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LA MULTA
La vedo, di scorcio, rientrando e
chiudendo il portone di casa. Sta nella cassetta delle poste con l’odiosa,
inconfondibile posa che hanno assunto certe cartelle della SRT. Beffardo e
tragico messaggio meccanografico, invito- obbligo ad ottemperare ad un
pagamento in tempi rateizzati ma la cui prima scadenza prossima ti è quasi già
addosso . Se non adempi subito ti è già diventata "mora" . Sapore
d’un frutto selvaggio, di rovo e dolce, ma che nell’accezione
tributologica del termine, può diventare salata.
La sfogli sfuggentemente Ma ti
colpisce una cifra iperbolica da pagare in unica soluzione. Con una scadenza a
ridosso del poco più di domani. Leggi con rabbia il resto. Fatto di cifre,
che fanno riferimento a numeri, che ti affidano ad una esplicazione di codici
in sequenza numerica tra i quali affiorano finalmente lettere: CONTRAVV. COD.
STRADA. A COSCO LUCIA
Capisco. Anzi, realizzo. E’ una
multa non pagata. Di mia moglie.
Il primo sentimento è di offesa.
Il secondo è di rabbia. Il terzo non è proprio un sentimento, piuttosto un
coacervo di sentimenti liberati tutti insieme in una imprecazione. Secca., e ,
a modo suo, inconfondibile. Come è inconfondibile il grido del contribuente,
(adempiente o moroso che sia) quando si accorge che gli si sta strizzando, con
mani anonime ed impietose, l’ultimo goccio dal portafogli.
Una multa. Del 1996. Non pagata !
Di duecentosedicimilalire! Raddoppiata nella "zona Cesarini della
prescrizione, con gli ammennicoli amministrativi e burocratici, diventata di
quattrocentoenovemilalire!
Cosa avrà fatto mai di tanto
grave mia moglie? E perché non me l’ha detto? Sa allora nascondermi
qualcosa?Mia moglie interrogata, cade dalle nuvole. Con una costernazione sua
che aumenta la voglia miadi sapere il dove e il quando e il perché. E la
cartella è così laconica. Non ti da un posto di riferimento,neppure una data
precisa di come s’è consumato il fatto. Solo quella data di scadenza
assolutamente prossima, che assomiglia quasi ad un ricatto, ad una minaccia
d’ un "cravattaro" che ti chiede il "pizzo".
Riorganizzi la mente offesa e
stravolta. E ti ricordi di un amico Vigile Urbano a cui affidare lo scarno
carteggio perché possa risalire alla fonte di uno straccio di verbale che ti
dica se e perché e per chi devi pagare.
- Fai parte delle seimila.
- Delle seimila che?
- Delle seimila multe mandate a
pioggia. -Capisci a me – dice in un campobassano ami-
che michevole eppure
strascicato dall’imbarazzo -.
- Ma io quel verbale non l’ho
ricevuto… Nessuno me l’ha notificato.
- O l’hai ricevuto e ti sei
scordato di pagarlo… Capita!
Pensavo convintamente che tanta
posta inutile arriva a casa; che nei meandri di essa e dei pensieri qualcosa
di importante poteva essere finito inavvertitamente nel secchio della
spazzatura.E il mio animo che era già sui blocchi di partenza della rivolta,
non cominciava neppure la corsa; si rialzava sconsolato e dondolando il capo
in un atto di diniego di se stesso, come di chi stesse facendo una falsa
partenza. Capovolgendo la rabbia per un creduto sopruso, in sensi di colpa.
E la mattina dopo ero pesto,
dominato da un sentimento di impotenza rispetto ad una folla di obblighi
incompiuti, di rate scadute, di tasse non pagate. Carte a folate avevano
tagliato a fette i miei sogni .Anche mia moglie, io svegliandomi più volte e
rigirandomi verso di lei, mi sembrava una complice di contravvenzioni alla
regola. La mia dolce moglie colpevole di non saper parcheggiare la macchina
come si deve.
Sul tavolo dello studio mi
ritrovai il risultato preciso e asettico della ricerca del mio amico Vigile
Urbano: Fotocopia del VERBALE N.9191- DEL 2-12-1995, ORE 12,05. LOCALITA’
VIA INSORTI D’UNGHERIA, " Parcheggiava l’ autovettura sul
marciapiede".
