nel fatto che tutti gli esiti "razionali"

possibili appaiono "paradossali": la necessità della tirannia (si

vedano, più avanti nel brano citato, le osservazioni sulla filosofia di

Hobbes), l'impossibilità di separare il pensiero dell'azione dall'azione

stessa, la privazione di senso che investe la scelta di qualunque

strategia (ovvero la risposta al famoso <<che fare?>>), eccetera.

 

Questo "uso improprio" a sua volta può, forse, ricollegarsi a quell'uso

altrettanto "improprio" che la fisolofia ha fatto di concetti come

"infinito" e "infinitesimo". Dall'uso improprio di questi concetti -

come ho cercato di mostrare altrove - si sono originati tutta una serie

di "paradossi" sul mondo, l'universo, lo spazio, il tempo, il

determinsmo, la necessità e la logica.

 

Ad esempio l'uso intuitivo di "infinito" ci farebbe dire che <<la somma

di infinite quantità tutte positive è infinita>>. Ma così non è, perché

se quelle infinite quantità tutte positive che si vogliono sommare sono

a loro volta "infinitesime" (ovvero: comunque si fissi un numero

positivo - piccolo a piacere - ce ne sono infinite che sono più piccole

di quel numero) allora quella somma può essere sia finita che infinita.

Se proprio vogliamo esprimerci in modo "intuitivo" dobbiamo dire che

<<la somma di infiniti infinitesi è indeterminata (e può anche essere

finita)>>, dopodiché possiamo usare la matematica per superare questa

indeterminazione e calcolare quella somma. Ad esempio si può calcolare

facilmente la "somma di Zenone", che fornisce un numero finito (e non

infinito cme pensava lui), che è poi il tempo necessario ad Achille per

superare la tartaruga.

 

Analogamente, se si affronta il problema del determinismo da un punto di

vista "intuitivo" (che possiamo pure chiamare: buon senso,

im-mediatezza), si arriva a dire che una cosa o è determinata o non lo

è, e non può essere determinata e indeterminata allo stesso tempo, senza

violare il pdnc. Anche in questo caso, come ho cercato di mostrare in un

altro post, questo essere determinata sì/no si può ricondurre all'essere

zero sì/no. Ai fini del calcolo, più che il valore di una funzione in un

punto, conta ciò che la funzione fa quando si "avvicina indefinitamente"

a quel punto, e quindi dire che un problema è determinato ma è

"infinitamente sensibile alle condizioni iniziali" è come dire che è

determinstico e allo stesso tempo non lo è, perché un problema fisico

reale può essere solo "asintoticamente" coincidente con un problema

geometrico in cui le figure sono note con certezza assoluta.

 

E per venire alla politica - che è da questo che si erano prese le

mosse - la moderna "teoria dei giochi" cerca di dimostrare che

nell'affrontare dei problemi "strategici" (in cui si *deve* "decidere

delle decisioni degli altri") non si può ragionare nel modo

"parametrico" classico, ma occorre un approccio "non-parametrico".

 

Così come basta un semplice uovo per capire cosa sia la "sensibilità

alle condizioni iniziali", basta un trattato elementare di teoria dei

giochi per vedere il "ragionamento non parametrico" all'opera. Ad

esempio tutti i testi divulgativi risolvono il classico "dilemma del

prigioniero" fin dalle prime pagine. E' un dilemma che, dal punto di

vista "intuitivo" pone in una situazione di "stallo" in cui l'unico

esito "razionale" sembra quello secondo cui "non si può decidere in modo

razionale", ovvero la "razionalità dell'irrazionalità". Invece con un

po' di pazienza, e mettendo tutte le affermazioni in una forma che sia

priva di ambiguità semantiche (che ne direste di provare a farlo con il

formalismo matematico?), se ne esce.

 

Certo, i filosofi di solito storcono un po' il naso di fronte ad uno che

per rispondere ai massimi quesiti sull'universo tira fuori un uovo (che,

se è fresco, si può anche bere senza fare incazzare gli animalisti, o

almeno una parte di essi), o si mette a compilare ridicole tabelline per

decidere che uno spione è un infame, ma questa è la forma di "umiltà"

che hanno gliscienziati di fronte al mondo, umiltà che è più che

bilanciata da quella sfrenata "volontà di potenza", che fa inorridire i

filosofi e che essi (gli scienziati) mostrano fin dall'istante

successivo a quello in cui hanno cercato di "capire umilmente".

 

[INIZIO BRANO TRADOTTO]

 

Nonostante il fatto che la teoria dei giochi sia stata resa

matematicamente e logicamente sistematica solo di recente, delle

intuizioni in questo campo si possono trovare nelle opere dei filosofi e

dei commentatori politici fin dall'antichità. Per esempio Platone, nella

Repubblica, ad un certo punto fa preoccupare Socrate circa la seguente

situazione. Consideriamo un soldato al fronte, che è in attesa - assieme

ai suoi compagni - di respingere un attacco nemico. A questo soldato può

venire in mente che se è presumibile che la difesa abbia successo,

allora è poco probabile che il suo personale contributo sarà essenziale.

