IL COGNITIVISMO

 

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Questo articolo prende lo spunto da uno scambio di domande e risposte

che si è svolto su it.discussioni.psicologia nel maggio 2003.

Qualcuno aveva posto una questione:

<<PS Sarei curioso di sapere quali sono questi altri "teoremi" in cui

non compare la categoria "inconscio".>>

ed il mio amico Vincenzo del Piano aveva giustamente risposto che

<<Sono principalmente il cognitivismo, e il comportamentismo>>

aggiungendo poi:

<<Il primo nega che ci sia un inconscio, e sostiene che tutto ciò

da cui si origina il -diciamo così- "fare psichico" sia cosciente,

cògnito, "saputo" (o conscibile) dal soggetto. Di conseguenza, anche

in sede terapica, si indaga esclusivamente quello che il paziente

SA, e si segue il filo del ragionamento cosciente.>>

A me la risposta di Vincenzo parve condivisibile, ma allo stesso tempo

- da logorroico qual sono – ebbi anche l’impressione che la si dovesse

integrare. Infatti il mio intervento partiva così:

<<Mi permetto qualche integrazione, poiché ho l'impressione che la stringatezza

con cui spieghi la cosa possa dare adito a qualche equivoco.>>

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Il "cognitivismo" si pone come scienza delle cosiddette "funzioni

cognitive", e parte dal presupposto che la psiche possegga delle

"cognizioni".

 

Ora, è vero che, etimologicamente parlando, la "cognizione" è "ciò che si

sa", ma messa così sembra quasi che la cognizione si contrapponga a "ciò che

non si sa", sicché si potrebbe trarre quasi l'impressione che il

cognitivismo si contrapponga allo studio dell'inconscio (= ciò che non si

sa).

 

Le cose non stanno propriamente così, perché si parla di "cognizioni" in

contrapposizione ad "emozioni".

 

La psiche, insomma, sarebbe in grado di produrre sia delle cognizioni che

delle emozioni, a prescindere dal fatto che le une e le altre siano consce

o meno. Tant'è che il cognitivismo ammette esplicitamente che molti processi

cognitivi avvengano in modo inconscio. [1] [2]

 

Quando si parla di "funzioni cognitive" della mente si intende la capacità

di elaborare informazione, ovvero si studia la mente come "elaboratore

informatico". E' - insomma - l'evoluzione scientifica ed epistemologica del

vecchio sogno/intuizione di comparare la mente ad un "computer".

 

E' indubbio che la mente possa essere anche osservata come "elaboratore" (da

un punto di vista informatico, insomma) e per di più da questo punto di

vista può essere trattata in modo "oggettivo", perché l'informazione è

"misurabile".

 

Non è così, ad esempio, per le "emozioni". Certo, esistono dei test per la

valutazione di certi stati emotivi, ma non posseggono nemmeno lontanamente

la precisione e l'oggettività dell'approccio cognitivista.

 

Ebbene, se il cognitivismo fosse solo una disciplina per l'osservazione

della mente (quella che studia la capacità della mente di elaborare

informazione) allora lo si dovrebbe chiamare, che so, "cogniziologia".

Invece si parla di "cognitivismo" perché esso è anche un -ismo, una

disciplina che parte da un assunto forte, un "teorema" che intende (e

pretende) rispondere non solo alla domanda <<che cosa fa la psiche e come lo

fa>> ma anche alla domanda <<che cosa è la psiche e come è fatta>>

 

Il "teorema" è - appunto - quello secondo cui la funzione fondamentale

(anche e soprattutto in senso evoluzionistico) della mente è quella di

"elaborare informazioni". Questo teorema può essere enunciato più o meno

così:

 

<<è vero che accanto ai processi cognitivi esistono anche i processi

emotivi, ed è vero che sia gli uni che gli altri possono essere più o meno

noti (consci) al soggetto, tuttavia [ed ecco che arriva l'"ismo"] tutto il

funzionamento della mente [e quindi anche i disturbi] si basa sulle sue

capacità cognitive>>

 

Prima di andare avanti occorre osservare che tutte le varie scuole

"analitiche" considerano il disturbo mentale come il prodotto

dell'*angoscia*.