Fui saziato e abbeverato della mia
voglia di sapere. Quasi contento perché scagionava mia moglie da qualsiasi
intrigo. Intorno a quella via c’era il mio studio ed abitavano buona parte
dei miei parenti.Ancora più contento perché la storia di quella multa mi era
,come in un lampo, tornata alla mente; come una cosa saputa, raccontata da mia
moglie come l’ennesimo evento persecutorio d’un Vigile Urbano
coi baffi umbertini d’un
giustiziere che aveva spiato per giorni e giorni le sue mosse.
Io conosco di vista quel Vigile. E
conosco bene mia moglie. E come parcheggia lei. E come punta certi
parcheggiandi lui. In virtù di questi elementi identificativi, ritornando a
casa mi si aumentava addosso la convinzione che quella multa io l’avevo già
regolarmente pagata. C’era però l’angoscia che coglie gli innocenti
incapaci di trovare la prova della loro innocenza. Che doveva essere una
carta, una ricevuta attaccata con una spilletta metallica all’originale di
quel maledetto verbale numero novemilacentonovantuno. Che scagionava me, mia
moglie e…
Io l’avevo vista già quella
carta, quel numero.
Eppure entrando a casa mi chinai
in ginocchio, come in un atto di devozione e di propiziazione, di fronte a
quella austera cartelliera che nei due scomparti inferiori conteneva il
carteggio ventennale di me soggetto pagatore. Con poca speranza di tirare
fuori da quella caterva di cose atti e aliti di vento già pagati, quella
ricevuta che mi avrebbe evitato l’umiliazione di pagare con doppia e tripla
mora una cosa già pagata.
Sguainai lo sguardo più attento.
Dietro gli occhiali pile di carte si assottigliavano. E la speranza di
trovarla pure. Ma non completamente il desiderio di chi vuole aver ragione.
E alla fine la trovai. Cacciata
negli ultimissimi piani di quella fila infinita di gabelle già esatte La
confrontai, attaccata ancora con la spilla metallica a quel verbale originale.
Uguale uguale, come due gocce
d’acqua, alla fotocopia che il mio buon amico Vigile Urbano mi aveva
procurato. Pagata a tempo debito l’11 aprile del novantasei.
Sorrisi. O risi? Certo che subito
dopo una decina di madonne si saranno chieste tra loro chi di loro avessi
chiamato.
Salvo dall’angoscia esistenziale
di sentirmi nel torto più lercio che fa la differenza tra un buon cittadino
ed un evasore, non ebbi tempo di gioire del riacquistato possesso della mia
dignità che mia moglie, alleviata anch’essa d’una colpa forse solo
rimandata, mi gridò dalla cucina:
- "Fai qualcosa!"
- "Chè cosa ?"
- "Un esposto all’autorità".
Io , se avessi potuto, in quel
momento all’autorità gli avrei fatto cacare vermi e sangue. Ma l’auto-rità
non ha un culo. Per te almeno, non ha un culo. Resta una creazione eterea
della mente inculcata in tenera età dall’educazione proba ed ossequiante
dei tuoi genitori. E pertanto virginea e asessuata.
Lei, mia moglie, è la persona più
istintiva e più pulita di questa storia.
Aveva parcheggiato il
"musetto" della sua "Panda" sopra il marciapiede.
E non è detto che non lo faccia
più.
Troverà ancora zelanti
appiccicatori di verbali. Ed esattori zelantissimi che manderanno bollette a
pioggia, come strali, come bombette ad orologeria depositati legalmente nel
bassoventre di contribuenti prostrati, quasi già resi eunuchi dalla
convinzione che pagare in silenzio è sempre solo parte d’un debito
contratto alla nascita con l’autorità.
Gli evasori seri, quelli no.
Quelli continuano a coniugare il loro verbo nei tre tempi.
Cambio tonalità al racconto.
Lei, mia moglie, è la
protagonista più istintiva e più pulita di questa storia.
