UN MILIONE AL MESE A TUTTI: SUBITO!
Come e perché sarà introdotto il reddito di
cittadinanza
e tutti vivranno felici e contenti
Sommario
I. PREFAZIONE 5
II. INTRODUZIONE 7
III. DENARO E MONETA 18
IV. KEYNESISMO, PIL E DEBITO PUBBLICO 34
V. L'INGANNO DEL PIL 48
VI. LA GRANDE TRUFFA DELLE BANCHE 59
VII. L'OPPRESSIONE FISCALE 76
VIII. L'ETICA DEL LAVORO 93
IX. LA LIBERAZIONE DAL LAVORO 106
X. IL REDDITO DI CITTADINANZA UNIVERSALE: UN MILIONE PER TUTTI 118
XI. LA RIFORMA DELLA MONETA E DEL FISCO. ALCUNE PROPOSTE 138
XII. L'EUTANASIA DELLO STATO NAZIONALE NELLA SOCIETA' GLOBALE 158
XIII. CAPITALISMO E REDDITO DI CITTADINANZA 169
XIV. INDICE DELLE OPERE CITATE NEL TESTO 180
In questo libro si spiegano le ragioni per cui è giusto, necessario
e possibile introdurre subito il reddito universale di cittadinanza. Il reddito
di cittadinanza è una somma che lo Stato eroga a tutti i cittadini, in
maniera automatica e senza condizioni di sorta, per il soddisfacimento dei bisogni
elementari.
Si è stimato possibile erogare la somma di un milione al mese per tutti
i cittadini adulti e quelle di 300.000 al mese per i minori fino agli anni 14,
e di 600.000 al mese per i minori tra i 15 e i 18 anni.
E' una somma che si aggiunge al reddito da lavoro - se uno ce l'ha -, qualunque
sia l'importo che si tragga da esso.
E' giusto, perché il reddito di cittadinanza tutela il diritto alla
vita di ogni essere umano, ovvero il diritto di ogni uomo, per il solo fatto
di appartenere al genere umano e ad una comunità organizzata, di avere
i mezzi materiali per condurre una vita dignitosa. Perché, al contrario,
non è giusto che sia necessario lavorare per vivere. Il lavoro per la
necessità è un'attività da schiavi, che non nobilita nessuno,
e che non ha nulla a che vedere con il libero arbitrio dell'uomo. Chi non ha
la possibilità di scegliere come destinare le proprie energie fisiche
o intellettuali, è uno schiavo, in nulla diverso da quelli che nell'antichità
eseguivano tutte o quasi le attività materiali, per consentire agli uomini
liberi di mantenersi tali.
La confusione tra lavoro per la necessità e lavoro come espressione di
creatività, è uno dei fondamenti dell'etica del lavoro.
Anche l'altro fondamento è un pasticcio, la filosofia del bisogno. Filosofia
che appare ragionevole per la semplice ragione che si fonda su un'ovvietà
e quindi sul nulla.
E' possibile, perché è falso che non ci siano le risorse,
è falso che giustizia sociale ed economia di mercato non possano convivere,
è falso che non ci possa essere una soluzione alla mancanza del lavoro.
Per sostenere questa tesi, è necessario capire il funzionamento della
finanza ed il grande inganno che si nasconde dietro di essa e dietro alcuni
totem che vengono presentati come indiscutibili da economisti, politici, sindacalisti
e mass media.
Il PIL, il deficit pubblico, il debito pubblico sono gli strumenti del grande
inganno, che hanno creato una società che ingrassa gli usurai e mortifica
il lavoro, distrugge la creatività e genera schiavitù, produce
ingiustizia e miseria e nasconde la ricchezza.
Stanno barando, sulla pelle dei cittadini, dei lavoratori, delle imprese. Un
pugno di sordidi usurai sta conducendo un gioco al massacro per conservare i
propri privilegi.
E' necessario, perché questo è un gioco sempre più
scoperto dalle crisi ricorrenti che spazzano il mondo della finanza, incapace
di sostenere il proprio stesso peso. E che rende necessaria una grande riforma
fiscale che liberi finalmente il lavoro e la produzione dal giogo dell'oppressione
fiscale, per metterli definitivamente al servizio dell'uomo, della realizzazione
dell'umanità di ciascuno.
Un'altra soluzione, per la verità, ci sarebbe: è quella dell'eliminazione
fisica di centinaia di milioni di diseredati attraverso le guerre, le pestilenze
e le carestie che stano sconvolgendo il terzo mondo.
Ma è una soluzione che travolgerebbe anche il mondo occidentale, con
le migrazioni di massa, con la povertà che si allarga a macchia d'olio
e prende strati sempre più ampi della popolazione, con la produzione
che ristagna. Con poche isole felici di benessere in un oceano di disperazione
crescente, che finirà per travolgere quelle isole.
Il lavoro per la necessità è lo strumento che il potere usa
per l'assoggettamento degli uomini, per impedire loro di pensare come esseri
liberi, per impedirgli di esprimere la loro creatività.
Poiché la creatività e la libertà sono le due grandi nemiche
del potere, quel modo di concepire le relazioni umane per cui c'è un
sopra e un sotto, e sopra stanno alcuni uomini che decidono il destino e la
vita di tutti coloro che stanno sotto. Quel potere che dovrà essere distrutto
affinché l'umanità riprenda il cammino della libertà e
dell'autocoscienza.
Nan-in, un maestro giapponese dell'era Meiji, ricevette la visita di un professore
universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi
continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più
a contenersi. "E' ricolma. Non ce n'entra più!".
"Come questa tazza" disse Nan-in "tu sei ricolmo delle
tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la
tua tazza?" (1).
Come quel professore universitario, anche le nostre teste sono piene di
congetture e di opinioni, propinateci in quantità industriali da mass
media, politici ed economisti, che imbottiscono di idiozie il cervello dei cittadini
per convincerli che questo sistema economico è l'unico possibile.
Non è vero.
La maggior parte delle persone ha timore reverenziale nei confronti dell'economia
e degli economisti. La scienza economica è ammantata di sacralità:
i suoi esponenti sono i sacerdoti di questa religione.
Ogniqualvolta il Governatore della Banca d'Italia, e a maggior ragione, adesso,
quello della Banca Centrale Europea, rilasciano una dichiarazione, tremano le
borse, i mercati, i palazzi del potere, i sindacati e le persone comuni, annichiliti
dal grande risalto che il verbo di questi pontefici trova sui media di tutto
il mondo. Non è un caso che negli ultimi dieci anni i maggiori esponenti
dei governi italiani siano stati persone provenienti dalla Banca d'Italia o
dal mondo industriale e finanziario.
A questo grande timore reverenziale si accompagna, in genere, una totale ignoranza
ed incomprensione del Verbo Economico.
Tutti interrogano gli esperti, che si sforzano di fornire spiegazioni, interpretazioni
e previsioni. Nessuno si accorge che in genere tali previsioni vengono smentite
dopo pochi giorni.
Se anche voi siete colti da questo timore reverenziale e senso di rispetto
nei confronti della scienza economica, se non riuscite a capire un accidenti
quando parlano i guru dell'economia, ebbene tranquillizzatevi.
Non c'è niente da capire: si tratta, infatti, di un cumulo di idiozie (2) sulle quali è stata fondata una scienza inesistente, un vaniloquio disgustoso e del tutto inutile (3).
La cosa curiosa è che la maggior parte degli economisti non si accorge
nemmeno di propalare per lo più idiozie prive di senso: sono troppo presuntuosi
per poterlo fare (4). Altri, invece, l'hanno sempre saputo,
ma fanno finta di niente e ne approfittano per condurre in tranquillità
il proprio tran-tran quotidiano di stimati professori universitari, per collezionare
cattedre, riconoscimenti. E, qualcuno, il premio Nobel. (5)
I migliori, quando se ne sono accorti, hanno denunciato la situazione e a volte
si sono allontanati dall'insegnamento dell'economia. Nessuno, però, ha
mai indagato seriamente sulle nefaste conseguenze di queste idiozie sull'umanità
e su coloro che l'economia la vivono sulla propria pelle (6).
La società reale va avanti lo stesso, la gente continua a creare ricchezza,
lavorando e sudando dalla mattina alla sera. Spesso, gli economisti ed i politici
si sono arrogati il merito di aver ottenuto risultati miracolosi dall'applicazione
delle loro ricette, scippandolo a coloro che effettivamente li avevano ottenuti,
vale a dire i lavoratori e gli imprenditori che con la loro fatica e la loro
fantasia hanno creato quel miracolo.
Perché nessuno ci ha mai detto che cosa nasconde la diffusione di queste
idiozie ben confezionate in un linguaggio oscuro ed incomprensibile? Qual è
la grande truffa perpetrata ai danni dei cittadini e dei lavoratori, costretti
ad una vita da schiavi per arricchire un pugno di speculatori?
Mai come in questi giorni, è tornata d'attualità quella domanda
che Bertold Brecht pone in bocca ad un personaggio dell'Opera da tre soldi,
e che un film uscito recentemente riecheggia nel titolo apparentemente provocatorio:
"E' più criminale rapinare o fondare una banca?".
Non abbiate dubbi sulla risposta: è certamente più criminale fondare
una banca che rapinarla e in questo libro ne capirete le ragioni.
Non crediate che abbia scoperto qualcosa di particolarmente difficile da trovare:
la verità è una sola e soprattutto, è davanti agli occhi
di tutti quelli che abbiano il desiderio di cercarla e non siano stati del tutto
obnubilati dalle idiozie dei mass media.
La maggior parte delle considerazioni contenute in questo libro sono note da
tempo, solo che pochi si sono presi la briga di metterle tutte assieme, e quei
pochi che l'hanno fatto non sono mai stati presi sul serio dal conformismo degli
economisti e dall'ignoranza indotta nella gente dai mass media.