Ma se egli rimane, corre il rischio di essere ucciso o ferito -

apparentemente per nessuno scopo. D'altra parte, se il nemico vincerà la

battaglia, allora le sue possibilità di morire o essere ferito saranno

ancora più alte, e questa volta chiaramente per nessuno scopo, poiché la

loro linea sarà vinta in ogni caso. Ragionando in questo modo,

sembrerebbe che la miglior cosa da fare per il soldato sia darsela a

gambe, senza preoccuparsi di chi vincerà la battaglia. Ovviamente, se

tutti i soldati ragionano in questo modo - come essi apparentemente

dovrebbero, essendo tutti nella medesima situazione - allora ciò avrà

certamente l'esito di far perdere la battaglia. E ciò, dal momento che è

venuto in mente a noi come analisti, può senz'altro venire in mente

anche ai soldati. Questo dà ad essi una buona ragione per stare ai loro

posti? Proprio il contrario: tanto più i soldati temono che la battaglia

venga perduta, tanto più saranno incentivati ad abbandonare l'esercito.

E tanto più essi credono che la battaglia sarà vinta, senza la necessità

di alcun contributo individuale, tanto meno essi avranno dei motivi per

restare e combattere. Se ogni soldato *anticipa* questo tipo di

ragionamento da parte degli altri, tutti si troveranno presto nel panico

più assoluto, ed il loro terrorizzato comandante si troverà un esercito

in rotta prima che il nemico abbia sparato un sol colpo!

 

Molto prima che arrivasse la teoria dei giochi a mostrare alla gente

come ragionare su questo tipo di problemi in modo sistematico, alcuni

capi militari si sono effettivamente trovati ad affrontarli, e le loro

strategie ne sono state influenzate. Così il conquistatore spagnolo

Cortez, quando sbarcò in Messico con una piccola forza - che aveva delle<

buone ragioni per avere dei timori sulla propria capacità di respingere

un attacco da parte degli Aztechi, di gran lunga più numerosi - eliminò

il rischio che le sue truppe potessero decidere di tornare indietro

bruciando le navi con cui erano giunti fin là. Così, essendo la ritirata

divenuta fisicamente impossibile, i soldati spagnoli non avevano nessuna

miglior soluzione che restare a combattere - e, per di più, combattere

con tutta la determinazione che essi potevano trovare in se stessi. E

per di più, dal punto di vista di Cortez, la sua azione aveva un effetto

scoraggiante sulle motivazioni degli Aztechi. Egli fece in modo che il

rogo delle sue navi fosse ben visibile, in modo tale che gli Aztechi

vedessero ciò che egli aveva fatto. Essi allora ragionarono in questo

modo: qualunque comandante che possa essere talmente fiducioso nelle

proprie forze da distruggere volontariamente la propria possibilità di

scappare se la battaglia dovesse andare male, deve avere delle buone

ragioni per essere tanto ottimista. E non può essere saggio attaccare un

avversario che ha una buona ragione (per quanto possa essere esatta) di

essere sicuro che non può perdere. Gli Aztechi pertanto si ritirano

sulle colline circostanti, e Cortez ebbe la sua vittoria senza versare

una sola goccia di sangue.

 

La situazione, come immaginata da Platone e come agita nella realtà da

Cortez, ha una logica profonda ed interessante. Si osservi che i soldati

non sono motivati a ritirarsi solo, o principalmente, dalla propria

razionale valutazione dei pericoli della battaglia e dal loro proprio

interesse. Piuttosto, essi trovano una buona ragione di scappare nell'

istante un cui realizzano che quale sia la miglior cosa da fare per essi

dipende da quale sia la miglior cosa che gli altri ritengono di poter

fare, e che tutti gli altri possono essersi accorti di questo fatto.

Anche un soldato piuttosto coraggioso può preferire scappare piuttosto

che morire coraggiosamente - ma senza motivo - tentando di resistere da

solo alle armate che avanzano. Pertanto possiamo immaginare, senza

contraddizione, una circostanza in cui una armata, i cui membri sono

tutti coraggiosi, se la dia a gambe levate prima ancora che il nemico

faccia una sola mossa. Se i soldati sono veramente coraggiosi, allora

questo esito non è di certo ciò che ognuno di essi voleva; ognuno

avrebbe preferito che tutti rimanessero e combattessero. Ciò che abbiamo

qui, pertanto, è un caso in cui le *interazioni* di molti processi

decisionali individuali - un processo per ogni soldato - produce un

esito che nessuno voleva. (Molti eserciti tentano di evitare questo

problema proprio come fece Cortez. Poiché essi non possono rendere la

ritirata *fisicamente* impossibile, la rendono *economicamente*

impossibile: fucilano i disertori. Così restare a combattere è per ogni

soldato l'azione più razionale da fare, poiché il costo della fuga è

almeno tanto alto quanto il costo del restare.)

 

Un'altra fonte classica che riproduce esattamente questa sequenza di

ragionamenti è Shakespeare. Nell'_Enrico V_, egli fa spiegare al

vincitore di Agincourt la sua decisione di massacrare i prigionieri

francesi, ben in vista del nemico, nel modo seguente. Le sue truppe

vedono che i prigionieri sono stati uccisi, e vedono che il nemico ha

visto ciò. Pertanto, essi sanno che destino li attenderà nelle mani del

nemico se essi non vincono. Metaforicamente, ma molto efficacemente, le

loro navi sono state bruciate. La morte dei prigionieri francesi fu il

mezzo attraverso il quale Enrico inviò un segnale alle sue proprie

truppe, modificando con ciò i loro incentivi.

