TERAPIE ALTERNATIVE


 Io non volevo crederci. Quando Amilcare, il mio fraterno amico , con molta
circospezione e non poco rossore in viso, me ne parlò la prima volta, io
rimasi perplesso ed anche un poco scandalizzato. Con Amilcare condividevo
molti interessi e  buona parte del nostro tempo libero.In ufficio lavoravamo
nella stessa stanza In parrocchia ci occupavamo insieme dell' assistenza ai
poveri del quartiere; le nostre famiglie si frequentavano con una assiduità
quasi parentale, pure le vacanze insieme facevamo spesso. Insomma sembravamo
fratelli acquisiti e avevamo finito per pensarla allo stesso modo quasi su
tutto. Ma quello che  ci accomunava di più era la pena e la disperazione
condivisa per il nostro atroce mal di testa di fine settimana. Puntuale come
la scadenza d'una cambiale e crudele come un killer ci attendeva all'uscita
dell' ufficio il sabato alle due e si piazzava come un ombra malefica a
ridosso tra la cervice e la nuca e lì trapanava.... trapanava.
Ritornando insieme a casa, sulla metropolitana bastava che ci guardassimo
negli occhi ed era come se ci fossimo detti:
"E' arrivato?"
"E' arrivato! "
Poi, a tarda sera della domenica, dopo aver raggiunto l'acme all'ora della
"domenica sportiva", come d'incanto toglieva il disturbo.
Erano già tre sabato però che alla domanda interrogativa degli occhi
Amilcare scantonava e nei suoi occhi c'era una luce diversa, oserei dire
libera. Il fatto mi fu confermato dall'impudenza che ebbe l'ultimo sabato
nel telefonarmi dicendomi:
"Usciamo stasera con le famiglie a farci una pizza" Cosa che , per ovvi
motivi, avevamo spostato ritualmente al venerdì sera. Era un messaggio
palese rivolto a me,  che qualcosa era cambiato nella sua vita. Ed era una
chiara provocazione a che io chiedessi. Ma , un po' per la sorpresa, un po'
perché ero contrariato dal pensiero che si fosse incrinata quella nostra
solida complicità nella sofferenza, lasciai cadere il discorso senza
domandargli niente.
Tutta la domenica però, passata  in casa col foulard d'ordinanza stretto
intorno alla testa, mi ero chiesto cosa potesse essere successo.Da dieci
anni oramai le avevamo provate tutte e di più e sempre insieme: la nuova
pillola americana, tutta la vasta gamma di fisioterapia, l'agopuntura
cinese e quella filippina, il training autogeno, qualche salato assaggio di
psicanalisi, e quant'altro la disperazione ci aveva portato a tentare, di
scientifico e di empirico, fino allo stato attuale di prostrata
rassegnazione ed accettazione cristiana del dolore. Cosa mai aveva potuto
provare senza di me e senza
dirmelo? Era forse stato un miracolo? Ma allora perché non dirmelo?
Il lunedì dopo Amilcare sbottò. Ricordo le sue parole finali che mi disse
battendomi vigorosamente la mano sulla spalla e con un sorriso a trentadue
denti, ad incutermi fiducia. " Vai, Antonio, vai... senza remore, senza
pregiudizi."
Ed invece di pregiudizi io ne avevo tanti. E di remore pure, anche morali.
Tanto che rimandai, rimandai.
Ma più rimandavo e più mi accorgevo che la vita di Amilcare stava cambiando
e in meglio e la mia invece rimaneva sempre la stessa, prigioniera di quel
mal di testa che mi lasciava  recluso proprio in quei giorni in cui gli
altri evadono
a ritrovare un minimo di sorriso e di voglia. Amilcare dopo più di dieci
anni era tornato allo stadio a rivedere il derby. E la sua Roma aveva vinto
e la mia Lazio aveva perso. Perché qualcosa che ci divideva pure ce
l'avevamo. Ma quella volta -lo capii - non ebbe voglia neppure di sfottermi
come sempre facevamo nelle alterne vicende delle nostre passioni
calcistiche. Intuii che cominciava quasi a compatirmi. E la constatazione
ebbe in me un effetto dirompente. Non solo rimanevo con il mio fottuto mal
di testa e da solo, ma proprio per questo le nostre strade si andavano
dividendo. Ed io stavo perdendo il mio migliore amico.
