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EPISODIO ASTRATTO
Episodio astratto.
Come una morte presunta sacrificale d’un cavaliere
che non sapeva poi fare tutto quello
che in un semplice tenzone medievale
deve saper fare un cavaliere
quando si sfida con la vergogna di soccombere (UNO E PRIMO
FATTO)
con l’incapacità
di uccidere (SECONDO FATTO)
con il
tentativo infruttuso di corrompere il
contendende (TERZO FATTO)
con gli occhi rivolti a quella per cui vorrebbe vincere
e non ci riuscirà mai.
(ULTIMO FATTO)
Tièè! Fendente diretto direttamente alla morte.
Non fatto di lancia né di rostro.
Neppure la spada è indispensabile. Basta
una mano rapida ed efficace.
Che si porta a mo’ di schiaffo sul cubito opposto.
Tièè!!!
(FATTO).
Fatto per fatto, il gagliardo cavaliere contendente
aveva tutto
(casato , misure antropomorfiche
e metriche delle più esuberanti
e armi della migliore estrazione sociale),
tanto da avere
un certo rammarico quando il suo corpo che puntava lancia
jn resta
per fare
polpettaffettate ed infilzate del nostro,
si trovò
strabuzzato giù per terra dal cavallo in piena crisi ipoglicemica.
Lo scudiero s’era dimenticato di dargli il mattutino
pasto di biada.
Intufato dal contrattempo, si ricordò assai tardi anche
lui.
della leggera imperfezione del suo sangue.
Dolce. Più dolce del dovuto. Quasi da diabetico.
Anche lui aveva dimenticato la sua razione mattutina di
insulina.
Apperciocchè lo scalcinato nostro cavaliere
potè colpirlo in una situazione di ebetità manifesta.
Con uno schiaffetto
appoggiato sulla gota destra ,
nello spazio
minimo concesso
tra le
propaggini inferiori dell’elmo e la gorgiera. Un buffetto , via!!
Che ,tuttavia, lo fece stramazzare a terra.
Restò il nostro con lo stupore che hanno i perdenti quando
vincono.
E con un silenzio
siderale seguito dopo da un crescente acclamo generale intorno.
Clap… Clapp… Clapp..Clapp..Clapp..Cla.Cla.ClaCClaCClaClapp
ClapCapp Clapp!
In un crescendo del clappare che si arrampica fino in cielo
fino quasi a sancire, lambendolo,
il successo.
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Troppa gloria, come troppa paura, di solito sveglia. Dai
sogni. Di paura e di gloria.
E certi sogni per un po’ ti restano appicciati come una
essenza limacciosa sulle membra
e tra i peli del petto e del ventre. Quantunque ti lavi, ne
resta una patina impercettibile
che non sai coprire. Infilandoti la camicia e facendoti il
nodo della cravatta al collo, ne
senti ancora l’odore. Inebriante e sconcertante. Per ore,
per poche ore del mattino.
E per quelle
ore saresti capace di sconfiggere
non solo il buffo Golìa della tua storia,
ma anche quello vero della vita tua.
All’ora UNA però, dopo il mezzogiorno del
giorno che ,dopo il sogno della notte più sontuoso
che ci sia, si va
facendo il più sfigato che ci sia, TUTTO SI ACCLARA.
Ti sgonfi. Come un palloncino di quelli che compri ai
bambini nella sera della festa e che,
se ti scappa di mano, o vola in cielo, o, se lo porti in
casa, si attacca al soffitto come a sfidare il cielo della stanza. Per provare
a passare oltre..
Ma la mattina dopo è come morto.
Giace sul pavimento come
una miniatura della testa di
un bambino “Down”.
Stirato, stropicciato. Nell’ attesa che il bambino della
sera prima,quello assolutamente normale, quello che ha provato per attimi a
tenergli il filo per mano, s’alzi, lo veda e si ricordi che non è più lui
quel sole di palloncino dalle gote gonfie che sembrava sorridergli la
sera prima.
Farà il bambino istintivamente
quello che da grande gli sembrerà più complicato.
Dimenticarlo.
Il bambino.
Il grande piccolo cavaliere della nostra storia intanto si
è recato al lavoro.
Tardi, d’un tardi impossibile da giustificare, specie
pensando che la “giustifica” più incredibile
potrebbe scappare tra le labbra chiuse. E sarebbe davvero
incredibile.
No. Lui ragiona. Acquisisce fino in fondo la sua identità
di timido.
Sa di aver sognato alla grande. E che
questo esige un rispetto di sé per
sé stesso.
Che la realtà possa
farlo balbettare è una eventualità da prendere in considerazione.
Alla ora UNA il tenzone col capufficio non lo trova più
gravido di sicurezza come alla
ora NONA. Ma racimola le forze del timido. Non sarà anche
lui diabetico?
