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Quanto segue prende l’avvio da un mio articolo apparso su

it.cultura.filosofia nel febbraio del 2003.

In seguito si è trasformato in un ampio thread, all’interno del quale

c’è stato un “botta e risposta” con l’amico Maurizio (alias QfwfQ).

Qui di seguito riporto l’articolo originale assieme a parte di questo

scambio di vedute.

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TEORIA CELLULARE E CAUSALITA’ CIRCOLARE

Da: Davide Pioggia

 

Come molte altre cose (gli atomi, la sfericità della terra) le cellule,

prima di essere una scoperta, furono una teoria.

 

Il primo a vedere quegli oggetti che in futuro sarebbero stati chiamati

cellule fu Robert Hooke, che le osservò nella seconda metà del XVII

secolo per mezzo di un rudimentale strumento ottico che si colloca nella

preistoria dei microscopi. Ma Hooke si limitò a riportare le sue

osservazioni, senza fare alcuno sforzo di estendere le sue osservazioni

(fatte, se ricordo bene, su degli steli di grano o qualcosa del genere)

a tutta la biologia.

 

Pochi anni dopo Leewenhoek osservò i per primo i globuli rossi, gli

spermatozoi, alcuni batteri e protozoi, ma li considerò dei "piccoli

animali".

 

Solo nella prima metà del XIX secolo Schleiden e Schwann definiro le

basi di una vera e propria teoria cellulare, che sostanzilmente si fonda

sui seguenti assunti:

 

1. tutte le forme di vita sono costituite da cellule;

2. la cellula è la più piccola forma di vita;

3. le cellule possono essere generate solo da cellule pre-esistenti.

 

La teoria cellulare, posta in questi termini, porta inevitabilmente a

chiedersi da dove sia saltata fuori la prima cellula. D'altra parte da

allora si sono scoperte un bel po' di cose anche sulla evoluzione della

complessità cellulare, e nessuno oggi pensa che un bel giorno sia

comparsa una cellula eucariotica (cioè quelle con un nucleo ben formato,

come quelle che costituiscono gli animali) che abbia poi dato origine a

tutti gli organismi viventi.

 

Si tende piuttosto a considerare la cellula come uno dei tanti stadi

discreti che si osservano in tutte le strutture auto-organizzate, in cui

i livelli emergenti sono prodotti come strutture spazio-temporali

macroscopiche rispetto ai livelli "inferiori", i quali pur essendo i

costituenti dei livelli "superiori" ne sono nondimeno "asserviti".

 

Sicché, ad esempio, i fotoni e gli atomi di un laser sono allo stesso

tempo "causa" ed "effetto" del funzionamento  coerente del laser. Ne

sono la "causa" perché il laser è costituito da atomi e fotoni e se

funziona come funziona è perché esistono certe interazioni fra atomi e

fotoni. Ma ne sono l'"effetto" perché quando un laser viene tenuto nel

regime di emissione coerente non tutti i modi di emissione ed

assorbimento dei fotoni - che rispetto al laser avvengono a livello

microscopico - sono possibili. Ne consegue che lo staato macroscopico del

sistema, pur essendo espressione di ciò che avviene a livello

microscopico, è a sua volta in grado di condizionare il funzionamento di

quel livello.

 

Qualcosa di analogo avviene anche a livello storico, politico, economico

ed in generale nelle interazioni fra individui.

 

Supponiamo ad esempio di porre una certa popolazione, inizialmente priva

di una economia strutturata, in condizioni di produrre più del

necessario per il sostentamento. Storicamente ciò è accaduto quando,

dopo l'ultima  glaciazione neolitica (avvenuta più o meno diecimila anni

fa) alcune grandi pianure alluvionali sono diventate particolarmente

fertili: quella fra il Tigri e l'Eufrate, quella attorno al Nilo e

quella attorno al Fiume Giallo.

 

In queste condizioni lo stato "non coerente" (che, se vogliamo, è quello

analogo allo stato di un laser in cui l'emissione dei fotoni è ancora

del tutto casuale e scorrelata) diventa instabile, ed il sistema

produttivo tende ad asservirsi a dei "modi collettivi". Questi modi

collettivi a loro volta non sono disgiunti, ma costituiscono un sistema

di strutture macroscopiche in grado di condizionare il livello

microscopico. Fra tutte le strutture macroscopiche che insorgono

simultaneamente in una società che produce in eccesso ve ne sono quattro

che sono pressoché inscindibili: la comparsa del denaro, la

stratificazione sociale, la definizione del diritto e l'invenzione di un

metodo di "scrittura".

 

Infatti in una società che produce in eccesso si avranno esigenze di

scambio e di immagazzinamento, e tali esigenze condurranno alla nascita

del "terziario" o più in generale dei "servizi" (che una volta era

costituito dai sacerdoti e/o dagli sciamani, ed oggi sono avvocati,

commercialisti, medici eccetera) ed alla elezione di una merce "inutile

e rara" (oro, ecc.)  come merce di scambio (denaro), che serve anche per

definire le scorte e quindi creare un sistema di credito e debito. A sua

volta questo sistema di debito e credito renderà necessarie le

"annotazioni". Tutte le varie forme di scrittura nascono con annotazioni

rudimentali del tipo "5 cesti di grano", e solo in seguito la casta

colta (di solito quella sacerdotale) comincia a fare un uso evoluto

della lingua scritta, per lo più con l'intento di riuscire in qualche

modo ad arraffare una buona parte di quei cinque cesti di grano di cui

sopra. E' questa la ragione per cui mio nonno voleva che i suoi nipoti

studiassero la matematica: per non farsi fregare il grano dai preti e

dagli avvocati. E, visto che abbiamo nominato gli avvocati, è chiaro che

tutto questo sistema per reggere deve essere fondato su un qualche

codice comportamentale e/o giuridico, che può essere più o meno coatto

a seconda di quali siano gli istituti sociali che detengono il monopolio

della forza e delle armi.

 

Quando ci si stupisce di fronte alla "miracolosa" comparsa della civiltà

e ci si chiede da quale pianeta siano sbarcati gli Egizi, i Babilonesi

ed i Cinesi si dimentica di osservare che tutte le civiltà di pure

sostentamento poste in una vallata alluvionale particolarmente fertile

fanno esattamente le stessa cosa: sviluppano una struttura sociale. E'

un po' come dire che l'acqua bolle a cento gradi: non c'è niente di

strano e di insolito, e ciò accade con una totale regolarità.

