IL BUONO PASTO.
E non c'era vigilia di Natale che non si facesse
quella cosa che da sempre si era fatta in casa del ragioniere Agostino Pelongiu.
"Va bene l'albero - "chi u dicìa ca z'avissi fari sti cosi a la
viggillia, nu bastai u prissepi?- ma tutta quella frenesia di festoni e di festa
in casa. I figli coi cugini, più col sorriso e con quasi amore,sentivano dischi
compattati strepitando con mani e
piedi. Le nuore tra loro e con le suocere a tagliare l'anguilla maledetta,
che, pure quando pare morta, scappa. Come una lingua maledetta. Come una parola
di troppo.
Tutto dalla mattina si concertava, nei minimi particolari, per fare una vigilia
coi fiocchi. Non vi dico quanto e di che cosa odorava quella casa affaccendata a
costruire, che so, una bellissima sceneggiatura di colori e di sentimenti. In
cucina e per tutta la casa, piccola, condominiale, ma accogliente e divenuta un
formicaio di buona gente, buona, cazzo, buona, o
almeno accorta. Ognuno si affaccendava ad assaggiare quello che
preparava. E si leccava le labbra con la lingua; che di quel sugo non voleva
perdersi una goccia, sì neppure una goccia.....
Ma.....
- Saremo in quarantasette a tavola. – sentenziò la mertesse stropicciandosi
le mani sul grembiule.
- Chi l'ha detto, quarantasette? Non dovete mai dimenticare
l'ultima.
Così aveva profetizzato il ragionier Agostino Pelongiu, piazzato nel mezzo del
salone infestonato .
E s’andava appuntendo tra le dita il ramo destro di quel
suo assurdo e demodé baffo umbertino.
- Mancheno tre ore a' la mezanotte. Guagliù, cercateme chella ca sapite
vuie.
"Voi sapete chi cercarmi, ragazzi" - aveva detto.
Marchitiello e Felis e pure Tunin - chillo fesso e piemontese -
andando marciando si domandavano perchè quel cazzo di Agostino doveva saper
parlare tutti i dialetti della penisola e nessuno per bene davvero, ed essersi
fatto pure una capatina negriera a
Tunisi. Felis, era figlio d'una capatina di quelle,
una di quelle migliori, abbronzato come la mezzanotte.
La ronda dei figli illegittimi di Agostino andava cercando negli anfratti
dove la città sa destinare certe abitudini a certe cose da fare in fretta:
pulirsi e salutare e tendere la mano dietro il finestrino, per i soldi.
" Vuoi venì?" Detto così,
brutale e senza voglia da Marchitiello, con quella faccia da guaglione saputo.
" Stasera è Natale; aggia fa'
festa pure io, guagliò"....
Non era cosa quella sera. Neanche per Marchitiello, che di solito ci riusciva
sempre. Alla vigilia di Natale pure le puttane sognavano diversamente.
Stutavano il fuoco come fossero candeline sull' albero e, pure loro, alle nove
in punto chiudevano bottega, calavano la saracinesca tra le cosce e si cercavano
una qualche fesseria da fare solo al dì di una festa come questa: cercare il
figlio ormai cresciuto che non le riconosce più come mamme, o rintracciare
l'unico amante amato, magnacciapiù sensibile ma con moglie: in somma
qualcuno che potesse ancora dire
loro di no.
Rifiutate a gruppo poi, si ritrovavano, a notte tarda, con certi cappelletti in
testa e, sfatte, con certe bocche abboccate a una bottiglia. Riunite, come fosse
un sindacato di disperate, ubriache ed allegre, d’una allegria smorta e
martoriata.
- “Andiamo alla Stazione, Li c' è sempre merce di contrabbando - aveva
detto
ridendo sguaiato Tunin in faccia a Felis - se non sono bianchi come sta mi... la
trattativa la fai tu.”
E lì, alla Stazione, c'era l'iradiddio degli abbandonati. C'era da scovare tra
i pezzenti il più pezzente, tra i cartoni preparati come letto, e quelle
buste da supermercato che cerchiavano un posto e facevano da suppellettili ad
una proprietà. Bottiglie in piedi o rovesciate, birilli abbattuti o da
abbattere ancora.
I tre rondaioli per un attimo sentirono dentro di loro il desiderio di Agostino,
forte, ed il senso della vigilia di Natale. E scelsero secondo il cuore.
- Nonnina, vuoi venire con noi?
Smossa da un fremito, s'accorse solo dopo la terza volta che Felis l'aveva
chiamata. Solo allora s'accorse d'essere stata chiamata. Ma non disse, come gli
altri s'aspettavano:
"Chi... io?!" Fu come se se l’aspettava.
Si rizzò a mezzo busto reggendosi sulle braccia magrissime, poi s'alzo'
in piedi. Si scrollò di dosso le palline di polistirolo del cartone di
lavatrice che la teneva avvolta e si sentì subito pronta a seguirli, quei tre
mattacchioni che le fecero la corte a turno, per darle il braccio e portarla
fino alla macchina, dove poi la fecero sentire una principessa, con cicisbeo
autista e lacchè e relativi salamelecchi, che lei assecondava con stile e
naturalezza.
“Prego,entri nostra signora …?”
“Povera… Monna povera, ragazzi.”
Dopodiché,
viaggiarono ridendo tutti e quattro ch'era una bellezza.
