UN MILIONE AL MESE A TUTTI: SUBITO!


Come e perché sarà introdotto il reddito di cittadinanza

e tutti vivranno felici e contenti

 

Sommario

 

I. PREFAZIONE 5
II. INTRODUZIONE 7
III. DENARO E MONETA 18
IV. KEYNESISMO, PIL E DEBITO PUBBLICO 34
V. L'INGANNO DEL PIL 48
VI. LA GRANDE TRUFFA DELLE BANCHE 59
VII. L'OPPRESSIONE FISCALE 76
VIII. L'ETICA DEL LAVORO 93
IX. LA LIBERAZIONE DAL LAVORO 106
X. IL REDDITO DI CITTADINANZA UNIVERSALE: UN MILIONE PER TUTTI 118
XI. LA RIFORMA DELLA MONETA E DEL FISCO. ALCUNE PROPOSTE 138
XII. L'EUTANASIA DELLO STATO NAZIONALE NELLA SOCIETA' GLOBALE 158
XIII. CAPITALISMO E REDDITO DI CITTADINANZA 169
XIV. INDICE DELLE OPERE CITATE NEL TESTO 180


I. PREFAZIONE


In questo libro si spiegano le ragioni per cui è giusto, necessario e possibile introdurre subito il reddito universale di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza è una somma che lo Stato eroga a tutti i cittadini, in maniera automatica e senza condizioni di sorta, per il soddisfacimento dei bisogni elementari.
Si è stimato possibile erogare la somma di un milione al mese per tutti i cittadini adulti e quelle di 300.000 al mese per i minori fino agli anni 14, e di 600.000 al mese per i minori tra i 15 e i 18 anni.
E' una somma che si aggiunge al reddito da lavoro - se uno ce l'ha -, qualunque sia l'importo che si tragga da esso.

E' giusto, perché il reddito di cittadinanza tutela il diritto alla vita di ogni essere umano, ovvero il diritto di ogni uomo, per il solo fatto di appartenere al genere umano e ad una comunità organizzata, di avere i mezzi materiali per condurre una vita dignitosa. Perché, al contrario, non è giusto che sia necessario lavorare per vivere. Il lavoro per la necessità è un'attività da schiavi, che non nobilita nessuno, e che non ha nulla a che vedere con il libero arbitrio dell'uomo. Chi non ha la possibilità di scegliere come destinare le proprie energie fisiche o intellettuali, è uno schiavo, in nulla diverso da quelli che nell'antichità eseguivano tutte o quasi le attività materiali, per consentire agli uomini liberi di mantenersi tali.
La confusione tra lavoro per la necessità e lavoro come espressione di creatività, è uno dei fondamenti dell'etica del lavoro.
Anche l'altro fondamento è un pasticcio, la filosofia del bisogno. Filosofia che appare ragionevole per la semplice ragione che si fonda su un'ovvietà e quindi sul nulla.

E' possibile, perché è falso che non ci siano le risorse, è falso che giustizia sociale ed economia di mercato non possano convivere, è falso che non ci possa essere una soluzione alla mancanza del lavoro.
Per sostenere questa tesi, è necessario capire il funzionamento della finanza ed il grande inganno che si nasconde dietro di essa e dietro alcuni totem che vengono presentati come indiscutibili da economisti, politici, sindacalisti e mass media.
Il PIL, il deficit pubblico, il debito pubblico sono gli strumenti del grande inganno, che hanno creato una società che ingrassa gli usurai e mortifica il lavoro, distrugge la creatività e genera schiavitù, produce ingiustizia e miseria e nasconde la ricchezza.
Stanno barando, sulla pelle dei cittadini, dei lavoratori, delle imprese. Un pugno di sordidi usurai sta conducendo un gioco al massacro per conservare i propri privilegi.

E' necessario, perché questo è un gioco sempre più scoperto dalle crisi ricorrenti che spazzano il mondo della finanza, incapace di sostenere il proprio stesso peso. E che rende necessaria una grande riforma fiscale che liberi finalmente il lavoro e la produzione dal giogo dell'oppressione fiscale, per metterli definitivamente al servizio dell'uomo, della realizzazione dell'umanità di ciascuno.
Un'altra soluzione, per la verità, ci sarebbe: è quella dell'eliminazione fisica di centinaia di milioni di diseredati attraverso le guerre, le pestilenze e le carestie che stano sconvolgendo il terzo mondo.
Ma è una soluzione che travolgerebbe anche il mondo occidentale, con le migrazioni di massa, con la povertà che si allarga a macchia d'olio e prende strati sempre più ampi della popolazione, con la produzione che ristagna. Con poche isole felici di benessere in un oceano di disperazione crescente, che finirà per travolgere quelle isole.

