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Questo articolo prende l’avvio
da una domanda sul concetto di “esistenza”
posta da Emilio (alias “Uahlìm Rev'èm Piaos”) in it.cultura.filosofia
nel gennaio 2003.
A quella domanda ho
risposto esponendo il mio punto di vista, e poi sono
seguiti un paio di chiarimenti reciproci.
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Da:Uahlìm Rev'èm
Piaos
Oggetto:Due tipi di esistenza: hanno un nome?
Io
in genere riesco a concepire due tipi di esistenza.
Il
primo tipo e' semplicemente l'esistenza fenomenica in questa regione
dello spazio-tempo, quella banale che si svolge nello
spazio-tempo.
L'altra
invece e' quella delle verita' relative i sistemi
artificiali che si
evolvono secondo certe regole.
Ma non nel senso che intende platone.
Cioe' io non credo all'esistenza dell'idea degli enti
geometrici, bensi'
all'esistenza dei teoremi.
Cioe' all'esistenza ad esempio di un teorema
all'interno di una certa
teoria, al fatto insomma che con certe premesse e
certe regole di induzione
il teorema valga sempre.
In
questo metto anche le regole ad esempio sui finali del gioco degli
scacchi, una soluzione a sokoban.
Inoltre
mi pare che Platone tutto sommato intendesse
l'esistenza delle idee
in un mondo delle idee spazio-temporale visto che
sarebbe un mondo visitato
dalle anime e quindi in un certo momento visitato
dalle anime.
In
filosofia questi due tipi di esistenza si
differenziano, hanno un nome
preciso, sono un concetto con un nome preciso
che le indichi oppure no?
Saluti.
Emilio
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Da:Davide Pioggia
>
In filosofia questi due tipi di esistenza si
differenziano, hanno un
>
nome preciso, sono un concetto con un nome preciso che le indichi
>
oppure no?
===1===
In
matematica se dico che "esiste un numero x tale che P(x)" significa
solo che se continuo a parlare di un x tale che:
1)
x è un numero (ovvero appartiene ad un certo insieme precedentemente
definito)
2)
P(x) è vera,
allora qualunque predicato Q(x) si possa ottenere da
queste premesse non
è in contraddizione con gli assiomi del tipo di
matematica che sto
trattando.
Quindi
l'esistenza "concettuale" equivale all'assenza di
contraddizione.
===2===
In
fisica, se dico che "esiste il campo elettromagnetico" (e ne fornisco
la definizione e le proprietà rispetto agli altri
enti fisici che ho
definito) è la stessa cosa: significa che posso
parlare di quell'ente e
trarre tutte le conseguenze possibili da quella
definizione (unitamente
a tutte le altre definizioni e assiomi che ho
posto) senza che le mie
conclusioni risultino contraddittorie rispetto
all'esperienza
fenomenica.
Ad
esempio l'"etere" ed il "calorico" hanno continuato ad
"esistere"
fino a quando tale "esistenza" non è stata
contraddetta da esperimenti
ormai famosi (quello di Michelson-Morley
nel caso dell'etere e quello di
Joule
nel caso del calorico).
Anche
nel caso dell'esistenza fisica si tratta quindi di assenza di
contraddizione.
===3===
Confronto:
a)
nel caso "concettuale" la contraddizione si ottiene solo a partire
dagli assiomi e dalla definizione dell'ente di cui si
afferma
l'esistenza,
b)
invece nel caso "fisico" si tiene conto non solo degli assiomi e
delle definizioni, ma anche delle esperienze
fenomeniche.
Però,
volendo generalizzare, si potrebbe dire che «esiste ciò che non è
contraddittorio».
Ma
così assomiglia un po' troppo alla versione Hegeliana: «è reale ciò
che è razionale».
Io
ho cercato di mettere in evidenza il fatto che -
soprattutto in
fisica - una cosa può continuare ad esistere fino a
quando non viene
"fatta
fuori" da una contraddizione. E, in fondo, anche nei sistemi
matematici di tipo assiomatico non sempre si può
essere certi che una
certa definizione non implichi alcuna contraddizione
(pensa ad esempio
al "più grande numero primo": esiste o
non esiste?).