Gli uomini e le donne delle passate generazioni hanno creato la società
più ricca che abbia mai visto la luce sulla faccia della terra. Mai,
come in questo secolo, l'umanità è stata così vicina alla
liberazione dal bisogno economico, mai c'è stata una tale abbondanza
e varietà di beni per tutti i cittadini (7)(almeno
in Occidente).
Rispetto all'inizio del secolo siamo enormemente più ricchi. Le macchine
ormai hanno invaso ogni settore della produzione e liberando gli uomini dalla
fatica fisica rendono il lavoro sempre più immateriale e creativo. Perché,
stranamente, viviamo tutti poco meglio rispetto agli uomini dell'inizio del
secolo, e certamente viviamo peggio rispetto a quelli di venti anni fa? (8)
La nostra stessa sopravvivenza potrebbe essere messa a rischio nell'ipotesi,
paventata da molti, di una crisi finanziaria del genere di quella che mise in
ginocchio l'economia mondiale nel 1929. Allora, infatti, oltre il 70% della
popolazione mondiale viveva ancora di agricoltura e la gravissima crisi distrusse
i risparmi e il patrimonio di molti, ma gli uomini almeno erano in grado di
ricavare il necessario per vivere dalla terra sulla quale vivevano.
Oggi, nel mondo occidentale solo il 5% della popolazione lavora nell'agricoltura,
e molti nostri bambini sono convinti che le mucche siano un cartone animato
della pubblicità. I loro genitori non hanno la più pallida idea
di come ci si possa alimentare senza andare a fare acquisti al supermercato.
E così, una crisi finanziaria di quelle proporzioni, che inducesse sbalzi
violenti sui prezzi e la chiusura anche di piccola parte dei grandi stabilimenti
di produzione di generi alimentari, agiterebbe di colpo lo spettro della fame
dinanzi a milioni di persone nel mondo Occidentale.
Quella fame che di tanto in tanto, sbirciamo distrattamente nella TV colpire
in Africa, in Sud America, in Asia decine di milioni di esseri umani, così
diversi e lontani dall'abbondanza del consumismo cui siamo abituati, potrebbe
colpirci senza alcun preavviso, un po' come accadde nel 1929.
Il Presidente americano Coolidge, nel suo messaggio al popolo americano sullo
stato dell'Unione, alla fine del 1928, scriveva testualmente: "Nessun
Congresso degli Stati Uniti si era mai trovato di fronte, esaminando lo stato
dell'Unione, a prospettive più rosee di quelle che si annunciano in questo
momento. Sul piano interno c'è tranquillità e soddisfazione… e
una serie di record di anni prosperi" (9).
Dopo pochi mesi arrivò il diluvio.
E' necessario aggiungere che il buon Coolidge aveva dato retta alle previsioni
degli economisti del tempo, o lo avevate già capito da soli?
Il lavoro come l'abbiamo conosciuto, il posto fisso per una
vita o quasi, sta rapidamente scomparendo (10).
La grande fabbrica, per mezzo dell'automazione, distrugge più posti
di lavoro di quelli che crea.
La disoccupazione cresce e viene solo attenuata dalla nascita di migliaia di
nuove attività nelle comunicazioni e nell'informatica.
In soli vent'anni l'occupazione nelle fabbriche e nell'agricoltura si è
dimezzata.
Dal 1995, la maggior parte del PIL è prodotta dal lavoro autonomo, soprattutto
nei settori dei servizi, del commercio e della piccola industria.
La parola d'ordine imperante è diventata la flessibilità, vale
a dire la necessità di cambiare lavoro o luogo di lavoro più volte
nella vita.
Altra parola d'ordine è: inventatevi il vostro lavoro.
Ce lo ripetono fino alla nausea, dalle tribune dei mass media, politici, economisti
ed altri imbonitori.
Giusto, ma ascoltandoli balzano subito in mente due domande che non sono mai
state poste ai nostri politici ed economisti. Non certo perché siano
particolarmente difficili da trovare, ma forse perché, per certe questioni
che la gente si chiede con sempre maggiore insistenza, la censura funziona ancora
bene.
La prima domanda è: che ci stanno a fare tutti questi
politici, questa burocrazia, questa organizzazione dello Stato, sempre
pronta a vessare i cittadini con richieste assurde ed esose, con tasse crescenti,
con la sua brutale ignavia quotidiana, se poi non riescono a risolvere nessun
problema e di fronte alla domanda di chi cerca un lavoro qualunque per sopravvivere
sanno dare solo il consiglio di cercarselo da sé (11)?
Grazie, lo sappiamo da noi che dobbiamo fare da soli e di questi consigli facciamo
volentieri a meno visto anche quello che ci costano (in termini di tasse, perdite
di tempo, arrabbiature ed altro).
L'altra domanda pone un interrogativo al quale sembra difficile dare una
risposta convincente. Ci dicono che il lavoro dobbiamo cercarcelo da noi, che
dobbiamo essere creativi seguendo ciascuno le proprie inclinazioni e le proprie
preferenze. In altre parole, dobbiamo diventare imprenditori di noi stessi,
crearci la nostra microscopica azienda personale pronta a sfruttare ogni opportunità
e ogni innovazione.
Già, ma come si fa ad essere creativi se si deve coniugare il pranzo
con la cena, se il problema principale diventa la sopravvivenza, se non si ha
né il tempo né la voglia, né i mezzi per pensare a cosa
inventarsi assillati come siamo dal problema del vivere quotidiano? (12)
Lo Stato, poi, invece di aiutare, crea mille intoppi, mille difficoltà,
oneri di ogni genere che ci ricordano quotidianamente l'inutilità della
politica e della burocrazia.
I nostri antenati dicevano che la necessità aguzza l'ingegno, ma la creatività
nella nostra società ha bisogno di studio, di mezzi economici, della
possibilità per tutti di essere completamente svincolati dal bisogno
per poter sviluppare le capacità e le inclinazioni che possono garantire
la liberazione delle proprie capacità. Senza i mezzi per studiare un
mestiere, per aprire un'attività, non si crea proprio un bel nulla: ci
si barcamena tra un lavoretto a nero ed un altro, solo per sbarcare il lunario
senza alcuna prospettiva, se non quella di afferrare un posto fisso sempre più
raro.
Siamo ritornati alle tristi storie dell'inizio dell'industrializzazione, quando,
pur di trovare un lavoro, gli operai erano disposti ad ogni sorta di rappresentazione
(13).
E' soprattutto la mancanza di speranza che rende le cose estremamente difficili
e complicate: alla fine della guerra l'Italia era ridotta ad un cumulo di macerie,
l'industria e l'agricoltura devastate, il paese lacerato dalle divisioni e ferito
dagli orrori della distruzione. Eppure, in pochi anni, la convinzione che il
peggio fosse passato e la speranza di un mondo migliore, produssero il più
grande salto in avanti nel tenore di vita che mai è stato compiuto in
questa terra. La molla fu proprio la speranza che adesso è perduta.
E sapete perché?
Perché manca un progetto, una prospettiva, un'idea del
futuro. Appunto la speranza.
Quando i governanti di sinistra fanno una politica di destra o viceversa, tradiscono
oltre che se stessi, la fiducia dei propri sostenitori, ne offendono la sensibilità
e l'intelligenza. Ma, soprattutto, a forza di raccontare balle, uccidono la
speranza che sia possibile vivere in una società un po' meno ingiusta
e rendono evidente che, al contrario, la vita diventa sempre più difficile,
il sistema più perverso e, se possibile, la società più
ingiusta, pericolosamente ed intollerabilmente più ingiusta.
L'effetto di questi politici che si scompongono, si riaggregano, litigano, si
separano per rimettersi insieme, di partiti che durano lo spazio di una notte,
per scomparire il giorno dopo, di sigle sempre più astruse e lontane
dalla gente, è desolante. La sensazione netta è che tutto ciò
serva solo a dividere a fettine più sottili, quel poco di potere che
rimane da gestire, mentre fuori del palazzo i grandi problemi rimangono senza
alcuna risposta e diventano ogni giorno sempre più gravi ed urgenti.
Sentiamo sulla pelle che la politica, che questa politica, non è in grado
di dare alcuna risposta al bisogno di costruire un nuovo patto sociale, un nuovo
modo di vivere la società: e che comunque, la società reale sta
andando, a gran velocità, in una direzione sconosciuta, verso una meta
che non si riesce a comprendere bene. E che non piace per niente a nessuno.
Vi fa ridere che, mentre la NATO bombarda Belgrado e i Serbi sparano a vista
sui Kossovari, il Parlamento italiano discuta animatamente e per ore, su quale
regime IVA applicare al rosmarino o al peperoncino? Ebbene, ridete a crepapelle,
è successo pure questo. Però, passata l'ilarità, ritorna
l'angoscia del futuro e della speranza che non c'è, unita alla certezza
che costoro non potranno certo darcela.
Eppure un'idea per cambiare tutto c'è: di nuovo un fantasma si aggira
per il mondo per abbattere i pregiudizi, le caste, le idiozie, i santuari del
potere del vecchio ordine, e far nascere una nuova società un po' più
giusta, un po' più eguale, ma soprattutto, più aderente alla realtà.
E' il fantasma dell'Universal Basic Income, o Reddito di Cittadinanza Universale
(che d'ora in poi chiameremo RdC) che, unito agli altri spettri della libertà
e dell'uguaglianza, agitano il sonno dei potenti della terra. Esso è
accompagnato in genere dalla poco raccomandabile fama di essere alternativamente
un po' di sinistra (perché ugualitario) e un po' di destra (perché
populista), di essere certamente fricchettone (tutte le novità lo sono)
e soprattutto utopico dato che, certamente, mancano le risorse per realizzarlo.
Balle.
Intanto non è né di sinistra né di destra, ma da esso nascerà
necessariamente un nuovo modo di fare politica in una società in cui
ci sarà certamente molto meno potere che in quella attuale. Poiché
la lotta non è più tra destra e sinistra, ma tra potere e libertà,
e ogni potere, qualunque etichetta si appiccichi addosso, è adesso nemico
della libertà.