Il lavoro per la necessità è lo strumento che il potere usa per l'assoggettamento degli uomini, per impedire loro di pensare come esseri liberi, per impedirgli di esprimere la loro creatività.
Poiché la creatività e la libertà sono le due grandi nemiche del potere, quel modo di concepire le relazioni umane per cui c'è un sopra e un sotto, e sopra stanno alcuni uomini che decidono il destino e la vita di tutti coloro che stanno sotto. Quel potere che dovrà essere distrutto affinché l'umanità riprenda il cammino della libertà e dell'autocoscienza.

II. INTRODUZIONE


Nan-in, un maestro giapponese dell'era Meiji, ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. "E' ricolma. Non ce n'entra più!".
"Come questa tazza" disse Nan-in "tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?" (1).

Come quel professore universitario, anche le nostre teste sono piene di congetture e di opinioni, propinateci in quantità industriali da mass media, politici ed economisti, che imbottiscono di idiozie il cervello dei cittadini per convincerli che questo sistema economico è l'unico possibile.
Non è vero.

La maggior parte delle persone ha timore reverenziale nei confronti dell'economia e degli economisti. La scienza economica è ammantata di sacralità: i suoi esponenti sono i sacerdoti di questa religione.
Ogniqualvolta il Governatore della Banca d'Italia, e a maggior ragione, adesso, quello della Banca Centrale Europea, rilasciano una dichiarazione, tremano le borse, i mercati, i palazzi del potere, i sindacati e le persone comuni, annichiliti dal grande risalto che il verbo di questi pontefici trova sui media di tutto il mondo. Non è un caso che negli ultimi dieci anni i maggiori esponenti dei governi italiani siano stati persone provenienti dalla Banca d'Italia o dal mondo industriale e finanziario.
A questo grande timore reverenziale si accompagna, in genere, una totale ignoranza ed incomprensione del Verbo Economico.
Tutti interrogano gli esperti, che si sforzano di fornire spiegazioni, interpretazioni e previsioni. Nessuno si accorge che in genere tali previsioni vengono smentite dopo pochi giorni.

Se anche voi siete colti da questo timore reverenziale e senso di rispetto nei confronti della scienza economica, se non riuscite a capire un accidenti quando parlano i guru dell'economia, ebbene tranquillizzatevi.

Non c'è niente da capire: si tratta, infatti, di un cumulo di idiozie (2) sulle quali è stata fondata una scienza inesistente, un vaniloquio disgustoso e del tutto inutile (3).

La cosa curiosa è che la maggior parte degli economisti non si accorge nemmeno di propalare per lo più idiozie prive di senso: sono troppo presuntuosi per poterlo fare (4). Altri, invece, l'hanno sempre saputo, ma fanno finta di niente e ne approfittano per condurre in tranquillità il proprio tran-tran quotidiano di stimati professori universitari, per collezionare cattedre, riconoscimenti. E, qualcuno, il premio Nobel. (5)
I migliori, quando se ne sono accorti, hanno denunciato la situazione e a volte si sono allontanati dall'insegnamento dell'economia. Nessuno, però, ha mai indagato seriamente sulle nefaste conseguenze di queste idiozie sull'umanità e su coloro che l'economia la vivono sulla propria pelle (6).
La società reale va avanti lo stesso, la gente continua a creare ricchezza, lavorando e sudando dalla mattina alla sera. Spesso, gli economisti ed i politici si sono arrogati il merito di aver ottenuto risultati miracolosi dall'applicazione delle loro ricette, scippandolo a coloro che effettivamente li avevano ottenuti, vale a dire i lavoratori e gli imprenditori che con la loro fatica e la loro fantasia hanno creato quel miracolo.
Perché nessuno ci ha mai detto che cosa nasconde la diffusione di queste idiozie ben confezionate in un linguaggio oscuro ed incomprensibile? Qual è la grande truffa perpetrata ai danni dei cittadini e dei lavoratori, costretti ad una vita da schiavi per arricchire un pugno di speculatori?
Mai come in questi giorni, è tornata d'attualità quella domanda che Bertold Brecht pone in bocca ad un personaggio dell'Opera da tre soldi, e che un film uscito recentemente riecheggia nel titolo apparentemente provocatorio: "E' più criminale rapinare o fondare una banca?".
Non abbiate dubbi sulla risposta: è certamente più criminale fondare una banca che rapinarla e in questo libro ne capirete le ragioni.
Non crediate che abbia scoperto qualcosa di particolarmente difficile da trovare: la verità è una sola e soprattutto, è davanti agli occhi di tutti quelli che abbiano il desiderio di cercarla e non siano stati del tutto obnubilati dalle idiozie dei mass media.
La maggior parte delle considerazioni contenute in questo libro sono note da tempo, solo che pochi si sono presi la briga di metterle tutte assieme, e quei pochi che l'hanno fatto non sono mai stati presi sul serio dal conformismo degli economisti e dall'ignoranza indotta nella gente dai mass media.