Altrettanto regolare è l'avvicendamento delle caste sociali quando i

metodi di produzione vengono alterati dal progresso tecnologico, ma

questa per molti è una ferita ancora fresca e sarebbe difficile parlarne

pacatamente. Meglio attenersi ai Babilonesi, con la speranza che non ci

siano in giro dei nostalgici dello Zigurrat.

 

Ora, il fatto che il denaro sia importante è perché i singoli individui

lo usano in tutti i singoli scambi economici e per definire gli

accantonamenti. Su un'isola abitata da poche persone l'oro non ha alcun

valore e non serve a nulla. E, comunque, se i singoli individui non

avessero le esigenze ambientali e le modalità produttive che hanno (le

quali a loro volta sono legate soprattutto alle loro esigenze biologiche

e/o psicologiche) il denaro diventerebbe probabilmente inutile. Sono le

singole azioni in cui si usa l'oro (o le annotazioni espresse in oro)

che rendono l'oro importante. Insomma, è l'insieme delle azioni dei

singoli che rende il denaro ciò che è. Tuttavia una volta che il sistema

economico si sia organizzato attorno al denaro il meccanismo monetario è

in grado di condizionare completamente gli scambi "microscopici" che

avvengono fra gli individui. Analogamente una volta che nel laser si

sono instaurati dei "modi collettivi" le singole emissioni fotoniche non

potranno più avvenire in modo scorrelato, ma saranno pesantemente

condizionate e limitate da quei "modi".

 

Ne segue che il denaro è importante perché ognuno di noi, singolarmente,

ne fa uso. Ma una volta che l'istituto monetario si sia imposto tutti i

nostri rapporti con gli altri vengono condizionati dal denaro. Sicché

l'atto economico elementare è allo stesso tempo "causa" del denaro ed

"effetto" di esso.

 

Nella cellula questa "retroazione causale" fra il livello macroscopico è

microscopico è ancora più evidente. Ad esempio il DNA contiene tutte le

informazioni necessarie a costruire le proteine che costituiscono la

cellula, ma allo stesso tempo quelle informazioni sono utilizzabili e

decodificabili solo all'interno della cellula. Ed è sempre la cellula

che duplica il DNA necessario per la produzione di nuove cellule. Il DNA

è quindi allo stesso tempo la "causa" (= il padre) e l'"effetto" (= il

figlio) della cellula.

 

Il risultato, espresso in modo involuto, è quello enunciato all'inizio

di questo articolo, secondo il quale "solo una cellula può

generare una cellula".

 

Ma allo stesso modo si potrebbe dire che solo un

sistema sociale strutturato (economicamente e politicamente) può

generare un sistema sociale strutturato e solo un essere intelligente

può creare un essere intelligente. Così come verrebbe da dire che ogni

forma espressiva è appresa da una forma espressiva preesistente. Ne

verrebbe che tutta la letteratura esistente risulterebbe generata da

Omero, che tutti i sistemi monetari sarebbero solo un immagine dell'oro,

che tutti gli esseri viventi sarebbero stati creati da un essere vivente

primordiale, che l'intelligenza sarebbe la creazione di una intelligenza

e così via.

 

Resterebbe però il problema di capire da dove siano saltati fuori Omero,

l'Oro, la Prima Cellula, il Motore Immoto, eccetera.

 

Questo di definire una "causa prima" o un "motore immoto" è un metodo

per superare il problema di concepire delle catene causali chiuse

(quelle retroattive, anche e soprattutto fra i vari livelli gerarchici).

Si tratta infatti di una nozione che richiede un sostrato semantico

piuttosto evoluto. Piuttosto che pensare una struttura autoconsistente

in cui A causa B, B causa C e C causa A (struttura che a volte fa venire

le vertigini anche a chi ha passato anni ad "allenarsi" su queste cose),

si preferisce "tagliare" il circolo da qualche parte e lì collocare -

appunto - una "causa prima".

 

Prima di passare oltre val la pena di osservare che le strutture causali

chiuse (o retroattive) sono note ormai dalla prima metà del XX secolo e

furono il "cavallo di battaglia" di quella parte della teoria dei

sistemi che oggi è conosciuta come cibernetica. Va sottolineato però che

il feed-back dei circuiti cibernetici riguarda solo degli strumenti in

cui l'output viene collegato all'input, e sia l'output che l'input si

trovano tuttavia allo stesso livello gerarchico. Se ad esempio abbiamo

una macchina che prende dei numeri (o più in generale dei caratteri

alfanumerici) in ingresso, ci si può attendere che la stessa macchina

produca dei numeri (o dei caratteri alfanumerici) in uscita.

 

Il tipo di retroazione circolare trattato qui appartiene invece alla

"generazione successiva" rispetto a quello concepito dalla cibernetica.

Qui si sta parlando di azione e retroazione fra livelli gerarchici

diversi. Infatti quando studiamo la relazione fra la cellula e la

molecola del DNA stiamo cercando di definire un circolo causale fra il

microscopico ed il macroscopico. Ne viene che al passaggio da un

elemento all'altro della catena causale la nostra nozione di "causa"

deve mantenere la plasticità necessaria a cambiare orizzonte semantico.

Una cellula è "causata" dalla chimica del carbonio nel senso che è

costituita da molecole aventi una struttura di carbonio, ma quando si

dice poi che la chimica del carbonio che si svolge nella cellula è

"causata" dalla cellula stessa, si intende che i modi in cui avvengono

quelle reazioni sono definiti dall'ambiente cellulare. Abbiamo così una

nozione di causa che semanticamente oscilla fra il "cosa" (da cosa è

costituita la cellula) ed il "come" (come avvengono certe relazioni).

 

La disciplina scientifica che si occupa di interazione e retroazione fra

i diversi livelli gerarchici (microscopico, macroscopico, ecc.) è la

teoria dei sistemi auto-organizzati, che oggi esiste in due diverse

"scuole": quella che fa capo a Prigogine (e che pone la nozione di

"struttura dissipativa" al centro di tutta la questione) e quella che fa

capo ad Haken (che è l'inventore del termine "sinergia" e/o

"sinergetica").

 

Nonostante gli studi di Prigogine siano maturati un po' prima di quelli

di Haken (tant'è che il Nobel per questo settore è stato conferito al

primo) da molti anni la strada imboccata da Prigogine sembra essersi

arenata, tant'è che egli, come tutti gli scienziati che sono rimasti

bloccati su qualche banco di sabbia o semplicemente sono invecchiati, si

è messo a scrivere di filosofia. Invece la sinergetica sta facendo

importantissimi passi avanti, e il meccanismo di "asservimento" dei

gradi di libertà microscopici a quelli macroscopici viene compreso ogni

giorno un po' meglio e sta dilagando anche in settori impensabili.