 

Freud ad esempio dice che la nevrosi è prodotta dall'angoscia dell'Io di

fronte alle richieste "eccessive" dell'Es (istinti) e del Super-Io

(coscienza, etica, narcisismo, autostima, ideali, eccetera) e la distingue

dalla paura, che sarebbe l'"angoscia" che l'Io prova nei confronti della

realtà. La Klein sostiene che le psicosi sono prodotte dall'angoscia

"paranoide" o "depressiva" eccetera eccetera.

 

Comunque sia, sempre di angoscia si tratta.

 

Ora, l'angoscia è una "emozione" (o un "affetto"), sicché da una parte

abbiamo gli analisti, che attribuiscono il disturbo ad una "emozione", e

dall'altra abbiamo i cognitivisti, che attribuiscono il disturbo ad una

cognizione.

 

Come la mettiamo? Si tratta di due "teoremi" che si escludono

irrimediabilmente a vicenda?

 

Non è così, perché in realtà si tratta di stabilire se venga prima l'uovo e

la gallina, e questa disputa "teorica" ha un peso molto marginale

sull'allevamento delle galline.

 

Come dicevo, e nessun cognitivista nega che esistono le emozioni o che

l'angoscia non abbia un ruolo fondamentale nei disturbi nevrotici e/o

psicotici.

 

Solo che il cognitivista associa l'angoscia (ed il disturbo) ad una "errata

elaborazione delle informazioni".

 

Prendiamo ad esempio una persona che ha una fobia. Se uno prova angoscia in

una situazione in cui "non c'è nulla da temere" per il cognitivista

significa che egli non è in grado di elaborare opportunamente i dati, di

rendersi conto che "non c'è nulla da temere".

 

Per di più molte percezioni distorte della realtà tendono ad

auto-confermarsi. Se uno ritiene pericolosa una situazione priva di pericoli

reali, è probabile che si comporti nel modo "sbagliato", il che renderà

effettivamente pericolosa una situazione che in sé non lo era.

Conseguentemente la "cognizione" che quella situazione è pericolosa verrà

rinforzata, producendo un circolo vizioso.

 

Il terapeuta cognitivista tenderà quindi a non ad indagare le emozioni

legate all'angoscia, ma ad aiutare il paziente a "rielaborare i dati".

 

Come Elrond, che sta cercando di convincermi che è molto più "realista" (=

cognitivamente più corretto e/o adattativo) avere "paura" che i negozi siano

chiusi nel loro giorno di chiusura, piuttosto che temere che possano essersi

smaterializzati a seguito di una collisione (per altro non impossibile) con

l'antimateria.

 

Per altro - come dicevo poco fa - i cognitivisti sanno benissimo che molte

"elaborazioni distorte" agiscono in modo "inconsapevole" [i cognitivisti

hanno una grande antipatia per la parola "inconscio", e preferiscono usare

delle forme alternative], e che anzi è più difficile correggere una

elaborazione inconsapevole che una consapevole.

 

Ma tutto ciò è marginale rispetto al teorema "centrale" del congnitivismo,

che dice - appunto - più o meno così (semplifico con uno slogan):

 

<<aggiustate le cognizioni, ché poi le emozioni di aggiusteranno di

conseguenza>>.

 

E non bisogna fare l'errore di sottovalutare i cognitivisti, perché si

potrebbe essere tentati di dire che se un paranoico "elabora" la realtà in

modo distorto  - associando arbitrariamente delle intenzioni aggressive al

mondo che lo circonda - se lo fa, dicevo, avrà delle "ragioni" per farlo.

Anzi, poiché l'irrazionalità non ha delle "ragioni", ma delle "emozioni",

allora si potrebbe essere tentati di concludere che è la presenza di certi

stati emotivi a distorcere gli strumenti cognitivi.