Gli uomini e le donne delle passate generazioni hanno creato la società più ricca che abbia mai visto la luce sulla faccia della terra. Mai, come in questo secolo, l'umanità è stata così vicina alla liberazione dal bisogno economico, mai c'è stata una tale abbondanza e varietà di beni per tutti i cittadini (7)(almeno in Occidente).
Rispetto all'inizio del secolo siamo enormemente più ricchi. Le macchine ormai hanno invaso ogni settore della produzione e liberando gli uomini dalla fatica fisica rendono il lavoro sempre più immateriale e creativo. Perché, stranamente, viviamo tutti poco meglio rispetto agli uomini dell'inizio del secolo, e certamente viviamo peggio rispetto a quelli di venti anni fa? (8)
La nostra stessa sopravvivenza potrebbe essere messa a rischio nell'ipotesi, paventata da molti, di una crisi finanziaria del genere di quella che mise in ginocchio l'economia mondiale nel 1929. Allora, infatti, oltre il 70% della popolazione mondiale viveva ancora di agricoltura e la gravissima crisi distrusse i risparmi e il patrimonio di molti, ma gli uomini almeno erano in grado di ricavare il necessario per vivere dalla terra sulla quale vivevano.

Oggi, nel mondo occidentale solo il 5% della popolazione lavora nell'agricoltura, e molti nostri bambini sono convinti che le mucche siano un cartone animato della pubblicità. I loro genitori non hanno la più pallida idea di come ci si possa alimentare senza andare a fare acquisti al supermercato. E così, una crisi finanziaria di quelle proporzioni, che inducesse sbalzi violenti sui prezzi e la chiusura anche di piccola parte dei grandi stabilimenti di produzione di generi alimentari, agiterebbe di colpo lo spettro della fame dinanzi a milioni di persone nel mondo Occidentale.
Quella fame che di tanto in tanto, sbirciamo distrattamente nella TV colpire in Africa, in Sud America, in Asia decine di milioni di esseri umani, così diversi e lontani dall'abbondanza del consumismo cui siamo abituati, potrebbe colpirci senza alcun preavviso, un po' come accadde nel 1929.
Il Presidente americano Coolidge, nel suo messaggio al popolo americano sullo stato dell'Unione, alla fine del 1928, scriveva testualmente: "Nessun Congresso degli Stati Uniti si era mai trovato di fronte, esaminando lo stato dell'Unione, a prospettive più rosee di quelle che si annunciano in questo momento. Sul piano interno c'è tranquillità e soddisfazione… e una serie di record di anni prosperi" (9).
Dopo pochi mesi arrivò il diluvio.
E' necessario aggiungere che il buon Coolidge aveva dato retta alle previsioni degli economisti del tempo, o lo avevate già capito da soli?

Il lavoro come l'abbiamo conosciuto, il posto fisso per una vita o quasi, sta rapidamente scomparendo (10).

La grande fabbrica, per mezzo dell'automazione, distrugge più posti di lavoro di quelli che crea.
La disoccupazione cresce e viene solo attenuata dalla nascita di migliaia di nuove attività nelle comunicazioni e nell'informatica.
In soli vent'anni l'occupazione nelle fabbriche e nell'agricoltura si è dimezzata.
Dal 1995, la maggior parte del PIL è prodotta dal lavoro autonomo, soprattutto nei settori dei servizi, del commercio e della piccola industria.
La parola d'ordine imperante è diventata la flessibilità, vale a dire la necessità di cambiare lavoro o luogo di lavoro più volte nella vita.
Altra parola d'ordine è: inventatevi il vostro lavoro.
Ce lo ripetono fino alla nausea, dalle tribune dei mass media, politici, economisti ed altri imbonitori.
Giusto, ma ascoltandoli balzano subito in mente due domande che non sono mai state poste ai nostri politici ed economisti. Non certo perché siano particolarmente difficili da trovare, ma forse perché, per certe questioni che la gente si chiede con sempre maggiore insistenza, la censura funziona ancora bene.
La prima domanda è: che ci stanno a fare tutti questi politici, questa burocrazia, questa organizzazione dello Stato, sempre pronta a vessare i cittadini con richieste assurde ed esose, con tasse crescenti, con la sua brutale ignavia quotidiana, se poi non riescono a risolvere nessun problema e di fronte alla domanda di chi cerca un lavoro qualunque per sopravvivere sanno dare solo il consiglio di cercarselo da sé (11)?
Grazie, lo sappiamo da noi che dobbiamo fare da soli e di questi consigli facciamo volentieri a meno visto anche quello che ci costano (in termini di tasse, perdite di tempo, arrabbiature ed altro).