 

Ad esempio c'è chi ha osservato che il linguaggio per certi aspetti è

simile ad una cellula. Così come la cellula è costituita dalle sue

molecole ma allo stesso tempo quelle molecole non potrebbero

"funzionare" se non si trovassero nella cellula, allo stesso modo il

linguaggio è costituito da parole, ma le singole parole sono prive di

senso in un ambiente linguistico completamente decontestualizzato. Così

si spiegherebbero tutti i paradossi secolari sul "significato" delle

singole parole. Una parola "isolata" sarebbe priva di qualunque

significato, così come una molecola di DNA posta fuori dalla cellula non

può più codificare nulla, né costruire nulla né servire a nulla. E' il

contesto della chimica cellulare che rende il DNA quello che è. Avremmo

quindi un linguaggio che è fatto di parole, e che a sua volta conferisce

a quelle parole un significato. Anche qui quindi dovremmo dire che il

linguaggio è la "causa" e l'"effetto" delle singole parole. Le analogie

a questo punto dovrebbero apparire chiare.

 

Davide

 

 

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Da: QfwfQ (Maurizio)

 

 

[…]

 

> Prima di passare oltre val la pena di osservare che le strutture causali

> chiuse (o retroattive) sono note ormai dalla prima metà del XX secolo e

> furono il "cavallo di battaglia" di quella parte della teoria dei

> sistemi che oggi è conosciuta come cibernetica. Va sottolineato però che

> il feed-back dei circuiti cibernetici riguarda solo degli strumenti in

> cui l'output viene collegato all'input, e sia l'output che l'input si

> trovano tuttavia allo stesso livello gerarchico. Se ad esempio abbiamo

> una macchina che prende dei numeri (o più in generale dei caratteri

> alfanumerici) in ingresso, ci si può attendere che la stessa macchina

> produca dei numeri (o dei caratteri alfanumerici) in uscita.

 

Preciserei.

1. la teoria dei sistemi nasce come generalizzazione della cibernetica (nome

da allora desueto), e va a includere in particolare la teoria della

comunicazione e i sistemi digitali (praticamente ignoti nel 1940, quando si

conia il nome 'cibernetica');

2. il feedback tipico, fin dalle origini, non ha input e output allo stesso

livello gerarchico, ma il "circuito" di retroazione si occupa (anche) di

trasferire verso l'ingresso sotto forma di informazione (bassa energia)

l'uscita ad alta energia. In via di principio c'è sempre una sostanziale

differenza di impedenza fra circuito d'ingresso e circuito d'uscita, il che

parla di potenze in gioco di ordini di grandezza diversi, anche se si

possono pensare strutture particolari in cui i livelli sono comparabili, ma

mai uguali. In particolare, nel neurone, fra energie in gioco nei dendriti e

nei neuriti c'è una differenza notevole. I neuriti o assoni sono gli

"attuatori" del sistema e non si limitano a trattare informazione, ma

trasmettono molto maggiori entità di energia (per stimolare i muscoli e le

attività viscerali in genere). Solo al livello dell'encefalo soprassiale

(cortex) si può affermare che i livelli sono comparabili, ma mai uguali,

anche tenuto conto del fatto che un neurone può avere in generale (decine

di) migliaia di dendriti (input) e un assone (output).

 

> [...]

>

> La disciplina scientifica che si occupa di interazione e retroazione fra

> i diversi livelli gerarchici (microscopico, macroscopico, ecc.) è la

> teoria dei sistemi auto-organizzati, che oggi esiste in due diverse

> "scuole": quella che fa capo a Prigogine (e che pone la nozione di

> "struttura dissipativa" al centro di tutta la questione) e quella che fa

> capo ad Haken (che è l'inventore del termine "sinergia" e/o

> "sinergetica").

 

L'autoorganizzazione non è che comune feedback con l'ingrediente in più

dell'autonomia organizzativa, che si sintetizza nella pulsione alla

comunicazione - cioè al formarsi mediante interazione - che i sistemi

"cibernetici" originari non avevano (e non hanno tuttora quelli artificiali,

se non come forma di apprendimento programmato).

 

> Nonostante gli studi di Prigogine siano maturati un po' prima di quelli

> di Haken (tant'è che il Nobel per questo settore è stato conferito al

> primo) da molti anni la strada imboccata da Prigogine sembra essersi

> arenata, tant'è che egli, come tutti gli scienziati che sono rimasti

> bloccati su qualche banco di sabbia o semplicemente sono invecchiati, si

> è messo a scrivere di filosofia. Invece la sinergetica sta facendo

> importantissimi passi avanti, e il meccanismo di "asservimento" dei

> gradi di libertà microscopici a quelli macroscopici viene compreso ogni

> giorno un po' meglio e sta dilagando anche in settori impensabili.

 

Resta solo da capire come avvenga la transizione, la formazione cioè di

"correnti" in un flusso presunto caotico, correnti che poi determinano a

loro volta il comportamento del singolo elemento.

Temo che si debba ipotizzare nel singolo elemento una "tendenza"

all'aggregazione strutturata, altrimenti sarebbe molto difficile

giustificare perché in natura i micro-elementi si sono organizzati sempre

con la stessa "logica", non esistendo eccezioni in tal senso, in alcun tipo

di cellula conosciuta (ma neppure in alcun atomo o molecola).

 

> Ad esempio c'è chi ha osservato che il linguaggio per certi aspetti è

> simile ad una cellula. Così come la cellula è costituita dalle sue

> molecole ma allo stesso tempo quelle molecole non potrebbero

> "funzionare" se non si trovassero nella cellula, allo stesso modo il

> linguaggio è costituito da parole, ma le singole parole sono prive di

> senso in un ambiente linguistico completamente decontestualizzato.

 

Questo non è vero. I fonemi hanno un significato proprio, sia dal punto di

vista meccanico-fisiologico sia dal punto di vista "onomatopeico". E va

detto che essi, a loro volta, non hanno significati arbitrari in termini

evolutivi, ma si sono strutturati per interazione (sia al livello organico

sia al livello psichico) connotando in modo assai preciso le specie. Il

fonema (così come il gesto tipico) è l'atomo della comunicazione, il ponte

fra il soggetto e il mondo. Il linguaggio non è che un'articolazione di

questi atomi elementari.