 

Ma il cognitivista non ignora neanche questo. Egli sa che se uno elabora

l'informazione in modo distorto un "motivo" ci deve essere. Però questo

motivo lo ricerca nel momento in cui quel particolare modo di elaborare

l'informazione era "adattativo", funzionale insomma.

 

Ad esempio se uno è "paranoico" può essere perché è cresciuto in un ambiente

in cui aspettarsi di essere aggrediti poteva essere funzionale.

 

Ne segue che il cognitivista, per "correggere" la "elaborazione delle

informazioni" da parte del suo paziente, ha anche bisogno di andare alla

ricerca di quel lontano passato in cui quel modo di "elaborare le

informazioni" era funzionale.

 

Ora, poiché lo psicoterapeuta cognitivista non passa il suo tempo a parlare

di "funzioni cognitive" col suo paziente (anzi, se è bravo non ne parla mai,

ché non è quello il linguaggio con cui si fa la terapia), così come lo

spicanalista freudiano non parla col suo paziente di Es, Super-Io eccetera,

il risultato è che "in concreto" fare una terapia "cognitivista" (= con un

terapeuta cognitivista) può non essere  poi così diverso dal fare una

terapia "freudiana" (= con un terapeuta freudiano).

 

Anche perché sia che uno si concentri sulle uova (= emozioni) sia che si

concentri sulle galline (= cognizioni), alla fine per far le uova "sane" ci

vogliono delle galline "sane" e viceversa, per cui alla fine il terapeuta

deve sistemare in ogni caso tutto il... pollaio.

 

Ciao,

D.

 

 

 

=====[1]=====

      

Su questo passaggio seguì un intervento di Vincenzo che mi chiedeva

alcuni chiarimenti. Riporto qui di seguito un passaggio “quotato” della replica

di Vincenzo e poi i miei chiarimenti in merito:

 

> Vuoi dire che anche la informazione cosciente circa l'emozione

> cosciente ... diventa fatto cògnito ... e va bene.

> Però ci sono anche informazioni non-cògnite circa emozioni

> non-cògnite? E entrano anch'esse tra i dati capaci di *determinare*

> l'andamento del processo ideativo?

 

No, aspetta. Mi permetto di insistere un po' su questo punto.

 

Continuo ad avere l'impressione che tu stia continuando a dividere il

territorio in nord-sud, mentre il cognitivismo lo divide in est-ovest.

 

Il "cògnito" così come lo intende il cognitivismo è in gran parte

sovrapponibile con "informatico".

 

Una "cognizione" è un "dato", qualcosa che il sistema-mente elabora come

"informazione".

 

Come dicevo il cognitivismo contrappone la "cognizione" alla "emozione". Si

pone una contrapposizione fra ciò che può essere trattato come un "dato" (e

come tale "elaborato informaticamente") e ciò che non è trattabile come

"dato".

 

La contrapposizione è fra dato e non-dato, fra informatico e

non-informatico, e non fra cògnito e in-cògnito. O, se vogliamo, possiamo

anche dire che la contrapposizione è fra cògnito e non-cògnito, ma allora

dobbiamo stare attenti a specificare che quel "cògnito" va inteso come

"informazione su qualcosa". Da questo punto di vista "cògnito" è ciò che può

essere cosiderato "ciò che si sa su qualcosa", mentre "non-cògnito" *non* è

"ciò che non si sa", *ma* ciò che non può essere trattato come "ciò che si

sa su qualcosa", come "informazione" appunto.

 

Ad esempio quando muovi il mouse su "File" e poi su "Stampa" e vedi la

stampante riprodurre su carta la pagina che hai scritto, per descrivere

questo processo usi di solito un linguaggio informatico: dici - appunto -

che il computer ha un menu, che ti consente di effettuare delle scelte, dici

che in memoria si trovano codificate delle lettere, che questi codici

vengono passati alla stampante, che a sua volta possiede i codici per

disegnare quelle lettere eccetera eccetera. In questo senso il mouse viene

usato per *informare* il PC su quale opzione del menu tu abbia scelto, la

tastiera viene usata per informare il PC su quale lettera dell'alfabeto tu

voglia aggiungere al tuo testo, eccetera.

