Buona
lettura, da Akari.
-guarda,
Haruko…è venuta anche oggi!-
-…-
-come
mai verrà qui tutte le volte? Non è del fan club di Rukawa, e da quando si è
trasferita allo Shohoku non manca nemmeno ad un allenamento…-
-cosa
Fuji? Non dirmi che non lo sai…l’hanno vista anche ieri sera qui in
palestra, e a quanto pare ci si vede da un bel pezzo con-- ma la parlantina di
Matsui fu prontamente interrotta da una gomitata dell’amica
-cosa
stavi dicendo, scusa?- chiese un po’ distratta Haruko alla compagna
-niente,
niente…solo strane voci senza senso che girano…piuttosto hai visto come
gioca bene Rukawa oggi? È proprio al massimo della forma- rispose Fuji al posto
dell’amica, provando a cambiare argomento
-non
è solo oggi…è da molto, molto, tempo che sta dando letteralmente l’anima
al suo gioco…- disse Haruko guardando soprappensiero le azioni di Rukawa -più
precisamente da quando agli allenamenti…agli allenamenti viene anche lei…-
La
ragazza non aveva ancora finito la frase che il n.11 eseguì una splendida
schiacciata a canestro…davvero spettacolare.
Haruko
se ne era accorta.
Anche
stavolta, appena terminata l’azione, aveva volto lo sguardo verso di lei. Un
millesimo di secondo o anche meno, ma anche stavolta, come tutte le altre volte,
quella ragazza era stata al centro dell’attenzione di Rukawa.
In
quei momenti per lui c’era solo lei, lei e nessun altra.
E
questa certezza, la certezza di una ragazza innamorata del ragazzo sbagliato, la
faceva stare male, male da morire.
-lui…lui
non mi ha mai nemmeno rivolto lo sguardo- sussurrò sentendo le lacrime
sgorgargli piano dagli occhi -lui non mi guarderà mai così…- disse
allontanandosi dalle altre con una mano sul volto.
-hei,
che ti prende?- le chiese Matsui
-nulla…di
questi tempi ho la lacrima facile…-
Una
bugia, una bugia grande come una casa. Perché se negli ultimi tempi non faceva
che piangere, una ragione c’era, e ben precisa.
-su,
perché non andiamo a bere qualcosa alla mensa della scuola?- le chiese Fuji,
intuendo i sentimenti dell’amica
-si…forse
è meglio che cambiamo un po’ aria…- rispose Haruko tirando su col naso e
dirigendosi con le compagne fuori dalla palestra.
Vieni
tutti i giorni agli allenamenti.
La
sensazione che provo quando ti vedo arrivare è sempre diversa, ogni volta più
intensa dal primo giorno.
Eri
entrata perché avevi sentito il rumore del palleggio dei nostri palloni. Appena
arrivata allo Shohoku, e spaesata dal nuovo ambiente, è stata questa la
prima cosa che hai detto, quando senpai Ayako ti aveva vista assumere
quell’espressione estasiata varcando la porta.
Non
ho mai visto degli occhi luminosi come i tuoi.
Sembrava
che la vista di questo gioco ti accendesse una scintilla, che il tuo sguardo
rapito dal campo si volesse dissetare nel seguire le nostre azioni.
E
poi, hai guardato me.
Hai
guardato il mio gioco, seguendo i miei movimenti con una tale attenzione da
farmi sentire sotto esame. Credevo di essermi abituato, a forza di pubblico
urlante e telecamere, allo sguardo della gente…e invece, non era così. Perché
pian piano, coi giorni, sentivo che il tuo sguardo era l’unica cosa a cui far
riferimento, l’unico specchio attraverso cui valutarmi.
Cominciavi
a diventare così importante che il mio gioco ne risentiva i giorni delle tue
rare assenze.
Ogni
volta, anche se la mia vista era concentrata sul campo, la mia mente, i miei
movimenti, ogni fibra del mio essere, erano dedicate a te in quei momenti.
Solo
per te.
Avrei
tanto voluto venire verso di te, durante qualche pausa, per avvicinarmi di più
ai tuoi occhi.
Mi
ci sarei voluto specchiare per ore in quei begli occhi. E poi, magari, sentire i
tuoi morbidi capelli scorrere piano tra le mie dita, sentirmi dedicare qualche
tua rara parola, e abbracciare piano la tua vita sottile.
Invece,
me ne stavo semplicemente seduto dov’ero, accontentandomi di percorrere con lo
sguardo i tuoi lineamenti…di osservarti mentre rispondevi alle domande di
qualche ragazzo attirato come me dalla tua bellezza, o provare a comprendere
quali fossero i tuoi pensieri.