 

> Così

> si spiegherebbero tutti i paradossi secolari sul "significato" delle

> singole parole. Una parola "isolata" sarebbe priva di qualunque

> significato, così come una molecola di DNA posta fuori dalla cellula non

> può più codificare nulla, né costruire nulla né servire a nulla.

 

Mi sembra un parallelo un po' forzato.

Diversi sono i livelli o stratificazioni di comunicazione a cui si appoggia

il fonema e a cui si appoggia la parola in quanto contestualizzata. Evocano

quindi diversi livelli di memoria e di emozione. Un suono gutturale non

stimola certo la memoria del filosofo :), ma una memoria la evocano, tanto

che i riti tribali (e il rock :-), oltre che al ritmo, si appoggiano proprio

a suoni gutturali, anche solo come imitazioni di animali. Basti pensare alle

espressioni, appunto gutturali, tipiche di certi tipi di lotta, e persino

spontanei a causa della particolare azione sulla muscolatura e sui polmoni.

Il linguaggio, insomma, non è un puro artificio, ma il linguaggio umano, per

esempio, può essere solo quello che è, benché si possa articolare in diversi

idiomi.

Circa il Dna fuori dalla cellula, si tratterebbe di un non-senso, la cellula

essendo un'unità benché in essa siano individuabili organi e organelli.

Trattandosi di unità funzionale oltre che fisica, una volta "rotta" non è

più niente. E lo stesso vale per un organismo superiore.

Il fonema non è come il Dna separato dalla cellula, ma è semplicemente

l'espressione di un modo di operare *semplice*. La parola richiede solo

maggiore complessità e articolazione, ossia maggiore stratificazione

neuronale. ma la natura del meccanismo è la stessa. Il significato è quindi

parimenti stratificato, ma non è vero che non c'è in un caso e c'è

nell'altro. Sarebbe una conclusione ingenua, come pensare che per le specie

meno evolute non ci siano significati anche solo nel suono o nello stimolo

tattile. C'è eccome.

 

> E' il

> contesto della chimica cellulare che rende il DNA quello che è. Avremmo

> quindi un linguaggio che è fatto di parole, e che a sua volta conferisce

> a quelle parole un significato. Anche qui quindi dovremmo dire che il

> linguaggio è la "causa" e l'"effetto" delle singole parole. Le analogie

> a questo punto dovrebbero apparire chiare.

 

No, non sono chiare e anzi, ripeto, mi sembrano molto forzate. La cellula,

di fatto, ha già un proprio linguaggio prima che si vada a vedere come

questo linguaggio si condensi nel linguaggio dell'organismo di cui fa parte.

Basti pensare che un organismo, per sapere che ha fame, deve ricevere

precise informazioni da tutte le sue cellule, informazioni fatte convergere

ai fini di un'azione unitaria che poi, di nuovo, ridistribuirà capillarmente

il risultato. Ma il significato "fame", che sia espresso addentando la

bistecca o mediante la segnalazione di deficit cellulare (che si esprime in

sostanza come l'addentare la cellula vicina) è esattamente il medesimo.

Noi attribuiamo, ripeto ingenuamente, ai nostri significati articolati e

complessi una dignità che non hanno se non grazie a significati elementari

che "condensano" i loro micromessaggi in macromessaggi strutturati al fine

di comunicare con il mondo in modo più efficace.

 

QfwfQ

 

 

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Da:Davide Pioggia

 

> Resta solo da capire come avvenga la transizione, la formazione cioè

> di "correnti" in un flusso presunto caotico, correnti che poi

> determinano a loro volta il comportamento del singolo elemento.

> Temo che si debba ipotizzare nel singolo elemento una "tendenza"

> all'aggregazione strutturata, altrimenti sarebbe molto difficile

> giustificare perché in natura i micro-elementi si sono organizzati

> sempre con la stessa "logica", non esistendo eccezioni in tal senso,

> in alcun tipo di cellula conosciuta (ma neppure in alcun atomo o

> molecola).

 

Se ci mettiamo la "tendenza" del singolo elemento all'aggregazione

strutturata allora facciamo rientrare dalla finestra l'ingrediente

teleologico che avevamo fatto uscire dalla porta.

 

La tendenza a produrre strutture organizzate è del sistema nel suo

insieme, e non del singolo elemento. Così come si può parlare di

temperatura e pressione di un corpo macroscopico, ma non di un singolo

atomo.

 

Come faccia poi il sistema nel suo insieme a produrre strutture

organizzate non è più un mistero da almeno vent'anni, basti vedere alle

seguenti voci:

- teoria della stabilità e attrattori ("strani" e non)

- gruppo di rinormalizzazione (Nobel a Wilson)

- termodinamica irreversibile e strutture dissipative (Nobel a Prigogine)

- sinergetica, parametri d'ordine, principio di asservimento (metodi di

   eliminazione adiabatica, varietà lente, ecc.)

 

 

>> Ad esempio c'è chi ha osservato che il linguaggio per certi aspetti è

>> simile ad una cellula. Così come la cellula è costituita dalle sue

>> molecole ma allo stesso tempo quelle molecole non potrebbero

>> "funzionare" se non si trovassero nella cellula, allo stesso modo il

>> linguaggio è costituito da parole, ma le singole parole sono prive di

>> senso in un ambiente linguistico completamente decontestualizzato.

>

> Questo non è vero. I fonemi hanno un significato proprio, sia dal

> punto di vista meccanico-fisiologico sia dal punto di vista

> "onomatopeico".

 

Ho parlato di un ipotetico ambiente linguistico completamente

decontestualizzato. Volevo solo chiarire che non esistono le parole "in

sé", e se anche usi una parola da sola non la stai usando in sé ma in un

qualche contesto interpretativo sufficiente a conferirle un significato;

al limite anche in un contesto intepretativo minimo come quello

onomatopeico (nel quale chi ascolta sarà in qualche modo informato che

deve cercare una analogia *sonora* fra il significante ed il

significato, ma questo è un pur sempre un criterio di "codifica").

 

Come dicevo, la parola esiste solo all'interno di un "sistema" più

ampio, che è appunto un linguaggio, ma il linguaggio a sua volta è fatto

di parole...

 

Davide

 

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Da: QfwfQ (Maurizio)

 

> Se ci mettiamo la "tendenza" del singolo elemento all'aggregazione

> strutturata allora facciamo rientrare dalla finestra l'ingrediente

> teleologico che avevamo fatto uscire dalla porta.