 

Questi esempi possono sembrare rilevanti solo per coloro che si

ritrovano in sordide situazioni da tagliagole. Forse, si potrebbe

pensare, sarà una cosa importante per i generali, i politici, gli uomini

d'affari ed altri il cui mestiere richiede la manipolazione degli altri,

ma il filosofo dovrebbe solo deplorare la sua orrida moralità. Una tale

conclusione sarebbe tuttavia altamente prematura. Lo studio della

*logica* che governa le correlazioni fra gli incentivi, le interazioni

strategiche e gli esiti è stata fondamentale nella moderna filosofia

politica, da secoli prima che qualcuno desse un nome esplicito a questo

tipo di logica.

 

Il _Leviatano_ di Hobbes è spesso visto come il fondamento della

filosofia politica moderna, il testo che diede l'avvio alla tuttora

ininterrotta sequenza di analisi sulla funzione e la giustificazione

dello stato e le sue restrizioni alle libertà individuali. Il nucleo del

ragionamento di Hobbes può essere spiegato in termini semplici come

segue. La miglior situazione per tutte le persone è quella in cui ognuno

è libero di fare ciò che gli va di fare. Spesso, tali persone vorranno

cooperare le une con le altre al fine di portare a compimento dei

progetti che i singoli, da soli, non potrebbero mai realizzare. Ma se ci

sono in giro alcuni che sono immorali o amorali, essi si accorgeranno

che i loro interessi sono meglio serviti prendendo i benefici della

cooperazione senza dar nulla in cambio alla collettività. Supponiamo, ad

esempio, che voi accettiate di aiutarmi a costruire la mia casa in

cambio della mia promessa di aiutare voi a costruire la vostra. Quando

la mia casa è finita, posso fare in modo che il vostro lavoro non mi

costi nulla rinnegando semplicemente la mia promessa. Allora, tuttavia,

mi rendo conto che se ciò vi lascia senza casa, voi avrete un incentivo

a prendervi la mia. Ciò mi porrebbe in condizione di dovervi

continuamente temere, e mi costringerebbe a dedicare una gran quantità

di tempo ed energie nel guardarmi da voi. Il miglior modo di minimizzare

questi costi è colpire per primo e uccidervi alla prima occasione.

Ovviamente, voi potete anticipare tutto questo mio ragionamento, e così

avere una buona ragione per cercare di battermi sul tempo. E poiché io

posso anticipare *questo* vostro ragionamento, il mio timore iniziale

nei vostri confronti non era paranoico; né lo era il vostro nei miei

confronti. In effetti, nessuno di noi deve essere effettivamente

immorale per poter concepire questa concatenazione di ragionamenti;

dobbiamo solo pensare che ci sia qualche *possibilità* che l'altro possa

tentare di barare sugli accordi. Una volta che anche un solo piccolo

dubbio sia entrato in una delle nostre menti, l'incentivo indotto dal

timore delle conseguenze di essere *anticipati* - colpisci prima

colpendo per primo - diventa presto dominante per entrambe le parti. Se

uno di noi ha qualche proprietà che l'altro potrebbe desiderare, questa

logica mortale prenderà il sopravvento molto prima che ci venga la

sciocca idea di fare accordi per aiutarci l'un l'altro a costruire le

nostre case. Lasciati a loro stessi, degli agenti razionali non

otterranno mai i benefici della cooperazione, e vivranno invece fin dall

'inizio in uno stato di "guerra di tutti contro tutti", nel mondo di

Hobbes. In queste circostanze, tutta la vita umana, secondo la sua

vivida e famosa descrizione, sarà "solitaria, povera, cattiva, brutale e

breve."

 

La soluzione proposta da Hobbes per questo problema era la tirannia. Il

popolo può incaricare un agente - un governo - il cui compito sia quello

di punire chiunque rompe una promessa. Fino a quando la minacciata

punizione è sufficientemente temibile - Hobbes pensava che la

decapitazione fosse in genere appropriata - allora il costo di rinnegare

le promesse sarebbe superiore al costo di mantenerle. La logica qui è

uguale a quella usata da una armata quando essa minaccia di fucilare i

disertori. Se tutto il popolo sa che questi incentivi sono validi ando

essa minaccia di fucilare i disertori.sia qualche *possibilità* che lper

la maggior parte degli altri, allora la cooperazione sarà non solo

possibile, ma sarà la norma attesa, e la guerra di tutti contro tutti si

trasformerà in una pace generale.

 

Hobbes spinge la logica di questo argomento ad una conclusione molto

forte, argomentando che ciò implica non solo un governo con il diritto

ed il potere di imporre la cooperazione, ma un governo "indiviso" in cui

la volontà arbitraria di un singolo sovrano debba imporre l'obbligo

assoluto a tutti. Alcuni studiosi contemporanei di teoria politica

ritengono che i particolari passaggi logici che conducono Hobbes a

questa conclusione siano sensati e validi. Affrontare queste questioni

qui, tuttavia, ci condurrebbe lontano dal nostro obiettivo, dentro ai

complessi dettagli della filosofia politica contrattuale. Ciò che è

importante nel presente contesto è che questi dettagli, così come sono

collocati nei dibattiti contemporanei, richiedono tutti una sofisticata

interpretazione delle questioni, usando le risorse della moderna teoria

dei giochi. Oltretutto, il punto basilare di Hobbes, che la

giustificazione fondamentale per l'autorità e le pratiche di governo

coercitive sia il bisogno delle persone di proteggersi da ciò che gli

studiosi della teoria dei giochi chiamano 'dilemmi sociali', è accettato

da molti - se non la maggioranza dei - teorici politici. Si osservi che

Hobbes *non* ha sostenuto che la tirannia sia una cosa desiderabile in

sé. La struttura della sua argomentazione è che la logica della

interazione strategica lascia solo due esisti politici generali

possibili: la tirannia e l'anarchia. Gli agenti razionali scelgono

quindi la tirannia come il minorerei due mali.