E' poi del tutto falso che non ci siano le risorse per realizzarlo, così
come è falso che sarebbe necessario aumentare le tasse a dismisura (critica
da destra) o che distruggerebbe il welfare (critica da sinistra) o, ancora peggio,
che ridurrebbe tutti in miseria dato che nessuno avrebbe più voglia di
lavorare (coro generale degli imbecilli riuniti di destra e di sinistra).
Il RdC, non solo si può fare subito e per tutti, ma è necessario
che venga introdotto al più presto, se non vogliamo davvero finire tutti
in miseria e nella serie di guerre devastanti che seguirebbero all'inevitabile
crisi mondiale dell'economia e della finanza.
Ma come sarebbe una società con il RdC universale? Immaginate che
tutti ricevano dalla Comunità (smettiamola di chiamarlo Stato, dato che
tra un po' sarà scomparso), la somma di un milione al mese per il solo
fatto di essere vivo ed essere cittadino, dalla nascita alla morte, a qualunque
condizione di partenza si appartenga; insomma, la remunerazione del diritto
alla vita per ciascuno. Nessuna burocrazia per erogare la somma, dato che, essendo
uguale per tutti, non c'è bisogno di alcun funzionario per decidere chi
e come abbia diritto all'assegno.
Immaginiamo, poi, che quella perversa invenzione che è il codice fiscale,
sia tradotta in qualche cosa di positivo, ovvero in un conto aperto presso la
banca più vicina alla nostra abitazione, sul quale la comunità
automaticamente accrediti ogni mese l'assegno di un milione. Ovviamente, il
RdC non sostituisce il reddito del lavoro (se uno ce l'ha), e quindi noi aggiungiamo
ad esso, interamente, i proventi della nostra attività. Ma con questa
somma, siamo in grado di poterci mantenere in vita, in condizioni dignitose,
di dedicare, per tutto il tempo che vogliamo, le nostre energie all'attività
che ci piace di più, anche se non produce alcun reddito. Possiamo allevare
i nostri figli, aiutare i nostri amici e parenti, occuparci degli altri o di
noi stessi, migliorare la nostra cultura, coltivare i nostri interessi soddisfare
le nostre curiosità. Possiamo prepararci al meglio ad affrontare il mondo
senza dover sottostare al ricatto della necessità e del bisogno. Gli
uomini sarebbero molto più responsabili e consapevoli di se stessi, molto
più ricchi interiormente e più disponibili nei confronti degli
altri, tutti riacquisterebbero la speranza di una vita migliore che, a quel
punto, dipenderebbe solo da noi stessi.
E' difficile immaginare che, in una società siffatta,
ci sarebbe molta meno delinquenza, meno mafia, meno ingiustizie, meno potere?
E che quindi, ci sarebbe più libertà, più solidarietà, più giustizia, più etica, nel senso di una maggiore disponibilità degli uomini a conformarsi alle leggi dell'etica?
Dal punto di vista economico, si avrebbe un aumento della domanda globale ed uno zoccolo duro costituito proprio dalla somma erogata dalla comunità per il RdC che, per sua natura, sarebbe quasi interamente speso dai beneficiari. Allo stesso tempo verrebbe meno la necessità di porre vincoli e garanzie al rapporto di lavoro (che comunque stanno in gran parte per essere sciolti, e che per molte categorie di lavoratori non esistono più), dato che verrebbe meno la principale fonte di ricatto nei confronti del cittadino: la necessità che egli venda se stesso per poter garantire la propria sopravvivenza e quella della propria famiglia. Il lavoro diventerebbe di colpo una libera scelta, e non uno strumento che rende schiavi.
Allo stesso tempo l'economia diventerebbe più libera e sarebbe possibile
finalmente sfruttare al massimo i progressi della tecnologia automatizzando
i processi produttivi senza correre il rischio di mettere sulla strada milioni
di lavoratori e, soprattutto (dal punto di vista del Capitale), senza perdere
milioni di acquirenti. E già, perché il sistema ha bisogno che
la gente produca reddito dato che altrimenti nessuno comprerebbe più
i prodotti delle fabbriche e l'automazione si rivelerebbe un inutile orpello.
Sapete che quella del 1929 è stata una crisi di sovrapproduzione?
Vuol dire che nessuno comperava più i beni prodotti dalle fabbriche poiché
che non c'erano denari in giro, che i magazzini erano stracolmi e che la produzione
si dovette fermare dato che non c'era più nessuno in grado di acquistare.
La crisi prossima ventura potrebbe essere, anche essa, una crisi di sovrapproduzione:
le fabbriche automatizzate producono una grande quantità di beni che
nessuno compra perché non ci sono soldi a sufficienza. Dopo un po', con
i magazzini pieni e pochi ordini, le fabbriche chiudono, licenziando i propri
dipendenti e avvitando la crisi in una spirale recessiva.
Mai come oggi, nella storia, Capitale e lavoro, hanno lo stesso interesse
all'introduzione del RdC: stranamente, questo interesse coincide con quello
di tutta l'umanità.
E questa è la considerazione che ci fa pensare che sia prossima una nuova
stagione di grandi cambiamenti.
E' necessario dare corpo a quei fantasmi che possono ridare la speranza a milioni di esseri umani in tutto il mondo. Non più per sostituire un vecchio potere con uno nuovo, ma per abbattere la società fondata sul potere e crearne una fondata sulla libertà. La politica di oggi e gli strumenti politici che ancora oggi usiamo, si fondano sul potere, ovvero sulla prevaricazione di un uomo o di un gruppo di uomini su tutti gli altri. La politica di domani si fonderà sulle relazioni, ovvero sull'etica fino a confondersi di nuovo con essa. Il principio di libertà sarà la fonte di questa nuova etica: ciò non significa affatto la necessità della nascita di una nuova ideologia o di una nuova teologia che dettino le regole cui tutti devono conformarsi. Il principio di libertà sta prima dell'etica e quindi anche prima dell'ideologia e della teologia. La politica si fonda sul potere e le diverse politiche distinguono il potere buono da quello cattivo, quello giusto da quello ingiusto. La società che rifiuta il potere dovrà, quindi, riformulare lo stesso concetto di politica su basi e principi completamente nuovi.
Insomma, il tè è meglio berlo che tenerlo in testa. Cercate
anche di convincere altri a non usare le teste come tazze da tè. Se proprio
devono cercare un nesso tra il tè ed il cervello (se non se lo sono già
bevuto), ditegli di mettere molto zucchero nel tè: pare che faccia bene
alle cellule neurali.
VI. LA GRANDE TRUFFA DELLE BANCHE
Abbiamo visto nel capitolo II, come le banche creano denaro. Questo meccanismo
costituisce una vera e propria truffa ai danni dei cittadini.
Nessun economista affronta seriamente il problema: la creazione di denaro è
vista quasi come una conseguenza naturale dell'istituzione delle banche (71).
Quasi una curiosità, che ha certo effetti benefici sul sistema economico
e che, semmai, deve indurre i banchieri ad operare con prudenza ed oculatezza
per evitare che le conseguenze della creazione di denaro possano travolgere
la stessa banca.
Le cose in realtà, stanno in tutt'altra maniera e il meccanismo di creazione
di denaro da parte delle Banche è ancora oggi alla base dell'appropriazione
di risorse ingentissime da parte del sistema finanziario ai danni dell'economia
reale e di tutti i cittadini.
Ma come funziona questo meccanismo? Per capirlo, dobbiamo spostarci indietro
nel tempo di un paio di secoli e ritornare nella situazione che ha favorito
la nascita delle banche moderne, cioè a quei depositi in oro che le situazioni
politiche e la relativa ricchezza indotta dai commerci con l'estremo Oriente
e il Nuovo Mondo avevano generato. Le banche ricevevano l'oro e in cambio, rilasciavano
certificati a vista o al portatore, che erano utilizzati per i pagamenti da
parte dei titolari dei depositi, e, a loro volta, potevano essere utilizzati
per effettuare nuovi depositi. E qui sta l'inghippo.
Infatti, finché il certificato, nominativo o al portatore viene trasferito
da un possessore ad un altro, nel sistema non si crea alcunché, dato
che si tratta della stessa somma che semplicemente cambia di mano. Se invece,
sulla somma depositata la banca emette un prestito, allora si crea del denaro.
Facciamo un esempio. Stiamo nel 1884, a Dawson city nel Klondike. Sono appena
uscito dalla Banca del West dove ho depositato mille dollari in oro,
frutto di un duro lavoro nelle miniere. La Banca offre un buon interesse, e
d'altra parte, ci sono troppi brutti ceffi in giro per portarsi tutta quella
somma addosso. La Banca, inoltre, gode di buona fama, e così io sono
sicuro che nessuno porterà via il mio gruzzolo. Tengo con me qualche
spicciolo, e riparto per il giacimento che ho scoperto nel nord del paese. La
Banca sa che non tornerò presto a riprendere l'oro. Conta
sulla mia avidità e sul desiderio di sfruttare al meglio la miniera.
Così quando si presenta un imprenditore a chiedere un prestito di ottocento
dollari per costruire un casinò per i minatori, la Banca lo concede volentieri,
sia perché lo considera un buon investimento, sia perché l'imprenditore
in questione è persona economicamente solida. D'altra parte la Banca
deve prestare i denari a qualcuno, perché altrimenti non
potrebbe pagarmi l'interesse che ha promesso, né le proprie spese.