L'altra domanda pone un interrogativo al quale sembra difficile dare una risposta convincente. Ci dicono che il lavoro dobbiamo cercarcelo da noi, che dobbiamo essere creativi seguendo ciascuno le proprie inclinazioni e le proprie preferenze. In altre parole, dobbiamo diventare imprenditori di noi stessi, crearci la nostra microscopica azienda personale pronta a sfruttare ogni opportunità e ogni innovazione.
Già, ma come si fa ad essere creativi se si deve coniugare il pranzo con la cena, se il problema principale diventa la sopravvivenza, se non si ha né il tempo né la voglia, né i mezzi per pensare a cosa inventarsi assillati come siamo dal problema del vivere quotidiano? (12)
Lo Stato, poi, invece di aiutare, crea mille intoppi, mille difficoltà, oneri di ogni genere che ci ricordano quotidianamente l'inutilità della politica e della burocrazia.
I nostri antenati dicevano che la necessità aguzza l'ingegno, ma la creatività nella nostra società ha bisogno di studio, di mezzi economici, della possibilità per tutti di essere completamente svincolati dal bisogno per poter sviluppare le capacità e le inclinazioni che possono garantire la liberazione delle proprie capacità. Senza i mezzi per studiare un mestiere, per aprire un'attività, non si crea proprio un bel nulla: ci si barcamena tra un lavoretto a nero ed un altro, solo per sbarcare il lunario senza alcuna prospettiva, se non quella di afferrare un posto fisso sempre più raro.
Siamo ritornati alle tristi storie dell'inizio dell'industrializzazione, quando, pur di trovare un lavoro, gli operai erano disposti ad ogni sorta di rappresentazione (13).
E' soprattutto la mancanza di speranza che rende le cose estremamente difficili e complicate: alla fine della guerra l'Italia era ridotta ad un cumulo di macerie, l'industria e l'agricoltura devastate, il paese lacerato dalle divisioni e ferito dagli orrori della distruzione. Eppure, in pochi anni, la convinzione che il peggio fosse passato e la speranza di un mondo migliore, produssero il più grande salto in avanti nel tenore di vita che mai è stato compiuto in questa terra. La molla fu proprio la speranza che adesso è perduta.
E sapete perché?
Perché manca un progetto, una prospettiva, un'idea del futuro. Appunto la speranza.
Quando i governanti di sinistra fanno una politica di destra o viceversa, tradiscono oltre che se stessi, la fiducia dei propri sostenitori, ne offendono la sensibilità e l'intelligenza. Ma, soprattutto, a forza di raccontare balle, uccidono la speranza che sia possibile vivere in una società un po' meno ingiusta e rendono evidente che, al contrario, la vita diventa sempre più difficile, il sistema più perverso e, se possibile, la società più ingiusta, pericolosamente ed intollerabilmente più ingiusta.
L'effetto di questi politici che si scompongono, si riaggregano, litigano, si separano per rimettersi insieme, di partiti che durano lo spazio di una notte, per scomparire il giorno dopo, di sigle sempre più astruse e lontane dalla gente, è desolante. La sensazione netta è che tutto ciò serva solo a dividere a fettine più sottili, quel poco di potere che rimane da gestire, mentre fuori del palazzo i grandi problemi rimangono senza alcuna risposta e diventano ogni giorno sempre più gravi ed urgenti.
Sentiamo sulla pelle che la politica, che questa politica, non è in grado di dare alcuna risposta al bisogno di costruire un nuovo patto sociale, un nuovo modo di vivere la società: e che comunque, la società reale sta andando, a gran velocità, in una direzione sconosciuta, verso una meta che non si riesce a comprendere bene. E che non piace per niente a nessuno.
Vi fa ridere che, mentre la NATO bombarda Belgrado e i Serbi sparano a vista sui Kossovari, il Parlamento italiano discuta animatamente e per ore, su quale regime IVA applicare al rosmarino o al peperoncino? Ebbene, ridete a crepapelle, è successo pure questo. Però, passata l'ilarità, ritorna l'angoscia del futuro e della speranza che non c'è, unita alla certezza che costoro non potranno certo darcela.