 

Il ragionamento di Cortez, Henrico V e gli agenti politici di Hobbes ha

una logica comune, derivata dalle loro situazioni. In ogni caso, l'

aspetto dell'ambiente che è maggiormente importante per il

raggiungimento da parte degli agenti dei loro esiti preferiti è l'

insieme delle attese e delle possibili reazioni alle loro strategie da

parte degli altri agenti. La distinzione fra l'agire *parametricamente*,

su un mondo passivo, e agire *non-parametricamente*, su un mondo che

tenta di agire in anticipo su queste azioni, è fondamentale. Se volete

calciare un sasso giù da una collina, dovete solo preoccuparvi della

massa del sasso in relazione alla forza del vostro colpo, l'estensione

della superficie su cui poggia, l'inclinazione del terreno dall'altra

parte del sasso, e l'impatto atteso della collisione sul vostro piede. I

valori di tutte queste variabili sono indipendenti dai vostri piani ed

intenzioni, poiché il sasso non ha interessi suoi propri e non compie

azioni per cercare di facilitarvi o contrastarvi. Al contrario, se

volete calciare una persona già da una collina, allora - a meno che

quella persona non sia inconscia, legata o diversamente

impossibilitata - è probabile che non riuscirete a farlo a meno che non

riusciate ad occultare il vostro piano fino a quando sarà troppo tardi

per quella persona per compiere una azione evasiva o preventiva. Le

questioni logiche associate a questo secondo tipo di situazioni sono

tipicamente molto più complicate, come illustreremo con un semplice

esempio ipotetico.

 

[Segue la descrizione di un tipico 'dilemma', come si possono trovare in

qualunque testo di esercizi sulla teoria dei giochi]

 

Noi sappiamo per esperienza che, in situazioni come queste, la gente non

rimane bloccata a vacillare nei circoli [del dilemma] per sempre. Come

vedremo in seguito, *esiste* una soluzione razionale, la migliore azione

razionale - disponibile per entrambi i giocatori. Tuttavia, fino agli

anni Quaranta né i filosofi né gli economisti sapevano come trovarla

matematicamente. Conseguentemente, gli economisti erano costretti a

trattare le influenze "non-parametriche" come se fossero delle

complicazioni di quelle "parametriche".

Davide

 

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Cosimo, in news:[email protected] , ha scritto:

 

> La filosofia politica non si incarica di dirci cosa si deve fare né

> come, ma si limita ad individuare la categoria del "politico", a

> discuterla, a descriverla nelle eventuali ma sempre spurie formazioni

> storiche; che già di per sé presentano notevolissime difficoltà di

> "gestione concettuale".

 

 

Bene, allora bisognerà che la filosofia sappia, almeno:

1) cosa si può "dire" della politica (nel senso di quali siano le

strutture concettuali che hanno un senso e che non violano il pdnc)

2) quali siano le *possibili* scelte dei soggetti politici.

 

Ad esempio Hobbes fa una analisi politica la cui conclusione è che

esistono solo due esiti possibili: la tirannia e l'anarchia.

 

Ma quali siano tutti gli esisti possibili di un "gioco" in cui un

insieme di "giocatori" possono tutti - simultanenamente - mettere in

atto delle strategie che tengano conto anche delle possibili strategie

che giocheranno gli altri non è un problema che possa essere affrontato

da Hobbes con i mezzi del "linguaggio comune".

 

Bisogna usare la matematica.

 

Prima però bisogna rendersi conto che la matematica non è "altro" dal

linguaggio, ma ne è una prosecuzione, una evoluzone storica che resta

sempre all'interno del linguaggio. Così come i filosofi hanno aggiunto

al "linguaggio comune" i concetti di immanenza e trascendenza, allo

stesso modo alcuni, fin dai tempi più remoti, hanno aggiunto il concetto

di "numero" (uno, due, tre. ... ). Vogliamo forse dire che il "due" non

fa parte del "linguaggio" umano? E che esista una linea di demarcazione

fra quella parte del linguaggio che usa il due e quella che non lo usa?

E se il "due" fa parte del linguaggio, perché "tre quinti" non dovrebbe

far parte del linguaggio, senza soluzione di continuità con tutto il

resto del linguaggio?

 

Ebbene - come dicevo - così come i filosofi hanno esteso nei secoli il

linguaggio (ma lo hanno fatto anche i fabbri e i calzolai: ogni volta

che si osserva un nuovo aspetto del mondo o si crea un nuovo concetto si

amplia il linguaggio e/o la ricchezza semantica che il linguaggio può

esprimere), allo stesso modo lo hanno fatto i matematici.

 

Stabilito che la matematica è una delle risorse del linguaggio, per

parlare delle cose *in un determinato contesto storico* occorrerà

usufruire di tutte le risorse che in quel momento il linguaggio mette a

disposizione per parlare di quella cosa, compresa - eventualmente - la

matematica e le sue "tautologie".

