DETERMINISMO
TRA FISICA E FILOSOFIA
Nella
storia della filosofia il "determinismo" costituisce quella
dottrina
secondo la quale ogni cosa che accade è legata ad un'altra da
un
nesso causale. Ne viene che per i filosofi parlare di
"indeterminazione"
è come dire che vengono meno i nessi causali.
Per
di più va anche detto che i filosofi hanno spesso parlato di
determinismo
e indeterminismo in riferimento all'uomo, chiedendosi se
l'uomo
avesse o meno in se stesso la propria causa. Da questo punto di
vista
il problema si ricollega a quello della libertà.
Detto
ciò, bisognerebbe cercare di chiarire cosa si intenda per
"determinismo"
e "indeterminismo" nell'ambito delle scienze naturali,
poiché
se allo stesso termine corrispondessero dei concetti diversi, si
produrrebbero
una serie di malintesi ed equivoci, nei quali a partire da
certe
osservazioni su delle regole matematiche che si possono osservare
o
meno nei fenomeni si arriverebbero a trarre delle conclusioni
filosofiche
non solo sulla compatibilità del linguaggio con il mondo, ma
persino
sulla natura umana.
Non
solo, ma nei giorni scorsi in diverse occasioni ho detto che
"indeterminismo"
non è esattamente "il contrario" di "determinismo".
Poiché
l'ho fatto nel tentativo di difendere un punto di vista
"kantiano"
sul pdnc, non vorrei che proprio quella mia ambigua
affermazione
desse l'impressione di voler in qualche modo ricorrere a
soluzioni
"irrazionali" per certi fatti che sono - o meglio appaiono -
paradossali.
Innanzi
tutto bisognerebbe trovare una definizione di "determinismo" su
cui
possano confrontarsi sia la filosofia che la scienza.
Come
avevo accennato pochi giorni fa in un'altra discussione, in prima
approssimazione
mi sembra di poter dire che quando si afferma che
qualcosa
è "determinato" si intende che quel qualcosa, date certe
condizioni,
non può che essere (o avvenire) in un certo modo.
Questo
"non potere che" esprime - come è noto - uno stato di necessità:
date
certe condizioni è necessario che qualcosa sia (o avvenga) in un
certo
modo. In tal caso diremo che quella cosa è "determinata".
Ora,
supponiamo di lasciar cadere un sasso da una certa altezza e di
misurare
la velocità con cui esso tocca il suolo. Supponiamo anche di
ripetere
più volte l'esperimento, lasciando cadere il sasso sempre dalla
stessa
altezza, e di trovare che ogni volta quel sasso giunge al suolo
con
la stessa velocità e percorre sempre la stessa traiettoria. A questo
punto
- incoraggiati da questo risultato - potremmo divertirci a
complicare
un po' il nostro esperimento, lanciando il sasso da varie
altezze,
con varie direzioni e con velocità iniziali altrettanto
variabili.
Ebbene, ciò che si trova (e chi non ritiene di poterne essere
certo
consideri quello che sto per dire come una possibilità, e quanto
ne
segue come il ragionamento basato su un avvenimento ipotetico) è che
se
lo stesso sasso viene lanciato dalla stessa posizione nella stessa
direzione
e con la stessa velocità iniziale allora esso percorre sempre
la
stessa traiettoria e giunge a terra sempre con la stessa velocità. E
quella
traiettoria sembra non dipendere da altre condizioni che da
queste.
Ad esempio non dipende dalla temperatura del sasso, né - tanto
meno
- dipende dal colore della giacca di chi laancia il sasso, né dal
fatto
che ci sia un uccellino posato lì vicino su un albero (a meno che
il
sasso non colpisca proprio il povero uccellino).
Insomma,
sembra di poter dire che la traiettoria del sasso sia
*determinata*
sempre e solo dalla posizione iniziale del sasso, dalla
direzione
in cui viene lanciato e dalla velocità con cui esso viene
lanciato.