Allora mi decisi.
" Tu vacci  venerdì alle diciotto, non ti preoccupare, ho telefonato già io
per prenderti l'appuntamento. Sono sei piani di scale con l' ascensore, ma
spesso è rotto. Tu picchia all'interno ventiquattro. Ti aprirà Annabella,
una ragazzina. Di' che ti manda Amilcare il ragioniere Di' che vieni per la
terapia con Albamaria."
Così feci. L'ascensore era rotto.
"Mi manda Amilcare il ragioniere per la terapia con Albamaria." Ero madido
di sudore per lo sforzo ed il caldo di luglio, ma non solo per quello. La
ragazzina annuì e mi invitò a sedere in una specie di sala d'attesa
costituita da quattro poltroncine ed un tavolinetto centrale. Qualche
rivista e due anonimi impiegati ... impiegati?. sì credo dovessero essere
impiegati, pazienti e seduti.
Pensavo di peggio. Sì, di peggio. Invece no, una asettica sala d'attesa che
poteva essere anche quella di un dentista.
La ragazzina era stata di poche parole ma garbata, e poi, in camice. E pure
i pazienti, per bene,dall'aspetto riservato che annuiscono in risposta al
mio educato "Buonasera" . Sui muri nulla più che una ennesima copia dei
girasoli di Van Gogh quasi ubiquitaria in certe sale d'attesa e un olio di
un tale Marcozzi raffigurante donne al bagno, con seni e glutei grandicelli,
ma non poi più di tanto.
Ad un cenno di Annabella il signore coi baffetti di lato a me si alzò e lo
sentii entrare in una delle tre stanze che davano sul corridoio. Rimasti
soli io e l'altro, iniziammo ripetuti tentativi di dirci qualcosa tra una
occhiata al giornale ed una guardata appena spazientita all'orologio. Ma
abortivamo regolarmente l'approccio. Mentre il sudore se ne stava via via
andando (o, quantomeno, non aumentava)  ed  io cominciavo a configurarmi la
mia terapeuta rifacendomi alla descrizione sommaria che mi aveva fatto
Amilcare, Annabella comparve sulla porta per dire il mio nome. Io accennai
con la mano al signore di fronte come per dire: "Ma c'è prima lui". "Lui è
un altra terapia"- disse Annabella pregandomi di affrettarmi. Entrai nella
stanza in fondo al corridoio con il giornale che m'ero dimenticato in mano.
Seduta in una poltrona  enorme c'era Albamaria.
Enorme, ma d'un enorme da errore della natura. Non alta, ma enorme. E nella
enormità del tutto, l'enormità trasversale, longitudinale,  profonda di quei
seni .
Anche lei in camice. Ma un camice dalle pretese assurde: quelle di arginare
in qualche modo l'impeto prorompente delle sue forme che straboccavano da
tutte le parti. In quel tanto da guardare non mi era facile fissarmi a
guardarle il viso, ma ci provai lo stesso : ovale regolare, paffuto ma non
di più, occhi piccoli con ciglia abbondantemente mascarate e che si aprivano
e chiudevano incessantemente ma senza vezzo civettuolo; labbra in carne
appena arrossate da una punta di rossetto. Una faccia regolare, in fondo, di
mamma severa, quasi professionale.
Mi invitò a sedermi sullo sgabello di fronte a lei.
" Mal di testa, vero?"
" Sì, di sabato e domenica".
"Già, di sabato e domenica" - ripetè come se volesse sottolineare le parole
mentre rifletteva su di esse.
"E dove?, quà o quà" -  disse indicando con la sua mano sulla sua testa la
nuca e la fronte.
" Quà dietro" - dissi io e aggiunsi - "come un trapano che ...."