 

Quindi se Hobbes è vissuto in un'epoca in cui il linguaggio matematico

non era ancora abbastanza evoluto da "risolvere" il suo problema allora

avrebbe fatto meglio a dire <<per quello che ne sappiamo non siamo in

grado di dire quanti e quali siano gli esisti possibili di una 'dilemma

strategico'>>.

 

Invece ha voluto usare il "linguaggio comune", in modo "intuitivo",

giungendo ad una delle solite soluzioni paradossali a cui si perviene

quando si fa uso di quella parte del linguaggio i cui riferimenti

semantici sono lasciati "volutamente" ambigui, per consentire ai

parlanti di usare lo stesso concetto in contesti diversi e talvolta

incompatibili, in modo tale che sia il contesto a fornire per quei

termini una denotazione specifica.

 

E' come se io decidessi di parlare del pensiero (e del rapporto fra il

pensiero e la realtà) usando solo i concetti (e le "definizioni", le

"tautologie", ecc.) che mi mette a disposizione il mio *dialetto*,

accampando argomentazioni del tipo <<è il dialetto, il linguaggio della

gente comune, il "vero" linguaggio comune.>>

 

Stabilito che quel problema va impostato col linguaggio della

matematica, e che Hobbes non aveva i mezzi per risolvere quel problema,

dobbiamo porci la seguente domanda: le nostre conoscenze matematiche

attuali ci consentono di risolvere il "problema di Hobbes"?

 

La risposta è: ni.

 

Infatti:

1) il teorema di Nash dimostra che *esiste* almeno una "soluzione"

diversa dalle due estreme ipotizzate da Hobbes;

2) non abbiamo (ancora) gli strumenti matematici per sapere *quale* sia

quella soluzone.

 

Secondo il teorema di Nash, esiste una "strategia" particolare (nota

come "punto fisso") che è quella più razionale da giocare per tutti i

giocatori, nel senso seguente:

1) se tutti i giocatori giocano quella stessa strategia allora la

collettività ottiene i maggiori vantaggi possibili (maggiori, quindi,

sia di quelli offerti dalla tirannia e dalla anarchia)

2) se alcuni agenti si discostano da quella strategia, i loro risultati

"peggiorano", e per di più quella strategia resta la migliore da giocare

per tutti gli altri agenti, anche se in tal caso i vantaggi della

collettività diminuiranno rispetto al massimo possibile;

3) se un giocatore "sa già" quale sarà la strategia giocata dagli altri

giocatori allora il punto di fisso di Nash continua ad essere la miglior

strategia possibile per quel giocatore (questa è una proprietà

importante, perché nella teoria dei giochi uno dei fattori che possono

modificare la sceltà delle strategie è proprio il fatto che i

giocatori - a priori - ignorano quale sarà la strategia giocata dagli

altri; ebbene il "punto fisso" di Nash non dipende dal "grado di

conoscenza" da parte dei cittadini delle reciproche strategie, e quindi

è una società con "libertà di parola, di informazione e di opinione")

 

Si tratta quindi di un "punto di equilibrio" *stabile*.  Un po' come un

uovo che anziché essere alla sommità di un dosso si trovi sul fondo di

un mortaio: da solo non ne può uscire, ed allo stesso modo per scostare

macroscopicamente l'intera società dal punto fisso di Nash ci vorrebbe

un evento esterno di dimensioni catastrofiche. In alternativa si

potrebbe immaginare che, per una fluttuazione stocastica, un bel giorno

una altissima percentuale di "agenti" (= cittadini) decidano tutti di

giocare - simultaneamente -  contro i propri interessi. Ora, la

possibilità che accada questo è bassissima, ed è tanto più bassa quanto

più numerosi sono gli agenti e quanto più è ampio il "bacino di

attrazione" di quel punto di equilibiro (insomma: quanto è grande e

profondo il mortaio in cui sta il nostro uovo).

 

Qui i filosofi ne fanno una questione concettuale: infatti il punto

fisso di Nash ha una stabilità "probabilistica" (nella teoria dei giochi

si immagina che gli agenti operino tutti in modo "razionale", mentre

sappiamo che c'è una certa probabilità che i singoli agenti operino in

modo "irrazionale", ma per uscire dall'equlibrio di Nash ci vuole un

"comportamento irrazionale collettivo", cioè una sorta di "irrazionalità

coerente" fra i vari agenti che decidono di comportarsi in modo

irrazionale) mentre noi vogliamo una stabilità "assoluta" o

"necessaria". Ma allora anche la tirannia di Hobbes non è

"necessariamente" un punto di equilibrio stabile, perché c'è sempre un

possibilità non nulla che un bel giorno i cittadini decidano tutti di

suicidarsi nello stesso modo: violando le leggi dello stato e facendosi

poi decapitare. E allo stesso modo c'è una probabilità non nulla che

tutte le molecole d'aria nella camera da letto dei filosofi escano dal

buco della serratura durante la notte ed i filosofi muoiano soffocati

nel sonno (è in questo senso che si dice, ad esempio, che il secondo

principio della termodinamica non si può dimostrare in modo "necessario"

ma solo "probabilistico": non si può dimostrare in alcun modo che le

molecole d'aria non usciranno dal buco della serratura, anzi, Poincaré

ha persino dimostrato che se si aspetta "abbastanza a lungo" il sistema

passerà "vicino a piacere" a quella situazione, ovvero ci sarà un

momento in cui restano solo cinque molecole d'aria, poi, dopo un

fantastilione di anni, ci sarà un momento in cui ne restano solo

quattro, e così via).

