LA PORTA

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La Porta


La sera che entrò nel bar di Karl, stringendo la valigetta al petto, 
Margherita sapeva di essere sola come non lo era mai stata. Ma 
questa, inaspettatamente, era l'unica consapevolezza che le dava un 
po' di sollievo. Il resto, quello che le girava vorticosamente in 
testa, era puro terrore.
Spalancò la sporca e traballante porta di vetro del locale proprio 
mentre il locomotore dell'ultimo treno per Roma, quello dal quale era 
appena scesa, ricominciava il suo ingordo pasto a base di chilometri. 
Nel bar, letteralmente abbagliato dal sole al tramonto, la luce 
sgorgò come un fiume d'oro in piena, sollevando preziose nuvole di 
polvere. 
Ma fu soltanto un attimo. L'ultimo nel suo genere, probabilmente. 
Margherita piombò dentro respirando faticosamente e chiudendo con 
forza la porta dietro di se. I vetri tremarono, come se serbassero il 
ricordo di un treno che non c'era. Poi smisero. Il silenzio vinse 
finalmente il suo eterno duello con il resto del mondo e l'aria tornò 
immobile. D'improvviso, senza che nulla fosse cambiato veramente, la 
magia del tramonto si dissolse dinanzi all'inquietudine del 
crepuscolo.
Margherita si fermò sulla soglia, spingendo il bacino contro la porta 
e stringendo con entrambe le braccia un'anonima ventiquattrore. I 
suoi grandi occhi, lucidi di consapevole follia, saettarono in basso 
e di lato, più volte, prima di cedere all'illusione di una serenità 
impossibile e, quindi, di fermarsi.

Karl fu il primo a vederla arrivare, prima ancora che lei afferrasse 
la maniglia esterna e la torcesse come il collo di un tacchino a 
Natale. Sollevò gli occhi dal boccale vuoto e pulito che stringeva 
nella mano sinistra, ma con lo strofinaccio saldamente arrotolato 
sull'altro braccio continuò a pulire il bicchiere, lentamente, 
compiendo cerchi precisi e metodici. Era sempre il primo ad 
accorgersi di chi entrava nel suo Bar e ne era fiero come uno 
scozzese lo è del suo Kilt. Ma questo era ovvio, Cristo Santo! Era il 
suo Bar! E nessuno poteva entrare in quel fottuto buco senza che le 
sue antenne cominciassero a vibrare come maracas. Anche se era nel 
retro a rovistare tra casse di birra e sacchi di salatini di infima 
qualità, e qualcuno metteva piede nel suo locale, lui lo sentiva. Una 
volta, non si stanca mai di raccontarlo, riuscì a sventare un furto 
(cosa gli avrebbero potuto rubare, poi, lo sa solo Dio...) perché 
quel cazzo di Bar lo "chiamò". Sì, dice proprio così, dice che il 
locale gli avrebbe mandato chissà quale messaggio telepatico. Quelle 
quattro mura impregnate di conversazioni fugaci e assonnate avrebbero 
parlato con il paparino! Ma non così, ovviamente, non come parlo a 
voi, no, figuriamoci. Addirittura t-e-l-e-p-a-t-i-c-a-m-e-n-t-e!
Quindi, per farla breve, la vide prima di tutti. Ma questo non gli 
diede alcun vantaggio.

All'estremità destra del lungo bancone a semicerchio, c'era il nostro 
tavolo, in penombra, nascosto nell'angolo di mondo più strano che io 
abbia mai occupato da quando sono uscito dal ventre di mia madre. 
Eravamo i soliti, quelli della prima volta. Quattro mesi prima 
eravamo entrati in quel bar come ognuno di noi faceva quasi ogni 
giorno da anni all'insaputa degli altri. Ma quattro mesi prima, in 
una gelida notte d'inverno, c'eravamo entrati tutti insieme. Forse 
saranno state le antenne di Karl che, così dice lui, sembrava 
avessero il ballo di San Vito, sarà stato il freddo e il buio che 
c'era fuori, fatto sta che ci siamo ritrovati davanti un paio di 
bottiglie di grappa a parlare tra noi, Karl compreso, come se ci 
conoscessimo da sempre. Da allora non ci siamo mai fatti troppe 
domande e abbiamo continuato a parlare. E non chiedetemi che cazzo 
avevamo da dirci, non lo so. 