 

L'ingrediente teleologico riguarda le finalità, non la direttrice di

formazione di strutture complesse. E io non ho parlato di finalità. Se un

gruppo, nel suo insieme, ha tendenza a (per esempio anche solo ad

aggregarsi, a stabilire interazione) non vi è nulla di teleologico perché le

forme di aggregazione, quanto più gli enti del gruppo sono "elementari",

tanto più sono aperte a una molteplicità illimitata di possibilità.

 

> La tendenza a produrre strutture organizzate è del sistema nel suo

> insieme, e non del singolo elemento. Così come si può parlare di

> temperatura e pressione di un corpo macroscopico, ma non di un singolo

> atomo.

 

Non ha senso pensare un'interazione che non sia prevista - nella forma più

generale possibile - dalle potenzialità degli interagenti. La tendenza

all'interazione va postulata senza sconti, salvo concepire l'assurdo dei

sistemi chiusi.

Che poi, una volta formatasi una certa "corrente" nell'ambito di tali

interazioni, essa influenzi le successive interazioni, in particolare

l'accoglimento di altri membri nel gruppo, va da sé.

Il seguente è un esempio che ho portato più volte in questi anni, ma mi

sembra tuttora significativo: se tu poni in una piazza una folla decerebrata

(priva di emozioni, di sensi e di bisogni di alcun genere), mai vedrai

formarsi alcuna forma di aggregazione; se tu vi poni invece una folla i cui

componenti hanno anche solo fame (e la sentono), tu vedrai invece col tempo

formarsi un'organizzazione: tutti tenderanno a orientarsi verso le sorgenti

di alimento, dapprima camminandosi in testa e poi, vedendo che ciò rende

difficile e doloroso l'accesso al cibo, si metteranno d'accordo in qualche

modo per minimizzare lo stress (che è spreco di energie e incremento della

fame) e massimizzare l'acquisizione di alimento.

 

Non è possibile, in altri termini, pensare alcun tipo di organizzazione se

non ne esistono le potenzialità negli enti interagenti. E se

l'organizzazione, in ipotesi formatasi, cessa di rispettare i dettati di

tali potenzialità, l'organizzazione si sbriciola, esplode, per quanto

potente essa sia. E ciò è proprio delle organizzazioni di natura fisica come

di quelle di natura sociale. Le forze di aggregazione di certi atomi, per

esempio, tendono a formare solidi, ma oltre un certo limite di aggregazione

si ha collasso (es. gravitazionale) perché le altre potenzialità

interattive-organizzative vengono congelate, inibite, "schiacciate"

dall'esprimersi esclusivo, prevaricatorio, di alcune di esse.

Ecco: ben diversamente da una teleologia, sono le potenzialità interattive

(relazionali) a determinare il campo dei possibili in termini di

organizzazione, e queste ultime devono ben guardarsi dal non tenere conto di

tutte le potenzialità stesse.

 

> Come faccia poi il sistema nel suo insieme a produrre strutture

> organizzate non è più un mistero da almeno vent'anni, basti vedere alle

> seguenti voci:

> - teoria della stabilità e attrattori (&"strani" e non)

> - gruppo di rinormalizzazione (Nobel a WWilson)

> - termodinamica irreversibile e strutturre dissipative (Nobel a Prigogine)

> - sinergetica, parametri d'ordine, princcipio di asservimento (metodi di

>    eliminazione adiabatica, varietà lente, ecc.)

 

Come sai, non mi faccio impressionare facilmente dagli ipse e dalle teorie

vigenti :-) e Prigogine è in ribasso, come tu stesso dicevi (infatti ora fa

il filosofo) quindi non portarmelo adesso a testimonial dei tuoi assunti :-)

Mi pare tuttavia che nessuna di queste teorie dia alcuna giustificazione del

perché ciò "possa" accadere. Del fatto che ciò accada siamo tutti

consapevoli senza che ce lo vengano a raccontare dei nobel: basta osservare

i gruppi umani.

Ecco: in quel possa è scritta la necessità (logica e ontologica) di

potenzialità interattive che poi giustificano tutte quelle teorie e qualche

centinaio di altre teorie. Una volta ammesso il preesistere di tali

potenzialità, di fatto in qualche misura tutte le teorie sono verificate.

In particolare, che poi nell'ambito-guida di tali potenzialità si

manifestino degli attrattori appare persino ovvio.

Gli attrattori sono come magneti, composti da magneti elementari

polarizzati. Il concetto di *polarizzazione* è un concetto secondo me

fondamentale per comprendere i processi di aggregazione e organizzazione.

 

>> ... I fonemi hanno un significato proprio, sia dal

>> punto di vista meccanico-fisiologico sia dal punto di vista

>> "onomatopeico".

>

> Ho parlato di un ipotetico ambiente linguistico completamente

> decontestualizzato.

 

Attenzione agli esperimenti ideali, come già dicevo a LG su questi stessi

schermi. Non devono essere contraddittori. Il "completamente" non ha senso,

così come non ha senso una completa deprivazione sensoriale. Sarebbe come

immaginare un ente in totale assenza di interazione, vale a dire come

sistema chiuso: che cosa mai lo delimiterebbe definendone anche solo la

forma? Paradossale.

Va quindi invece premesso che qualunque ente - anche verbale - non può

essere decontestualizzato, neppure idealmente.

Quindi una parola non può neppure essere pensata senza un contesto

linguistico (e quindi di relazione e di pensiero).

In altri termini, non puoi dire "parola" & "decontestualizzata": è

contraddizione nei termini. Cioè sofisma.

 

> Volevo solo chiarire che non esistono le parole "in

> sé", e se anche usi una parola da sola non la stai usando in sé ma in un

> qualche contesto interpretativo sufficiente a conferirle un significato;

> al limite anche in un contesto intepretativo minimo come quello

> onomatopeico (nel quale chi ascolta sarà in qualche modo informato che

> deve cercare una analogia *sonora* fra il significante ed il

> significato, ma questo è un pur sempre un criterio di "codifica").

 

Non puoi trarre conclusioni da una premessa contraddittoria. Pensare che una

 parola possa essere considerata  "in sé", per poter poi dire che non ha

significato, è come dire che l'acqua non è acqua e perciò non è acqua.

Una parola "in sé" nemmanco la puoi pronunciare, quindi argomentare su un

non-possibile per dimostrare che non ha significato è quasi epimenideo :-))

 

> Come dicevo, la parola esiste solo all'interno di un "sistema" più

> ampio, che è appunto un linguaggio, ma il linguaggio a sua volta è fatto

> di parole...