 

Però questa descrizione "informatica" potrebbe essere sostituita da una

descrizione "energetica".

 

Infatti uno ti potrebbe dire: <<Io non vedo nessun computer che mi permette

di fare delle scelte per mezzo del mouse o della tastiera. Quello che vedo è

una macchina con due dispositivi attaccati a due porte. Se si applicano

certe sequenze di tensioni a queste porte la macchina invia certe sequenze

di tensioni ad un terzo dispositivo, il quale dispositivo trasferisce delle

macchie d'inchiostro su un foglio di carta. Ci sono solo "cause" ed

"effetti", e tutta questa faccenda della "scelta" e dei "codici" è nella tua

testa.>>

 

Questo nostro amico puntiglioso potrebbe sembrare un po' strano, ma in fondo

se ci rifletti bene quando accendi una lampadina non fai altro che applicare

una tensione elettrica alle estremità del suo filamento, dopodiché il

filamento diventa incandescente. E questo è il modo in cui descrivi il

fatto. Non dici che la lampadina è un elaboratore di informazioni che

dispone di un "menu" che ti consente di scegliere fra "acceso" e "spento", e

che il filo elettrico che arriva alla lampadina è il cavo che connette la

lampadina ad una sorta di mouse che noi chiamiamo "interruttore" e che serve

per accedere alle opzioni del menu dell'elaboratore-lampadina. Non dici

così, ma potresti dirlo. E anzi immagino che ci possano anche essere

persone che non sanno nulla di elettricità che vedono una lampadina come una

sorta di "scatola chiusa" che "elabora" le informazioni che gli provengono

dal terminale-interruttore.

 

Noi però diciamo che applicando una tensione al filamento il filamento si

riscalda e diventa incandescente. In modo analogo diciamo che dando un

calcio ad un pallone cambiamo il suo stato di moto, e non diciamo che il

piede è il "terminale" dell'elaboratore-pallone. Diciamo che il calcio

trasferisce energia cinetica al pallone, così come diciamo che la corrente

che passa nel filamento trasferisce energia dal generatore elettrico agli

atomi del filamento, i quali poi la trasferiscono all'ambiente sotto forma

di energia luminosa. Non diciamo che la tensione applicata alla lampadina è

un "dato" che viene "elaborato", ma diciamo che è una "causa" che produce un

certo "effetto". E - al contrario - nel caso del computer diciamo che il

mouse fornisce "dati": non andiamo a vedere che tensione viene applicata

alla porta PS2 del PC per cercare di mostrare come quella tensione sia in

grado di trasferire energia alla stampante.

 

Eppure potremmo farlo. Ogni fenomeno può essere trattato dal punto di vista

"energetico" e "informatico".

 

Dal punto di vista energetico un evento è quel che è, ed è "causa" di

"effetti". Dal punto di vista "informatico" un evento è solo la "forma" di

un "dato", è un modo per comunicare una scelta fra tutti i "mondi

possibili", e come tale viene "elaborato".

 

Per tornare al nostro discorso, le "emozioni" sono quel che sono, non sono

"dati" che descrivono altro, esse sono presenti in-sé, in modo im-mediato

alla mente. Invece tutti ciò che ci viene fornito dai sensi è un "dato", è

"informazione" sul mondo, è qualcosa che ci viene presentato in una

specifica "forma", ma quella forma ha un "contenuto", che è indipendente dal

modo in cui è stato "messo in forma" (in-formato). Un "dato" è un "sapere

qualcosa di qualcos'altro", non è in-sé. Ed essendo un "sapere qualcosa di

(qualcos'altro)" esso è una *cognizione* (ecco, ci siamo arrivati!)