Eppure un'idea per cambiare tutto c'è: di nuovo un fantasma si aggira per il mondo per abbattere i pregiudizi, le caste, le idiozie, i santuari del potere del vecchio ordine, e far nascere una nuova società un po' più giusta, un po' più eguale, ma soprattutto, più aderente alla realtà.
E' il fantasma dell'Universal Basic Income, o Reddito di Cittadinanza Universale (che d'ora in poi chiameremo RdC) che, unito agli altri spettri della libertà e dell'uguaglianza, agitano il sonno dei potenti della terra. Esso è accompagnato in genere dalla poco raccomandabile fama di essere alternativamente un po' di sinistra (perché ugualitario) e un po' di destra (perché populista), di essere certamente fricchettone (tutte le novità lo sono) e soprattutto utopico dato che, certamente, mancano le risorse per realizzarlo.
Balle.
Intanto non è né di sinistra né di destra, ma da esso nascerà necessariamente un nuovo modo di fare politica in una società in cui ci sarà certamente molto meno potere che in quella attuale. Poiché la lotta non è più tra destra e sinistra, ma tra potere e libertà, e ogni potere, qualunque etichetta si appiccichi addosso, è adesso nemico della libertà.
E' poi del tutto falso che non ci siano le risorse per realizzarlo, così come è falso che sarebbe necessario aumentare le tasse a dismisura (critica da destra) o che distruggerebbe il welfare (critica da sinistra) o, ancora peggio, che ridurrebbe tutti in miseria dato che nessuno avrebbe più voglia di lavorare (coro generale degli imbecilli riuniti di destra e di sinistra).
Il RdC, non solo si può fare subito e per tutti, ma è necessario che venga introdotto al più presto, se non vogliamo davvero finire tutti in miseria e nella serie di guerre devastanti che seguirebbero all'inevitabile crisi mondiale dell'economia e della finanza.

Ma come sarebbe una società con il RdC universale? Immaginate che tutti ricevano dalla Comunità (smettiamola di chiamarlo Stato, dato che tra un po' sarà scomparso), la somma di un milione al mese per il solo fatto di essere vivo ed essere cittadino, dalla nascita alla morte, a qualunque condizione di partenza si appartenga; insomma, la remunerazione del diritto alla vita per ciascuno. Nessuna burocrazia per erogare la somma, dato che, essendo uguale per tutti, non c'è bisogno di alcun funzionario per decidere chi e come abbia diritto all'assegno.
Immaginiamo, poi, che quella perversa invenzione che è il codice fiscale, sia tradotta in qualche cosa di positivo, ovvero in un conto aperto presso la banca più vicina alla nostra abitazione, sul quale la comunità automaticamente accrediti ogni mese l'assegno di un milione. Ovviamente, il RdC non sostituisce il reddito del lavoro (se uno ce l'ha), e quindi noi aggiungiamo ad esso, interamente, i proventi della nostra attività. Ma con questa somma, siamo in grado di poterci mantenere in vita, in condizioni dignitose, di dedicare, per tutto il tempo che vogliamo, le nostre energie all'attività che ci piace di più, anche se non produce alcun reddito. Possiamo allevare i nostri figli, aiutare i nostri amici e parenti, occuparci degli altri o di noi stessi, migliorare la nostra cultura, coltivare i nostri interessi soddisfare le nostre curiosità. Possiamo prepararci al meglio ad affrontare il mondo senza dover sottostare al ricatto della necessità e del bisogno. Gli uomini sarebbero molto più responsabili e consapevoli di se stessi, molto più ricchi interiormente e più disponibili nei confronti degli altri, tutti riacquisterebbero la speranza di una vita migliore che, a quel punto, dipenderebbe solo da noi stessi.

E' difficile immaginare che, in una società siffatta, ci sarebbe molta meno delinquenza, meno mafia, meno ingiustizie, meno potere?

E che quindi, ci sarebbe più libertà, più solidarietà, più giustizia, più etica, nel senso di una maggiore disponibilità degli uomini a conformarsi alle leggi dell'etica?