La Banca non può concedere più di 800 dollari in prestito perché
tiene una riserva del 20%: la percentuale sui depositi ritenuta sufficiente
per coprire eventuali necessità liquide impellenti dei propri depositanti
(72). Se per esempio, avessi necessità di denaro
per comprare delle nuove attrezzature per la miniera, la Banca sa
che non chiederò più di 200 dollari, dato che in media la percentuale
dei depositi che si presume possa essere ritirata è, appunto,
del 20% (73). Tra le migliaia di depositanti, ovviamente,
c'è anche quello che ritira per intero il suo deposito senza preavviso,
ma in media il denaro che entra ed esce dalla Banca non supera il 20% del totale
dei depositi. Se la Banca concedesse prestiti utilizzando una parte delle proprie
riserve, rischierebbe di trovarsi in difficoltà a fare fronte alle necessità
correnti e perderebbe il proprio buon nome. D'altro canto, se la Banca
tenesse più denaro del necessario a riserva, non guadagnerebbe abbastanza,
e non potrebbe remunerare i depositi come le altre Banche del sistema, che,
quindi, le porterebbero via i clienti, condannandola prima o poi alla chiusura.
Quindi, la Banca deve concedere prestiti tenendo la riserva del
20%, così come fanno le altre Banche del sistema, che pure sanno
che non più del 20% dei propri depositi sarà ritirato. Come vedete
il sistema si regge sul calcolo delle probabilità e sul buon nome delle
Banche.
Ma torniamo agli 800 dollari prestati per la costruzione del casinò.
L'imprenditore, ottenuto il prestito, si mette al lavoro di buona lena, e spende
tutti i denari ricevuti dalla Banca per la costruzione, pagando operai, fornitori,
barman, ballerine e il pianista. Questi soggetti, ricevono i soldi e a loro
volta o li spendono o li mettono in Banca. Alla fine, per varie strade, tutti
gli 800 dollari prestati al primo imprenditore, ritornano in Banca, dove per
Banca si intende il sistema bancario nel suo complesso che, come abbiamo visto,
si muove di conserva per non rischiare il fallimento.
La Banca, a questo punto ha di nuovo 800 dollari, e così è contenta
se un altro imprenditore le chiede un prestito di 640 dollari per aprire un
negozio di alimentari per i minatori. Anche questo pare alla Banca un buon affare,
e l'imprenditore che lo propone è un noto commerciante della zona, munito
di solide garanzie. Ricomincia il solito giro e dopo un po' di tempo, i 640
dollari ritornano tutti in Banca. Con 512 dollari, il Direttore finanzia l'apertura
di un negozio di armi, e poi con 409,6 dollari una bottega da maniscalco per
i cavalli dei minatori e così via, finché i dollari non sono esauriti.
Ciò che spinge gli imprenditori ad investire rapidamente i denari
ricevuti è che essi devono pagare un interesse alla Banca e quindi, prima
cominciano a guadagnare, prima riescono a restituire il debito, senza essere
taglieggiati dagli interessi. Allo stesso tempo la Banca paga un interesse ai
depositanti, così che costoro sono invogliati a portare i soldi in Banca
e lasciarveli il più a lungo possibile. Ovviamente c'è una differenza
(spread) tra gli interessi che la Banca paga e quelli che riceve dai prestiti,
differenza sufficiente a coprire le spese della Banca e l'utile dei soci di
essa.
Come vedete, i miei originari 1000 dollari che sono sempre depositati in Banca,
ne hanno creato, prima 800, poi 640, poi 512, poi 409,6 e così via, tutti
che si reggono sull'originario mio deposito di mille dollari. Tra i miei mille
dollari e i cinquanta dell'ultimo depositante, un vetraio che ha rimesso in
sesto le finestre del saloon distrutte da una sparatoria tra i minatori, non
c'è, però, alcuna differenza. Sia io che il vetraio sappiamo che
essi sono frutto del nostro lavoro, ed entrambi ci fidiamo della Banca che,
d'altra parte, è una delle più solide del West. Il vetraio sa
che in qualunque momento, può andare in Banca e ritirare i suoi 50 dollari
in oro, nonostante abbia versato carta. La Banca non avrebbe
alcuna difficoltà a pagare. Anche io so che in qualunque momento posso
andare in Banca a ritirare i miei mille dollari in oro senza alcuna
difficoltà.
In Banca, però non ci sono tutti i soldi che sono stati
depositati, da me fino al vetraio. In realtà ce ne sono solo il 20%,
ovvero la riserva ritenuta prudente dalle Banche per il ragionamento fatto prima.
La somma di tutti i soldi che sono tornati in Banca fa, infatti, 4.000 dollari
che, sommati ai miei 1.000, fa 5.000 dollari il cui 20% è appunto i miei
mille dollari. Se la riserva fosse del 10%, la somma che la Banca potrebbe prestare
sarebbe di 9.000 dollari e, se del 5%, sarebbe di 19.000 dollari. Come avrete
notato, la massa di denaro che la Banca crea dipende direttamente dalla riserva
valutaria che la Banca ritiene necessario costituire: minore è la percentuale
della riserva e maggiore è la quantità di denaro che viene creata
(74).
E che succede se all'improvviso un numero rilevante di depositanti si presenta
davanti agli sportelli a ritirare i depositi? Se ad esempio, la miniera per
cui, come abbiamo visto, viene promossa tutta quella attività chiude
dopo un'inondazione, molti depositanti si presentano, tutti assieme,
agli sportelli per ritirare i propri denari. La Banca non ne può accontentare
più del 20%, e per pagare gli altri li richiede in restituzione, e con
estrema urgenza, a coloro cui li ha prestati, ma questi non li hanno per
definizione. Quell'oro, infatti, non esiste: ci sono una serie di pezzi
di carta per mezzo dei quali sono stati costruiti il saloon, la bottega, il
negozio e le altre attività finanziate dalla Banca, ma l'oro non c'è,
per la semplice ragione che, come abbiamo visto, non c'è mai stato se
non nella misura del 20% dei depositi (75).
Oltretutto, l'oro in questione non può nemmeno essere preso da altre
città. Se la miniera chiude, infatti, il saloon, il negozio di alimentari,
il maniscalco, che vivevano tutti sulla miniera, non guadagnano più nulla
o quasi, e non possono restituire il prestito ricevuto. La Banca cerca di vendere
i beni dei suoi debitori al migliore offerente, ma nessuno compra aziende che
non guadagnano, e così la Banca realizza ben poco.
Disperato, il Direttore escogita tutti i trucchi per ritardare il fallimento
della Banca: apre un solo sportello mandando a casa tutti gli altri impiegati,
sottopone i depositanti a procedure estenuanti per ritirare i denari, convoca
il Consiglio di Amministrazione per chiedere denari ai soci della Banca, e allo
stesso tempo si rivolge ad altre Banche per ottenere dei prestiti. In altri
termini cerca di diminuire la velocità di circolazione del denaro, che
è uno dei sistemi per far scomparire gradualmente il denaro virtuale
creato dalla Banca (76).
Nel frattempo, anche a causa di queste tecniche dilatorie, si sparge la
voce che la Banca del West ha difficoltà di pagare, e anche gli altri
depositanti, preoccupati per la sorte dei propri soldi, accorrono agli sportelli
della Banca, facendo una gran ressa di fronte alla sede dell'istituto. Alla
fine il banchiere getta la spugna e chiude la Banca per fallimento. Il denaro
creato dal suo istituto lo ha travolto. Anche se non ha commesso irregolarità
di sorta, e si è comportato seguendo le regole di funzionamento della
Banca, anche se non ha commesso errori evidenti, egli finisce in galera per
bancarotta ed è accusato dai suoi depositanti di esser un ladro (77).
Abbiamo già ricordato la scena di panico deliziosamente descritta in
Mary Poppins. Mr. Banks, il padre dei bambini cui Mary Poppins faceva da baby
sitter, era un austero funzionario della Banca Dawes di Credito, Risparmio e
Sicurtà. Insomma una tipica banca ottocentesca, dove tutti indossano
il tight e le ghette, portano la bombetta, l'ombrello e il garofano all'occhiello.
La crisi di panico si scatena, quando il piccolo Michael cerca di farsi restituire
dal vecchio Dawes i due penny con cui voleva comprare il miglio per i piccioni,
e che invece il banchiere vuole usare per fargli aprire un conto corrente. Non
c'è argomento che riesca a convincere il bambino. Nel suo animo sono
entrate bene le parole di Mary Poppins che l'aveva incitato a donare di cuore.
Le sue grida vengono sentite da due clienti della Banca che, preoccupatissime,
si affannano a ritirare tutti i propri depositi. Anche gli altri clienti dentro
l'edificio, vista la reazione delle due correntiste si affrettano agli sportelli
per ritirare tutto il proprio denaro. E' il panico, scatenato apparentemente
senza alcuna ragione, da una voce, da uno sguardo preoccupato, da un passo
affrettato.
Per convincere il bambino il vecchio Dawes aveva usato tutti gli argomenti della
cupidigia: "Con due miseri penny sarai proprietario di terreni in America,
di navi, di fabbriche, di palazzi. Il tuo capitale raddoppierà di anno
in anno e tu diventerai ricco!".
Nulla riesce a smuovere Michael dal suo proposito di usare i suoi due penny
seguendo il suo cuore, ormai ricco di amore e di generosità.
Il discorso di Dawes sul raddoppio del capitale è, però, il centro
della truffa delle banche, il miraggio agitato dinanzi agli occhi della gente
per indurla a lavorare duramente e risparmiare con la promessa di una felicità
che non arriverà mai. E la crisi di panico trova, in questa scena, la
propria ragione profonda.
Il dono d'amore, la generosità, sono i nemici mortali del sistema finanziario.
Lo stesso concetto lo esprime Keynes che racconta una storia illuminante tratta da Sylvie e Bruno che, forse, ha ispirato il regista del film Mary Poppins.
" - E' solo il sarto, Sir, con il suo conticino - disse una voce
querula fuori dell'uscio.
- Oh, bene - disse il professore ai bambini, - Risolverò subito questa
sua faccenda, se vorrete aspettare un momento. Quant'è quest'anno, buon
uomo? - Mentre parlava il sarto era entrato.