Perché
tu, sei un po’ come me.
Sempre
leggermente in disparte dagli altri, senza mai dire parole inutili, con quel
modo di fare che non vuol lasciar trasparire emozioni.
Non
avevo mai provato nulla del genere. Era...una sensazione strana. Mi bastava la
tua vista per farmi provare tutte quelle forti sensazioni che solo il basket,
prima, mi aveva trasmesso.
-Katoh
Fuyumi, secondo anno, sezione A- un’anziana signora della segreteria stava
leggendo ad alta voce le parole scritte sul mio modulo d’iscrizione, mentre,
producendo rapido ticchettio di tasti, anche il resto dei dati veniva registrato
sul vecchio computer.
Casa
nuova, scuola nuova, vita nuova. L’ultima cosa che avrei desiderato al mondo,
fino a quando qualche settimana fa non mi sono trovata di fronte al dato di
fatto. Il dannato trasloco, tanto desiderato da mio padre, si era concretizzato
senza che mi fosse stato concesso d’esprimere il minimo parere. Ovvero che
avevo tanta voglia di trasferirmi quanta di perdere di colpo tutti i capelli.
-siamo
a posto, ragazza mia- mi dichiarò con un sorriso la donna di fronte a me
-benvenuta allo Shohoku!-
Probabilmente
se mi avesse conosciuta meglio, si sarebbe risparmiata l’augurio, dato che a
quella scuola di periferia non c’ero venuta per niente bene. E infatti, come
volevasi dimostrare, l’inizio fu letteralmente uno schifo. Ero così
indisposta all’idea di ricominciare da capo, da render vana qualsiasi
possibilità di cucire un rapporto amichevole con i miei compagni di classe. Non
sono mai stata una tipa estroversa dal sorriso pronto, ma in quell’occasione
diedi proprio il peggio di me. Il problema di far amicizia
non mi si pose nemmeno con i ragazzi della classe…mi erano bastati i
primi dieci minuti per capire come andassero le cose lì dentro: appena entrata
in classe, prima del benvenuto sono piovuti apprezzamenti - nemmeno troppo
sottovoce - sulle mie forme. E le
ragazze mi hanno additata. Non rimaneva che ignorare le loro e le loro
provocazioni e cercare di sopravvivere nel modo migliore possibile in
quell’ambiente opprimente.
Fu
solo dopo la prima settimana che io, senza un’amicizia e con già una
reputazione da solitaria egocentrica, mentre mi incamminavo per l’uscita
posteriore dell’edificio, trovai un primo stimolo che cominciasse a rendermi
piacevole la vita da liceale. Dalla palestra, si sentiva l’inconfondibile
rumore della sfera arancione sul parquet. Era una specie di richiamo per me, così
senza quasi pensarci ero entrata a vedere chi giocasse. La squadra del liceo,
stava facendo un incontro d’allenamento di basket.
Mi
mancava tanto, il basket, e guardando quella ventina di ragazzi giocare con
tanto impegno fui presa da una nostalgia incredibile.
Devo
aver assunto un’espressione particolarmente imbambolata e assorta, perché
dopo un po’ una ragazza dai lunghi ricci mi si avvicinò chiedendomi se avevo
bisogno di qualcosa.
-no,
ho solo sentito il rumore dei palleggi, e sono entrata.- risposi a quella che più
tardi mi si sarebbe presentata come Ayako, la manager.
Era
la prima volta da quando ero arrivata in questa scuola, che cominciavo a
sentirmi a mio agio, grazie a quell’ambiente così carico di vita. Così da
quella volta, decisi di non perdermi più un allenamento e venire lì ogni
giorno.
Fu
così che pian piano, riuscii a provare anche un po’ di serenità…sentimento
che negli ultimi mesi mi era diventato terribilmente estraneo.
Avevo
cominciato ad imparare a memoria tutti i nomi dei componenti della squadra, e
poi anche a parlare un po’ con qualcuno. Non che ci tenessi un gran dialogo,
però era pur sempre piacevole riuscire a parlare senza quell’oppressione che
avevo in classe con qualcuno.
A
dire il vero, avrei tenuto ad avere qualche scambio di parola anche con il
ragazzo con i capelli neri. Quello che faceva l’asociale, e parlava, se andava
bene, dieci secondi al giorno. Ma, pensavo, eravamo troppo simili.
Per
due individui così trovare l’occasione di avere a che fare con l’altro,
sarebbe stato quasi impossibile…e ogni volta che ci pensavo me ne rodevo il
fegato.
Ma
i cattivi pensieri, svanivano in un istante mentre lo vedevo giocare. Osservare
il suo gioco mi trasmetteva un’emozione incredibile, non avevo mai visto nulla
del genere…così cominciai a seguire tutte le partite della squadra, oltre
agli allenamenti.