 

E allora torniamo al punto di partenza (ma con qualche chiarimento in più,

spero): cognito/non-cognito è un contrapposizione fra dato/non-dato fra

informazione/non-informazione (leggi: fra ciò che può essere considerato

informazione e ciò che non può essere considerato tale) fra ciò che "sta per

altro" e ciò che "sta per sé". *Non* è una contrapposizione fra

conscio/in-conscio, fra saputo/non-saputo.

 

A questo punto dovrebbe essere più chiara la distinzione dei contenuti della

mente in "cognizioni" ed "emozioni".

 

Questa è, appunto, la suddivisione est-ovest del "territorio psichico".

 

Se poi tu vuoi parlare di suddivisione nord-sud, ovvero di

conscio/inconscio, allora occorre osservare che sia le cognizioni che le

emozioni a rigore possono essere consce o inconsce.

 

Non c'è una relazione fra "cògnito" e "conscio/saputo". Per questo invitavo

a non farsi fuorviare troppo dalla etimologia di "cògnito". Certo, significa

"ciò che si sa", ma va inteso come "ciò che si sa *di* (qualcos'altro)",

ovvero "ciò che può essere considerato informazione *su* (qualcos'altro)".

 

Lo ripeto: nel cognitivismo la contrapposizione dialettica è fra

"cognizione"  ed "emozione", e non fra "conscio" e "inconscio".

 

Tuttavia il cognitivismo sa che esiste anche il "nord" ed il "sud", ed anzi

impiega il "sud" per fornire una serie di spiegazioni sui processi mentali.

 

Ti ricordi il modo in cui Freud introduce l'inconscio nell sua "Introduzione

alla psicanalisi"? Più o meno egli dice così:

1) l'accadere psichico è deterministico, ovvero ogni evento mentale ha una

causa;

2) quando ci sembra che qualcosa non abbia una causa è perché quella causa è

inconscia.

 

Freud fornisce un "principio di funzionamento della mente" e poi usa

l'inconscio per rendere conto delle "eccezioni" a quel principio.

 

I cognitivisti usano l'inconscio in modo analogo, ma per loro il "principio

di funzionamento" è un altro.

 

Per i cognitivisti la mente acquisisce dall'ambiente dei dati/informazioni,

li processa/elabora in quanto *cognizioni* e produce una serie di "output

adattativi", fra cui le emozioni, le quali avviano altri processi di tipo

non-informatico, ma - normalmente - altrettanto "adattativo" di tutti gli

altri output.

 

Ora, i cognitivisti affermano che tutte le emozioni sono prodotte dalla

elaborazione di cognizioni. Però non sono così stupidi da non sapere che

certe emozioni sembrano "sorgere dal nulla". E allora fanno come Freud:

affermano che quando una emozione non sembra essere prodotta da alcuna

elaborazione di cognizioni allora quella elaborazione deve essersi svolta

inconsciamente.

 

Come dire: ogni cosa che sta ad est è prodotta da qualche cosa che sta ad

ovest, e quando c'è qualcosa ad est che non sembra essere collegato con

qualcosa che sta ad ovest è perché quello che sta ad est è a sud-est, ovvero

è una "elaborazione cognitiva inconscia".

 

Detto ciò, occorre anche osservare che le emozioni sono in grado di produrre

degli effetti sull'adattamento all'ambiente, e che fra tali effetti c'è

sicuramente anche la "regolazione dei dispositivi di acquisizione dei dati".

Ne segue che le emozioni sono in grado di retro-agire sulla acquisizione

delle cognizioni.

 

Non dobbiamo infatti dimenticare che il modello cognitivista è di tipo

"cibernetico", ovvero considera la mente un "sistema omeostatico", in grado

di auto-regolarsi per mezzo di tutta una serie di feed-back. E' per questo

che parlando di cognizioni ed emozioni nel post precedente parlavo di "uova"

e "galline".