 

Ammesso (e non concesso) che abbia senso parlare di "due culture"

(quella umanistica e quella scientifica, ma io sto dicendo che non

esiste soluzione di continuità nel linguaggio che esse usano, perché

altrimenti tu non saresti "autorizzato" a usare l'uno il due e il tre

nelle tue argomentazioni filosofiche) si dovrà quanto meno riconoscere

che uno "scienziato" non può non conoscere alcune pietre miliari della

cultura "umanistica". Ad esempio uno scienziato che non abbia mai letto

Omero, Aristotele o Platone o Dante difficilmente potrà fare "cultura".

Potrà, al più, essere un buon "tecnico" (cioè uno che sa conseguire

risultati pragmatici) in un certo settore. Allo stesso modo si dovrebbe

riconoscere che un umanista non può ignorare la scoperta del DNA, o il

calcolo differenziale. Ebbene, il teorema di Nash sta alla politica e

alla economia come la scoperta del DNA alla biologia.

 

Tutti i problemi "politici" e "sociali" (e forse anche la psicologia

delle relazioni interpersonali) possono infatti essere impostati come

"giochi strategici". Ne segue che la teoria dei giochi è lo schema

concettuale che ci consente di unificare - quanto meno - la politica e

l'economia, superando così il problema posto da Marx se sia l'economia

che determina la politica o viceversa.

 

La "scoperta" del fatto che per problemi di questo tipo (sotto

condizioni molto generali) *esiste* una soluzione ottimale *sia* per i

singoli "agenti" (= cittadini, operatori economici, ecc.) *sia* per la

collettività, è un elemento che non può essere trascurato da nessuno che

si voglia affrontare - oggi - il "problema di Hobbes". A meno che non

volgia porsi al di vuori del proprio contesto storico, che è un contesto

in cui si sanno cose che Hobbes non sapeva, e si impiegano concetti per

i quali egli non avrebbe avuto nessun riferimento semantico e

concettuale.

 

Non si tratta quindi (solo) di fornire "soluzioni pragmatiche", ma -

soprattutto - di sapere di cosa di sta parlando.

 

Ciao.

Davide

 

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Cosimo, in news:[email protected] , ha scritto:

 

> Che il linguaggio presenti strutture sintattiche e le sue brave

> categorie di relazione e quantità non ne fa ancora una matematica, né

> tantomeno una continuità con essa.

> La matematica necessita, come ponte con il mondo reale, di una

> *interpretazione*.

> Se io ho su un tavolo 3 bicchieri, 4 forchette, e 5 tovaglioli, posso

> ben dire che ho 12 oggetti, o 13 compreso il tavolo, se e solo se

> interpreto tutto quello che conto come "oggetti-materiali-qui-davanti-

> a-me".

 

Sì, certo, ma resta il fatto che per impostare correttamente un problema

*reale* in certi casi l'unica strada possibile è quella di:

1) istituire quel famoso "ponte interpretativo" fra la realtà ed il

linguaggio matematico (formale);

2) esprimere in quel linguaggio formale i dati del problema reale;

3) utilizzare quel linguaggio formale per *risolvere* il problema;

4) a partire da quella soluzione formale tornare "indietro", lungo quel

ponte, per esprimerla in termini reali.

 

Facciamo un esempio.

 

Un filosofo che - secondo gli auspici di Platone - sia a capo del

governo di uno stato, dovrà stabilire se ci sono i fondi necessari per

riconosere a tutti i cittadini ciò che viene comunemente definito

"diritto alla salute".

 

Poiché il nostro filosofo è razionale, non si farà condizionare, in

questa decisione, dalle "lacrimose" valutazioni di chi sostiene che

quello è un diritto sacro e inviolabile, ma cercherà di stabilire se e

come sia *possibile* riconoscere quel diritto.

 

Per stabilire se è possibile dovrà "interpretare" le risorse reali del

paese (fatte di gente che lavora, di edifici in cui si lavora, di

ospedali, di medici che devono essere pagati e che a casa hanno delle

famiglie e che vogliono pure il loro tempo libero, eccetera) in termini

*formali* (matematici) e "trasportare" quella situazione reale al di

di quel "ponte". Fatto ciò, di quello che prima era carne, sangue,

mattoni, erba - vita insomma - saranno rimasti solo numeri.

 

A questo punto il nostro filosofo userà quei numeri in modo puramente

sintattico per ricavare un *risultato formale*.

 

Infine il filosofo dovrà prendere questo risultato formale e tornare "al

di là del ponte" per "interpretarlo" in termini di *possibilità reali*.

 

A questo punto egli potrà stabilire se sia *razionale* o meno prendere

in considerazione come *possibilità* il riconoscimento universale del

"diritto alla salute".