" Sì, va bene va bene" - m'interruppe alzandosi. In piedi i suoi seni,
liberi di espandersi, avevano qualcosa di gigantesco,di mostruoso; come due
enormi massi rotondi si adagiavano sul ventre e di lato, invadevano le
ascelle
spostando le braccia all'infuori. Si portò vicino ad un tavolinetto disposto
su un lato della piccola stanza.
Su di questo, allineati in ordine, c'erano una decina di boccette dalle
etichette di colore diverso.
Ne prese una e, aprendola, me la portò al naso invitandomi ad annusarla. E
così con quattro boccette di seguito.
"Ti piace?" "Sì". "Più o meno di quella di prima?" "Di più" "Allora prova
quest'altra"- e mi riproponeva quella che avevo annusato per prima. E questo
per almeno una ventina di volte, quando finalmente, io col naso frastornato,
mi chiese:
"Allora, quale ti piace di più? Io provai a fare naso locale ma non ci
riuscii - credo - e ne indicai una a caso.
" Lo sapevo, ti ci vuole la genziana". E prese una boccetta che non mi aveva
fatto odorare affatto.
Con una mano divaricò i seni e con misurato gesto dell'altra mano, contando
con le labbra sedici gocce, se le versò addosso. Poi mi disse:
"Come si chiama tua madre?"
"Almerinda".
" E' morta vero?"
" Sì, dodici anni fa".
"E tu di dove sei? Dove hai passato l'infanzia, insomma?"
" Fino ai cinque anni a Consilio, un paesino in provincia di Frosinone,
quello di mio padre, poi ci siamo trasferiti a Roma, sa... con mio padre
che..."
"D'accordo, d'accordo... Consilio ... Frosinone... Allora ci mettiamo pure
due gocce di quest'altro." E prese un altra  boccetta e contò due gocce.
"Adesso spogliati... sì , insomma, giacca, camicia cravatta e maglietta
intima. Devi restare a torso nudo. Togliti pure la catenina, se ce l'hai."
Obbedii frenetico mentre lei, a sua volta, s'era avvicinata a me e si stava
sbottonando quei sofferenti e strangolati bottoni del camice.
L'attimo dopo era a ridosso della mia testa con quelle sue due maestose
creature che già mi lambivano.
L'attimo dopo ancora, con un leggero gesto della sua mano dietro la mia
nuca, mi spinse ad immergermi come in una fonte battesimale. Presto ne fui
circondato ed invaso. Quell'odore di genziana e di qualcos'altro, che non
saprei dire. Quella carne pulita e morbida, neonatale, che mi massaggiava
con delicatezza le tempie e la nuca ed arrivava a
posarsi calda sulle spalle e sul petto. Come uno shampoo di schiuma
materica, solida, ancestrale. Ed io che stavo perdendo quel mio ritegno,
quella decenza che mi seguiva dovunque come la mia ombra, ora incominciavo
ad aprire le labbra per cercare, come nel greto del fiume, un' acqua , e poi
la lingua che si arrampicava a scovare, voltandosi da un lato e dall'altro
senza posa, la fine, l'acme di quei costoni di roccia rotonda e morbida come
pan di zucchero.
Restai con la mia testa immersa , centrifugato e deliziosamente
ballonzolato, non so quanto, non saprei dirlo. E' come se il tempo si fosse
svuotato  e si fosse riempito di nuovo trasudando scorie passate che avevano
finito per scivolarmi lungo il collo poi sul petto e poi sui fianchi e per
terra.
Quando quei  seni tornarono a divaricarsi mi sentii come uscito da un
autolavaggio, pulito  luccicante e profumato.
 E mentre Annabella faceva gli ultimi ritocchi ridando col pettine un minimo
d'ordine e di scrima ai miei capelli, Albamaria fece per salutarmi con un
laconico "ci vediamo venerdì  prossimo".
 Io avrei voluto chiederle qualcosa, ma non so bene che cosa, che so, una
specie di spiegazione di quanto successo, dei consigli, qualche accorgimento
su come comportarsi fuori, che so, potevo farmi la doccia? mangiare di
tutto?, avevo bisogno di riposo?, e tutte quelle cose e quelle restrizioni
che un malato si aspetta che gli si ordinino per dare un tono sacrale alla
sua malattia ed alla terapia intrapresa.