Direi
quindi così: «una cosa può esistere
fino a quando non si
(di)mostra
contraddittoria». Sono sicuro che a Hegel questa non sarebbe
piaciuta, il che mi fa ben sperare ;-)
===4===
Nota
importante:
La
domanda che hai posto è una delle più complesse della storia della
filosofia.
La mia risposta deve quindi essere considerata un "puro
azzardo", nel senso che non sono in grado
di dimostrare l'universalità
di ciò che ho detto.
Si
potrebbe provare - al limite - ad assumere questa mia proposta come
una "definizione d'esistenza". Una volta
data questa definizione,
qualcuno potrebbe vedere se ciò che ho definito
(l'esistenza) "esiste".
Basterebbe
vedere se la mia definizione di esistenza implichi o
meno
delle contraddizioni. Se le implica allora dovremmo
dire che "questa
esistenza non esiste rispetto a se stessa" (è
una frase da prendere alla
buona, ma se mi metto a tirare fuori i linguaggi
oggetto ed i
metalinguaggi non la finiamo più), e dovremmo proporre
un'altra
definizione di esistenza.
Insomma,
la mia è una definizione che è in grado di "fregarsi da sé". Il
che la rende forse interessante ma decisamente
poco "furba". Morirà
suicidata?
Ciao.
Davide
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Da:uahlim
>
Nota importante:
>
La domanda che hai posto è una delle più complesse della storia della
>
filosofia.
A
me non pareva anche perchè la mia era
una domanda più di terminologia,
ossia, tra gli addetti ai lavori, tra i filosofi,
esistono due nomi per
esprimere questi concetti?
Probabilmente
non mi sono espresso bene.
Non
chiedevo quindi tanto una definizione di cosa sono ma
proprio se
esistono due nomi per esprimere questi 2
concetti, che magari qualche
filosofo può poi considerare coincidenti tra loro
oppure no, uno
importante e l'altro no e così via...
Era
una banale domanda di cultura generale, di nozionismo puro.
Ciao.
Emilio
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Da:Davide Pioggia ([email protected])
>>
La domanda che hai posto è una delle più complesse della storia della
>>
filosofia.
>
>
A me non pareva anche perchè la mia era una domanda più di
>
terminologia, ossia, tra gli addetti ai lavori, tra i filosofi,
>
esistono due nomi per esprimere questi concetti?
>
Probabilmente non mi sono espresso bene.
Anticamente
si chiamavano: "esse in re" ed "esse in
intellectu".
Ma,
come avevo cercato di mostrarti, nel frattempo si è compreso che non
ha più molto senso distinguere in modo categorico
fra "in re" (= nel
mondo, nella realtà oggettiva) o "in intellectu" (= mentale,
concettuale).
In
tutti i casi varrebbe:
esistere = essere privo
di contraddizioni
Questo
spiega per quale motivo - a quanto mi risulta - non si
siano dei
nomi "ufficiali" e universalmente
accettati da sostituire a quell'"in
re" e "in intellectu".
Anche perché, appunto, al momento ognuno la pensa un
po' come gli pare.
*Se*
accetti il mio punto di vista, *allora* l'unica differenza è se
tenere conto o meno dell'esperienza fenomenica. Cioè, per dirlo
terra-terra, se nelle tue verifiche di
(in)contraddittorietà tenere
conto solo della tua "voce interiore" o
anche dei tuoi "sensi". Vedi
bene però che la faccenda non è chiarissima.
Volendo
ripescare il vecchi Kant si
potrebbe parlare di non
contradditorietà "sintetica" e
"analitica".
Quindi:
"esse
in re" -> non essere *sinteticamente* contraddittorio
"esse
in intellectu" -> non essere *analiticamente*
contraddittorio
O anche (forse più carino):
"esse
in re" -> non essere *estensivamente* contraddittorio
"esse
in intellectu" -> non essere *esplicativamente* contraddittorio
Ma - mi raccomando - tieni presente che tutto ciò
è solo un mio "gioco"
e che probabilmente un filosofo "serio"
potrebbe demolirmi in meno di
cinque minuti (Severino in trenta secondi netti,
compresi i 10 secondi
iniziali per il sospiro di commiserazione).
Ciao.
Davide