DIAGNOSI E TUNGSTENO N° 3

 

E io che credevo che i miliardari fossero boriosi e affettati, con le
mazze da golf incappucciate una a una, stese ad attendere nel
bagagliaio della decappottabile. L'altra sera ho scoperto che invece
sono simpatici, magari pure carini. E, cosa più importante, proprio
come diceva la tv, anche i ricchi piangono. Come tutti. Quindi, siamo
tutti (potenziali) miliardari. Sillogisticamente parlando, ovviamente.
Tornando ai miliardari, quello di Gerry Scotti è senza dubbio il più
riuscito: giovane, femmina, sano, toscano, affabile, buonista,
intelligente. E forse votava pure verde. Ma queste sono soltanto
illazioni. I fatti parlano d'altro, e precisamente di un successo
televisivo annunciato, perseguito e raggiunto. Colpito in pieno.
Tutti lì, compreso me, a sbattere le palpebre come dopo una
lobotomia, mentre la pischella intascava più zeri di una cartella
pazza. Perché ci sono miliardi e miliardi. Una cosa sono quelli del
Superenalotto, che siano 4 o 40 non frega più niente a nessuno,
perché non vedrai mai la faccia di chi li tocca per la prima volta.
Poi ci sono i miliardi di Gerry, più piccoli ma più buoni, tanto che
ti sembra pure di riuscire ad assaggiarne un pezzetto. Solo
impalpabili briciole, intendiamoci. Ma comunque sufficienti a farti
passare un paio di volte le mani un po'sudate nei capelli.
Insomma, quello dell'altra sera è stato quello che comunemente si
definisce un "pezzo di tv". Di che pezzo si tratti, poi, non è dato
saperlo. Almeno per ora. Una cosa è certa: quando ho visto la giovane
concorrente stringere l'assegno a due mani, abbracciata teneramente
al bravo presentatore, mentre il rimmel cominciava a sciogliersi in
piccoli estuari neri e il pubblico si spellava le mani, ho rivisto
quei flash di tv a stelle e strisce rubati dalle prime parabole
qualche anno fa. Solo che questa volta i protagonisti non parlavano
come in un incomprensibile film in lingua originale, ma aspiravano le
C, come Benigni nella Vita è bella. Sono in Italia, mi sono detto, e
questa è tutta roba nostra. È stato allora che la lobotomia è
diventata assurdamente reversibile. Mi sono scosso dal torpore di chi
pensa meccanicamente «cazzo, allora posso farcela anch'io!» e ho
ripreso a respirare. Certo, ogni tanto continuavano ad assalirmi
pensieri del tipo «ma sarà meglio spenderli o investirli?», ma
fortunatamente passava subito. Così ho preso a pensare un po'. Che
colpo per Gerry, mi sono detto. E che culo! Televisivamente parlando,
intendo. Voglio dire, chi ti va a sbancare la cassa? Una concorrente
fotogenica, spigliata e ottimista, con una madre elegantissima, tipo
contessa di Kent, ma con la stessa quantità di lacca della
Montalcini, dando metà delle risposte a caso, con una grande scelta
di tempi e una regia da urlo. Insomma, un capolavoro commerciale.
Così perfetto da consentire a Scotti di affrontare senza il minimo
imbarazzo pure la televendita sopra le righe di un gioiello fatto in
serie. Nella trasmissione dell'altro ieri c'era tutto,
dall'intramontabile quiz, alla reality tivvù, dal Grande Fratello
alla De Filippi.
Che sia tutto finto?, allora mi sono chiesto. Domanda stupida, lo
riconosco. Certo che no. Non può essere finto ciò che non esiste.
Semplicemente non c'è. Non ci sono miliardi e miliardari, né mamme
che sprizzano luce, non ci sono assegni a nove zeri, né popolarità a
buon mercato. C'è solo strada, scarpe strette, bollette da pagare,
cani da far pisciare, risate da rubare al capo, lacrime da nascondere
dietro le mani, mari da attraversare in una stiva senza luna, veli di
tulle da sollevare per infilarci sotto un bacio leggero e
ricominciare. Ma questo c'entra poco con la tv, soprattutto con
questa.