 

Adesso questa cosa te la faccio dire bene da uno dei "padri" del

cognitivismo, Johnson-Laird:

 

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4. Sensazioni ed emozioni sono indipendenti dalla cognizione?

La tesi che le emozioni nascano come risultato di valutazioni cognitive è

contraria all'opinione dell'eminente psicologo sociale R.B. Zajonc, il quale

sostiene che preferenze, sensazioni ed emozioni non dipendono da inferenze.

Ma mentre è possibile che queste non nascano sempre da inferenze *consce*,

qualche tipo di valutazione cognitiva sembra essere indispensabile nella

creazione delle emozioni, secondo una tesi proposta da Aristotele e difesa

da studiosi moderni dell'emozione come Stanley Schachter e George Mandler.

Se le emozioni sono un modo non simbolico [non pensare ai "simboli" di

Freud: qui "simbolico" è nel senso di "qualcosa che sta per qualcos'altro",

in senso *informatico* - NdDP] di guidare il comportamento, segue che queste

su esso hanno un effetto causale [...]. In realtà, le emozioni possono

influenzare la percezione.

Philip N. Johnson-Laird, La mente e il computer : Introduzione alla scienza

cognitiva, il Mulino (pag. 409) [3]

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Lo schema più o meno è questo:

 

1) arrivano dei "dati sul mondo" per mezzo della percezione;

2) la mente li "elabora" (come cognizioni), e produce una serie di

"effetti non-informatici", fra cui atti motori (si pensi ai riflessi),

alterazioni endocrinologiche e - appunto - le emozioni (possiamo anche

parlare di affetti, includendo tutti i vari tipi di "effetti non

informatici" che ho descritto);

3) tali affetti alterano la percezione, ovvero l'acquisizione dei dati.

 

Ora, per i cognitivisti se l'elaborazione dei dati è corretta allora tutto

questo sistema omeostatico è "adattativo". Se invece i dati vengono

elaborati in modo distorto allora il sistema è dis-adattativo.

 

Ma in ogni caso il problema sta nell'"elaboratore".

 

Così se uno ha degli attacchi di panico non è sul panico o sull'ansia che ci

si deve concentrare, ma sul fatto che l'"elaboratore" elabori le cognizioni

ambientali e le classifichi come "pericolo". Dopodiché il panico insorge in

seguito a questa elaborazione distorta dei dati, delle cognizioni appunto.

 

Ma, e qui torno alla tua domanda, sia gli affetti/emozioni che le

cognizioni/dati possono essere consce e inconsce. In particolare il

cògnito può essere sia conscio che in-conscio. Anzi - come ho appena detto -

se non si riesce a vedere quali siano le cognizioni che vengono elaborate in

modo distorto allora ci devono essere - "per forza" - delle cognizioni

inconsce (che vengono elaborate in modo inconscio) e che vengono

classificate come "pericolo".

 

Il terapeuta deve quindi "andarle a scovare" e vedere come vengono

elaborate, quando come e perché si sia iniziato ad elaborare i dati in quel

modo eccetera eccetera.

 

 

 

=====[2]=====

 

E questa è la mia risposta ad un altro passaggio della replica di Vincenzo

Di cui ho già detto al punto [1]:

 

> Sarei (anzi *sono*) propenso a crederci ... e (di questo non sono

> certo) il cognitivismo è più o meno così che concettualizza il *suo*

> "tacito"; però, allora la unica differenza con la psicoanalisi è la

> schematizzazione/teorizzazione di *specifiche modalità operative

> non-coscienti* (edipo e menate varie) ... mentre il "tacito"

> cognitivista è non-preordinato/prevedibile ...

 

Tutto l'apparato mentale è per i cognitivisti altamente "deterministico", e

come tale "preordinato e prevedibile".

 

La differenza fra psicoanalisi e cognitivismo sta appunto nel fatto che il

cognitivismo introduce, accanto alla "latitudine" (= conscio/inconscio),

anche la "longitudine" (informatico/affettivo) e sostiene che ciò che può

"guastarsi" sta ad "ovest" (= nei processi di elaborazione delle

informazioni/cognizioni).