 

La sua struttura è molto più complessa, come dicevo nel post sull'articolo

pubblicato da Seastorm. La parola è una condensazione di processi che

affondano nel bios stesso, e che, in quanto espressa, è solo la periferia

del pensiero: è il prodotto che esce dalla fabbrica dopo adeguato marketing,

progetto, prototipazione, formalizzazione, ingegnerizzazione, produzione,

collaudo e certificazione di qualità :-)

 

queffe

 

PS: ma che ti hanno fatto di male i significati? :-)

 

****************************************************************************

 

Da:Davide Pioggia

 

>> La tendenza a produrre strutture organizzate è del sistema nel suo

>> insieme, e non del singolo elemento. Così come si può parlare di

>> temperatura e pressione di un corpo macroscopico, ma non di un

>> singolo atomo.

>

> Non ha senso pensare un'interazione che non sia prevista - nella

> forma più generale possibile - dalle potenzialità degli interagenti.

> La tendenza all'interazione va postulata senza sconti, salvo

> concepire l'assurdo dei sistemi chiusi.

> Che poi, una volta formatasi una certa "corrente" nell'ambito di tali

> interazioni, essa influenzi le successive interazioni, in particolare

> l'accoglimento di altri membri nel gruppo, va da sé.

> Il seguente è un esempio che ho portato più volte in questi anni, ma

> mi sembra tuttora significativo: se tu poni in una piazza una folla

> decerebrata (priva di emozioni, di sensi e di bisogni di alcun

> genere), mai vedrai formarsi alcuna forma di aggregazione; se tu vi

> poni invece una folla i cui componenti hanno anche solo fame (e la

> sentono), tu vedrai invece col tempo formarsi un'organizzazione:

> tutti tenderanno a orientarsi verso le sorgenti di alimento, dapprima

> camminandosi in testa e poi, vedendo che ciò rende difficile e

> doloroso l'accesso al cibo, si metteranno d'accordo in qualche modo

> per minimizzare lo stress (che è spreco di energie e incremento della

> fame) e massimizzare l'acquisizione di alimento.

 

Sì sì, ma continui a spostare l'attenzione su considerazioni che rendono

poco chiaro e poco visibile ciò che sto cercando di sottolineare.

 

Se voglio parlare dei colori e tu continui a proiettarmi delle pellicole

in bianco e nero non ti posso dire che non esistono i film in bianco e

nero, ma non posso parlare del rosso e del verde.

 

Quando faccio l'esempio del laser e dico che ad un certo punto

l'emissione può diventare "coerente", nonostante il fatto che ogni

singolo atomo tenda a farsi "gli affari suoi", sto cercando di dire che

un insieme di atomi può realizzare un comportamento collettivo

fortemente correlato nonostante i singoli atomi non abbiano nessuna

forma di rappresentazione del sistema a cui appartengono, né - tanto

meno - delle "finalità" da raggiunggere come elementi di quel sistema:

ogni atomo continua ad interagire con quelli più prossimi, e tuttavia si

stabiliscono delle correlazioni a lunga distanza fra le emissioni

fotoniche.

 

Oppure potremmo prendere l'esempio dei vortici nei liquidi. Quando

scarico l'acqua dalla vasca, in determinate condizioni si crea un

"vortice". Ora, il vortice è una struttura spazio-temporale quasi

periodica che coinvolge un gran numero di molecole d'acqua e realizza

delle correlazioni spaziali a lunga distanza. Tale struttura è

caratterizzata dal fatto che, quando insorge, fa scaricare l'acqua in un

tempo molto più breve di quello che sarebbe necessario se l'acqua

scendesse verso il canale di scolo in modo disordinato; non da ultimo

per il fatto che l'aria che deve essere espulsa verso l'alto non deve

salire a bolle, ma si trova un canale aperto al centro del vortice.

 

Ora, quando si descrive il vortice in questo modo e si osserva il modo

repentino in cui esso si forma (mentre in altre circostanze le molecole

d'acqua scendono per tutto il tempo in modo completamente disordinato e

scorrelato), si potrebbe quasi avere l'impressione che le molecole

d'acqua della vasca ad un certo punto si siano "messe d'accordo" per

uscire il più in fretta possibile, e si siano dette: <<mentre tu corri

in quella direzione io corro in quell'altra, e quella molecola là nel

frattempo si toglie dal mezzo, così apparirà un bel canale sulla

verticale del foro>> (perché, intendiamoci, a voler essere miracolistici

occorre dire che ogni vortice realizza il miracolo della "separazione

delle acque" di biblica memoria).

 

Perché ci sia questo "accordo" le molecole dovrebbero possedere:

 

1. un mezzo per rappresentare la vasca (ciò il sistema a cui

appartengono) nel suo insieme;

2. un mezzo per comunicare istantaneamente a distanza con le altre

molecole;

3. delle finalità proprie e di gruppo (= uscire in fretta dalla vasca).

 

 

In realtà, come sappiamo, ogni molecola è interessata solo dalla forza

di gravità e dalla coesione con le molecole vicine. Dal punto di vista

che interessa noi (quello del comportamento di gruppo e delle finalità)

la molecola è completamente "cieca". Eppure un insieme di molecole

d'acqua prive di correlazioni, di rappresentazioni collettive e di

finalità possono realizzare un comportamento collettivo che - a chi come

noi dispone di mezzi di rappresentazione e correlazione - appare

coordinato e finalizzato.

 

Già questo semplice esempio ci mostra che anche un "orologiaio cieco"

può aver creato l'universo. Il che non vuol dire che ci sia un

orologiaio che ha creato l'universo né che esso debba essere

necessariamente cieco. Vuol dire solo che l'ipotesi che l'universo sia

stato creato da qualcosa avente delle finalità e dei mezzi di

rappresentazione globale non è necessaria. Un insieme di fatti "locali"

e "ciechi" possono produrre un comportamento "globale" e "finalizzato"

(o, meglio, un comportamento che da chi - come noi - ha dei mezzi di

rappresentazione può essere interpretato in questi termini).

 

Quando poi si arriva a parlare degli esseri umani occorre stare attenti

a non confondere i due piani del discorso.

 

Un essere umano, dal punto di vista della gravità, è un grave come lo è

un sasso: lanciato da un aereo senza altri mezzi un corpo umano cade.

Poi però quello stesso corpo ti può recitare Shakespeare, cosa che il

sasso solitamente evita accuratamente di fare (o, per lo meno, non se

n'è mai visto uno farlo).