Dal punto di vista economico, si avrebbe un aumento della domanda globale ed uno zoccolo duro costituito proprio dalla somma erogata dalla comunità per il RdC che, per sua natura, sarebbe quasi interamente speso dai beneficiari. Allo stesso tempo verrebbe meno la necessità di porre vincoli e garanzie al rapporto di lavoro (che comunque stanno in gran parte per essere sciolti, e che per molte categorie di lavoratori non esistono più), dato che verrebbe meno la principale fonte di ricatto nei confronti del cittadino: la necessità che egli venda se stesso per poter garantire la propria sopravvivenza e quella della propria famiglia. Il lavoro diventerebbe di colpo una libera scelta, e non uno strumento che rende schiavi.

Allo stesso tempo l'economia diventerebbe più libera e sarebbe possibile finalmente sfruttare al massimo i progressi della tecnologia automatizzando i processi produttivi senza correre il rischio di mettere sulla strada milioni di lavoratori e, soprattutto (dal punto di vista del Capitale), senza perdere milioni di acquirenti. E già, perché il sistema ha bisogno che la gente produca reddito dato che altrimenti nessuno comprerebbe più i prodotti delle fabbriche e l'automazione si rivelerebbe un inutile orpello.
Sapete che quella del 1929 è stata una crisi di sovrapproduzione?
Vuol dire che nessuno comperava più i beni prodotti dalle fabbriche poiché che non c'erano denari in giro, che i magazzini erano stracolmi e che la produzione si dovette fermare dato che non c'era più nessuno in grado di acquistare.
La crisi prossima ventura potrebbe essere, anche essa, una crisi di sovrapproduzione: le fabbriche automatizzate producono una grande quantità di beni che nessuno compra perché non ci sono soldi a sufficienza. Dopo un po', con i magazzini pieni e pochi ordini, le fabbriche chiudono, licenziando i propri dipendenti e avvitando la crisi in una spirale recessiva.

Mai come oggi, nella storia, Capitale e lavoro, hanno lo stesso interesse all'introduzione del RdC: stranamente, questo interesse coincide con quello di tutta l'umanità.
E questa è la considerazione che ci fa pensare che sia prossima una nuova stagione di grandi cambiamenti.

E' necessario dare corpo a quei fantasmi che possono ridare la speranza a milioni di esseri umani in tutto il mondo. Non più per sostituire un vecchio potere con uno nuovo, ma per abbattere la società fondata sul potere e crearne una fondata sulla libertà. La politica di oggi e gli strumenti politici che ancora oggi usiamo, si fondano sul potere, ovvero sulla prevaricazione di un uomo o di un gruppo di uomini su tutti gli altri. La politica di domani si fonderà sulle relazioni, ovvero sull'etica fino a confondersi di nuovo con essa. Il principio di libertà sarà la fonte di questa nuova etica: ciò non significa affatto la necessità della nascita di una nuova ideologia o di una nuova teologia che dettino le regole cui tutti devono conformarsi. Il principio di libertà sta prima dell'etica e quindi anche prima dell'ideologia e della teologia. La politica si fonda sul potere e le diverse politiche distinguono il potere buono da quello cattivo, quello giusto da quello ingiusto. La società che rifiuta il potere dovrà, quindi, riformulare lo stesso concetto di politica su basi e principi completamente nuovi.

Insomma, il tè è meglio berlo che tenerlo in testa. Cercate anche di convincere altri a non usare le teste come tazze da tè. Se proprio devono cercare un nesso tra il tè ed il cervello (se non se lo sono già bevuto), ditegli di mettere molto zucchero nel tè: pare che faccia bene alle cellule neurali.

 