- Vedete è stato raddoppiato per tanti anni - replicò il sarto
un po' brusco - che adesso penso proprio di volere i quattrini. Sono duemila
sterline, sono! -
- Roba da nulla -, osservò noncurante il professore frugandosi nelle
tasche come se si portasse sempre dietro quella cifra come minimo. - Ma non
preferireste aspettare ancora un anno e farle diventare quattromila sterline?
Pensate solo a quanto diventereste ricco! Pensate, potreste diventare un re,
se lo voleste! -
- Non so se mi interessi diventare un re -, commentò pensieroso l'uomo.
- Ma sembra davvero un mucchio di quattrini… Beh credo che aspetterò..-
- Certo che aspetterete -, incalzò il professore. - Vedo che avete cervello.
Buongiorno, buon uomo! -
Non appena la porta si richiuse alle spalle del creditore Sylvie chiese: - Gliele
pagherete mai quelle quattromila sterline? -
- Mai, ragazza mia! -, replicò enfatico il professore. - Preferirà
raddoppiare fino al giorno della morte. Vedete, vale sempre la pena di aspettare
ancora un anno per avere il doppio -." (78)
La scena della crisi di panico venne replicata molto frequentemente per tutto l'ottocento e fino a qualche anno dopo la grande crisi del 1929. E non falliva qualche Banca qua e là, ma decine di Banche e, nei periodi di crisi, centinaia. Già, perché il sistema andava in crisi periodicamente, in media ogni 15/20 anni, provocando fallimenti a catena di imprese e di Banche. Negli anni della grande crisi, tra il 1931 ed il 1933 fallirono negli USA oltre 10.000 Banche, circa la metà di tutto il sistema bancario.
In realtà, il nostro banchiere un errore lo ha commesso: avrebbe dovuto diversificare gli investimenti, in modo da non fondare tutte le proprie attività solo sulla miniera. Insomma, se oltre ad avere occhio alla miniera il banchiere avesse finanziato operazioni relative alla costruzione della ferrovia, all'allevamento del bestiame, alla coltivazione del cotone ed alla pesca del salmone, la chiusura della miniera, probabilmente, non avrebbe causato il fallimento della Banca. Infatti, essa avrebbe potuto prendere i denari versati per effetto delle altre attività per fare fronte al ritiro dei fondi dovuti alla chiusura della miniera. Ma per fare ciò, il banchiere avrebbe dovuto disporre di molto denaro per finanziare tutte le attività e, d'altra parte, se vanno contemporaneamente in crisi la miniera, la pesca, l'allevamento e la coltivazione, il fallimento sarebbe stato comunque inevitabile. Proprio quello che accadde nel 1929, quando andarono in crisi contemporaneamente molti settori dell'economia, e il sistema bancario ne fu travolto.
Ma, a parte la diversificazione degli investimenti che, però, non
salva il banchiere se la crisi è particolarmente grave ed estesa, abbiamo
visto che non c'è rimedio se le attività economiche finanziate
dalla Banca si fermano. Se le attività economiche rallentano, la Banca
si troverebbe lo stesso in difficoltà: molti depositanti avrebbero necessità
di denaro per fare fronte ai pagamenti correnti cui non possono più attendere
con i propri ridotti guadagni, e lo stesso si affollerebbero dinanzi alla Banca.
I tempi della crisi, però, sarebbero rallentati e forse la Banca potrebbe
salvarsi liquidando le attività in tempo e ad un prezzo tale da coprire
le proprie necessità di cassa.
Ovviamente c'è un'ipotesi in cui una Banca è in grado di fare
fronte anche alla crisi più devastante pagando in oro tutti i suoi debiti.
E' il caso in cui la crescita di quella Banca abbia attirato versamenti cospicui
in oro da parte di altre aree per effetto di una politica di investimenti e
di tassi di interesse più attraente per i risparmiatori di quella di
altre Banche.
Questa situazione ha il suo rovescio della medaglia.
La crescita economica di un'area viene fatta ai danni di altre aree, ovvero
una zona dove la crescita è più elevata attira i capitali da altre
zone dove la crescita rallenta o si ferma per mancanza degli strumenti finanziari
necessari.
Insomma, così com'è stato creato, il denaro della Banca scompare
lasciando dietro di sé morti e feriti. Hanno ragione, allora, i clienti
della Banca a pensare che il loro banchiere dall'aria così severa e rassicurante,
sia in realtà un bel truffatore, dato che in realtà il denaro
da loro guadagnato con un duro lavoro non c'è più, e la fatica
patita per accumularlo si fa sentire tutta assieme, pesantemente. Indipendentemente
dalle sue qualità personali, infatti, il banchiere è complice
di un meccanismo di ridistribuzione della ricchezza che premia i più
furbi e i più svelti e penalizza in genere le persone perbene e quelle
più deboli. Ma finché il gioco della ridistribuzione coinvolgeva
le persone che affidavano i propri risparmi le conseguenze negative sul resto
della popolazione erano relativamente modeste.
Dopo la crisi del '29, però, furono assunti da tutti gli Stati del mondo una serie di provvedimenti che modificarono radicalmente la situazione. Le Banche non fallirono più, ma la creazione del denaro continuò ad operare come meccanismo di ridistribuzione della ricchezza coinvolgendo, però, tutti i cittadini, anche quelli che in una Banca non hanno mai messo piede e conservano i soldi nel materasso.
Tra gli anni trenta e il 1970, infatti, si passò attraverso una serie di provvedimenti successivi da un sistema monetario fondato sull'oro ad un sistema monetario fondato sulla carta.
Per evitare il fallimento delle Banche, furono istituite in tutto il mondo
le Banche centrali e un sistema di assicurazione interbancario che consentiva
di fare fronte ad improvvise necessità liquide di alcune Banche coinvolte
nella crisi in un certo settore dell'economia. Ma, soprattutto, venne vietata
la conversione delle banconote in oro da parte del pubblico (la conversione
rimaneva tra gli Stati).
Galbraith sostiene che ciò che fece cessare la catena di fallimenti delle
Banche, fu l'istituzione dell'assicurazione che limitò i comportamenti
scorretti (79). Questa tesi non è affatto convincente,
dato che, come abbiamo visto, le crisi delle Banche non dipendono affatto da
comportamenti scorretti dei banchieri, anche se, evidentemente sono aggravate
da essi. Sono, invece convinto che la vera ragione della fine della crisi delle
Banche fu il divieto di conversione. Per un depositante non c'è alcuna
differenza tra l'avere un pezzo di carta di un colore piuttosto che di un altro.
Se non è possibile avere oro, piuttosto che tenere del contante in casa,
è meglio averlo in Banca, dove almeno rende un interesse.
Abbiamo visto che, nel 1944, fu istituito a Bretton Woods un sistema di
conversione delle monete nel dollaro e di questo nell'oro, che tale conversione
poteva essere praticata solo dagli Stati e non dai cittadini, e come nel 1971
tale sistema fu abrogato a causa della crisi petrolifera. Da allora le banconote
non hanno più alcuna base materiale, e la loro emissione si fonda, come
abbiamo visto, su quella meravigliosa idea che è il PIL.
Ovviamente la creazione di moneta da parte del sistema bancario non si è
affatto fermata con l'istituzione dell'assicurazione interbancaria né
con il divieto di conversione. Come potete vedere nella tabella a pag. 31, il
meccanismo di creazione di denaro virtuale funziona ancora benissimo se l'oro
nei forzieri della Banca d'Italia assomma a circa 50.000 miliardi, le banconote
a circa 100.000 e il denaro dei depositi bancari ad oltre 2 milioni di miliardi.
A questo denaro dobbiamo aggiungere anche le altre attività liquide che,
come abbiamo visto, possiamo considerare denaro a tutti gli effetti, dato che
per loro tramite possiamo comprare beni di qualunque genere. Insomma il miracolo
della creazione prosegue al punto che oggi in Italia la massa monetaria è
cresciuta fino a circa dieci milioni di miliardi - mentre nel mondo è
arrivata a circa un miliardo di miliardi - e continua ad esercitare la propria
funzione di ridistributore della ricchezza a danno di tutti, anche se le banche
non falliscono più.
Come avviene questa ridistribuzione? Prima del '29 l'appropriazione della ricchezza
avveniva per mezzo del fallimento delle Banche: solo alcuni dei depositanti,
in genere i più informati, riuscivano a riprendere i propri denari, mentre
la maggior parte dei depositanti restava senza denaro.
E adesso, quando c'è una crisi economica e non si vedono più le
file di risparmiatori fuori le banche per cercare di ritirare più in
fretta possibile i propri risparmi, quel denaro virtuale che, come abbiamo visto,
durante le crisi necessariamente scompare, chi lo paga?(80)
Ma Voi, cari signori e cittadini che lavorate e pagate le tasse, e magari non
avete un soldo bucato in tasca né, tantomeno, un conto corrente in banca.
Da quando le Banche non falliscono più, dato che sono garantite dallo Stato, il denaro creato viene anch'esso garantito dallo Stato e quindi pagato da tutti.
Gli effetti del meccanismo di creazione di denaro da parte delle Banche
sono essenzialmente tre.
Il primo effetto, come abbiamo visto, consiste in un'abnorme crescita della
massa monetaria. Questa massa monetaria è, a sua volta produttrice di
ricchezza per mezzo del tasso d'interesse medio che la remunera. Ciò
comporta che una sempre maggiore quantità di ricchezza viene appropriata
da coloro che detengono denaro virtuale, in danno di coloro che lavorano per
produrre i beni.
Il secondo effetto della creazione di denaro è che, per potersi sostenere,
il sistema deve essere sempre in espansione. Una crisi economica, e anche un
rallentamento del sistema economico, possono causare la scomparsa del denaro
virtuale creato dalle Banche e l'avvitamento di una crisi finanziaria incontrollabile.