Ma, ancora come in bambola, non dissi niente e, come un bambino, mi lasciai
sfiorare da un buffetto sulla guancia che lei mi diede uscendo dalla stanza
dicendomi : "Aspetta sabato".
Ed io il sabato successivo lo aspettai in un assoluto e rigoroso silenzio
esteriore. Non dissi nulla a nessuno, tanto meno alla mia famiglia; mi presi
ferie - non malattia - all'ufficio, fui vago pure con Amilcare, che pure
voleva sapere. Mi rintanai in casa per non disperdere neanche un poco di
quella sensazione di attesa e di quel profumo di genziana e di quell'altro
qualcosa che non svaniva ancora,anzi, - lo sentivo - si stava consolidando
su di me sempre di più, fino a diventare prepotente,
invadente. Tanto che temevo che anche gli altri potessero accorgersene,
sentirlo, annusarlo, e perciò evitavo ogni contatto ravvicinato, nascondevo
gli indumenti cambiati, usavo asciugamani personali;
insomma mi comportavo come un gioioso appestato. Sì, gioioso e geloso
appestato.
Avevo deciso di condividere però l'ora dell' appuntamento col mio killer
nell' ora e nel posto dove di solito lui mi tendeva l'agguato, quasi a
sfidarlo e metterlo nelle condizioni ottimali per colpirmi ancora.
Alle due meno un quarto del sabato fatidico presi la metropolitana solita
alla solita fermata . Temevo
di incontrare Amilcare e dover spiegare e perciò fui circospetto nell'
entrare un bel po' di vagoni più dietro del solito nostro. Ma fu l'unica
trasgressione allo scenario consueto dell'aggressione.
Mi sedetti con sopra le ginocchia la solita cartella marrone e cominciai,
come sempre, a fissare i cartelli
della pubblicità di fronte a me. "Corsi di Esperanto, lezioni personali e
stages di gruppo, insegnanti in madrelingua ". Madrelingua?! , sorrisi
interdetto. Distratto e facendo tra me e me dell'ironia sulle spudorate
fesserie della pubblicità, calai lo sguardo al posto a sedere di fronte.
Ed il mio stupore fu qualcosa d'importante. Noi ci riempiamo la bocca d'una
parola magica, suadente ed assaporata tra lingua e palato, come sono certe
parole di lingua francese : "dejà vu" . Che a volte usiamo anche a
sproposito. Ma quello mio doveva essere proprio un "dejà vu" , non poteva
essere altrimenti.
Seduti di fronte a me c'erano i seni di Albamaria addossati sul corpo d'una
comparsa vestita d'un vestito di cotone a fantasia di fiorellini giallo ocra
su sfondo scuro. Anche lui, quel vestito, come il camice, con quei bottoni
strangolati, ed il tessuto di quel vestito stiracchiato sino al limite del
cedimento da quegli ovali di carne rosea e strabordanti.  E poi quel
profumo, che da di fronte mi veniva addosso,  lo stesso profumo mio, come un
flusso bidirezionale , da quei seni al mio corpo, dal mio corpo ai suoi
seni, senza che se ne spargesse un poco, senza che se ne sprecasse un poco -
lo sentivo - per tutto il resto del vagone.
Era un profumo solo nostro.
L'angelo custode della Terapia svanì o scese poco dopo, come svaniscono o
scendono i dejà vu, senza che si possa chiamare mai nessuno a testimone del
tuo vissuto prossimo, passato e ripetuto, e lasciò il posto ad una signora
sulla quarantina ingannevole, una falsa magra, niente di più.
Avevo superato di quattro fermate almeno la fermata di casa. Quando me ne
accorsi realizzai subito che questo voleva dire qualcosa d'importante. Ed
infatti guardai subito l'orologio: le due ed un quarto.
L'assalitore aveva dovuto quantomeno perdere quella corsa di metropolitana.
Ed io, quel sabato, quella corsa me la godetti tutta, fino al capolinea.

 

 

 

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