 

Che poi non ho detto niente di particolare. Se il tuo vicino in cambio

di un favore ti ha promesso le pecore che ha nella stalla, ed avete

deciso - di comune accordo -  di esprimere quell'ammasso di lana e carne

come "5 pecore", e se poi in seguito tu hai promesso al tuo vicino un

ammasso di lana e carne che avete deciso - sempre di comune accordo - di

esprimere come "2 pecore", allora per sapere quali impegni ha il tuo

vicino nei tuoi confronti dovrete:

1) "passare il ponte" e rimanere in mano con i numeri 5 e 2

2) fare su quei numeri la seguente operazione puramente

sintattica/formale: 5 -2 = 3

3) tornare "oltre il ponte" e trasferire dalla sua stalla alla tua un

ammasso di lana e carne che siate disposti - di comune accordo - a

definire "3 pecore".

 

Tutto questo per mostrarti che - se anche si vuole porre quel "ponte" -

certi problemi richiedono che quel ponte venga attraversato (un numero

pari di volte: ogni volta che si va "di là" occorre tornare "di qua")

Quindi Hobbes non può ignorare la matematica.

 

Resta il fatto che per me quel ponte non è definibile. Infatti per me

*tutto* è "sintassi", anche la lana e la carne, e quindi quel "ponte"

che conduce da un certo ammasso di lana e di carne a "5 pecore" è un

ponte che condue solo da un dominio sintattico ad un altro. Non vi è

quindi alcuna "cesura qualitativa" fra il linguaggio comune e quello

matematico. La matematica è "sintattica" come tutto il resto, solo che

si occupa della sintassi di oggetti che sono *tutti* riconducibili alla

nozione di "insiemi su cui sono definite delle relazioni".

 

Tu puoi usare il linguaggio per parlare degli animali, dei colori, delle

piante, e - anche - degli "insiemi su cui sono definite delle

relazioni".

 

Ma non voglio insistere troppo su questa questione sintassi/semantica,

perché - come ho mostrato sopra - se anche si vuole ammettere che quel

ponte "esista" (= sia definibile coerentemente) resta il fatto che

Hobbes - volente o nolente - lo deve attraversare.

 

Saluti.

Davide

 

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Cosimo, in news:[email protected] , ha scritto:

 

> Basterebbe, perché istituire interpretazioni matematiche del reale

> significa *accordarsi*, con-venire delle volontà con altre volontà; e

> *non* _adeguamento_ susseguente delle volontà singole e plurali ad

> una teoresi. E sia chiaro, parlo anche di teoresi filosofica (non

> faccio gerarchie).

 

Bene, perfetto. Così può starmi bene.

 

Se io voglio discutere con Aristotele, Platone e Hobbes di quale sia la

migliore società possibile, e per farlo voglio impiegare le categorie

della teoria dei giochi ("agenti razionali", "strategie", "dilemmi",

metodo "parametrico" e "non-parametrico") allora bisogna che io mi

*accordi* con loro se e come "decodificare" la realtà in quei termini.

 

D'altra parte quando si discuteva di fisica non solo ho accettato che tu

mi "scartassi" come favole tutte le leggi della fisica, ma ho pure detto

che la pretesa "scientista" secondo cui per "decodificare

oggettivamente" un evento bisogna dire delle frasi del tipo <<lo

strumento segna 3,5>> è del tutto infondata e addirituttura ridicola.

 

Detto ciò, come mi sembra tu riconosca, anche Aristotele, se vuole

venirci a dire che l'uomo è un "animale politico" bisogna che su questa

cosa si accordi con noi, così come lo deve fare Hobbes quando vuole

trattare l'uomo come una "somma di singole volontà egoistiche" (che, per

inciso, è la stessa "decodifica" che impiega la teoria dei giochi e

quindi rende la sua posizione molto più difficile di quella di Platone

ed Aristotele, i quali partono per lo meno da posizioni etico-sociali

non confrontabili con quelle della teoria dei giochi).

 

Comunque sia, se passa il principio per cui sul modo di rendere i fatti

con dei "segni" occorre *accordarci* allora si vorrà anche ammette che

non esiste alcun "linguaggio naturale", un modo di dire le cose che sia

"neutro".

 

Non solo.Tu dici che la mia proposta di ricondurre sia l'etica che la

politica ad una concezione "contrattualistica" deve essere oggetto di un

"accordo". Bene, vorrà dire che dovrò "contrattare" anche l'accettazione

del "contrattualismo".

 

Tutto ciò mostra che il "contrattualismo" non è uno schema concettuale

*necessario*, però è auto-consistente e coerente con se stesso. Infatti

il contrattualismo, come tutti i sistemi assiomatici "forti", è in grado

di "parlare di sé", mostrando che anche l'accettazione di questa

"dottrina" avviene nelle stesse modalità in cui si definiscono tutti gli

altri aspetti del cosiddetto "contratto sociale".

 

Insomma, non è necessario "entrare" nella visione "contrattualisitica"

dell'etica e della politica, però una volta che si è "dentro" non si

trovano delle contraddizioni implicite (per via di quella

auto-consistenza di cui sopra).

 

Mi chiedo se le dottrine politiche che partono da altri punti di vista

(come quelle che si fondano sul fatto che sia possibile stabilire in

modo assoluto cosa sia Giusto o cosa sia Bene - che è ad esempio il

punto di vista di molte persone che frequentano questo NG) godano dello

stesso grado di auto-consistenza. Ovvero: si può restare coerenti con se

stessi fino in fondo partendo dall'assioma secondo cui esiste un Bene

Assoluto? Non lo so, perché è una direzione che non ho mai esplorato

fino in fondo, o meglio ci ho provato ma mi sono fermato di fronte al

problema del "libero arbitrio", che per me in un'ottica assolutistica

resta un paradosso inspiegabile. A meno che non si vogliano accettare le

tesi della "predestinazione".