Il terzo effetto della creazione di denaro da parte delle Banche è che
alla ricchezza di un'area corrisponde la povertà di un'altra area: ovvero
il sistema deve crescere in maniera squilibrata. Infatti, nei momenti di crisi,
il denaro si trasferisce verso le aree dove ha maggiori possibilità di
collocazione e di mantenere il proprio valore. Abbiamo anche visto che la demonetazione
dell'oro in favore del dollaro, ha consentito agli americani di impadronirsi
delle risorse dei paesi finanziariamente più deboli attraverso le manovre
sulle monete.
Per queste ragioni le crisi economiche dell'Occidente sono state pagate dai
paesi meno sviluppati. Ed è anche per queste ragioni che è praticamente
impossibile fare uscire dal sottosviluppo e dalla depressione economica aree
del mondo sempre più vaste.
Le stesse società dell'Occidente soffrono, in maniera sempre più
evidente, di uno squilibrio crescente tra zona e zona e tra classi sociali.
Nei paesi dell'Occidente in cui le politiche sociali hanno generato una forte
pressione fiscale sul lavoro e sulla produzione, ci si attenderebbe una maggiore
equità ed una minore incidenza degli squilibri sociali. Com'è
evidente, invece, non è affatto così, a riprova del fatto che
il sistema fiscale non opera come un ridistributore di ricchezza tra le classi,
ma essenzialmente come un meccanismo di appropriazione di una classe a danno
delle altre, come vedremo meglio nel capitolo seguente.
L'aumento della massa monetaria ha come effetto non secondario, l'aumento
del tasso di inflazione, a causa del generale effetto al rialzo che i prezzi
dei beni subiscono, ma il meccanismo di trasferimento della ricchezza dal mondo
economico a quello della finanza è relativamente indipendente dall'inflazione,
anche se in periodi di alta inflazione il trasferimento di ricchezza è
minore, e in periodi di deflazione è maggiore. Infatti, un'alta inflazione
in genere diminuisce lo spread tra i tassi attivi e quelli passivi e di conseguenza
il trasferimento di ricchezza dai debitori ai creditori. Allo stesso tempo,
un'alta inflazione accelera la crescita della massa monetaria e accelera i tempi
di esplosione del sistema. Una bassa inflazione, e a maggior ragione una situazione
di deflazione palese od occulta, deprime in maniera drammatica le attività
economiche e, aumentando lo spread, aumenta notevolmente il trasferimento di
ricchezza dall'economia alla finanza (81) .
Insomma, la creazione di denaro da parte delle Banche ha causato l'abnorme espansione
di un mondo di finanza virtuale che cresce necessariamente ogni anno, ed occupa
sempre più spazi del mondo reale, dato che la ricchezza virtuale da esso
creata è in grado di appropriarsi della ricchezza prodotta dal mondo
dell'economia reale.
Poiché il sistema finanziario deve necessariamente
crescere per potersi mantenere in vita, esso deve creare moneta virtuale in
misura crescente.
Una parte di questa moneta virtuale è costituita dalla massa monetaria
così come definita nel capitolo II.
Altra parte di questa moneta virtuale, è costituita da prodotti finanziari
che ruotano intorno a questa massa monetaria e che viene considerata del tutto
interna al sistema finanziario.
Recenti studi hanno dimostrato che anche la massa dei prodotti finanziari derivati,
come viene sinteticamente denominata questa serie di prodotti, influisce sulla
formazione dei prezzi, e quindi dovremo considerare anch'essa come componente
della massa monetaria. Il problema è che la vita dei prodotti finanziari
derivati è assoggettata per definizione al tempo, la loro emissione è
fatta da enti privati, e quindi il loro pagamento non è garantito dalla
generalità dei cittadini, come avviene per la massa monetaria in senso
stretto. D'altra parte, le dimensioni della massa dei prodotti derivati sono
talmente estese, e, peraltro, necessariamente in continua crescita, che l'eventuale
inadempienza di una parte di essa si riverberebbe in maniera drammatica su tutto
il sistema finanziario. Ciò è apparso evidente nella recente crisi
del mercato seguita alla crisi del mercato asiatico: la Federal Reserve Bank
è stata costretta ad intervenire per salvare il fondo LTCM (Long Term
Capital Management), un hedge fund di soli 20 miliardi di dollari di capitale
con investimenti per oltre 1.000 miliardi di dollari in tutto il mondo.
Il meccanismo di moltiplicazione del denaro messo in atto dai prodotti finanziari
derivati, è davvero impressionante. Non si conosce esattamente la massa
di tali prodotti ma si calcola che essi superino la cifra di 300.000 miliardi
di dollari, vale a dire la bellezza di 550 milioni di miliardi di lire (ovvero
275 anni di lavoro di tutti gli italiani). Questa cifra costituisce pressoché
la metà della massa monetaria complessiva nel mondo che si aggira intorno
al miliardo di miliardi di lire e cui va aggiunta la massa delle azioni, oggi
valutabile intorno ai 100 milioni di miliardi. Non possiamo quindi escludere
la massa dei prodotti derivati dal calcolo della massa monetaria, anche se sarà
necessario una loro più precisa definizione giuridica per evitare che
la continua nuova creazione di strumenti possa generare infinite classi di strumenti
finanziari (82).
Un derivato consiste in una operazione generalmente a breve termine, contrattata
su un'altra operazione in genere a lungo termine.
Pensate ad un fondo di investimento che raccoglie tra gli investitori 100 milioni
di dollari. L'operatore finanziario del fondo sa che deve garantire una redditività
del fondo tale da pagare l'interesse promesso agli investitori nonché
le proprie spese, pur mantenendo una quota di liquidità di riserva. Decide
di effettuare operazioni su titoli a lungo termine in una valuta che abbia un
basso rischio di cambio.
Compra 100 milioni di dollari di titoli USA con una redditività lorda
del 6% e si va ad indebitare nelle banche giapponesi depositando a garanzia
i titoli acquistati, per ottenere finanziamenti ad un tasso di interesse minore
(dato che in Giappone le banche prestano denaro a bassissimo tasso di interesse,
diciamo il 3,50%). La differenza tra i due tassi è il guadagno del fondo,
che però non è sufficiente per coprire l'interesse promesso agli
investitori.
Allora il nostro operatore finanziario, con i denari ottenuti con l'indebitamento
in Yen giapponesi, compra altri titoli americani: diciamo che la Banca giapponese
gli da un finanziamento di 95 milioni, poiché il tasso di interesse basso
gli consente di coprirsi con una riserva bassa. Con i 95 milioni di titoli americani
si indebita presso un'altra Banca giapponese ottenendo 90,250 milioni e così
via di seguito, ogni volta creando denaro, come nella nostra Banca del West.
Ogni volta lucra sulla differenza di tassi, pari al 2,50% realizzando così
47,5 milioni lordi di interesse all'anno. Con questi interessi, l'operatore
finanziario può remunerare il capitale ottenuto in prestito con un interesse
molto alto, diciamo il 18%, attirare altri investitori, assicurarsi contro il
rischio di una variazione brusca dei rapporti di cambio tra le monete e dei
tassi d'interesse (83), pagare le imposte e magari, alimentare
una speculazione su titoli o in borsa a breve termine.
Ovviamente il giochetto è replicabile anche su tre o più valute
diverse accettando maggiori rischi sul cambio, ma lucrando un differenziale
più elevato.
La Banca giapponese, a sua volta, non sta certo ferma. Con gli interessi sui
titoli di Stato USA ottenuti in garanzia, esegue operazioni futures su titoli
coreani e tailandesi che danno un alto tasso d'interesse e sono familiari alla
Banca giapponese che conosce il mercato locale.
Ricomincia il ciclo di creazione di denaro, poiché a loro volta le Banche
coreane e tailandese con i finanziamenti giapponesi effettuano investimenti
su fondi americani che garantiscono una elevata redditività per coprire
i costi del finanziamento giapponese e garantirsi un differenziale interessante.
Alla fine, in qualche modo il circolo vizioso si è chiuso generando una
gran quantità di denaro virtuale che, di fronte ad una qualunque perturbazione
del mercato si rivela fortemente instabile, trasformando gli enormi guadagni
che abbiamo ipotizzato in enormi perdite, in ipotesi di uno scostamento dei
tassi di interesse di un solo punto in direzioni inverse.
Infatti, se i titoli americani dovessero diminuire la loro redditività
di un punto, scendendo al 5% e le banche giapponesi dovessero alzare i propri
tassi di un punto, salendo al 4,5%, il differenziale diventerebbe di solo lo
0,5%, e gli interessi ricavati sulla somma investita, diventati di soli 9,5
milioni, non pagherebbero più gli interessi promessi agli investitori
(84). Il fondo comincerebbe ad accumulare perdite e sarebbe
difficile attivare la catena del disinvestimento, dato che la banca tailandese
paga il proprio debito con i denari promessi dal fondo americano e che non riceve
più.
Oltretutto, la quota di questo giro finanziario che è andata ad alimentare investimenti nell'economia reale (in media circa il 4% sul totale), sarebbe precipitosamente disinvestita creando squilibri nel sistema economico che potrebbero generare, a loro volta, provvedimenti di restrizione del credito da parte delle Banche interessate, per recuperare con interessi più alti le perdite subite nel sistema economico. Questo meccanismo, direttamente riconducibile alla scomparsa del denaro virtuale creato dalle Banche, è uno dei possibili scenari di una delle innumerevoli crisi finanziarie ed economiche che attanagliano sempre più spesso il mondo moderno.
Il sistema economico del mondo non può sopportare oltre la crescita di questa massa finanziaria.
Il rischio, più volte evocato dagli analisti finanziari, di un crollo
del sistema finanziario per l'esplosione del mercato dei prodotti derivati è
sempre più concreto.
Oltretutto questi prodotti, impadronendosi di ricchezza prodotta dal mondo economico
e intervenendo nei processi di determinazione dei prezzi, determinano una continua
crescita del debito pubblico necessaria per sostenere la crescita del sistema
finanziario.