Margherita avanzò incerta verso il bancone. Raggiunse uno dei lunghi 
sgabelli e si sedette lentamente, meccanicamente, senza distogliere 
lo sguardo dalla porta. Inconsciamente scelse lo sgabello più lontano 
e nascosto, ad un passo dal nostro tavolo.

Karl le si avvicinò, continuando a pulire con maniacale frequenza il 
bicchiere che aveva in mano.
"Qualche problema, signora?", sussurrò. Ma nonostante avesse parlato 
con un filo di voce, le sue parole risuonarono nella testa di 
Margherita come un colpo di cannone. A farla sobbalzare non fu tanto 
lo stress accumulato, quanto il significato grottesco e beffardo di 
quella frase: "Qualche problema, signora?". Scoppiò a ridere, ma 
senza isterismo. Rideva di gusto, assaporando la comicità insperata 
di quel momento e chiudendo gli occhi per lo sforzo. Sembrava non 
volersi fermare più. Poi cessò improvvisamente, senza incertezze di 
allegria. Due lacrime si fecero strada tra le ciglia folte e lunghe, 
ma, per ironia della sorte, quelle due uniche lacrime erano figlie 
illegittime di quell'attimo di felicità appena svanito.
"Nessun problema", rispose, "Mi faccia un tè, grazie". Asciugò il 
viso con un movimento discreto e sicuro della mano, quasi che le sue 
dita sottili fossero avvezze da tempo a scacciare invisibili 
fantasmi. Karl si allontanò di qualche passo per prepararle il tè, ma 
continuava a tenerla d'occhio. Lei distolse lo sguardo e girò il 
volto verso di noi.
Continuava a tenere stretta la valigetta con entrambe le braccia.

Era la prima volta, da quando era entrata, che riuscivamo a vederla 
bene, fuori dal cono di luce che l'aveva annunciata e preceduta. I 
capelli corti e neri filtravano le ultime pagliuzze d'oro che 
vagavano nell'atmosfera irreale del locale, incorniciando un viso 
giovane ma dell'espressione anacronisticamente severa. I lineamenti, 
gentili, erano l'unica cosa nel suo portamento che rivelassero una 
serenità antica, dimenticata. Il lungo spolverino beige che indossava 
senza la minima traccia di goffaggine, avvolgeva il suo corpo 
inglobando anche lo sgabello sul quale sedeva. Ma nonostante 
occultasse con decisione le forme della sua proprietaria, non 
riusciva a dissimulare i fremiti che scuotevano la sua anima.
Ci guardò senza vederci per qualche istante, poi si accorse che 
fissavamo preoccupati la sua ventiquattrore e la posò sul bancone 
accanto a se. Lo fece con esasperante delicatezza, come se il buio di 
quella valigetta custodisse il fragile futuro del mondo. Troppo 
fragile per essere portato in giro appeso ad un manico in similpelle.

"Hai perso il treno?", chiese Annette, già certa, mentre lo diceva, 
che quella non era la domanda giusta. Ma la sua risposta ci sorprese 
tutti. "Sì, e non soltanto quello", sussurrò Margherita, rivolgendosi 
più a se stessa che a noi. "Dove devi andare?", replicò imperterrita 
Annette, orgogliosa di aver rotto il ghiaccio. Margherita non rispose 
e girò lo sguardo verso il suo misterioso fardello. Annette smarrì la 
sicurezza dell'apripista e riprese in mano la tazza con il cappuccino 
ormai freddo.
Era il turno di Vince. Schiacciò il mozzicone della sigaretta nel 
posacenere colmo ed alzò lo sguardo sul suo enigmatico interlocutore. 
"Beh – disse sollevando le folte sopracciglia - da qualunque parte tu 
debba andare, penso che non scapperà se ti fermi a bere qualcosa con 
noi". Io e Alessandro trattenemmo il fiato, sicuri che si sarebbe 
alzata e spostata un po' più in là per sorbire in tranquillità il tè 
che Karl le aveva appena servito. In effetti si alzò, prendendo la 
valigetta sotto braccio e il bicchiere nell'altra mano. Ma invece di 
mollarci come un branco di imbecilli invadenti si sedette con noi 
sull'unica sedia libera. Da quando ci eravamo conosciuti, quattro 
mesi prima, avevamo sempre lasciato un posto libero al nostro tavolo, 
una sedia vuota pronta ad accoglie chi, come noi, avesse deciso di 
traslocare in quel bar un po' della propria vita. "Anche i luoghi 
possono dissolversi come nebbia – disse Margherita rivolta a Vince ma 
parlando a tutti – e non è detto che questa chiacchierata non ci 
costi il mondo così come lo conosciamo". A nessuno sfuggì quel 
pronome al plurale e nessuno si illuse che si fosse soltanto 
sbagliata. Per la prima volta, la sua profonda ed evidente 
inquietudine divenne anche la nostra. 
"Che intendi?", chiese Filippo, ripiegando meticolosamente il 
quotidiano che stava sfogliando e spingendo gli occhiali sottili 
lungo il naso. Invece di rispondere, Margherita mise la valigetta al 
centro del tavolo. Le sue mai tremavano vigorosamente ma non 
tradirono la presa. La mossa non sfuggì a Karl, che girò intorno al 
bancone e venne a piazzarsi accanto a Maria e Denny, leggermente 
arretrato rispetto al perimetro disegnato dalle nostre teste. 