O
meglio, visto che quando si era definito l'essere determinato si era
parlato
di necessità, occorre prima elevare quella regolarità osservata
al
rango di regola generale e necessitante (un po' come dovrebbe essere
una
"legge" per i cittadini), dopodiché si potrà affermare che date
certe
condizioni il sasso non potrà che percorrere una certa
traiettoria,
ovvero - come dicevo - che essa è determinata.
Se
poi non si accetta di elevare quella regolarità a regola generale e
necessitante,
ci si potrà limitare ad osservare che quanto si è
osservato
non è in contraddizione con l'ipotesi che i fenomeni naturali
avvengano
secondo delle modalità "deterministiche". Da questo punto di
vista
- più cauto - dovremo dire che la nostra ossservazione non dimostra
che
la natura è deterministica, e tuttavia nemmeno dimostra il
contrario.
Quindi se un filosofo ritenesse di poter dire - in base ad
altre
considerazioni - che la natura deve necessariamente essere
deterministica,
quanto abbiamo osservato noi non potrebbe in alcun modo
confutare
la sua tesi.
Supponiamo
ora di non essere così fortunati. Ad esempio - in linea di
principio
- potrebbe accadere che lanciando il sasso per due volte di
seguito
a partire dalla stessa posizione e con la stessa direzione e
velocità
esso non compia due traiettorie uguali, ma due traiettorie
completamente
diverse fra loro.
Dal
momento che quando le due traiettorie erano uguali avevamo detto che
la
cosa era compatibile con una concezione deterministica della natura,
ora
che è accaduto il contrario dovremo dire che quanto abbiamo
osservato
non è più compatibile con quella concezione?
Non
è detto.
Innanzi
tutto ci potrebbe venire il dubbio di non aver considerato
*tutte*
le condizioni iniziali necessarie per rendere il fenomeno
deterministico.
Ad esempio se quello che a noi sembra un sasso fosse in
realtà
un oggetto munito di un piccolo motore a reazione, il quale
motore
esercita una spinta che varia periodicamente nel tempo (si
immagini
una lancetta che gira attraversando alternativamente un punto
di
massima e di minima combustione), allora noi per ripetere lo "stesso"
esperimento
non dovremmo solo controllare che la posizione, la velocità
e
la direzione iniziali siano le stesse, ma dovremmo anche verificare
che
la lancetta che regola la combustione sia nei due casi nella stessa
posizione
iniziale.
E
che ne sappiamo che i sassi non abbiano una sorta di "lancette
interne"
che li fanno interagire in chissà quale strano modo con altri
oggetti?
D'altra
parte se nel caso precedente - quello in cui eravamo stati più
fortunati
- anziché considerare sia la posizione che la velocità
iniziale
avessimo considerato solo la pozione, oppure la posizione e la
temperatura
del sasso, noi avremmo trovato anche in quel caso delle
traiettorie
diverse nonostante le nostre "condizioni iniziali" fossero
le
stesse.
Si
vede bene quindi che quelli che appaiono essere "casi opposti" non
sono
esattamente contrari:
1)
se siamo "fortunati", e troviamo un insieme di condizioni iniziali
tali
che quando esse si ripetono allora anche l'esperimento si ripete,
allora
possiamo essere certi di
aver
trovato le condizioni iniziali "giuste", e per di più possiamo
anche
dire che quanto abbiamo osservato è compatibile con una concezione
deterministica
dell'universo;
2)
se però siamo "sfortunati", e quell'insieme di condizioni inziali non
lo
trovaiamo, non possiamo sapere se abbiamo semplicemente scelto le
condizioni
iniziali "sbagliate" o se invece abbiamo osservato qualcosa
che
è irrimediabilimente indeterministico.
Questa
faccenda del "comportamento deterministico" della natura
assomiglia
dunque ad una sorta di "caccia all'assassino": se troviamo le
prove
che sia stato il maggiordomo vuol dire che è stato il maggiordomo,
ma
se non troviamo le prove per incolpare nessuno non vuol dire che non
è
stato nessuno!