VI. LA GRANDE TRUFFA DELLE BANCHE

Abbiamo visto nel capitolo II, come le banche creano denaro. Questo meccanismo costituisce una vera e propria truffa ai danni dei cittadini.
Nessun economista affronta seriamente il problema: la creazione di denaro è vista quasi come una conseguenza naturale dell'istituzione delle banche (71). Quasi una curiosità, che ha certo effetti benefici sul sistema economico e che, semmai, deve indurre i banchieri ad operare con prudenza ed oculatezza per evitare che le conseguenze della creazione di denaro possano travolgere la stessa banca.
Le cose in realtà, stanno in tutt'altra maniera e il meccanismo di creazione di denaro da parte delle Banche è ancora oggi alla base dell'appropriazione di risorse ingentissime da parte del sistema finanziario ai danni dell'economia reale e di tutti i cittadini.
Ma come funziona questo meccanismo? Per capirlo, dobbiamo spostarci indietro nel tempo di un paio di secoli e ritornare nella situazione che ha favorito la nascita delle banche moderne, cioè a quei depositi in oro che le situazioni politiche e la relativa ricchezza indotta dai commerci con l'estremo Oriente e il Nuovo Mondo avevano generato. Le banche ricevevano l'oro e in cambio, rilasciavano certificati a vista o al portatore, che erano utilizzati per i pagamenti da parte dei titolari dei depositi, e, a loro volta, potevano essere utilizzati per effettuare nuovi depositi. E qui sta l'inghippo.
Infatti, finché il certificato, nominativo o al portatore viene trasferito da un possessore ad un altro, nel sistema non si crea alcunché, dato che si tratta della stessa somma che semplicemente cambia di mano. Se invece, sulla somma depositata la banca emette un prestito, allora si crea del denaro. Facciamo un esempio. Stiamo nel 1884, a Dawson city nel Klondike. Sono appena uscito dalla Banca del West dove ho depositato mille dollari in oro, frutto di un duro lavoro nelle miniere. La Banca offre un buon interesse, e d'altra parte, ci sono troppi brutti ceffi in giro per portarsi tutta quella somma addosso. La Banca, inoltre, gode di buona fama, e così io sono sicuro che nessuno porterà via il mio gruzzolo. Tengo con me qualche spicciolo, e riparto per il giacimento che ho scoperto nel nord del paese. La Banca sa che non tornerò presto a riprendere l'oro. Conta sulla mia avidità e sul desiderio di sfruttare al meglio la miniera. Così quando si presenta un imprenditore a chiedere un prestito di ottocento dollari per costruire un casinò per i minatori, la Banca lo concede volentieri, sia perché lo considera un buon investimento, sia perché l'imprenditore in questione è persona economicamente solida. D'altra parte la Banca deve prestare i denari a qualcuno, perché altrimenti non potrebbe pagarmi l'interesse che ha promesso, né le proprie spese.
La Banca non può concedere più di 800 dollari in prestito perché tiene una riserva del 20%: la percentuale sui depositi ritenuta sufficiente per coprire eventuali necessità liquide impellenti dei propri depositanti (72). Se per esempio, avessi necessità di denaro per comprare delle nuove attrezzature per la miniera, la Banca sa che non chiederò più di 200 dollari, dato che in media la percentuale dei depositi che si presume possa essere ritirata è, appunto, del 20% (73). Tra le migliaia di depositanti, ovviamente, c'è anche quello che ritira per intero il suo deposito senza preavviso, ma in media il denaro che entra ed esce dalla Banca non supera il 20% del totale dei depositi. Se la Banca concedesse prestiti utilizzando una parte delle proprie riserve, rischierebbe di trovarsi in difficoltà a fare fronte alle necessità correnti e perderebbe il proprio buon nome. D'altro canto, se la Banca tenesse più denaro del necessario a riserva, non guadagnerebbe abbastanza, e non potrebbe remunerare i depositi come le altre Banche del sistema, che, quindi, le porterebbero via i clienti, condannandola prima o poi alla chiusura.
Quindi, la Banca deve concedere prestiti tenendo la riserva del 20%, così come fanno le altre Banche del sistema, che pure sanno che non più del 20% dei propri depositi sarà ritirato. Come vedete il sistema si regge sul calcolo delle probabilità e sul buon nome delle Banche.

Ma torniamo agli 800 dollari prestati per la costruzione del casinò. L'imprenditore, ottenuto il prestito, si mette al lavoro di buona lena, e spende tutti i denari ricevuti dalla Banca per la costruzione, pagando operai, fornitori, barman, ballerine e il pianista. Questi soggetti, ricevono i soldi e a loro volta o li spendono o li mettono in Banca. Alla fine, per varie strade, tutti gli 800 dollari prestati al primo imprenditore, ritornano in Banca, dove per Banca si intende il sistema bancario nel suo complesso che, come abbiamo visto, si muove di conserva per non rischiare il fallimento.
La Banca, a questo punto ha di nuovo 800 dollari, e così è contenta se un altro imprenditore le chiede un prestito di 640 dollari per aprire un negozio di alimentari per i minatori. Anche questo pare alla Banca un buon affare, e l'imprenditore che lo propone è un noto commerciante della zona, munito di solide garanzie. Ricomincia il solito giro e dopo un po' di tempo, i 640 dollari ritornano tutti in Banca. Con 512 dollari, il Direttore finanzia l'apertura di un negozio di armi, e poi con 409,6 dollari una bottega da maniscalco per i cavalli dei minatori e così via, finché i dollari non sono esauriti.

