..o Toccalbaffo ..o Boffaltucco, cazzolina! Qui c'è chi non mi vuol vedere e chi m'ha visto e gli basta. Chi non m'ha visto e gli basta lo stesso E chi m'ha visto e non gli è bastato/a ancora.
Oddio.... Giuro, mi sto sfogliando il Trattato della Psicologia della comunicazione e cercando la voce "devirtualizzare".Eccola ...eccola Mmm....ah... mmhh...
Ma la spiegazione è più difficile della parola. Come me la spiego al mio stesso me, così duro di comprendonio per certe astrazioni ed estrazioni quando a farle non sono io stesso? Come provo a riferirla a voi?
E' la solita torre di Babele delle parole dove queste non son altro che fonemi con rinculo di qualche sentimento ancestrale che fa da razzo d'avvistamento. Nulla di più ci si offre per capirci, per sentirci, che questo bussolotto da cui estraiamo lettere che mettiamo in fila ed a cui diamo
un nostro personale senso compiuto forse "a posteriori" o forse neppure allora.
Questa mail, infatti, sta venendo fuori con la consapevolezza della incomprensibilità, quasi con la vocazione al non essere capita.
E c'è di più , signori miei, possiamo, vogliamo, dobbiamo
mentire. In un crescendo di necessità, per evitare la devirtualizzazione.
Per la fine di un luogo virtuale tempo fa avevo postato questo scenario che vi ripropongo. Più romantico del reale. Ecco, più virtuoso ma non meno tragico. Una morte per consunzionone
 
 
Nel languore avvizzito del giorno che muore presto di questo novembre che ritrae le braccia stanche lungo i fianchi e china la testa, s'ode, come una mancanza di luna, il silenzio dei vecchi.
I padri e le madri delle parole son divagati in luoghi d' introitata virtù. La eco d'un balbettio lontano, il disfarsi di qualche slegata nota d'una canzone, il risuonare di lontano di   qualche interrotta  risata, questo s'arriva ancora a pensare di udire di loro. Ma forse è un sogno meno crudele per addolcire la realtà Come l'ombra della magnificità d'un tempo, la carta della loro eloquenza s'è ingiallita, s'e crepata sui fianchi e le parole si sono sbiadite in illegibili macchie tenui d'inchiostro.
Peraltro è silenzio. La stanza delle parole muore di silenzio; come se il puntuale padrone
avesse parso la chiave e con essa la memoria e con essa la forza per aprir quella porta , posare il
consunto cappello, spalancar la finestra e sedersi ad aspettare il primo avventore.
Nulla è più uguale ad allora. I bicchieri vuotati e rovesciati o mezzo bevuti e lasciati l'ultima volta da
lui che se ne andò , insicuro sulle gambe, aiutato da lei che tremava e biascicava parole come una nenia senile. E poi l'altro, e l'altro ancora,  con quella lei che non ci vedeva più e che riusciva ormai
soltanto a bestemmiare mentre fingeva di sferruzzare a maglia. La donna del sorriso, che quando se ne andò era diventato ormai un ghigno gemente, disse solo: "E' l'ora pure per me".
Ad uno ad uno. Il non saper più dire era divenuta una malattia lenta ma inesorabile che per un pò 
s'era provati a vivere e sopportare insieme, facendo finta di niente, quasi negandosela a vicenda, ma poi, col progredire dell'aridità,era divenuta silenzio, ed il silenzio aveva moltiplicato la solitudine.
 
Quella sera di novembre s'addormentarono vicino al camino, il padrone e l'ultimo rimasto.
Quando si svegliarono stava facendo alba. Ma a loro dovette sembrare che fosse passata più d'una sola notte.  Il fuoco s'era spento da un pezzo ed uno spiffero, che trapassava   dalle ante sgangherate della finestra, mulinava  pulviscoli di  cenere.
Loro erano indirizziti ed anneriti dalla fuliggine,  ed immobili. Solo per un attimo l'ultimo rimasto provò
qualcosa che parve un immane sforzo di muovere le labbra. L'ultimo tentativo a cui seguì un impercettibile sollevarsi delle orbite al cielo come a dire: " E' davvero finita".E lentamente si alzò
ed appoggiandosi con la mano di sedia in sedia, e poi lungo il muro, raggiunse la porta ed uscì senza guardarsi indietro. 
Il padrone rimase li fermo ancora del tempo a fissare i ceppi anneriti nel camino o i giochi d'immagini
che la cenere componeva e scomponeva sul pavimento, o forse ad aspettare soltanto. 
Un piccolo cane , entrato dalla porta che era rimasta aperta, gli si accostò e gli si accoccolò di fianco
con la naturalezza di chi ripete quell'atto da sempre.Il padrone, senza guardarlo allungò la mano e lo  
accarezzò appena sulla testa e sul muso. Era il segno. Il padrone s'alzo si spolverò il vestito, si calò il cappello in capo  nel modo più strambo che mai  e disse: "Andiamo". 
 

 

 

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