Uscendo
dalla metafora da libro giallo, dobbiamo prendere atto del fatto
che
in natura il contrario di "comportamento deterministico" non è
necessariamente
"comportamento indeterministico". Infatti il fatto di
non
aver potuto mostrare un nesso deterministico non esclude che quel
nesso
da qualche parte ci sia, così come il fatto di non aver potuto
"incastrare"
l'assassino non esclude che qualcuno sia il colpevole.
Insomma,
esiste almeno un modo in cui la natura può essere completamente
deterministica
e "nascondere" questa sua proprietà sotto un
comportamento
che ci appare indeterministico solo alla nostra ignoranza.
Ci
terrei a chiarire che l'aver fatto questo esempio delle "variabili
nascoste"
mi è servito solo per mostrare che *almeno in un caso* il
contrario
di "comportamento deterministico" non è "comportamento
indeterministico".
Una volta che sia dato almeno un controesempio,
dovrebbe
divenire chiaro che fra le due cose non sussiste una esclusione
necessaria.
Ciò
non significa né implica che ogni volta che qualcosa sembri violare
un
principio deterministico si possa essere certi di aver scelto le
"variabili
sbagliate", e di doversi senz'altro mettere alla ricerca di
fantomatiche
"variabili nascoste", da aggiungere a quelle già prese in
considerazione
o da sostituiread esse.
Si
possono ipotizzare anche altri meccanismi - molto più sottili - che
possono
"nascondere" il determinismo sotto comportamenti che sono solo
apparentemente
(= indistinguibili da ) dei comportamenti
indeterministici.
Supponiamo
ad esempio di essere certi di aver osservato tutte le
variabili
possibili (non potremo mai esserlo, ma - diciamo - potrebbe
essere
un suggerimento di Dio, che ha deciso di darci il famoso
"aiutino")
e di aver trovato che a partire dalle stesse condizioni
iniziali
si ottengono due traiettorie diverse.
Ci
potrebbe sorgere un dubbio: siamo certi che le condizioni iniziali
siano
"le stesse"? E se avessimo sbagliato di un po'? Come possiamo
essere
certi che, ad esempio, una piccola differenza nella posizione
iniziale
non *causi*, al trascorrere del tempo, delle grandi differenze
(del
tutto *deterministiche*) fra i due esperimenti?
Questo
dubbio ci costringerebbe ad andare a verificare di aver bene
posizionato
lo strumento con cui abbiamo misurato la posizione iniziale,
e
di aver misurato nei due casi proprio la stessa identica grandezza.
Ma
qui ci accorgeremmo di una difficoltà insormontabile. Infatti il
nostro
strumento di misura, per quanto possa essere preciso, non ci
consentirà
di effettuare misure più precise di un certo limite
inferiore.
Ad esempio potremmo avere un metro che ci consente di
apprezzare,
che so, il millimetro.
Ne
segue che quando diciamo che il nostro sasso è stato lanciato da
1,157
metri di altezza (ovvero 1157 millimetri) non stiamo dicendo che
la
posizione iniziale era proprio 1,157 metri, ma che era quella a meno
di
un millimetro di errore, poiché se l'altezza "vera" (ammesso che
abbia
senso parlare di grandezze non osservabili) fosse stata, che so,
1,1574
metri (ovvero 1157,4 millimetri) non saremmo mai stati in grado
di
distinguerla da una che fosse 1,1579 metri (ovvero 1157,9
millimetri),
proprio perche non siamo in grado di apprezzare distanze
inferiori
al millimetro. Ne segue che quel 1,157 metri va letto in
realtà
come 1,157... metri, ammettendo una ignoranza su tutti i decimali
che
seguono quel 7. E' questo (cioè un numero seguito dai "puntini") è
il
significato fisico di qualunque numero venga associato ad una misura.
E
come facciamo ad essere certi che quell'ipotetico mezzo millimetro di
differenza
nelle condizioni iniziali non sia in grado di *causare* - in
modo
del tutto *deterministico* - una grandissima differenza fra le due
traiettorie?