Era
davvero fenomenale, sembrava quasi che quel pallone fosse un prolungamento delle
sue braccia. Finché non andava a canestro, ovviamente.
Non
era un caso, comunque che io amassi tanto questo sport. A differenza di tutte le
altre spettatrici, o quasi, non ero lì per “quei gran fighi”, vestita da
ragazza pon pon americana ad urlare come una pazza tutto il giorno. Io, a basket
ci avevo giocato per tre anni, alle medie. Ricordo che l’ultimo anno, ci
eravamo anche classificate seconde, nel girone femminile, in tutta la
prefettura. Era stato uno dei periodi più belli della mia vita. Poi, però,
alle superiori scoprii che di squadre per ragazze non ce n’erano, ed era
impensabile fare allenamento con i ragazzi…così, a mio malincuore, ci
rinunciai e mi accontentai di fare, ogni tanto, ancora qualche tiro su un
tabellone di fortuna davanti al portone del garage.
So
che può sembrar strano, però guardare degli altri allenarsi mi serviva per
alleviare questa speciale nostalgia.
Poi,
un giorno, per la prima volta, io e Kaede ci siamo parlati.
Gli
allenamenti erano appena finiti, ma io, come sempre, ero rimasta in
palestra…ci rimanevo sempre qualche minuto in più, tanto non avevo fretta di
tornare a casa.
Guardavo
distratta fuori dalla porta gli studenti che tornavano a casa insieme ridendo.
Non so esattamente cosa provavo, forse un po’ di malinconia.
Poi
il rumore di un palleggio, e la palla arancione che mi vola letteralmente tra le
braccia. Era quasi…calda. Non mi ero nemmeno accorta che Rukawa si fosse
fermato ad allenarsi ancora.
Ancora
un pallone da basket tra le mani, una palestra illuminata dai raggi del sole,
l’eco di ogni scricchiolio che risuona, come in una valle.
Quanti
bei ricordi.
-passami
la palla-
Guardai
il ragazzo poco distante in volto. Nonostante il tono, non mi sembra
spazientito.
Era
più forte di me, mi pervadeva di nuovo quelle sensazione.
E
allora, cominciai…sentivo quasi di doverlo fare, e palleggiai. All’inizio un
palleggio un po’ scoordinato, poi pian piano quello sciolto e sicuro di un
tempo.
Palleggiavo
sentendo forte il rumore del mio battito cardiaco, mentre entravo in campo. Lo
sentivo davvero forte, il mio cuore che batteva.
Il
corvino continuava a guardarmi, ma stavolta non disse niente.
-prova
a prendermela-
Mi
avvicinai ancora un po’, quel tanto che bastava. Quel ragazzo mi guardava un
po’ stupito, mi sa che non se l’aspettava.
-scartami.
Ne sei capace, da quanto ho visto fino a oggi- ripetei tranquilla guardandolo
negli occhi. Aveva degli occhi davvero freddi.
-…-
“Forse
non vuoi giocare contro una ragazza? Peccato, perché io ne ho proprio voglia.
Sto morendo dalla voglia, esattamente!”
Allora
mi piantai davanti a lui, e con uno scarto velocissimo mi diressi verso il
tabellone e tirai.
Canestro.
Che bella sensazione, quel canestro…dopo tanto tempo, poi.
Sapevo
benissimo di aver preso il mio avversario alla sprovvista, e immaginai anche che
fosse tornato in palestra per degli allenamenti seri, e non per giocare contro
una ragazzina sconosciuta.
Così
gli passai la palla e mi avviai all’uscita. Era da tanto che volevo togliermi
quello sfizio, e finalmente ci ero riuscita…tanto bastava.
-mi
hai colto di sorpresa- mi girai a
guardarlo
-adesso
sta a me l’attacco- continuò il ragazzo, con un’espressione quasi
imbarazzata, ma sempre con quel velo di freddezza.
Non
potei far a meno di fare un sorriso…abbozzarlo almeno.
-allora,
fatti sotto- gli risposi mettendomi in posizione.
Che
bello, anche lui aveva voglia di giocare contro di me!
Ci
eravamo divertiti tantissimo quel pomeriggio, anche se ovviamente nessuno dei
due ebbe il coraggio di dirlo all’altro.
Semplicemente
finito l’incontro, che avevo perso in maniera eclatante, senza quasi salutare
si era preso le sue cose e si era chiuso nello spogliatoio.
