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RAPSODIA IN VERDE
(con verde chiaro e verde scuro) PROLOGO
Viandando in automobile
con le mani sagaci che sullo sterzo vanno precise e svoltano la strada delle curve prevedibili io, con lo sguardo magicamente strabico guardo - ma dico che vedo- la folla, la follia degli alberi, delle siepi inondate stracciate escluse dal sole, nel tiepido tono d’un estate che mi si sta sfinendo tra le pieghe ombrate dei pantaloni. I
Come un pittore impressionista
oltrepasso il verde della delizia, amata adolescenza implosa, dove una crescita pubere ansimava fiorendo e sfiorendo tra i pertugi giallo - viola e verdissima aiuola di complice Villa Comunale. Attigue siepi, con fiori mansueti e poi accesi. I veri amori, primi, ammollicati nei pensieri di notte, quasi sogni genuini, e quei colori d’estate, quegli oleandri lungo i percorsi del mare, anche quei gerani sui balconi, rossi, avvampati all’improvviso, di sospetto. I fiori fioriti come peccati. II
Io cammino
senza la minima fretta né pensiero che un giorno passi indifferente con lo sberleffo di star giocando un qualche mio tempo. Ma gli altri passano affianco come fosse orgoglio e merito aver più fretta. Si perderanno - io penso - in rivoli d’obbligo. A me piace l’odio di saperli fluire, divenire più avanti di me, e convincermi che il sole ha i mie tempi. E soffrire un poco d’ un attimo di verde che si fa buio per chiazze di ombra il cui eloquio non mi si appalesa chiaro III
Mi vengono in mente
certi silenzi divenuti definitivi, certe parole spese male, certi abbandoni, certe fugaci immagini di croci e periodiche dissolutezze. Lambisco la strada e mio padre m’accarezza. IV
E’ bello sapermi assecondato dal mio pensiero.
E’ come se l’ombra potesse rientrarti dentro il corpo, rifarsi tua, chiederti scusa d’averti seguito e spiato per così tanto tempo.
V
Quasi mi fermo senza mettere nessuna “freccia”
d’obbligo.
All’ imbrunire, la cima e i rami della periferia. Della stessa luce! VI
Come vorrei che fosse!
Ma ho idea che non abbiamo cambiato il mondo io e tre o quattro scagnozzi capaci solo di fischiare e poi di non sapere fare più neppure quello. Il mondo è diventato solo più paffuto, più gonfiato.., fuori. Dentro, con gli spigoli che non si scorgono. VII
Ma è meglio forse l’abbandono ad un pensiero,
tardo forse, di tollerabilità universale che ti consente il pedaggio-passaggio indolore verso l’indifferenza. Sta calando il sole e questa strada ti lampeggia, tra i rami quasi addormentati riflessi di sghimbescio, quasi eunuchi, parole, per voler dire e non saper più dire quel quasi più nulla che consola. VIII
Le mie ombre si consultano
con quelle degli alberi. Con queste si accasciano, fondendosi. Come se avessero deciso di aspettare insieme quella svirgolata di luce che fa tanto giorno nuovo. EPILOGO
In un minuto solo,
col tempo che abbevera il sogno, con lo spazio che abbevera il sogno, passeggiando le mani sul volante, mi sono macchiato di verde prato i pantaloni. Come fosse un peccato insperato. |
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