L'espianto


Forse prima della frenata  non avevo capito nulla nemmeno io.
Così, improvvisamente sorpresomi a battere forte ed incessantemente e senza
quelle pause che di solito mi aiutavano a capire la situazione, a
riflettere.
     Una luce di fari  spalancata sulla visiera del casco di Nicola. Un
rivoltarsi come dentro un   vaso che rotola, un rumore di vetri rotti, un
botto.
E la motocicletta che ballonzola sulle gomme e  poi  scivola giù per la
scarpata.
Come un clown colorato che esce di scena.
Per un momento lunghissimo  pensai  che tutto fosse finito anche per me.
Come se  ci fosse stato un cortocircuito con una scintilla e poi il buio
assoluto.
Nicola era scivolato anche lui nella scarpata, dalla parte opposta della
motocicletta.


La prima sensazione che ebbi fu quella di  ricominciare a salire delle scale
con passo lento lento e leggero leggero. Tanto lento e tanto leggero che ero in dubbio
se  quell' azione fosse reale così da produrre un qualche movimento, un qualche
rumore..
Poi però, progressivamente ,quelle sensazioni di movimento e di rumore
diventarono più nette, più efficaci. Come se quelle scale portassero in cima ad un
campanile dove udivo il rintocco di una campana, pieno, forte, quasi assordante.
Ero io che avevo  ricominciato a  battere, a  sentirmi riempito e svuotato.

Riacquistai il pieno possesso di me solo qualche minuto dopo. Ma la
gradevole consapevolezza di essere vitale, era  turbata dall'immagine  di quel rivolo di
sangue  che , scivolato dall'angolo dell'occhio, s'era già raggrumato all'angolo della bocca di
Nicola.
Forse il cuore qualche volta parla con l'anima, forse no. Forse vive solo
della volontà del cervello e ,quando questo è muto, si sente spaurito, perso.
Ma proprio perché non mi rassegnavo a quel vuoto intorno, a quell' involucro
silenzioso che era diventato il corpo di Nicola, mi ricordai di tutto il chiasso
che avevamo fatto insieme .
E gridai  che  Nicola non era morto, non era morto.  Che poteva rialzarsi e
che il suo primo pensiero sarebbe  stato quello di riprendere la motocicletta nella
scarpata, riallacciarsi il casco intorno al collo e ,pigiato il pedale, rombato al massimo il
motore con due movimenti di andirivieni del polso, correre a  trovare Maria. A raccontarle
che aveva visto un incidente incredibile in cui anche lui, per evitare una macchina,
si era pure sbucciato un ginocchio .
Avevo gridato così forte tutto questo che ,tra  il rumore assordante di
sirene di autoambulanze ed un vociare intorno del perché e per come, qualcuno mi  ascoltò per
davvero e confermò che Nicola non era ancora morto.
Corremmo in Ospedale con una corsa piena di premure e di speranze in cui l'
ascolto di me era diventato incessante, quasi estenuante, alternato solo dal
sollevare le  palpebre di Nicola che pareva continuasse a dormire .
E Alla fine arrivammo.

Le luci di una sala di Rianimazine in cui, su uno schermo verdognolo,
impulsi biancastri spiavano la tua efficienza  e , tra una miriade di fili e tubi, ogni tanto
qualcuno passava per controllare se continuavi a respirare come volevano loro.
Fuori, schiacciati con il naso contro il vetro, i genitori di Nicola, il
fratello e Maria spiavano anche loro ,tra le lamine della veneziana, un qualche segno di vita.
Quando per qualche minuto entrava la madre , provava a parlargli accarezzandogli la vena
della mano dove entrava l'ago della fleboclisi. E spingeva il dito da giù  a su per quella vena,

come per spingere, insieme alla medicina, qualche parola, una traccia nel percorso dei ricordi,
perché arrivasse  chissà dove.
Ma poi finiva per piangere e gridare e una buona infermiera doveva
accompagnarla fuori.
Anch'io vedevo scorrermi le giornate addosso e guardavo Nicola da dentro e provavo  a stimolare
 a suon di battiti i suoi muscoli e , con questi, i nostri ricordi comuni che poi erano
tutti , ma proprio tutti, quelli che avevo io e che aveva o non aveva più lui.
In quei giorni di assoluto silenzio i nostri episodi più tristi glie li avrò
raccontati come favole e frottole, e i nostri momenti migliori come un'apoteosi da festeggiare con
una "volata" - dicevamo noi- sulla motocicletta.

Dopo diciotto giorni di questa attesa ,qualcuno dei medici incominciò a
chiedere, prima timidamente, poi sempre più insistentemente, cosa fare del corpo di Nicola.
Qualcuno parlò di trapianto così dolcemente persuasivo che ci accorgemmo che
tutti noi non aspettavamo altro .
Perché Nicola non si sarebbe svegliato più.

Lunedì 18 di aprile alle ore 9 , due calde mani mi presero e mi posero, come
bendato, come bendano un sequestrato quando lo liberano ma non vogliono fargli
ricordare nulla dell'immediato passato, in un contenitore frigorifero.
Lunedì alle ore 16 dello stesso giorno altre mani mi posero e sentii di
riacquistare calore quando tornai a fare quello che avevo fatto da sempre.
 Battere per produrre vita.
Come un anonimo operaio della vita.

Ora il mio si chiama Giuseppe ed ha due splendide figlie alla cui ansia e
alla  cui gioia nell'averle, non ho partecipato.
Ma confido nell'emozione che lui avrà nel vedersele andare spose.
Per ora, non guida la motocicletta. E questo, un po' mi manca.
 

 

 

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Aggiornato il: 02 giugno 2002
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