Ma
che gentile, piantarmi in mezzo al campo come una cretina…non ero riuscita a
segnare nemmeno un quarto dei suoi punti. Però, non me l’ero di certo
presa…in fondo non potevo pretendere di battere un ragazzo, tra l’altro così
bravo, dopo 2 anni di inattività.
Così
presi su anch’io le mie cose e me ne tornai a casa, stanca morta ma
contentissima.
Da
quel pomeriggio, mi fermai regolarmente in palestra ogni volta che Rukawa voleva
farsi un’oretta di allenamento supplementare.
Ogni
tanto garreggiavamo ancora, oppure, me ne sto semplicemente in seduta ad
osservarlo assorta.
C’erano
un sacco di ragazze che gli correvano dietro perché dicevano che è stupendo,
il ragazzo più bello del nostro liceo e un sacco di altre manate varie…ma
nessuna di loro lo conosceva veramente. Loro di lui conoscevano solo i tratti
del viso e il suo bel fisico, ma nient’altro. Non potevano capire che c’era
dell’altro. Anche se, io stessa che tanto mi ci impegnavo, non riuscivo ancora
a capirlo come avrei voluto…
Sapevo
solo che, se così lo potevo definire, lui era l’unica persona amica in quel
liceo. Qualcuno che non mi aveva mai giudicato o fatto domande sul perché io mi
comporti in questo modo così distaccato, e che, ne ero sicura, non l’avrebbe
mai fatto.
Come
avrebbe potuto, d’altronde…anche lui era così.
Dato
che mi è sempre piaciuto così tanto vederlo giocare, un giorno glielo avevo
detto mentre tornavamo a casa. Eravamo appena usciti dalla palestra e stavamo
percorrendo insieme il breve tratto di strada che avevamo in comune, così prima
di separaci gliela buttai lì, senza nemmeno aspettarmi molto di risposta. Tanto
lo conoscevo.
E
infatti, come suo solito, nemmeno mi aveva risposto e mi aveva accennato
malapena un saluto.
Però
aveva fatto un sorriso, appena mi aveva dato le spalle. Non l’avevo mai visto
con quell’espressione in volto, così lì per lì venne da sorridere anche a
me per reazione.
Anche
se non lo sa, tengo dentro di me quell’episodio come un ricordo speciale.
Credo che un sorriso fatto da qualcuno che non manifesta un minimo di reazione
di felicità nemmeno dopo aver vinto le eliminatorie scolastiche, valga più di
mille altri.
CAPITOLO
III
Non
ce la faccio più, è terribile vederla in questo stato. Sono fuori dalla porta
del bagno da almeno dieci minuti, ma nonostante le mie insistenze non si decide
ad aprirmi. Tanto lo so che non ha mal di stomaco, la sento che sta piangendo di
nuovo.
-per
favore, aprimi. Ormai sono andate via tutte-
Niente
da fare…continua a singhiozzare sottovoce, quasi si vergognasse a farsi vedere
anche da me.
Da
me, che sono la sua migliore amica.
Lo
so benissimo cos’è successo…li ha visti di nuovo insieme per i corridoi e
non ha retto. Vorrei tanto dirle che tra loro non c’è niente, o che si tratta
solo di un’amicizia, oppure che al massimo sarà una cosa da poco. Però non
lo faccio, perché sarei la prima a non credere alle mie parole.
Loro
non sono di quelle coppiette mano mano per i corridoi, né da avere effusioni in
pubblico o cose del genere. Non si sa nemmeno con certezza se stiano davvero
insieme.
Però
lo vedo, come Rukawa guarda quella ragazza quando camminano insieme, il modo in
cui la tira leggermente a sé se rischia di essere urtata da qualcuno, o il suo
sguardo quando deve tornare in classe.
La
adora, ha lei accanto e non vuole nessun’altra. Sembra che insieme al basket,
lei sia l’unica cosa importante per lui.
Ovviamente
anche Haruko, se ne è accorta…anche se non si direbbe, per queste cose ha
occhio. All’inizio probabilmente la cosa le era ancora sopportabile dato che
non si parlavano mai, ma da quando li ha visti uscire insieme dalla palestra, la
settimana scorsa, il suo cuore non ha più pace.
Per
favore, lascialo stare quel galletto, non vale la pena che tu sprechi le tue
lacrime per un ragazzo così freddo e distaccato dal mondo. Dimenticati di lui,
perché a lui di te non è mai importato niente, e tu adesso che te ne sei
accorta veramente, non struggerti l’anima.
-Haruko,
ti prego…- ormai non mi interessa più farla uscire in tempo per la lezione,
l’importante è che non si faccia ancora più male di quanto già non abbia
fatto. Finalmente la porta del bagno si apre.