Agostino Pelongiu era sopravvissuto, come ogni anno d'altronde, al momento
topico della friggitura in olio bollente delle capocce di capitone. Cosa che
faceva ridere di tanto riso isterico le donne di casa e che a lui procurava un
certo prurito nella parte alta e più corposa dei pantaloni.Tanto che la sua
mano quella sensazione doveva esorcizzarla e subito con una impudica quanto
appariscente e consolidatoria grattata.
Ed ora era pronto e piazzato, spalle al presepe di famiglia, ad accogliere
l’ennesima buona azione dell’ennesimo
Natale.
Monna povera, s'avvicinò a lui senza troppa riverenza - troppo principessa
l’avevano fatta sentire quei guagliuni - e col suo pizzo e velo sdrucito nero
offerse solo braccio teso e mano a quel raffazzonato gentiluomo di Agostino,
che, interdetto, solo dopo un po' capì che la situazione natalizia precipitava
verso un’ ineluttabile baciamano.
E così fece succhiando, con rabbia, ma anch’essa inquinata dalla natalizità,
sul dorso della di lei mano, quel primo approccio di inaspettata sudditanza.
Si riprese a mezzo dandole del "lei" ed offrendole il posto destinato
al nonno. Quello a capotavola.
A quella tavola pareva che ci arrivassero ad
ondate, a frotte, a consolidare con uno sguardo il proprio posto che poi
, ridistratti dall’ atmosfera e dal decoro dei più insulsi dei discorsi,
rassicurati che tutto andasse per il meglio,
abbandonavano. Gli uomini quando si fermano ad oziare
attorno ad una tavola, sono perduti, irriconoscibili.
Sembrava che quarantotto - tanti erano ormai - tutti insieme seduti intorno a
quella tavola non ci si sarebbe stati mai. Sembrava impossibile accordare tante
menti in festa.
Le donne strafacevano in cucina inforcando tra maccheroni radi centinaia di
parole per dire di tutto e del più inutile possibile, in quel momento in cui
scolar la pasta attimi prima od attimi dopo sembrava essere diventata una
lotteria. O una filosofia del saper vivere.
Pure il sugo del capitone ansimava pensando - il capitone, non il sugo - a
quanto fosse stato vano il suo sacrificio.
I bambini intessevano l'ultima ipotesi di contratto con Babbo Natale con
mediazione delle mamme meno schizzate:
"Dammi i regali e ti prometto un semestre da buono, poi ricontrattiamo il
tutto... Prendere o lasciare" Senno...senno...
"Sciopero Generale" gridava dal corridoio l'ultimo esemplare di
comunista metalmeccanico vero ch’era appena entrato ed aveva depositato il
colbacco originale “ante perestroika” nelle
mani pie di Nunziatina, la filippina dell’ alto Molise.
Il Natale, quell’ atmosfera c’era, malgrado tutto. Ma non bisognava cercarla
sull’onda delle note e di “
Ginko –Bel” , sparate a tot decibel, ma negli interstizi, negli spigoli
delle persone.
Quali persone? Era la domanda che si ripiegava su se
stessa, che si contorceva dentro.
Quando mai. La domanda era un affermazione: “Quante
persone?!” detta con stupore e soddisfazione.
Monna povera riceve la prima portata. E con lei tutti i commensali. Agostino fa
fare silenzio. Non è facile ma ci riesce. Dopo il terzo tentativo ci riesce.
Vorrebbe dire qualcosa di importante, tipo quello che dice sempre ad ogni
vigilia di Natale al suo branco:
”Magnate...abbuffateve." Ma quest'anno ha come una premonizione. Guarda
la capotavola che gli sorride e gli incute una certa soggezione e dice
solo: "Buon appetito"
"Buon appetito"- risponde monna povera.
Ed inizia a stuzzichiare l'antipasto; e l'alicetta col burro gli si arrotola in
bocca e gli provoca quasi un sorriso insieme alla fugace masticata. Poi ingoia:
e tu lo vedi che, signorile, l'alicetta scende giù.
Sembra ‘na stranezza - infatti mi viene da ridere, solo adesso che me lo
ricordo- ma, dovete credermi, con quell'alicetta col burro quarantasette
mascelle si bloccano e quarantasette gole dimenticano di colpo come una alicetta
si manda giù. Resta attaccata tra il palato e l'ugola e, con la punta più
corta fa il solletico alle pertugia interne del naso. Quarantasette bocche
aperte e poi quarantasette bocche a fare : Eeetttccciuuuù!!!!! Eeettttccciiùùù!!!!!
Sempre più forte: EEEETTTTCCCCIUUU' !!!!
Monna povera, non si scompone punto all'isteria di tutta la famiglia. Agli
“etttciuuù” che sembrano non finire mai segue nei commensali la
disperazione di vedere e guardare mangiare la Fame per bocca di quella vecchia
ospite dignitosissima che pulisce con coltello e forchetta ossi di carne e
lische di pesce. E sbuccia fichi d’India come se l'avesse imparato a fare da
piccola , da sempre. E non lascia niente, neppure una briciola di pane. E poi,
alla fine, si pulisce il muso con il tovagliolo e con una delicatezza e con un
sussiego che è bello a guardarla.
Quando lei s'accomiata sono in sette od otto ad offrirsi di accompagnarla.
Marchitiello accenna appena a proporle di restare lì:
- Almeno per stanotte!
-E sì ... e poi... dovessi abituarmi.. –dice,
maliziosa e dolce - No... ragazzi
.... Natale è Natale… E' vero, Agostino, ...deve restare questa cosa di
stasera un buono pasto per la mensa
dell'eternità.