- Come va la glicemia?
- Drammatica! – sobbalza sorpreso della domanda e
dell’interessamento inaspettato.
E della
persona anonimamente fino ad ora considerata coglie d’improvviso, come in un
bagliore
acclarante, il nocciolo della fratellanza: L’HANDICAP.
-Lo so. Ho provato con le pillole per tre anni. Ora mi buco
due volte al giorno. Ma avrei
bisogno di tre
.
-Ma la dieta?
-Fandonie! Il male avanza. Oltre il tuo peso. Malgrado il
tuo.. Mi scusi.. il.. Suo… peso..
-Dammi del “Tu” ,ti prego… Ma dimmi… A che valori
sei passato al buco?
-Duecento..trecento…poi ..quattrocento. Poi di colpo…
quasi zero…Magari di notte..quando
dormi e magari dormendo dormendo potresti
morire dopo esserti accorto
che stai sudando come un maiale, che se provi a parlare
balbetti e la voce non basta per chiamare di fianco tua moglie, e pure le
braccia non sanno fare quello che
vorresti che facessero: scuoterla, farle capire
a gesti e a singulti: “dammi subito dello zucchero ma subito e tanto,
e prima di fare la domanda cogliona : “Devo chiamare il dottore?”
Dammela quella cucchiaiata di zucchero che salverà te , se
ci tieni, dalla vedovanza
e quei due scagnozzi di figli da una orfananza
imbarazzante. Una ipoglicemia in un diabetico malcurato,
male assistito
e poco considerato dalla famiglia!
- Ma il buco com’è?
-Semplice. Come è semplice la geometria di un punto. Ma
posso veramente darti del “Tu”?
-Si
-Allora, caro Luigi, il buco semplice è come un punto
semplice –figura geometrica semplice-
ricordi alle scuole…: “dato un punto…tracciate….
congiungete…calcolate…”.
-Sì ..sì..
-Parlavamo però allora di foglio di quaderno. Ora
è un po’ diverso. E’ la pelle.
Se spingi dentro , è la carne. Se spingi ancora è un
dentro che non ti so dire dove finisca..
E non è una penna che
segna, scivola e fugge via. L’ago entra, lascia dentro e si ritrae.
E spesso lascia una traccia che non puoi cancellare. Che
non è la crosta microscopica
a fior di pelle. L’ago è il tramite. Che tu accetti ti
trafigga per depositare il contenuto.
Chi ti lascia il segno…
-E’ la malattia!
-E sssììì, Luigi, e ssìììì!
Luigi, (nell’iperbole del racconto potremmo, con una
robusta propensione all’ecumenico
lieto fine fiabesco, identificarlo come il Golìa che ha
schivato il sasso di David ma ,nel contempo, ha riconosciuto sportivamente che
era lui il migliore) mentre si allargava sino a slacciarlo il nodo della
cravatta, restava ancora
attonito ad ascoltare il nostro.
Che , d’altronde, non gli sembrava vero di aver saputo,
per la seconda volta in una notte ed in un giorno, ardire tanto.
Luigi, per probabile pura suggestione cominciò a sudare,
con una faccia e con sintomi e segni così ambigui che erano buoni sia per
l’iper che per l’ipoglicemia.
“Quando i contrari si toccano” disse un parente
infermiere in pensione e con licenza di
filosofia condominiale
Ed intanto Luigi entrava rapidamente in un coma miasmatico
Lui, il nostro, s’era
già inventato diabetico. Non osò di più.
Lasciò che lo
schiaffetto fatidico (tra la parte inferiore dell’elmo e la gorgiera) gle lo
desse un mediconzolo di passaggio con la faccia del Fato.
Che non fece altro che quel nulla incolpevole.
Perse tempo profetando regole e una venuta presta
dell’Ambulanza.
Che arrivò con.la precisione d’un tardi millesimale.
Né una cucchiaiata di zucchero. né quel fatidico buco poté
avere Luigi.
Che divenne acerbo cadavere tre minuti dopo.
Altro che Golìa!
*******************
La notte dopo lo vide trascinato sull’erba del prato;
lui insieme al cavallo, ancora uniti caduti ed ancora insieme bardati e
attaccati. Che la notte fredda aveva fatto come un blocco di ghiaccio .
La notte dopo. Lo vide. In sogno.
Quei maledetti sogni che aveva imparato ad aspettare .
Di notte, prima.
Ed anche di giorno, poi.
Il “nostro”…. Senza pietà. Anzi, …col sottile
piacere dei perdenti quando
aspettano da spettatori che, nei
massimi sistemi irraggiungibili, ai perdenti seguano altri vincitori.
Riflessione dopo
l’ultimo FATTO:
Il cubito non si stancherà mai d’accogliere il gesto
rapido e possente
della mano opposta. Specie se s’argomenta di morte.
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