E' quindi necessario immaginare interventi che limitino la crescita del sistema
finanziario e restituiscano slancio alla produzione economica, allo stesso tempo
garantendo una più equa distribuzione della ricchezza prodotta. Com'è
apparso drammaticamente evidente nella crisi che ha attanagliato il mondo finanziario
tra l'ottobre del 1997 e l'ottobre del 1998, la presenza di questa enorme massa
di moneta e di prodotti finanziari, genera turbolenze violente sui mercati che
rischiano di diventare incontrollabili e di coinvolgere tutti i paesi del mondo.
L'effetto della globalizzazione del mercato finanziario, indotta dalla crescita
della massa monetaria e dei derivati, è quello di generare da un lato
un'accelerazione dei processi di crescita della massa e dall'altro di scatenare
crisi ad effetto domino in tutto il sistema finanziario mondiale.
D'altra parte, la tendenza mondiale a tassi di interesse prossimi allo zero,
allo scopo di cercare di frenare la crescita della massa monetaria, è
insufficiente a frenare l'effetto deleterio che hanno le crisi finanziarie sulla
produzione e sul lavoro. Nella recente crisi del Giappone, i tassi di interesse
erano, appunto prossimi allo zero, e non per questo hanno tenuto il paese indenne
dalla crisi devastante che ancora oggi ne condiziona negativamente tutte le
attività economiche.
"Sottoporre ad imposta le fortune insolenti, esonerando i redditi modesti,
tassare senza riserva la massa monetaria drenata dalla speculazione borsistica,
recuperare il denaro delle frodi fiscali intercontinentali sono solo misure
transitorie di un progetto più vasto di riconversione del capitale parassitario
in un capitale utile alla nuova società e ai nuovi modi di produzione"
(85).
XIV. Indice delle opere citate nel testo
¨ Nyogen Senzaki e Paul Reps (a cura di), 101 Storie Zen, Adelphi, Mi,
1973
¨ Sergio Ricossa, Maledetti economisti, Le idiozie di una scienza inesistente,
Rizzoli Editore, Mi, 1996
¨ Wilfredo Pareto, lettera a Maffeo Pantaleoni, Losanna, 1896
¨ J. M. Keynes, Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della
moneta, UTET, Torino, 1971
¨ J.Kenneth Galbraith, Soldi, Rizzoli editore, Mi, 1997
¨ Joseph A. Schumpeter Storia dell'analisi economica, Boringhieri, TO, 1972
¨ J. M. Keynes, Esortazioni e profezie, Il Saggiatore, MI, 1968
¨ W. Wolman A. Colamosca, Il tradimento dell'economia, Ponte alle Grazie,
Mi, 1997
¨ R. Michels, Economia e felicità, Vallardi Editore, Milano, 1918
¨ J. Kenneth Galbraith, The Great crash, 1929, Houghton Mifflin Co., Boston
1972
¨ J.Rifkin, La fine del lavoro, Mi, Baldini & Castoldi, 1997
¨ G. Tremonti, Lo Stato criminogeno, Laterza, Bari, 1997
¨ Raoul Vaneigem, Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni,
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¨ D. de Simone, Manifesto della Libertà, Roma, 1997 http://www.geocities.com/Athens/Forum/4294/manifest.html
¨ Vittorio Mathieu, Filosofia del denaro, Armando Editore, Roma 1985
¨ Georg Simmel, Filosofia del denaro, UTET, To, 1984
¨ Michael North, La storia del denaro, Edizioni Piemme, AL, 1998
¨ E. J. Hamilton, Metalli preziosi e prezzi in Andalusia, 1503-1660. Studio
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¨ A.A.V.V., I prezzi in Europa dal XIII secolo ad oggi, a cura di R. Romano,
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¨ K. Marx, Il Capitale, Editori Riuniti, Roma, 1974 VIII edizione
¨ C. Napoleoni, Il pensiero economico del 900, Einaudi Editore, TO, 1963
¨ K. Marx, Il diciotto brumaio di Napoleone Bonaparte, in Rivoluzione e
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¨ M. ul Haq, I. Kaul, I. Grunberg, The Tobin Tax: coping with financial
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NOTE
1) Nyogen Senzaki e Paul Reps (a cura di); 101
Storie Zen, Adelphi, Mi, 1973
2) Sergio Ricossa, Maledetti economisti, Le idiozie
di una scienza inesistente, Rizzoli Editore, Mi, 1996
3) Wilfredo Pareto, lettera a Maffeo Pantaleoni,
Losanna, 1896, citato in S. Ricossa, op. cit.
4) "Ricordo l'atteggiamento di Bonar Law,
misto di rabbia e di perplessità, di fronte agli economisti, perché
questi negavano cose ovvie: era profondamente turbato dalla ricerca di una spiegazione.
Ciò richiama alla mente l'analogia fra il successo ottenuto dalla scuola
classica della teoria economica e quello di certe religioni: il bandire dalle
menti ciò che è ovvio, è , infatti, una ben maggiore manifestazione
di potenza di un'idea che introducesse tra le nozioni comuni degli uomini ciò
che è recondito e remoto". J. M. Keynes, Teoria generale
dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, UTET, Torino, 1971, pag.
520
5) Vedi, in proposito, le divertenti considerazioni
sulla "sindrome di Belmonte" in J.Kenneth Galbraith, Soldi,
Rizzoli editore, Mi, 1997
6) A proposito della scientificità dell'economia,
prendete nota delle illuminanti discettazioni di Joseph A. Schumpeter nel suo
ponderoso trattato "Storia dell'analisi economica" Boringhieri,
TO, 1972, la Bibbia dell'economista di classe (nel doppio senso di economista
di sinistra e economista DOC). Alla domanda nel paragrafo 3 (pag. 8) Ma è
una scienza l'economia? Egli risponde dicendo che ciò dipende dal nostro
concetto di scienza, e ne fornisce la seguente definizione: "Scienza
è qualsiasi campo del sapere in cui ci siano persone (i cosiddetti ricercatori,
o scienziati o dotti) dedite al compito di arricchire la conoscenza dei fatti
e di migliorare i metodi esistenti e che, in tale processo, acquistano una padronanza
di cognizioni e di metodi che li differenzia dai profani e dai semplici pratici".
Insomma la scienza economica esiste perché ci sono le cattedre di economia
(e relative prebende). Infatti, ragionando sulla brillante definizione testé
resa, prosegue: "Se la scienza è la conoscenza aiutata da strumenti
speciali, (….) sembrerebbe che nella scienza dovremmo includere, per esempio,
la magia praticata in tribù primitive, se essa impieghi tecniche che
non sono generalmente accessibili e che siano state via via sviluppate e tramandate
nell'ambito di una cerchia di stregoni professionali. Ebbene sì, in via
di principio dobbiamo includervi anche la magia". Idea: perché
non istituire una cattedra di magia per consolidarne la scientificità
anche nel mondo moderno? Non si sa mai…. andasse male la carriera di Economista,
si può sempre provare con quella di Stregone, tanto la differenza è
del tutto irrilevante.
7) "Vedo quindi gli uomini liberi tornare
ad alcuni dei principi più solidi e autentici della religione e della
virtù tradizionali: che l'avarizia è un vizio, l'esazione dell'usura,
una colpa, l'amore per il denaro spregevole, e che chi meno si affanna per il
domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza.
Rivaluteremo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all'utile. Renderemo onore
a chi saprà insegnarci a cogliere l'ora e il giorno con virtù,
alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli
del campo che non seminano e non filano. Ma attenzione! Il momento non è
ancora giunto. Per almeno altri cento anni dovremo fingere con noi stessi e
con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è
giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che
è giusto no. Avarizia, usura, prudenza devono essere il nostro dio ancora
per un poco, perché solo questi principi possono trarci dal cunicolo
del bisogno economico alla luce del giorno." J. M. Keynes, Esortazioni
e profezie, Il Saggiatore, MI, 1968, pag. 282. Il testo risale al 1930 e
i cento anni sono quasi passati…
8) cfr. W. Wolman A. Colamosca, Il tradimento
dell'economia, Ponte alle Grazie, Mi, 1997
9) J. Kenneth Galbraith, The Great crash, 1929,
Houghton Mifflin Co., Boston 1972
10) Cfr. J.Rifkin, La fine del lavoro, Mi,
Baldini & Castoldi, 1997
11) "Molti, tra i membri della nomenklatura,
sopravvissuti alla prima repubblica, somigliano ai nobili e ai chierici decaduti,
membri di diritto di Primo e Secondo Stato. Ai nobili e ai chierici decaduti
li avvicina soprattutto un elemento: l'essere divenuti inutili.", G.
Tremonti, Lo Stato criminogeno, Laterza, Bari, 1997, pag. 110.
12) "Quale scintilla umana, ossia quale
creatività possibile, può restare in un esser strappato dal sonno
ogni mattina alle sei, sbattuto sui treni suburbani, assordato dal fracasso
delle macchine, torchiato, spremuto dalle cadenze, dai gesti privati di senso,
dal controllo statistico, e rigettato alla fine della giornata nelle sale di
stazione, cattedrali di partenza per l'inferno delle settimane e l'infimo paradiso
dei week-end, quando la folla si comunica nella fatica e nell'abbrutimento?"
Raoul Vaneigem, Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni,
Malatempora, Roma, 1999, pag. 45.
13) "Accenneremo ad un altro fattore di
instabilità nella vita dell'operaio, che ironicamente chiameremo l'obbligo
della gioventù, per cui non c'è prova più lampante del
fatto che nelle grandi città industriali d'Inghilterra il consumo di
tinture per i capelli non viene, in maggior parte, fatto da donnine civettuole
o da matrone ambiziose, ma da operai attempati in cerca di lavoro e costretti,
per migliorare la possibilità di trovarne, a ricorrere ad ogni genere
di mezzucci onde darsi la parvenza di giovanotti". R. Michels, Economia
e felicità, Vallardi Editore, Milano, 1918
71) Cfr. sul punto J. K. Galbraith, Soldi,
op. cit. pag. 25 e sgg. oppure, sulla creazione di moneta bancaria e sull'incidenza
del meccanismo della riserva, J. M. Keynes, Trattato della Moneta, Feltrinelli
Editore, Mi, 1979 pagg. 30 e segg., e 300 e segg.