-oh,
Fuji…!- mi dice prima di riscoppiare in lacrime tra le mie braccia. Piange in
modo così disperato che mi sembra quasi di stringere un neonato a cui hanno
portato via la mamma.
-lei…lui
non mi…- cerca di continuare con la voce rotta -io…quella ragazza…la
odio…ma perché proprio lei..?!-
-non
piangere più, Haruko. So che è difficile, è terribilmente difficile doverli
anche vedere insieme, quasi ogni giorno. Però non devi più pensarci, tu devi
dimenticarlo…lui non fa per te.-
Non
è così che riuscirò a farti smettere, però almeno ci provo. Fa male anche a
me, vederti così.
-no…-
mi fa scuotendo la testa sulla mia spalla -io…non ci riesco. Non ce la farò
mai…-
Che
cosa posso fare per te, amica mia?
Poi,
quasi all’improvviso, mi successe una cosa un po’ strana. Mi stavo
sorprendendo nel provare qualcosa di strano…inspiegabile. E molto intenso.
Me
ne sono resa conto mentre ero in palestra, dove stavo quasi sempre. Mentre lo
guardavo giocare contro la squadra del terzo anno.
I
suoi movimenti lasciavano trasparire un impeto, una tale energia che prima non
mi avevano colpita come adesso. Vederlo così spesso per me era diventato così
naturale che mi ritrovavo a pensare a lui anche fuori dalla palestra.
All’inizio
mi ero detta che forse mi succedeva solo perché non avevo mai incontrato una
persona come lui, e che allora fosse naturale continuare a pensarci.
Poi
però, mi sono ritrovata a pensare a lui anche in classe, per i corridoi, da
sola o in compagnia, sempre e sempre più spesso.
Forse
ero ancora in tempo a far scivolare via dalla mia mente quella specie di ipnosi,
ne ero convinta…ma davvero lo volevo? Già, perché a conti fatti, si trattava
di un’ipnosi molto piacevole.
Non
ci capivo più nulla. Anche perché tra noi due, non c’era quella parlantina,
quel minimo di contatto fisico come un abbraccio quando ci si incontra, o quei
bisticci come con il suo amico-nemico.
Lo
invidiavo da morire, quando litigava con lui. Almeno, lui aveva la possibilità
di avere un approccio diretto, anche se di rivalità, con lui. E poi, gli poteva
star sempre così vicino.
Allora
sono cominciati i crogioli, le insicurezze che trasparivano nel vederlo così
lontano da me, le continue domande su quale reazione avrei dovuto attuare. Finché
questi sentimenti, quando vedevo qualche ragazza avvicinarsi a lui e parlargli,
si sono trasformate in fitte al cuore.
Non
ce la facevo più, nemmeno giocare a basket riusciva a calmare questi pensieri,
o a darmi più decisione sul da farsi.
Allora,
è questo che voleva dire essere innamorati?
Da
quando abbiamo cominciato ad avere un rapporto più amichevole, ho pensato di
essere davvero il ragazzo più fortunato della terra. Poterti avere accanto così
spesso, ricevere uno di tuoi quei bellissimi sorrisi quando finivamo di giocare,
camminare fianco a fianco quando ci incontravamo per i corridoi o andavamo verso
casa.
Era
tutto così semplice, così bello, che la mattina guardandomi allo specchio mi
chiedevo se davvero non avessi fatto un lungo, dettagliatissimo sogno.
Pensavo
che niente avrebbe turbato il nostro rapporto, che nulla mi avrebbe reso più
felice di un tuo sguardo gioioso.
Non
me ne fregava niente di tutte quelle galline che appena hanno capito cosa
provavo si sono fatte prendere dall’isteria, niente nemmeno dei miei compagni
che commentano delusi il loro insuccesso verso di te.
L’unica
cosa che conta, era poter vedere il tuo viso sereno.
Però,
in quel periodo, sei diventata strana.
Sembravi
sempre distratta, sempre assente in chissà quale pensiero quando siamo insieme,
e ogni tanto, assumevi quell’espressione così triste nel guardarci dalle
tribune.
Quando
ci fermavamo a garreggiare, non mi guardavi nemmeno negli occhi, e non mi
parlavi più come prima.
Che
cos’hai?
Dovevo
chiedertelo, lo so. Mettere da parte l’orgoglio che mi impedisce di farti
capire quanto tengo a te, e sprecarmi in qualche parola di più del solito.
Almeno una volta, per te, dato che è solo a te che penso, da quando sei entrata nella mia vita.