 

Se poi ciò che non funziona è pure inconscio allora il "meccanico" dovrà

"andarlo a cercare".

 

La differenza è che per Freud ciò che è inconscio è sempre potenzialmente

pericoloso, tant'è che il suo moto fu prima quello di rende conscio

l'inconscio e poi quello di far "colonizzare" l'Es da parte dell'Io. Per i

cognitivisti il fatto che un processo elaborativo sia inconscio è

trascurabile; anzi, fino a quando tale elaborazione funzione bene è tutto a

posto.

 

E' quando si verifica un "guasto" che diventa rilevante il grado di

consapevolezza di dell'area di elaborazione in cui si è verificato il

problema.

 

Infatti per i cognitivisti la coscienza è una immagine che la mente ha di

sé, ovvero - dal punto di vista cibernetico - un feed-back sul proprio

stato. E' chiaro che tanto più strutturati sono i sistemi di feed-back tanto

più facile sarà mantenere un equilibrio omeostatico.

 

Ci sono dei sistemi di feed-back che sono totalmente inconsci e funzionano

benissimo (si pensi ad esempio a tutto i pre-processamento delle immagini).

Tuttavia se uno dei vari sistemi omeostatici si "guasta" l'unica cosa che si

possa fare è cercare di aumentare/migliorare/compensare in qualche modo i

sistemi di feed-back. Uno di questi modi di aumentare/migliorare/compensare

il feed-back può essere quello di rendere "conscio" il processo elaborativo.

 

Ma non è detto che sia il modo migliore. Se uno ha delle difficoltà a

nuotare, può essere utile aiutarlo a rendersi conto "consciamente" di tutti

i movimenti che fa quando nuota, e dirgli: <<Ecco, questo è il momento in

cui fai quel particolare movimento - cui tu fino ad oggi non hai mai

prestato attenzione - che ti fa perdere la coordinazione, dopodiché bevi, ti

viene il panico e vai sotto!>> A questo punto ci si può concentrare

"consciamente" su quel movimento e ri-programmarlo fino a quando non viene

eseguito bene.

 

Ma se poi si vuole nuotare bene è opportuno che quel movimento - dopo essere

stato ri-programmato "consciamente" - torni ad essere del tutto "inconscio".

 

E non è nemmeno detto che tutte le ri-programmazioni debbano avvenire

necessariamente a livello conscio. Si può anzi pensare anche a tutta una

serie di ri-programmazioni/condizionamenti da definire in modo indipendente

dallo stato di coscienza: te lo ricordi il <<metti la cera, togli la cera>>

di "Karate Kid"?

 

 

 

=====[3]=====      

 

In seguito a questo passaggio aggiunsi la seguente nota:

 

Ho dimenticato di dire una cosa che forse potrebbe interessarti, anche se

non è del tutto pertinente a questa nostra chiacchierata sul cognitivismo.

 

Un po' più avanti Johnson-Laird affronta il problema della influenza

reciproca fra emozioni e memoria. E dice una cosa che mi ha colpito:

 

----------

Esistono fenomeni simili che dimostrano che le emozioni possono influenzare

la memoria. Lo studio classico fu condotto, nel diciannovesimo secolo, da

Francis Galton, il quale, dopo aver compilato delle liste di parole, le

chiuse in un cassetto e le dimenticò. In seguito, riprese le listee produsse

per ciascuna parola associazioni libere, cioè leggeva la parola e rispondeva

con la prima parola che gli veniva in mente. Spesso le risposte lo colpirono

tanto che nel riportare lo studio sorvola su di esse, dicendo soltanto che

rivelano le altrimenti nascoste "condutture" della mente.

----------

 

Ora, questo lavoro di Galton è del 1883, quasi vent'anni prima della

pubblicazione della "Interpretazione dei sogni".

 

Direi un'altra dimostrazione del fatto che "i tempi erano maturi"...

 

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