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Questa è la mia risposta
ad un articolo dell’amico Marco V. comparso in
it.cultura.filosofia nel novembre 2003.
Dal momento che egli si
mostra critico nei confronti dell’ipotesi che la
coscienza sia un “epifenomeno”, ne approfitto per illustrare il mio
punto
di vista sulla faccenda.
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Da:
"Davide Pioggia"
Nell'articolo
<[email protected]>
Marco
V. ha scritto:
>
Soprattutto
>
quando si sono messi in testa che la coscienza sia un epifenomeno
>
basato in una accozzaglia di atomi e legami chimici e
che tutto
>
questo in qualche modo significhi "pace", "antimilitarismo"
ed
>
"eguaglianza" tra gli uomini. :-)
A
dire il vero non ho capito sei critico (nell'accezione più ampia di
"critico")
nei confronti di questa *asserzione*:
A
= <<la coscienza [è] un epifenomeno basato in una accozzaglia
di atomi e
legami chimici >>
o se invece sei critico nei confronti di questa *implicazione*:
A
=> <<"pace", "antimilitarismo" ed
"eguaglianza" tra gli uomini>>
Se
si tratta della implicazione, sono d'accordo con chi
afferma che forse
essa è tutt'altro che
dimostrata, dimostrabile, sensata, scontata, eccetera.
Diciamo
che -come minimo- c'è "da discuterne".
Invece
per quanto riguarda quella asserzione devo ammettere
che c'è stata
un'epoca della mia vita in cui l'ho ampiamente
sottoscritta, e se ora non la
sottoscrivo più non sono sicuro che sia per le
stesse ragioni per cui non la
sottoscriveresti tu.
Mettiamola
così: nell'anno 3000 quell'oggetto che ora chiamiamo
"corpo del
Sig. Tale" e che ci appare come oggetto fisico,
in re, non esisterà più. Fra
tutti gli oggetti fisici, in re, che esisteranno
nell'anno 3000, non ce ne
sarà nessuno nel quale ravvisare una qualunque
continuità o identità con
quello che noi ora chiamiamo "corpo del Sig. Tale".
Ebbene,
date queste condizioni in re, si potrà dire nell'anno 3000 che
esiste ancora, in qualche forma (in intellectu, come anima, spirito,
eccetera) quello che noi ora chiamiamo
"mente del Sig. Tale", o "io
cosciente del Sig.
Tale", o "psiche del Sig. Tale",
eccetera?
Se
la risposta è <<No>>, allora abbiamo appena creato una implicazione: se
manca il corpo allora manca anche lo spirito. Come
dire che magari quella
proposizione A è pur falsa (nel
senso che lo spirito non *è* il corpo, o una
sua funzione) e tuttavia in qualche modo lo spirito
necessita del corpo,
metaforicamente come di un
"supporto" (tant'è che si parla del famoso
"supporto
materiale").
Se
la risposta è <<Sì>>, allora mi chiedo se
questa risposta si basi su un
voler credere che sia così o sulla necessità che sia
così.
C'è
poi la possibilità che la mia domanda non abbia senso.
Io
non riesco più a dare alcun significato alla espressione
<<esiste un
universo in cui non c'è nessuna coscienza che lo
osserva>>. Ciò che fa
"esistere"
le cose è il fatto che esse siano pensate, che siano
oggetto di
un qualche logos.
Immaginiamo
altri innumerevoli universi senza nessuna coscienza che
appartenga ad essi. Fa qualche differenza che essi
"ci siano". Ed in che
senso "ci sono"? Io non so trovare un senso a queste domande.
D'altra
parte noi che calpestiamo la terra oggi troviamo su di essa
tracce
di eventi che sarebbero accaduti miliardi di anni
fa, quando presumibilmente
non c'era nessuna coscienza sulla terra, eppure
diciamo lo stesso che quegli
eventi sono "accaduti".
Ci
troviamo quindi in una situazione imbarazzante:
1)
abbiamo detto che se in un universo non compare mai nessuna forma di
coscienza allora quell'universo
"non esiste";
2)
abbiamo anche detto che sulla terra sono "accaduti" degli eventi
quando
ancora non c'era nessuna coscienza ad osservarli.
Ora,
noi possiamo ipotizzare che quando tutti quegli eventi erano già
accaduti ed ancora non si erano sviluppati gli
animali, una catastrofe
potesse cancellare ogni forma primordiale di
vita dalla terra, trasformando
il nostro pianeta in un pianeta invivibile, per il resto della vita del
sistema solare, fino a quando il sole avrà
esaurito il suo combustibile, e
buonanotte.
(Qui
sto volutamente oscillando fra l'intero universo ed il nostro pianeta,
trattando quest'ultimo
come se fosse l'intero universo. Posso uscire
facilmente da questa difficoltà, ma dovrei parlare
di "mondo" in astratto, e
sarebbe tutto meno chiaro, ché già così la
faccenda non è semplice. Fra poco
proverò ad "allargare".)