72) In Italia la riserva obbligatoria era del 15%
fino alla fine del 1997. In pochi mesi, però, essa fu portata al 3% per
fare fronte alle necessità del sistema bancario che non aveva più
fondi per acquistare i titoli del debito pubblico, e per cercare di rilanciare
in qualche modo un sistema asfissiato dalla mancanza di liquidità.
73) Questa conoscenza della Banca definisce la propensione
al risparmio. In una zona agricola ci sarà una maggiore tendenza della
gente a risparmiare e quindi le Banche potranno tenere una riserva minore. Intorno
a Las Vegas la propensione al risparmio sarà minore, e quindi la riserva
delle Banche sarà più elevata. Sulla scientificità del
concetto di propensione al risparmio vedi le considerazioni alla fine del terzo
capitolo.
74) Marx comprese che il denaro bancario era meramente
illusorio, ma si limitò a considerare che esso non poteva generare capitale
produttivo. Marx considerava una follia del capitalismo la pretesa di trattare
il denaro come una merce, ma non poteva cogliere lo sviluppo che il sistema
finanziario avrebbe avuto nel secolo successivo. Per quanto riguarda il fenomeno
della creazione di denaro da parte delle Banche, si limitò a riportare
le considerazioni di Adam Smith tratte da Wealth of Nations, Cannon,
London, Pathuen & Co. 1950, II, cap. IV, pagg. 333-334 [La ricchezza
delle Nazioni, Newton Compton Editori, Roma, 1995 pagg. 320, 321]: "..
Questi capitali possono essere pressoché illimitatamente più grandi
dell'importo monetario che serve come strumento del loro trasferimento: le stesse
monete servono successivamente a numerosi prestiti diversi, così come
a numerosi acquisti diversi. [….] Le stesse monete d'oro o di carta possono
così servire nel corso di pochi giorni a rendere possibili tre prestiti
diversi e tre diversi acquisti, ciascuno dei quali è, per il valore,
uguale all'intero ammontare di queste monete. […] Nonostante ciò tutti
questi prestiti possono essere del tutto sicuri, poiché le merci
acquistate con essi dai diversi debitori sono impiegate in tal modo che esse,
dopo un certo tempo, portano un uguale valore in oro od in carta moneta unitamente
ad un profitto. E come gli stessi pezzi di denaro possono servire a rendere
possibili prestiti diversi per un ammontare corrispondente a tre o anche a trenta
volte il loro valore, essi possono allo stesso modo servire successivamente
come mezzo del rimborso." In K. Marx Il Capitale, Editori Riuniti,
Roma, VIII edizione, 1974, Libro terzo, cap. 29 pagg. 555 e segg., e cap. 30
pag. 574.
75) "Il 12 novembre 1857, la riserva complessiva
della Banca d'Inghilterra e delle sue succursali ammontava soltanto a 580.751
L.st.; la somma dei depositi per lo stesso giorno era di 22,5 milioni di L.st.
di cui circa sei milioni e mezzo appartenevano ai banchieri londinesi".
In K. Marx Il Capitale, op. cit. pag. 587
76) Oppure emettevano banconote per far cessare
la crisi di panico anche oltre la riserva ritenuta sufficiente, e ovviamente
se la legge in vigore glielo permetteva. "Nel dicembre 1825 non restavano
alla Banca [d'Inghilterra] che 1.100.000 L.st. oro all'incirca. Essa avrebbe
allora senza dubbio dovuto fallire se questo Act [del 1844] fosse in quel tempo
esistito. In dicembre, io credo, emise in una settimana 5 0 6 milioni di banconote
e ciò diminuì notevolmente il panico allora esistente"
(deposizione del Governatore della Banca d'Inghilterra dinanzi alla Commissione
dei Lords Commercial Distress, relativamente all'applicazione della legge
bancaria del 1844. In K. Marx Il Capitale, op. cit. pag. 653)
77) In Italia, fu questa la sorte di Tamlongo, direttore
generale della Banca Romana che pagò per tutti le responsabilità
politiche del fallimento dell'istituto, travolto dalla memorabile crisi di panico
iniziata nel 1887. In quell'anno, la rottura delle relazioni commerciali con
la Francia fece esplodere la crisi di sfiducia nei confronti del sistema finanziario
italiano. Gli investitori esteri reclamarono la restituzione dei crediti, e
le voci sulle difficoltà delle banche private, che già circolavano
da tempo, divennero una valanga che travolse la Banca Generale e il Credito
Mobiliare, due grandi istituti privati dell'epoca. Assediati dai depositanti,
le banche sospesero i pagamenti nel 1893. In quella crisi, tra il 1890 e il
1894, fallirono in Italia 19 banche e il capitale complessivo del sistema bancario
ne risultò dimezzato. Alla fine venne travolta anche la Banca Romana
che era allora un istituto di emissione di carta moneta. Cfr. L. Goldschmied,
Storia della banca, Garzanti, Milano, 1954, pagg. 69-72
78) Da J. M. Keynes, Esortazioni e profezie,
citato da C. Napoleoni, Il futuro del Capitalismo, Laterza, Bari, 1976,
pag. 116.
79) J. K. Galbraith, Soldi, op. cit. pag.
194 e segg.
80) Abbiamo, infatti, visto che il denaro creato
dalle banche non scompare più, ma viene immesso nel sistema sotto forma
di titoli per il debito pubblico.
81) Sui rapporti tra inflazione e sottrazione di
ricchezza da parte del mondo finanziario cfr. W. Wolman A. Colamosca, Il
tradimento dell'economia, op. cit. pag. 202 e segg.. Per gli autori, il
mondo finanziario ha imposto il rallentamento della crescita del mondo economico
per mezzo di una politica di severo controllo dell'inflazione, che incrementa
i guadagni del mondo finanziario anche se ha per effetto un rallentamento della
crescita della massa monetaria.
82) La questione è divenuta evidente nel
dibattito intorno alla Tobin tax: la proposta di assoggettare le transazioni
sulle valute, ha reso necessario immaginare l'estensione del sistema di tassazione
a tutti i prodotti derivati per mezzo dei quali si può parimenti ottenere
un cambio di valuta eludendo l'imposta. Vedi in particolare le obiezioni di
Kenen e le considerazioni in proposito di Tobin. Le indicazioni del dibattito
sono una prova della necessità di considerare anche i prodotti derivati
come componenti della massa monetaria. (cfr. Alex Michalos, Un'imposta giusta:
la Tobin tax, Edizioni Gruppo Abele, To, 1999, pag. 81 e segg.). Sulla Tobin
tax cfr. cap. 9.
83) L'assicurazione contro questo tipo di rischi
è la vera ragione della nascita dei contratti derivati. I contratti futures
sono un tipico esempio di tale forma impropria di assicurazione contro i rischi
di brusche variazioni dei tassi o dei rapporti tra le monete. Essi consistono
nell'acquisto di una determinata quantità di beni ad un prezzo e ad una
data prefissati. L'acquisto è effettuato sul mercato con la mediazione
di una stanza di compensazione, la Clearing House, che mano a mano cercano i
venditori (o gli acquirenti) per gli acquisti (o le vendite) richieste. L'ipotesi
tipica è che l'operatore finanziario abbia in portafoglio dei titoli
acquistati a 100, e voglia assicurarsi contro la discesa del prezzo di tali
titoli. Così acquista titoli a 98 a scadenza. Se il titolo sale perde
sui futures ma guadagna con il sottostante. Se i titoli scendono perde con il
sottostante ma guadagna con i futures. Poiché per l'acquisto di futures
non ha bisogno di tutto il sottostante ma solo del 10%, l'operatore può
utilizzare la restante liquidità per altri futures o altri acquisti
di titoli. Per approfondire l'argomento vedi l'eccellente lavoro di A. Gligora,
Mercati Derivati e rischi sistemici, IriSS, Roma, 1997.
84) Nemmeno le operazioni sui derivati riescono
a salvare l'operatore finanziario, se le cause del calo dei titoli sono diverse
da quelle da lui ipotizzate. Anzi, in questo caso, la perdita si moltiplica.
Se per esempio la valuta giapponese dovesse salire fortemente sul dollaro americano,
diciamo del 2% e i titoli americani salissero solo dello 0,5%, l'investitore
accumulerebbe le perdite sui derivati a quelle sui titoli del sottostante con
un'amplificazione drammatica delle perdite per via dell'effetto leva. Nel fallimento
della Banca Barings (30 miliardi di sterline di capitali gestiti e 4000 dipendenti
nel febbraio 1995) si generò un effetto leva simile, dovuto al sommarsi
di posizioni equivalenti in perdita assunte, peraltro, in conformità
delle disposizioni operative della Banca da un trader della filiale di Singapore
che operò con contratti futures sull'indice Nikkei 225. In pochi giorni,
la filiale accumulò perdite per 916 milioni di sterline a fronte di un
capitale sociale di 200 milioni, il tutto senza violare le disposizioni di sicurezza
della Banca che era conosciuta per la sua serietà e competenza. Nonostante
le accuse delle Autorità monetarie Britanniche al trader, infatti, questi
aveva perfettamente rispettato il margin call sia con prestiti nell'interbancario
che con i premi della vendita di put options sullo stesso future Nikkei 225,
creando posizioni equivalenti e generando così moneta senza alcuna copertura.(Il
caso Barings è analizzato con cura in A. Gligora, Mercati derivati
e rischi sistemici, op. cit.)
85) R. Vaneigem, Noi che desideriamo senza fine,
Bollati Boringhieri, Torino, 1999