Anzi,
alla luce di queste considerazioni il fatto di essere stati - nel
caso
precedente - così "fortunati" ci mostra solo che quel fenomeno,
oltre
ad essere compatibile con una concezione deterministica della
natura,
era pure "poco sensibile" alle condizioni iniziali.
Infatti
in quel caso "fortunato" quell'errore di un millimetro o meno
sulle
condizioni iniziali (che pure c'era) è rimasto - nel tempo -
contenuto
entro il millimetro, e così quando siamo andati a misurare la
traiettoria
e la posizione finale (cosa che, presumibilmente abbiamo
fatto
con lo stesso strumento di misura, il quale ci fa considerare
coincidenti
delle posizioni che distano meno di un millimetro) abbiamo
concluso
che a partire dalle "stesse" condizioni iniziali si ottenesse
la
"stessa" traiettoria.
A
ben vedere siamo stati davvero "fortunati" a non imbatterci in uno di
quei
numerosissimi fenomeni che "amplificano" a dismisura l'errore
iniziale.
Infatti
si è scoperto che i fenomeni "poco sensibili" (quelli che "non
amplificano")
sono, tutto sommato, piuttosto "rari": la caduta dei
gravi,
le molle, i pendoli, i problemi con dei "vincoli" (che lasciano
pochi
"gradi di libertà" al problema), e pochi altri.
Guarda
caso gli unici problemi con cui la fisica, per molti secoli, è
riuscita
a cimentarsi.
Tutto
il resto del mondo è invece "molto sensibile" alle condizioni
inziali.
La
grande scoperta del secolo scorso è che la fisica "classica" non
presenta
una gradazione di vari tipi di "sensibilità", in modo tale che
si
vada da fenomeni che non sono affatto sensibili (quelli in cui
l'errore
di un millimetro resta più o meno un millimetro) a fenomeni
progressivamente
più sensibili. Infatti ci sono solo due casi estremi:
la
"sensibilità" può essere o del tutto assente, o - altrimenti -
procedere
con un andamento "esponenziale" nel tempo.
Siccome
"esponenziale" è una parolaccia, mi limito ad osservare che un
tipico
andamento esponenziale è quello in cui l'errore salta un "ordine
di
grandezza" ogni certo numero di secondi (o frazioni di secondo). Ad
esempio
se un fenomeno presenta una sensibilità che salta un ordine di
grandezza
al secondo, se anche si parte con un errore di un millimetro
dopo
1 secondo l'errore è di 10 millimetri, dopo 2 secondi di 100
millimetri,
dopo 3 secondi di un metro, e dopo 6 secondi di un
chilometro!
In realtà qui ho considerato un caso un po' estremo e poco
probabile.
Tuttavia mi serve per far capire che se fossimo di fronte ad
un
fenomeno in cui un errore iniziale per noi impercettibile in 6
secondi
produce due traiettorie che distano di un chilometro, ci si
presenterebbe
un mondo che a noi - pur *essendo* del tutto
deterministico
- *appare* assolutamente caotico e impreveddibile.
Ed
infatti questo "indeterminismo deterministico" (non sto giocando al
paradosso:
ho mostrato più su in che senso i due termini non siano l'uno
l'opposto
dell'altro) viene definito "caos".
===
MODE GEROGLIFICO ON ===
Per
chi avesse una passione per le "simmetrie matematiche" dirò (facendo
una
eccezione al mio proposito di non usare tecnicismi) che in verità
nella
fisica classica non esistono due tipi diversi di "sensibilità", ma
uno
solo, ed è quello esponenziale. Come ha dimostrato Poincaré (e
volendo
semplificare la faccenda con la solita accetta), usando le
meccanica
newtoniana si ricava che in un esperimento l'errore E(t) al
tempo
t è legato all'errore iniziale E(0) da una relazione di questo
tipo
E(t)
= E(0) * exp(A*t)
dove
A è un coefficiente che dipende dalle caratteristiche
dell'esperimento.
Ebbene,
se A è esattamente uguale a zero, allora a qualunque istante t
si
ha
exp(A
* t) = exp(0) = 1
da
cui segue che
E(t)
= E(0)
ovvero
- come anticipato - l'errore inziale ";si consenrva".