Ha parcheggiato il musetto della
sua "Panda" sul marciapiede, uno qualunque di questa città dove
ormaila mattina si esce buoni da casa e, prendendo la macchina, ci si
incattivisce per strada, provando a marcare il vicino di fila, e quello
davanti, e quello di dietro, per provargli a sficcare una distrazione, un
assenso-consenso per passargli davanti, perché ti devi canalizzare in una
certa situazione dove ti aspetti di trovare un semaforo che invece è spento e
allora c’è il Vigile che se è sveglio ti riesce a calcolare la portata del
traffico ma sennò agevola l’ingorgo con fare incazzato quasi napoleonico
come se dicesse che sei tu che non capisci i suoi gesti che sono elementari
eppure maestosi, pavoneggianti un fatto che qui non si va avanti, non si
procede non si arriva all’ora in quel posto dove a quell’ora saresti
dovuto già stare e invece picchieresti sul clacson volentieri se non fosse
che non vorresti sembrare maleducato ma se picchiano altri dietro di te
volentieri lo fai anche tu perché le migliori proteste sono sempre quelle di
massa dove tu anonimo ti puoi sfogare e non è detto che poi non siano le più
sentite perché possono arrivare fino al sindaco certe strombazzate di
traffico che durano più di mezz’ora e se ci arrivano ti danno quasi
l’idea di partecipare ad una giusta protesta popolare senza pensare che poi
io senza accorgermene sto girando e girando e non mi ricordo più dove dovevo
andare tanto che mi chiedo cazzo ma perché ho preso la macchina per andare
dove non so più dove devo andare visto che adesso se deciderò di fare
quattro passi a piedi questa fottuta macchina dovrò pure parcheggiarla da
qualche parte e a guardare mi sembra la cosa più difficile che mi è capitata
di dover fare da qualche anno a questa parte anche se adesso mi dicono che ci
sono i parcheggi a pagamento ma sarà poi vero che la gente sa usarli e stare
mezz’ora e poi andare via e lasciare spazio agli altri oppure sono tutti
residenti o abbastanza ricchi in questa città che se ne fottono di
abbandonare pure per il Corso la macchina parcheggiata duemilalire ad ora per
cinque ore e noi che giriamo e giriamo e adesso adesso intravedo lì in mezzo
ad una fila di macchine parcheggiate a spina di pesce un vuoto caspita ma
dedicato al posto riservato ad un handicappato che io rispetto cazzo ma in
questo momento mi dispiace ma che c’entra se per legge hanno dovuto fare
quaranta posti nella città come questi però loro sono di meno perché togli
quelli che non escono mai perché sono troppo troppo handicappati e togli
quelli che la carrozzella non ce l’hanno quelli che non ci hanno nè la
macchina loro né quella dl Comune quando cazzo escono per occupare tutti
questi posti riservati e però se mi ci metto mi sembra di fare una cattiveria
proprio a loro invece che farla a quelli che si fanno belli che i posti per
parcheggiare ci sono per le persone handicappate ma non ci sono per quelle
normali.
Curiosamente mi torna alla mente
il titolo di un romanzo divenuto poi anche un film il cui contenuto è anche
abbastanza diverso da quello che l’immaginario popolare ha adottato come
simbolo adottando il titolo. Giungla d’asfalto.
Per dire tutto quanto di nefando
ha creato la civiltà delle automobili.
BRRRRRRRAMMMMMM e PPARAPARAPERO!!!!
Mi sono incazzato per davvero.
Freno. Mi fermo. Scendo. Rificco la mano nell’abitacolo per suonare a festa,
senza motivo alcuno, per l’ultima volta il clacson. Mi ficco le mani nella
tasca e decido di mettere nella mano dell’amico parcheggiatore una grossa
manciata di punti e di virgole.
Che decida lui come distribuirle
nel racconto precedente che ne è mancante.
E, soprattutto, gli do in
affidamento a vita la macchina. Lui pare non credermi.
Ma io lo convinco.
E lui si sente obbligato a
restituirmela: "Quann’ vulit vuje , dotto’ ".
Io m’incammino a piedi e i miei
piedi subito provano a prendere a calci una lattina di Coca Cola con la doppia
carambola di Altafini. Piede desto, piede sinistro e poi ancora destro, a
fregare il portiere!
"Quiss’s’è ‘mpazzut’
" ho idea che mi sentenzi dietro le spalle Giovanni il parcheggiatore ,
dondolando sconsolato ed incredulo la testa e buttando per terra quella
manciata di punti e di virgole.
Che poi, con il piede pesta con
rabbia , come un agglomerato di fastidiose formiche
Macchine incolonnate viste
dall’alto.
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