CAPITOLO
IV
Era
molto in anticipo quel giorno, constatò la ragazza guardando l’orologio. Si
era avviata prima verso l’enorme palestra perché quel giorno praticamente non
aveva pranzato. Mancava ancora un quarto d’ora, anche se probabilmente Kaede
era già arrivato, e si stava esercitando senza aspettare gli altri…tipico. La
cosa migliore, quando non sei più una matricola in un club sportivo, è non
dover più pensare alle pulizie…chissà l’anno prima come se la cavava lui,
con scopettone e straccio in mano, pensò Fuyumi sorridendo sotto i baffi
all’idea.
Il
suo sorriso, però, durò poco. Tre ragazze erano uscite da chissà dove, e si
erano parate di fronte a lei…quella con il taglio corto la conosceva, era
della sua classe. Le altre due, a giudicare dall’abbigliamento, dovevano
essere del fan club di una sua conoscenza.
-dì
un po’ Katoh, come va?- chiese una di quelle in divisa con la voce di una che
si sta assicurando della salute di un animale, prima di accoltellarlo e
mangiarselo.
-bene-
rispose semplicemente lei avvertendo una tensione quasi palpabile. Ma che cosa
volevano quelle da lei?
-e
lui come sta? Diccelo un po’, dato che sembri essere diventata la sua ombra-
la incalzò ancora quella.
-lui
chi?- rispose la ragazza fingendo di non aver capito. Non voleva continuare quel
discorso, voleva solo andarsene via e non parlar più con quelle ragazze
-non
fare la gnorri, dato che di persone con cui parli in questa scuola non sono più
di una. E guarda caso, quella persona è proprio Kaede Rukawa, il ragazzo della
porta accanto- continuò questa sarcastica, inasprendo il tono della voce.
Quelle parole fecero molto male a Fuyumi.
-adesso
calmati Rika- intervenne quella che sembrava la più calma delle tre. Anche lei
però le stava regalando solo cattive occhiate -vogliamo solo sapere se ci stai
insieme. Ci sembra più che legittimo saperlo, dato che, come ben sai, lui piace
a moltissime di noi-
E
questo cosa significava? tre sconosciute le piombano davanti all’improvviso e
le andavano a chiedere una cosa del genere con quel tono? Già nei rapporti
sociali era un disastro, figurarsi se adesso si sarebbe messa a dar loro una
ragione per prenderla a mazzate.
-rispondi,
o non hai capito?- riprese ancora più nervosa quella con i capelli neri -allora
è vero che sei una specie di autistica, anche se a quanto pare con i ragazzi te
la intendi bene-
-adesso
devo andare- rispose fredda Fuyumi sorpassandola. Sentiva che sarebbero
cominciati gli insulti.
-torna,
qui che non abbiamo finito!- le disse l’altra prendendola per la camicia -ma
chi ti credi di essere?! L’ultima arrivata da chissà quale topaia, che da un
giorno all’altro senza degnare nessuna nemmeno di un saluto, si fila il più
figo della scuola?!- Fuyumi spostò lo sguardo sulle altre due. Quella che aveva
parlato prima la guardava con odio, ma non si era mossa. L’altra con il taglio
alla paggetto invece non aveva detto niente, e osservava la scena con aria quasi
distaccata.
In
ogni modo, non voleva dare modo a quella prepotente di far scattare una lite o
una cosa del genere. In quei casi basta che apri bocca per far scattare la
scintilla.
-rispondici,
brutta stronza- continuò per l’amica la seconda cominciando a perdere la
pazienza.
-questi
sono affari miei- le rispose. Non si sarebbe abbassata a insultarle a sua volta,
ma questa risposta era ugualmente tagliente.
-dì
un po’, ti ci strusci solo addosso o te lo sei già fatto, troietta?!- la
ragazza si avvicinava sempre di più a lei, ma Fuyumi non era intimorita. Però
cominciava ad arrabbiarsi anche lei.
-sai
una cosa? Può darsi.- le rispose allora con uno sguardo di sfida, stanca di
sentirsi attaccare senza reagire. Le stava bene.
A
questo punto la tipa dai capelli corvini non ci vide più, e si scagliò su di
lei con una tale rabbia da spaventare un grizley. In un secondo la ragazza era
per terra, sentendo la propria guancia in fiamme. Quella pazza l’aveva
graffiata, e probabilmente non si sarebbe limitata a questo se l’amica non
l’avesse fermata trattenendola fisicamente.
-andiamocene
subito, guarda chi sta arrivando!-
-se
hai capito che è meglio non provocarci più con le tue fusa da gatta morta al
NOSTRO Rukawa…- disse prima di correre via con l’amica. La terza invece,
come una semplice spettatrice che se
ne
va dal cinema, dopo averle lanciato uno sguardo indifferente, si diresse dalla
parte opposta.