 

Ora, quando si fanno interagire fra loro degli esseri umani occorre

considerare che:

 

1. in generale abbiamo a che fare ancora con un sistema costituito da

oggetti elementari in interazione fra loro, e come tale un sistema di

esseri umani sarà coinvolto da tutti i fenomeni che interessano i

sistemi di questo tipo;

2. questi "oggetti" sono in grado di rappresentare (sia se stessi che il

sistema), immaginare, desiderare, e quindi saranno in grado anche di

fare "qualcosa di più" rispetto agli insiemi di molecole d'acqua o agli

atomi di un laser.

 

La cosa interessante però è che, come abbiamo visto, già le

"stupidissime" molecole d'acqua sono in grado di realizzare

comportamenti collettivi pur essendo completamente "cieche" rispetto il

sistema collettivo e le eventuali finalità collettive che tali

comportamenti realizzano.

 

Ne viene che un insieme di uomini è in grado di realizzare comportamenti

collettivi altamente coordinati e sincronizzati non solo quando i

singoli uomini che realizzano quei comportamenti ne sono consapevoli e/o

li hanno pianificati, ma anche quando essi per lo più ignorano persino

l'esistenza di quelle dinamiche collettive, o comunque non le hanno

pianificate o addirittura quando alcuni di essi vivono in maniera

frustrante l'insorgere ed il conservarsi di quelle dinamiche collettive

(conflittualità che si ripropone, ad esempio, nel rapporto che la

maggior parte delle persone hanno col denaro).

 

Ne viene che i tuoi amici in piazza che si "mettono d'accordo" sono

sicuramente in grado di realizzare dei sistemi cooperativi, ma lo fanno

nel modo più banale: con la piena consapevolezza del come e del perché

quelle dinamiche collettive vadano realizzate.

 

Molto più interessante è il caso in cui agendo "ciecamente" degli

individui siano in grado di realizzare delle strutture collettive

altamente correlate ed efficaci.

 

E' questo il caso ad esempio della economia reale. Non è che un bel

giorno tutti gli uomini si incontrano in piazza e dicono: «Istituiamo

una merce universale come denaro, poi tu coltivi i campi, io faccio e

bulloni, tu fai il medico ed usiamo il denaro per scambiarci i nostri

servizi ed i nostri prodotti.» Ciò che accade è che in economia

i più tendono a farsi - letteralmente - "gli affari loro", e se

potessero si approprierebbero di tutte le risorse di chi gli vive

accanto, lasciando ad essi l'onere di tutto il lavoro. Questo tipo di

interazione, dal punto di vista delle esigenze produttive collettive, è

"cieca" e "locale". Tuttavia un sistema in cui sussistano a livello

"microscopico" questo tipo di interazioni è in grado di produrre una

struttura economica "macroscopica" altamente produttiva ed efficiente.

 

Si tratta della famosa "mano invisibile" di Smith. Ma una volta che si

sia compreso il meccanismo della auto-organizzazione non c'è più bisogno

di Manone Invisibili e lungimiranti che trasformano l'egoismo dei

singoli nel benessere della collettività, così come non c'è bisogno di

Motori Immoti, Cause Prime (o Ultime) eccetera per rendere conto della

organizzazione della chimica del carbonio, della evoluzione delle specie

o che altro.

 

A questo punto però c'è da fare una considerazione piuttosto importante.

 

Abbiamo detto che un comportamento collettivo da parte degli esseri

umani può essere consapevole, voluto ed intenzionale, oppure ignoto e/o

non intenzionale. In linea di principio potremmo pensare che non è molto

importante conoscere il grado di intenzionalità e consapevolezza che

hanno realizzato quel comportamento collettivo: che il "contratto

sociale" sia il prodotto di una auto-organizzazione ignorata o che sia

un vero e proprio accordo fra persone che si sono viste in piazza non

cambia il fatto che una certa struttura sociale si regge su un piano

"contrattuale", in cui il "do ut des" agisce a tutte le scale (cioè sia

a livello microscopico nei rapporti elementari fra individui sia nel

rapporto dei singoli individui e dei gruppi con la collettività o parte

di essa).

 

La differenza fra i due casi si rende però essenziale nel caso in cui si

vada ad affrontare il problema della stabilità di quei comportamenti

collettivi.

 

Se il comportamento collettivo non è intenzionale allora significa che

esso ha una stabilità che non richiede l'intenzionalità dei singoli. Ne

consegue che in linea di massima esso si imporrà anche quando ogni

singolo individuo, "intervistato singolarmente", si dichiarasse

contrario a quel tipo di dinamica collettiva. Ancora una volta si può

prendere l'esempio del denaro e più in generale delle dinamiche

macroeconomiche. Probabilmente nove persone su dieci sono contrarie al

fatto che tutto si misuri col denaro, però con ogni loro singolo gesto

esse non fanno altro che accrescere il potere del denaro, e questo

perché il sistema nel suo insieme è "attratto" verso un tipo produzione

in cui lo scambio è mediato da una merce "universale".

 

E quand'anche un certo numero di persone si mettano d'accordo (o siano

costrette da dei sedicenti rivoluzionari) a realizzare delle "economie

artificiali" (cioè diverse da quella la cui stabilità è ampiamente

indipendente dalle intenzioni dei singoli) al più - usando una quantità

impressionante di energie e/o di violenza - potranno sortire l'effetto

di distruggere la stabilità della "economia spontanea" (perché ogni

attrattore, per quanto sia stabile, ha pur sempre un bacino di

attrazione limitato), ma in generale non potranno produrre una "economia

artificialmente stabile". Continueranno a cercare di far stare in piedi

l'uovo da solo, senza riuscirci e dovendo reggerlo continuamente, fino a

quando - esasperati e frustrati dalla propria iinsipienza - non

decideranno di distruggere l'uovo pur di non lasciarlo andare dove

"vuole lui".

 

E questo vale anche in senso inverso: se una certa dinamica collettiva

diventa intrinsecamente instabile, essa tenderà a perdersi anche quando

i singoli individui che partecipano (o partecipavano) a quella dinamica

la rimpiangono e vorrebbero impedirne la scomparsa. E' ciò che accade

nelle economie impazzite (con inflazioni giornaliere vertiginose), nella

caduta degli imperi e/o nell'avvicendamento delle classi sociali al

potere.