In
quel caso, stando a quello che dicevo sopra, nessuna coscienza sarebbe
mai diventata cosciente della esistenza della
terra, e quindi la terra non
sarebbe mai esistita.
Ora,
noi diciamo che certi eventi sono *accaduti*, ma sono
accaduti in un
modo che ha cominciato ad *esistere* solo quando è
comparsa una coscienza
cosciente della esistenza di quel mondo. E se quella coscienza non fosse mai
apparsa allora quegli eventi sarebbero
*accaduti* in un mondo che non
sarebbe *mai esistito*!
A quanto pare siamo finiti in una
tragica aporia.
Ma non vedo proprio come uscirne.
Chi
ritiene che quando sulla terra non c'erano ancora animali (ma solo
oggetti inanimati, o forse le prime cellule, o
magari qualche forma
vegetale) già *accadevano* le cose, deve
accettare che fra tutte le cose che
*accadevano*
poteva anche accadere che il pianeta (e magari l'intero sistema
solare, perché non è ancora chiaro quanto sia
"stabile" una stella, e poi il
sole in teoria avrebbe potuto essere molto più
"vecchio" di quanto sia)
venisse interamente distrutto e reso
inabitabile.
Stando
così le cose noi stiamo dicendo che possono accadere delle cose anche
in un mondo in cui non compare mai una coscienza
che è cosciente di quel
mondo.
Va
bene, ma allora allarghiamoci pure, e poniamoci la domanda iniziale: che
senso ha dire che "esiste" un universo in
cui non c'è mai stata e mai ci
sarà una coscienza cosciente di appartenere a quell'universo?
Io
-come dicevo- non vedo alcuna risposta ssensata.
Un
altro modo per cercare di uscire dalla aporia sarebbe
quello di affermare
che le cose possono *accadere* indipendentemente
dal fatto che *esistono*.
Secondo
me quel matto di Heidegger voleva dire questo quando
cercava di
spiegare la differenza fra "esistenza"
(che sarebbe propria dell'uomo) e
"presenza"
(che sarebbe propria degli oggetti).
Così
quando diciamo che <<tre miliardi di anni fa
forse c'erano già le prime
cellule>> , con quel "c'erano"
intendiamo dire che erano "presenti", ma non
che "esistevano".
Io
direi che *accadevano* dei "fatti" che una ipotetica
coscienza avrebbe
elaborato in logos creando (dal nulla, ché in
principio era il Verbo) il
concetto di "cellula".
Infatti in un universo senza una coscienza che
produce dei *predicati* non
ha senso *parlare* di cellula. Al limite -se
proprio si vuole essere tanto
ingenui da essere "materialisti"- si
può dire che c'erano atomi in mezzo ad
altri atomi. Ma ogni atomo che compone una cellula
non "sa" di essere parte
di una "cellula", e si fa gli affari
suoi come qualunque atomo di tutto
l'universo. Per un atomo di una cellula gli altri
atomi della cellula sono
atomi fra una infinità di altri atomi con i quali,
per una serie di
*accadimenti*, si ritrova a rimanere contiguo per lungo
tempo. Siamo noi
che creiamo il concetto di "cellula" (e
pure di atomo, e di qualunque altra
cosa, dico io, ma lasciamo perdere), per sovrapporre
una certa struttura ad
una serie di "fatti atomici".
Tempo
fa dicevo che io concepisco la "mia sedia"
come un unico oggetto
perché essa svolge per me una unica funzione, perché
io ho un sedere da
appoggiare, e quell'insieme
di atomi per me svolge l'unica funzione di farmi
appoggiare il mio unico sedere. Quale sarebbe una
descrizione "oggettiva"
della mia sedia? Essa è fatta di materiali
completamente disomogenei, e sono
tutti "avvitati", cioè stanno assieme
"per attrito". Da un punto di vista
fisico sono semplicemente "appoggiati", come
il libro che sta appoggiato
sulla mia scrivania, eppure io non ho alcun concetto
unico per il "libro con
la scrivania sotto".
Eppure
le cose *accadono* indipendentemente da tutti i concetti che io ho in
testa.
La sedia se ne sta lì senza sapere di essere -per me- una sedia.
Ognuna
delle sue parti partecipa ai fatti, a ciò che accade, senza avere
alcuna coscienza di essere parte di una sedia, ogni
atomo "si fa gli affari
suoi", e la "sedia" è solo nella mia
testa.
(Io
ovviamente non credo nemmeno che ci siano "oggettivamente" gli
"atomi",
per la stessa ragione per cui non credo che ci sia
"oggettivamente" la
"sedia".