Ciao belli
Simon

 
 
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Minchia Simon, complimenti. Ti ritrovo in forma smagliante. I lardi
valdostani
intaseranno le arterie ma oliano bene la lingua. Mi hai ricordato il primo
ed indimenticabile Stefano Benni dei tempi in cui (quasi trent'anni fa)
faceva il commentatore televisivo in una rubrica su Panorama. Quando
Panorama si tirava la volata con l'Espresso a laicheggiare ed a
socialisteggiare ed ad intorbidare le acque fingendo di ammazzare i preti e
le loro devozioni, ma già essendo in odore di craxomania
(clepto-craxo-mania). Mi hai ricordato le sue scanzonature argute sui miti
televisivi di allora, personaggi deificati già allora a furor di audience,
ma connotati da una certa professionalità e perbenismo di facciata. Ora
cariatidi alla ricerca disperata di onorevoli canti del cigno in prima
serata . Vedi Bongiorno, vedi il Pippotto nazional popolare (ora, dopo
decenni di incubazione, finalmente palesatosi ammalato di Andreottite, morbo
di chi non rinuncia mai  a stare non al centro, ma , più
intrigantemente, in mezzo) e la patetica befanosa Raffaella dal  mitico
ombellicolo spaccaveli, tanto erotogeno allora quanto  incartapecorito ora.
Erano i tempi anche allora del Quiz, inteso però più come modus mirandi che,
come oggi, modus vivendi. E perciò assomigliava abbastanza al miracolo
italiano, fascinoso ma sobrio, e fatto da brava gente. Veniva centellinato e
somministrato a piccole dosi e con una ritualità esclusiva che ammaliava.
Nulla a che vedere con lo spaparanzo sguaiato dei quiz masters d'oltre
oceano. E  produceva piccoli eroi rigorosamente in bianco e nero. E i
milioni erano milioni che non si pagavano con il giochino del
prendi e lascia o straccia un pezzo di cartassegno, no, erano l'idea di
luccicanti e sonanti gettoni d'oro, come se quello trovato fosse davvero un
tesoro dentro un forziere. Tutti segni  d'una ancora conservata educazione
verso il denaro.
Quella che s'è persa ora che una orda "smailiante" di bocche d'oro, gli
yuppies
della presentazione, si rincorrono e ti rincorrono da canale a canale, da
rete a rete per farti giocare ai giochi più insulsi per poi premiarti,
premiarti, premiarti d'essere il più mansueto giulivo ed ebete ascoltatore
dei
loro fottuti consigli per gli acquisti.
Ma non è neppure questo il peggior maleficio televisivo di fine millennio.
Cosa dire della voglia irrefrenabile che ad ognuno di noi (noi, noi, i più
anonimi
noi e nessuno mancante)ha preso di parlare e parlare e  parlare
davanti a una telecamera accesa. La logorrea, perlopiù lamentevole e
"nonvabenenientista"
dello spirito italico finalmente ha avuto la stura. E così, in nome della
democrazia della parola, ci incastrano aldidentro del baraccone. In nome
della partecipazione verbale ci lasciano l'idea d'essere primattori e
lusingano il protagonismo chiuso in  noi con una operazione semplice.
Clonano centinaia di
riunioni di condominio dove è d'uopo non mettersi mai d'accordo e sbrang! ti
ci piazzano la telecamera su. Quale spettacolo migliore, quale quello più
coinvolgente, quale il più genuino di quello fatto da noi per noi.
Il talk schow. Lo spettacolo dove si parla di tutto e di più E si dica tutto
purchè
non si definisca nulla. Guai a dare una risposta definitiva. Non c'è mai una
risposta definitiva. Non giova pensare che ci sia. Le parole devono
intrecciarsi
le une alle altre e riaggomitolarsi su se stesse e devono essere tante ma
tante che
una, appena l'hai tirata fuori, si tuffa in mezzo alle altre e già non la
riconosci più
e magari la scambi con quella d'un altro che voleva dire quasi la tua stessa
cosa.. ma non proprio la tua stessa cosa.... o forse si.
Con  questa inflazione  la parola perde il suo valore e tu il valore di lei.
Tanto che nell'atmosfera della babele ti è praticamente precluso anche a te
potenziale e taciturno ascoltatore attento provare a gustarne ancora
qualcuna di
quelle buone, di quelle giuste.. magari a leggerne qualcuna di quelle che ti
possono rimanere dentro No, la babele l'azzitta solo il breck perentorio che
indagini spottologiche
ha decretato essere il linguaggio più efficace ad imbambolarti. E la babele
s'annichilisce di botto e, con la bocca aperta, ti trovi catapultato
nell'ipermercato
della illusione,  dei balocchi della adultità  a barattare magari la tua
vita vera con
le tante finte che ti propongono e ti dispongono.
Ricordo che quand'ero ragazzino, a una certa ora, dopo il Tg della notte,
una musichetta garbata ed una antenna dalle vaporose e convolute eliche si
attorcigliava in su nell'etere e decretava la fine delle trasmissioni.
Allora almeno si poteva pensare di andare a dormire e sognare con la propria
testa.

Kosta.
 

 

 

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