Quelle
maledette le avevano messo le mani addosso, l’avevano insultata e avevano pure
preso a calci la sua già malconcia cartella. Era arrabbiata come non mai.
Però,
purtroppo, sentiva che non avevano nemmeno del tutto torto. Era vero che non
aveva amiche, era vero che faceva la glaciale con tutti e non salutava nemmeno
gli altri. Ma lei aveva sempre considerato il suo rapporto con Rukawa una
cosa…quasi naturale.
Possibile
che invece, il suo fosse un atteggiamento sbagliato? Sapeva di non essere quello
che era stata definita, ma sentiva anche che forse c’era un fondo di ragione
da parte delle altre in quello che aveva subito.
:::
La
scena che si era appena presentata al corvino era decisamente insolita. Quando
mai, alla sua vista, invece di rincorrerlo o osservarlo di nascosto, due ragazze
del suo fan club scappavano via quasi spaventate? La cosa puzzava di bruciato
lontano un km. Rukawa sentiva che qualcosa non andava, e che probabilmente non
solo lui ne era coinvolto, così affrettando il passo, si diresse dietro
l’angolo in fondo al muro da dove le tre erano sbucate.
Ci
aveva visto bene, e con una stretta al cuore notò che là in fondo si trovava
una ragazza di spalle, intenta a raccogliere da terra il contenuto della sua
cartella. Era Fuyumi.
-cos’è
successo?- le chiese il ragazzo avvicinandosi a lei, senza ottenere risposta.
Diavolo, era lui quello che non rispondeva alle domande!
-ti
hanno fatto qualcosa?- continuò
-niente.
Lasciami in pace- gli rispose fredda la ragazza. Non aveva molta voglia di
guardarlo in faccia.
-dai,
girati- cercò di dissuaderla lui avvicinandosi ancora. Per tutta risposta
Fuyumi scosse la testa e con la cartella in mano cercò un via di fuga di fronte
a lei.
-e
non fare la mocciosa- in modo né troppo gentile ma nemmeno prepotente il
ragazzo le afferrò il polso e la tirò verso di se, costringendola a voltarsi.
Molto indelicato, ma l’unico sistema che conosceva per rivolgersi a lei, in
quel momento. Aveva tutto il viso rosso, e un’espressione che non le aveva mai
visto.
-e
questi sarebbero niente?- le chiese guardando le tre strisce rosse che le
attraversavano parallele la guancia. -perché ti hanno fatto una cosa del
genere?-
-lascia
perdere- cercò inutilmente di svincolarsi lei, trattenendo le lacrime a stento.
Non voleva assolutamente scoppiare a piangere davanti a lui, sarebbe stato
davvero troppo.
-vieni
con me in infermeria, che ci devi mettere almeno del disinfettante lì sopra.-
le disse in modo un po’ meno brusco di prima. Proprio lui che alla stessa
identica richiesta fatta da una sua coetanea, circa un anno prima, se ne era
andato senza nemmeno guardarla in faccia. Ma con Fuyumi, cambiava tutto.
Avrebbe
voluto tutto fuorché vederla soffrire a causa sua, e invece stava accadendo
proprio quello…e lui non era nemmeno capace di farle dei discorsi che le
avessero potuto dare la lontana idea di quello che sentiva per lei. Era quasi
una tortura per il proprio animo, starle sempre così accanto ed essere
considerato da lei solo un amico, e non poterle nemmeno dire quel “ti amo”
che la sua testa sembrava volerle urlare ogni secondo.
Una
semplice parola che avrebbe senza dubbio cambiato tutto, ma la paura del come in
peggio, era una prospettiva che ogni volta, al momento di lasciarla per tornare
a casa, buttava all’aria ogni proposito.
Troppa
paura, di perderla.
-ci
vado da sola- rispose al ragazzo fissandolo dritto negli occhi -so ancora
camminare, come vedi-
-ho
detto che vengo anch’io-
-hai
gli allenamenti, e Akagi non tollera ritardi- gli ricordò lei avviandosi verso
l’entrata dell’edificio.
Quella
sua freddezza nei suoi confronti lo fecero star male, ma non poteva lasciarla
andare così. C’era sicuramente qualcosa sotto quell’atteggiamento, e con la
consapevolezza che lei stava soffrendo per quel qualcosa, lo avvicinava a lei.
Era in questo, in qualche modo, che Rukawa esprimeva quell’immensa venerazione
nutrita per quella ragazza.
-allora
ti dico una cosa- la seguì lui prendendola per il polso, proprio come prima
-gli allenamenti sono importanti, molto impportanti. Ma ci sono cose che lo sono
ancora di più, chiaro?- dal suo sguardo la ragazza capì che ormai si era messo
in testa una cosa, e dissuaderlo non sarebbe servito che ottenere l’effetto
contrario.