Infatti, perché fermarsi agli atomi e non immaginare un livello
ancora più elementare? E perché scendere nel piccolo
anziché procedere nel
grande?
Chi ci dice che l'"oggettività" la si
raggiunga pensando ad una
infinità di oggetti infinitesimi e immutabili
anziché procedendo verso il
Tutto?
Le più recenti teorie sul "Big Bang" stanno affrontando un problema
assai arduo: com'è che dall'assenza di spazio, tempo
e materia si è ottenuto
un universo in cui "accadono i fatti"? Ebbene, le risposte più intelligenti
vengono da quei fisici che considerano come
unica cosa "oggettiva" l'intero
universo considerato unitariamente in tutte le
sue possibili
determinazioni.)
Se
le cose stanno così, allora quando diciamo che "esiste" (o esisterà) la
"coscienza
del Sig. Tale" stiamo dicendo che questa
"esistenza della
coscienza" può "esistere" solo
nella "coscienza". Ma in quale
"coscienza"
esiste la "coscienza del Sig.
Tale"? Nella coscienza del Sig. Tale, in una
qualunque altra coscienza, o in una qualche
"coscienza collettiva"?
Possiamo
forse azzardarci a dire che la coscienza del Sig.
Tale esiste ora
nella coscienza del Sig.
Tale. Forse questa è l'unica cosa che possiamo
dire.
Ma
se è così, quando diciamo che <<la coscienza del Sig.
Tale non esisterà
più>> allora stiamo affermando che nella
coscienza del Sig. Tale non ci sarà
più la coscienza del Sig.
Tale. Stiamo dicendo che non esisterà più una cosa
in un certo luogo, e mentre lo diciamo stiamo
affermando che non ci sarà più
un luogo in cui esser-ci! Ma se non c'è nessun
luogo in cui esser-ci allora
non ha senso dire che in quel luogo le cose ci sono
o non ci sono.
In
fondo è chiaro che sia così. Io non saprò mai di essere morto. Qualcuno
vedrà io mio corpo inanimato e dirà che sono
morto. Ma *io* non potrò mai
avere la percezione del "sono morto",
perché per sapere di essere morto
dovrei esserci.
In
questo momento potrebbe esserci un "clic" e quello sarebbe l'ultimo atto
della mia coscienza. Dopo il mio corpo giacerebbe
sulla scrivania, e si dirà
di me che sono morto nel 2003, ma io sarò quello
che non avrà mai saputo di
essere morto quel tal giorno. Nè
saprò di non esserci, o di esserci stato un
tempo e non esserci più. Possiamo solo dire
<<adesso ci sono, adesso ci sono
ancora, adesso continuo ad esserci, ecco che ci sono
ancora ancora ancora
anch'ora anch'ora anche ora
anche ora, ora, ora, ora, *ora*, *ora*,
*ora*...>>. Ogni istante così. E
nient'altro che così.
E
solo in questo senso che io riesco a concepire la formula a "voi" tanto
cara secondo cui <<l'essere è e non può non
essere>>, con tutte le possibili
"varianti"
da Parmenide, attraverso Aristotele e via andare con tutta
l'ontologia fino a Severino e oltre.
L'essere
è, l'essere è, è, è, è, è... ora, ora, ora, ora, nunc, nunc, nunc,
nunc...
Nunc et semper!
Anzi no, meglio così:
Nunc, nunc, nunc, et semper
nunc!
Non
potremo mai avere coscienza di altro che non sia
questo. Nessuno di
coloro che sono morti "sa" di essere morto,
né quando è morto. Erano molto
stanchi, tutto si è fatto buio, ed hanno provato
quello che si prova quando
ci si addormenta. O forse
sono morti nel sonno. Se ne sono andati a dormire
e sono ancora lì che aspettano di risvegliarsi.
La
stessa identica condizione in cui ci si trovava quando ancora non si era
nati.
Un secolo fa io non sapevo di non essere nato, né mi sarebbe
dispiaciuto non essere mai nato. Chi è morto non sa
di essere morto, né di
esserci stato. Colui che
non è non sa di non essere. Anzi, non ha senso dire
<<colui che non è>>. Diciamo che fra tutti coloro che sono non c'è più il
Sig. Tale. Un tempo fra tutti coloro
che sono c'era anche il Sig. Tale, ora
non c'è più. E se fra coloro che
sono non c'è più il Sig. Tale, allora
qualunque asserzione sul Sig.
Tale non a senso. Rispetto all'esser-ci *ora*
il fatto che il Sig.
Tale sia stato o non sia stato non cambia nulla. Ora
egli non è. E quando era
egli non poteva che essere.
Ecco
a cosa si riduce il fatto che <<l'essere è non
può non esser-ci>>. E'
un vano, insensato tentativo di riflettere sulla
propria morte, dimenticando
la lezione di Epicuro.
Saluti,
Davide