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IL FUNERALE
Pioveva da cani.
E io avevo fatto tardi alla grande a tavola in questa domenica di Febbraio
in cui il mio unico desiderio era poi stravaccarmi sul divano ad ascoltare
alla radio le partite.
Ma ero qui , a pensare a come arrivare in modo e tempo adeguato alla
funzione per la povera signora Maria .
Già, la povera signora Maria, che erano forse più di dieci anni che non
avevo incontrato neppure per strada, per scambiarci i convenevoli più
banali. I figli sì, ogni tanto, raramente , per dire "come stai, come sta
la mamma?". Erano di quelle amicizie che i miei avevano prima coltivato
caldamente, poi tiepidamente , per poi affievolirsi sino a diventare un
ricordo, un ricordo che diventa buon ricordo nel momento della scomparsa.
E proprio i miei vecchi, divenuti inabili a certi doveri, mi avevano pregato
di essere ambasciatore del cordoglio della famiglia.
La chiesa restava fuori mano ed il traffico dei tifosi che andavano alla
partita non mi aiutavano a recuperare tempo. D'altronde pioveva ancora e
confidavo sulla difficoltà comune che avremmo trovato nell'arrivare con la
pioggia, nel trovare il parcheggio, nell'approssimazione di orario con cui
si svolgono certe funzioni religiose.
Arrivai sullo spiazzale della chiesa e la cosa che subito mi colpì fu la
gente che stazionava dentro e fuori l'androne , in coda ordinata e con lo
sguardo rivolto dentro, verso la navata centrale dove si stava svolgendo
la funzione.
Mi misi in fila anch'io, contento di essere arrivato in ritardo ma non
troppo visto che qualcuno ancora si stava piazzando dietro di me ed apriva l
'ombrello.
Perché pioveva ancora.
Ed io che , nella foga di arrivare presto, mi ero dimenticato il mio in
macchina e adesso, almeno per la testa , cercavo rifugio sotto quelli
addossati a me, i miei compagni di fila.
Educate persone e compunte, vista la circostanza, con cui non si può
familiarizzare in dieci minuti di attesa , ma comunque si può scambiare
qualche parola:
" Ma come è successo?". "Era malata di cuore." "E poi
l'età....".
Intanto la fila degli ombrelli dietro di me si allungava.
Mi domandavo, tra il perplesso ed il meravigliato, di quanta gente
conoscesse la signora Maria e la sua famiglia. Buona famiglia, ma
complessivamente un po' anonima per i più, pensavo.
Un figlio professore di scuole medie superiori ed anche sindacalista, ma di
secondo piano, ed una figlia che aveva stentato all'Università ed adesso,
in ritardo con gli anni , faceva pratica in uno studio notarile e , per
quanto non disprezzabile, ancora senza marito.
Dalla navata centrale di quella chiesa uscivano a noi che stavamo fuori,
come sussurrate, le parole del prete ; e gli intervalli liturgici di
silenzio di una messa funebre sembravano interminabili.
Possibile che una funzione che doveva essere cominciata alle quindici e
trenta, alle sedici e trenta non era ancora finita?
Guardavo l'orologio e pensavo già alla strategia del saluto.
Penetrare nel gruppo , farmi strada con gomitate discrete precedute e
seguite da uno "scusate" ed arrivare poi ad imboccare la fila giusta
per
arrivare a stringere la mano, magari a baciare con bacio a doppia gota
almeno uno dei due figli? Era sconveniente ed ingiusto per uno che era
arrivato in palese ritardo. Avrei aspettato che il grosso della gente
sfollasse, per arrivarci perbene al saluto di cordoglio, magari , col tempo
che mi era rimasto, concentrandomi per trovare una faccia e due parole
,dico due , magari smozzicate, ma non di circostanza.
Povera signora Maria, in fondo eri cara quando a Pasqua ti presentavi
giovane e bionda a casa nostra a portare la pastiera ed a regalarci a noi
bambini un sorriso ed una carezza.
Arrivò a noi che stavamo fuori una inconfondibile ventata d'odore di
incenso che decretava la fine della cerimonia.
Un ala di folla sulla mia sinistra cominciò a defluire. Sulla destra la
nostra fila, passo a passo,penetrava nella chiesa.
Arrivato quasi alla metà del percorso mi salutai con un amico che
apparteneva alla fila che usciva.
Fu l'unico segno di familiarità nella situazione che stavo vivendo.
Guardai avanti, dove la mia fila arrivava, stringeva mani , baciava, e si
ripiegava su se stessa uscendo.
All' acme di questo triangolo immaginario c'era un uomo sulla cinquantina,
vestito di blù, coi capelli biondo grigi e con un viso disfatto e che non
avevo visto mai prima d'allora.
Non cercai scuse con me stesso per andarmene. Arrivato alla sua portata lo
salutai e lui fece quasi finta di riconoscermi, ed io quasi accennai ad un
abbraccio.
La signora Maria se l'erano portata via più di mezz'ora prima .
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