Che
testone…che adorabile, cocciuto, testone, che con tutti si comportava da uomo
delle caverne, ma lì e in quel momento, lei vedeva solo come un angelo custode
pronto a portagli il suo aiuto.
-e
allora muoviti, o finirà per venirmi il tetano se non ti decidi a camminare-
fece finta di rimproverarlo lei
-e
tu, dovresti smetterla di comportarti da ragazzina permalosa-
-senti
chi parla- lo rimproverò lei con un mezzo sorriso. Poi svincolandosi dalla
stretta al polso, gli prese la mano con noncuranza, osservando l’espressione
sorpresa che gli si dipingeva sul volto, guardandolo fisso negli occhi.
-scherzetto-
disse sciogliendo la breve stretta e sorridendo leggermente sotto i
baffi…quando voleva, sapeva essere davvero cattiva.
Un
modo come un altro di far pace.
Il
ragazzo se ne stava seduto a osservare l’anziana infermiera medicare la
ragazza. Si vedeva che le bruciava molto, perché ogni volta che le tamponava la
guancia, lei si ritraeva facendo una leggera smorfia. Alla fine con
quell’enorme garza sul volto e quell’espressione imbronciata, sembrava una
bambina caduta da bicicletta, corsa in ambulatorio dopo esser scoppiata a
piangere in mezzo alla strada.
Ma
era sempre carina, come al solito.
-bhe,
che cosa significa quell’espressione?- gli chiese non appena l’infermiera
ebbe finito -sono così mostruosa ora?-
-abbastanza.
Sembra che tu abbia gli orecchioni- rispose lui senza mezzi termini.
-ma
che galantuomo…- fece lei tra il rassegnato e il sarcastico -dai, adesso
andiamo, o il capitano ti farà fare cento giri di campo per il ritardo-
I
due così si avviarono in palestra, lasciando la signora un po’ sorpresa.
Anche se non aveva osato domandarglielo, si era chiesta come mai quella volta
non era quello sgorbutico di un corvino a non essere curato come al solito, ma
una ragazza accompagnata da lui…forse era vero che le matricole dell’anno
prima erano un po’ maturate…
Ma
no, probabilmente era solo un caso.
-ma
che ti è successo?- chiese Ayako vedendo arrivare Fuyumi con Rukawa
-niente
di grave. Mi sono tagliata durante l’ora di economia domestica- cercò di
rassicurare Fuyumi la compagna. Come scusa non reggeva proprio.
-e
come hai fatto? Ti sei infilata la faccia nel forno con la terrina?-
-secondo
me è stato lui! Questo animale ha tanto successo con le donne, ma in realtà è
solo un grezzo, e senza nemmeno accorgersene ti avrà fatta cadere dalle scale o
una cosa del genere!- esplose Hanamichi venendogli incontro ridendo
-zitto
deficiente- cercò di farlo star zitto Rukawa
-e
poi è pure arrogante e presuntuoso! Per fortuna che in squadra c’è l’eroe
della giustizia Sakuragi! Non è vero Fuyumi?!-
-smettila
di fare tutto questo casino per niente- lo fulminò l’avversario.
Fuyumi,
invece era scoppiata a ridere.
-bhe,
e adesso che ti prende anche a te?- le domandò sorpresa Ayako. Era la prima
volta che vedeva la ragazza ridere in quel modo.
-niente…Sakuragi,
lascialo stare, non è colpa sua- disse ricomponendosi.
-ma
è sempre colpa sua!- puntualizzò Sakuragi.
-smamma
idiota, o ti prendo a pugni- lo minacciò Rukawa che si stava arrabbiando.
Infatti Hanamichi ci aveva preso in pieno, in un certo senso era davvero colpa
sua.
-no,
me ne vado io- disse la ragazza -domani ho un compito di matematica molto
importante, ero passata solo a salutarvi-
-che
strano, di solito stai qui sempre- disse Sakuragi con aria beota -ciao!-
Con
quella scusa Fuyumi era riuscita a uscire dalla palestra, e si avviava di gran
lena verso casa.
A
conti fatti, non era una cosa intelligente, almeno per quel giorno, farsi vedere
da quelle vipere. Ma soprattutto, voleva un po’ di tempo per riflettere. E
sicuramente, se lo avesse avuto sotto gli occhi tutto il giorno, non ci sarebbe
riuscita…e poi, se le avesse parlato ancora, come di sarebbe comportata?
Forse
era davvero ancora una ragazzina, che non sapeva ancora quello che voleva e
aveva paura di comportarsi di conseguenza.