Ma
non appena A sia, anche solo di poco, positivo quell'errore cresce
nel
modo più rapido che si possa concepire, che è proprio quello
esponenziale.
Poiché
a priori quella A può assumere qualunque valore, il fatto che sia
esattamente
uguale a zero è una "fortuita coincidenza" ed infatti, come
dicevo,
si verifica solo in sistemi estremamente elementari e dotati di
pochi
gradi di libertà rispetto al numero delle loro "simmetrie". Tutti
gli
altri casi sono assolutamente "esplosivi".
Questo
avere, in alcuni casi "miracolosi", A = 0, è come essere seduti
su
un reattore nucleare (= l'esponenziale) che si trovi casualmente a
secco
di "carburante".
===
MODE GEROGLIFICO OFF ===
Se
le interazioni più elementari (gravità, molle, ecc.) non avessero un
alto
grado di "simmetria" (ad esempio la gravità - almeno quella
"classica"
- non mostra avere direzioni "privileggiate" nello spazio) gli
esser
viventi si sarebbero trovati in un mondo che - pur potendo essere
del
tutto deterministico - sarebbe assomigliato ovunque alla biologia:
un
caos in cui nulla sembra accadere due volte nello stesso modo.
E
comunque, senza scomodare la biologia, si può immaginare come sarebbe
un
mondo così anche restando nell'inanimato. Infatti dei classici
sistemi
con una tipica "sensibilità esponenziale" sono tutti quelli che
gli
uomini, da tempo immemorabile, usano per costruire i famosi "giochi
di
fortuna" (detti così in contrapposizione ai "giochi di
abilità"): i
dadi,
la roulette, eccetera. Provate ad esempio a lasciare la pallina
della
roulette nelle "stesse" condizioni iniziali per vedere se essa va
a
"scegliere" lo stesso numero.
Forse
che l'esistenza della roulette implica che la natura non è o non
può
essere deterministica?
Si
dirà: abbiamo finito? Non ci sono altri modi in cui la natura può
"nascondere"
il suo determinismo assoluto (ammesso che la natura sia
deterministica)
sotto l'apparenza della massima imprevedibilità caotica?
Se
così fosse, per spiegare l'"indeterminazione" presente nella MQ non
dovremmo
far altro che cercare delle "variabili nascoste" o delle
"sensibilità"
alle condizioni iniziali. Qualora non si trovassero né le
une
né le altre dovremmo concludere che la natura è irrimediabilmente
incompatibile
con una concezione deterministica.
La
risposta però è che non lo sappiamo. Non possiamo essere certi di
"averle
pensate tutte", di aver immaginato e capito tutti i modi in cui
il
determinismo si può "nascondere".
Chi
prima di leggere questo articolo non aveva mai sentito parlare del
problema
della "sensibilità" alle condizioni iniziali si sarà forse
detto:
<<to', a una cosa così non ci avrei mai pensato!>>
Ed
infatti perché qualcuno ci pensasse ci sono voluti dei secoli. Prima
che
qualcuno ci pensasse sembrava inconcepibile che ci fosse un modo
fatto
così. E bisogna dire che - per certi versi - lo stavano
"cercando",
perché è il modo che consente - fra l'altro - di spiegare
come
faccia la termodinamica (che è irreversibile nel tempo) ad essere
compatibile
con la meccanica newtoniana (che è reversibile). C'è voluto
il
genio di Poincaré per andare ad immaginare - e poi dimostrare - una
cosa
del genere.
In
MQ si potrebbe essere in una condizione simile: si sta cercando di
concepire
un altro modo "ingegnossissimo" in cui il determinismo
potrebbe
celarsi sotto una apparente "indeterminazione", ed il fatto di
non
esserci ancora arrivati non esclude che quel modo ci sia.
A
questo punto ci sarà chi starà sospettando che questo articolo sia non
solo
inde-terminato, ma anche in-terminabile.
E
allora sarà il caso che io saluti e vada a terminare le mie faccende.
Alla
prossima.
Davide