Ora che l'avevamo sotto agli occhi, ci accorgemmo che quella 
ventiquattrore non aveva nulla di anonimo, come invece ci era parso 
in un primo momento. La pelle con cui era stata realizzata sembrava 
antica quanto l'Universo stesso e ogni ruga, ogni solco, ogni 
cicatrice sembravano raccontare storie di esistenze lontane e 
sconosciute. Assorbiva, anzi, divorava letteralmente la luce come un 
improbabile buco nero da viaggio fatto su misura per i week-end di 
Dio. Sul lato superiore, una sigla misteriosa, D_U, formava una 
leggera depressione, impercettibile a chi guardava senza gli occhi 
della mente. 

Le ombre della sera ebbero il sopravvento, scacciando gli ultimi 
bagliori del giorno e invadendo il locale per rivendicare il proprio 
spazio. 

Margherita fece scattare la serratura di destra e il clic metallico 
risuonò nella penombra con un'eco secco, come se fosse stata generata 
dall'otturatore di un'arma automatica che mette il colpo in canna. 
Poi si fermò, continuando a fissare la ventiquattrore. Respirò 
profondamente, e noi con lei, senza neppure rendercene conto. Un 
treno internazionale sfreccio nella piccola stazione con l'arroganza 
dei forti, sferragliando e squassando l'aria con il suo ruggito. Ma 
nessuno ci fece caso.
Margherita fece scattare l'altra serratura e aprì la Porta.

Miliardi di stelle fecero capolino dal buio della valigetta, galassie 
e nebulose cominciarono a disegnare fantastici arabeschi seguendo 
precise orbite ellittiche, milioni di mondi e soli alieni apparvero e 
scomparvero nell'arco di pochi istanti, fragili fiori condannati ad 
una luminosa ma brevissima esistenza. Il tempo perse ogni certezza 
cronologica e, improvvisamente, il bar di Karl divenne, non so per 
quanto, l'ombelico dell'Universo. Ricordo soltanto che quando 
Margherita richiuse delicatamente la ventiquattrore, la luce 
dell'alba stava tornando ad esigere il suo tributo di realtà, 
facendosi strada nelle nostre menti a colpi di machete.

Ci alzammo barcollando, con la testa e le gambe incapaci di sostenere 
il peso di quella conoscenza. "Visto?", sussurrò Margherita nella 
luce gelida del mattino. "Visto", rispondemmo all'unisono fissando la 
valigetta chiusa e immobile sul tavolo. "Questa resta qui, sei 
d'accordo?", aggiunse Karl, rivolto alla donna che dodici ore prima 
era entrata nelle nostre vite fondendole irreversibilmente insieme 
nel crogiolo di esistenze che si portava sottobraccio. "Sì", rispose 
Margherita.

Da allora, la valigetta è sullo scaffale più alto e nascosto del bar 
di Karl. Ogni tanto torniamo in quel posto insieme, senza avvertirci 
a vicenda, e quando tutti i clienti sono andati via, Karl la prende, 
la spolvera con delicatezza e la porge a Margherita. Solo lei riesce 
a far scattare le serrature. Clic… clic… e il viaggio riprende.

Simon 

 

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