 

Insomma, se ci sono le condizioni ambientali perché il vortice si crei e

si mantenga stabile la gocciolina che non vuole partecipare al vortice è

"fregata", e continua ad esserlo anche se riesce a convincere molte

altre goccioline che non è il caso di stare nel vortice. E se invece non

ci sono quelle condizioni ambientali, quand'anche molte goccioline non

vedano l'ora di uscire dalla vasca dovranno farlo lentamente,

accalcandosi disordinatamente verso il buco, con il pericolo di farsi

pure male. Che è poi ciò che solitamente accade nei casi in cui si crei

il panico in ambienti affollati: la struttura ordinata che consente lo

sgombero nei tempi più brevi di solito è instabile in condizione di

panico diffuso, quando le interazioni "locali" fra individui non sono

più tali da consentire l'insorgere di correlazioni globali. Tu stesso

dicevi che se i tipi che si incontrano in piazza sono tutti

intellettualmente sottosviluppati (basta che siano dei bambini di un

anno) è più probabile che muoiano di fame piuttosto che si organizzino.

 

Questo ci mette di fronte al "problemone" che sta sotto a tutta questa

faccenda: il fatto che ci siano interazioni locali che si prestino a

divenire globali ed altre interazioni globali che non si prestino a

farlo, non implica forse che le interazioni locali del primo tipo sono

già potenzialmente globali? e che le dinamiche globali (e "finalizzate")

che vediamo insorgere concretamente in certe circostanze siano già

potenzialmente presenti in quelle interazioni che noi all'inizio abbiamo

giudicato, superficialmente, locali (e "cieche")?

 

Una dinamica apparentemente locale e cieca che produce un comportamento

collettivo finalizzato non è essa stessa già essenzialmente ed

implicitamente globale e finalizzata?

 

Questo è il problema dei problemi: capito questo, non ci sono più Troni.

 

E te ne rendi conto persino tu:

 

> Non è possibile, in altri termini, pensare alcun tipo di

> organizzazione se non ne esistono le potenzialità negli enti

> interagenti.

 

Questo problema fu enunciato per la prima volta in modo chiaro da

Aristotele, e ce lo trasciniamo immenso e monolitico ormai da

ventiquattro secoli e passa. E' il cuore del dibattito fra olismo e

riduzionismo, fra la filosofia del reale e del possibile, fra quella

dell'essere e quella del divenire.

 

Nel bruco c'è già la farfalla? Nell'uovo fecondato c'è già la persona?

Nella chimica del brodo primordiale c'è già intrinsecamente contenuta la

biologia, la vita, l'evoluzione delle specie e la comparsa

dell'autocoscienza?

 

A mio avviso questo problema ammette una soluzione.

 

Nel senso che:

1. si può dimostrare che tutte le domande "alla Qufù" (che poi sono una

versione divulgativa delle domande "alla Aristotele") sono domande prive

di senso;

2. tali domande possono essere sostituite da altre che inquadrano il

problema della "esplicitazione dell'implicito" in termini sensati;

3. a queste ultime domande si può dare una risposta.

 

I tre punti che ho appena esposto, però, più che essere una realtà sono

ancora una speranza, nel senso che si tratta di "work in progress".

 

Io ritengo che gli ingredienti importanti per finire questo lavoro ci

siano già tutti e si tratti semplicemente di combinare bene tutti i

tasselli del puzzle, finendo le parti che si erano lasciate indietro

"perché tanto si sa già che non costituiscono un problema serio". Potrei

dire quindi che il 90% del lavoro è fatto.

 

Però quel 90% lì, per chi è critico nei confronti di questa linea di

ricerca, è una emerita stronzata, e giustamente uno così ti dice: «Non

mi frega un cacchio se tu credi di essere sulla dirittura di arrivo per

risolvere il problema: portami la tua soluzione del problema e poi

vediamo se "tiene".»

 

Dal momento che la soluzione del problema ancora non "tiene", e che per

di più anche il problema meglio risolto non potrà mai "tenere" di fronte

agli attacchi di chi non è disposto in alcun modo ad accogliere un certo

punto di vista […]

 

[…]

 

Quanto a questo:

 

> Come sai, non mi faccio impressionare facilmente dagli ipse e dalle

> teorie vigenti :-)

 

ti rispondo che come sai non mi nascondo dietro il dito

della auctoritas e/o delle cose "alla moda", tant'è che se c'è uno qui

che sputtana quelli che puntano le citazioni (e le scansioni) "à la

page" contro i classici, quello - mio caro - c'èst moi.

 

D'altra parte se uno ti dice che la serie di Zenone è infinita tu che

puoi fare se non indirizzarlo verso un testo di analisi? L'alternativa

sarebbe quella di scrivere tutto un corso di analisi. Ma che fatica,

quanti cecchini, e per chi, per che cosa poi?

 

[…]

 

 

> Attenzione agli esperimenti ideali, come già dicevo a LG su questi

> stessi schermi. Non devono essere contraddittori.

> [...]

 

[…]

 

Questa faccenda del linguaggio per me non è essenziale e la portavo solo

come possibile "addentellato".

 

Provo lo stesso a spiegarmi con un esempio […]

 

Supponiamo di aprire due pagine a caso da due diversi libri di cui non

sappiamo nulla, e che in una pagina si parli di "lavoro" e "sindacato

dei lavoratori", mentre nell'altra si parli di "lavoro" ed "energia

cinetica".

 

Ora, il "significato" (rotfl) della parola lavoro nei due casi, come

avrai già capito pure tu, non è lo stesso: nella prima pagina ci si

riferisce a persone che si alzano la mattina per andare a "faticare" e

devono portare a casa lo stipendio a fine mese; mentre nel secondo caso

ci si riferisce all'integrale del prodotto vettoriale della forza per lo

spostamento differenziale bla bla bla.

 

Quei due "lavori" lì non sono di certo la stessa cosa. E come facciamo a

saperlo? Perché sono collocati in due contesti diversi. Ma cosa

definisce, ad esempio, il primo contesto, se non il sistema costituito

dalle due espressioni "lavoro" e "sindacato dei lavoratori"? Ne viene

che i termini lavoro e lavoratori da una parte definiscono il contesto,

e dall'altra sono definiti dal contesto stesso. Si potrebbe essere

tentati di dire che è il "sindacato" che discrimina i due casi. Ma se

anche nella prima pagina io avessi trovato scritto "lavoro" e

"lavoratori" avrei capito lo stesso che si parlava di quella cosa che ti

consente di portare a casa lo stipendio.

 

Verrebbe da dire che a rigore se non si può dire nulla del "lavoro"

fino a quando non sia chiaro il contesto, allora quando anche io veda la

coppia (lavoro, lavoratori) essa resti priva di significato fino a

quando non è definito il contesto. Solo che è proprio la coppia (lavoro,

lavoratori) che definisce questo contesto!

 

[…]

 

Davide

 

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