 

Vorrei anche osservare che quella "contrattazione sul contrattualismo" -

come tutte le contrattazioni - avviene anch'essa all'interno di una

serie di regole comunemente accettate (più o meno impicitamente). E, si

dirà, queste regole divrebbero a loro volta essere state precedentemente

oggetto di contrattazione. Dove ci si ferma? Ci si ferma proprio al

pdnc: ogni uomo non può non essere razionale, anche nell'istante in cui

propone soluzioni "irrazionali". Si può parlare della irrazionalità come

si parla del trascendente: come concetto. Ma così come il trascendente

non può essere conosciuto, allo stesso modo l'irrazionale non può essere

pensato: nessuno può pensare al sole che, contemporaneamente, stia

sorgendo e non stia sorgendo.

 

Quindi ci troviamo tutti, in partenza, all'interno di un "gioco" le cui

regole sono universali: la coscienza (il pensare di pensare, il sapere

di esser-ci) e la logica. Queste regole - che vengano contrattate o

meno - ci sono per tutti, e sono quelle che interrompono quella

regressione all'infinito che ventilavo più su.

 

Insomma, è a partire da un punto di vista "kantiano" che si riesce a

dare un fondamento al "contrattualismo".

 

E d'altra parte è stato proprio Kant a mettere in piedi un sistema

filosofico in grado di "supportare" questo punto di vista.

 

A questo proposito, nella "Introduzione alla filosofia del diritto",

egli spiega che il diritto è <<l'insieme delle condizioni per mezzo

delle quali l'arbitrio dell'uno può *accordarsi* con l'arbitro

dell'altro.>>

 

Naturalmente Hegel non era d'accordo, e nella sua "Filosofia del

diritto", commentando la suddetta definizione di Kant, dice: <<La citata

definizione del diritto contiene l'opinione, diffusa particolarmente

dopo Rousseau, secondo la quale il volere deve essere fondamento

sostanziale e primo principio, non in quanto è razionale in sé e per sé,

non in quanto è spirito e spirito vero, ma in quanto *individualità

particolare*, in quanto volontà del *singolo* nel suo particolare

arbitrio.>>

 

E qui Hegel si indigna, inorridito: <<Questa veduta [...] ha prodotto,

nei cervelli e nella realtà, fenomeni la cui orribilità ha un parallelo

soltanto nella superficialità del pensiero sul quale si fondavano.>>

 

Come si faccia a inorridirsi di fronte alle parole di Kant e lasciar

passare senza problemi lo "spirito vero" di Hegel non l'ho mai capito.

 

Ma tant'è, cos'è che fa tanto orrore a Hegel? La solita faccenda:

l'individuo, l'individualità particolare, il singolo. La stessa cosa che

tu - con malcelato ribrezzo - chiami "individualismo borghese". Che poi

a voi sembra l'inevitabile preludio delle rivoluzioni francesi, dei

terrori e del caos.

 

Ma dov'è questa "orribilità" nelle parole di Kant? Egli dice che il

diritto è costituito da quelle condizioni che consentono ai *singoli* di

*accordarsi* fra di loro.

 

L'unica obiezione che si potrebbe rivolgere a Kant è chiedergli se si

possa essere certi che quelle condizioni esistono.

 

Ebbene, *se* ci si *accorda* sul fatto che il problema è

"decodificabile" come un "problema strategico", in cui si deve cercare

un "punto di equilibrio" in cui l'interesse del singolo coincide con

l'interesse della collettività *allora* la "teoria dei giochi" - per

mezzo del teorema di Nash - ci dice che quelle "condizioni" di cui parla

Kant *esistono*.

 

Non a caso Nash è uno dei pochissimi matematici a cui sia stato

conferito il Nobel (infatti non esiste il Nobel per la matematica, e

quando un matematico "cambia il mondo" - per cui l'Accademia non può non

riconoscergli il premio senza fare una figura del cavolo - glielo si dà

per la disciplina nella quale le sue scoperte hanno avuto le maggiori

applicazioni, nel nostro caso l'economia, che poi nell'ottica della

teoria dei giochi è pressoché indistinguibile dalla politica).

 

Da questo punto di vista il teorema di Nash completa il "programma

politico" di Kant. E d'altra parte è proprio su questi aspetti della

teoria dei giochi che si basa la scuola "contrattualistica" moderna

della filosofia del diritto, erede di Locke, Rousseau e Kant e di cui

John Rawls - scomparso poche settimane fa - è stato forse il massimo

esponente moderno.

 

Ciao.

Davide

 

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Cosimo, in news:[email protected] , ha scritto:

 

> L'impressione che immagino avrai, sarà quella di chi ha appena letto

> giochi di parole, gli ennesimi, o forse anche peggio, fatti tanto per

> "sfuggire" ad uno scontro dialettico che si metteva a malpartito per

> chi sulla complessa questione di etica e politica sosteneva

> inizialmente certe cose. Spero che non sia così.

 

No. Non ce l'ho con chi conduce la partita là dove nessuno ha ragione,

perché anche la volontà che (tutte?) le contese abbiano questo esito è

una volontà che va rispettata e - soprattutto - è una risposta alle

domande che la contesa aveva (im)posto.

 

Alla prossima.

Davide

 

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