Ciò che spinge gli imprenditori ad investire rapidamente i denari ricevuti è che essi devono pagare un interesse alla Banca e quindi, prima cominciano a guadagnare, prima riescono a restituire il debito, senza essere taglieggiati dagli interessi. Allo stesso tempo la Banca paga un interesse ai depositanti, così che costoro sono invogliati a portare i soldi in Banca e lasciarveli il più a lungo possibile. Ovviamente c'è una differenza (spread) tra gli interessi che la Banca paga e quelli che riceve dai prestiti, differenza sufficiente a coprire le spese della Banca e l'utile dei soci di essa.
Come vedete, i miei originari 1000 dollari che sono sempre depositati in Banca, ne hanno creato, prima 800, poi 640, poi 512, poi 409,6 e così via, tutti che si reggono sull'originario mio deposito di mille dollari. Tra i miei mille dollari e i cinquanta dell'ultimo depositante, un vetraio che ha rimesso in sesto le finestre del saloon distrutte da una sparatoria tra i minatori, non c'è, però, alcuna differenza. Sia io che il vetraio sappiamo che essi sono frutto del nostro lavoro, ed entrambi ci fidiamo della Banca che, d'altra parte, è una delle più solide del West. Il vetraio sa che in qualunque momento, può andare in Banca e ritirare i suoi 50 dollari in oro, nonostante abbia versato carta. La Banca non avrebbe alcuna difficoltà a pagare. Anche io so che in qualunque momento posso andare in Banca a ritirare i miei mille dollari in oro senza alcuna difficoltà.
In Banca, però non ci sono tutti i soldi che sono stati depositati, da me fino al vetraio. In realtà ce ne sono solo il 20%, ovvero la riserva ritenuta prudente dalle Banche per il ragionamento fatto prima. La somma di tutti i soldi che sono tornati in Banca fa, infatti, 4.000 dollari che, sommati ai miei 1.000, fa 5.000 dollari il cui 20% è appunto i miei mille dollari. Se la riserva fosse del 10%, la somma che la Banca potrebbe prestare sarebbe di 9.000 dollari e, se del 5%, sarebbe di 19.000 dollari. Come avrete notato, la massa di denaro che la Banca crea dipende direttamente dalla riserva valutaria che la Banca ritiene necessario costituire: minore è la percentuale della riserva e maggiore è la quantità di denaro che viene creata (74).

E che succede se all'improvviso un numero rilevante di depositanti si presenta davanti agli sportelli a ritirare i depositi? Se ad esempio, la miniera per cui, come abbiamo visto, viene promossa tutta quella attività chiude dopo un'inondazione, molti depositanti si presentano, tutti assieme, agli sportelli per ritirare i propri denari. La Banca non ne può accontentare più del 20%, e per pagare gli altri li richiede in restituzione, e con estrema urgenza, a coloro cui li ha prestati, ma questi non li hanno per definizione. Quell'oro, infatti, non esiste: ci sono una serie di pezzi di carta per mezzo dei quali sono stati costruiti il saloon, la bottega, il negozio e le altre attività finanziate dalla Banca, ma l'oro non c'è, per la semplice ragione che, come abbiamo visto, non c'è mai stato se non nella misura del 20% dei depositi (75).
Oltretutto, l'oro in questione non può nemmeno essere preso da altre città. Se la miniera chiude, infatti, il saloon, il negozio di alimentari, il maniscalco, che vivevano tutti sulla miniera, non guadagnano più nulla o quasi, e non possono restituire il prestito ricevuto. La Banca cerca di vendere i beni dei suoi debitori al migliore offerente, ma nessuno compra aziende che non guadagnano, e così la Banca realizza ben poco.
Disperato, il Direttore escogita tutti i trucchi per ritardare il fallimento della Banca: apre un solo sportello mandando a casa tutti gli altri impiegati, sottopone i depositanti a procedure estenuanti per ritirare i denari, convoca il Consiglio di Amministrazione per chiedere denari ai soci della Banca, e allo stesso tempo si rivolge ad altre Banche per ottenere dei prestiti. In altri termini cerca di diminuire la velocità di circolazione del denaro, che è uno dei sistemi per far scomparire gradualmente il denaro virtuale creato dalla Banca (76).

Nel frattempo, anche a causa di queste tecniche dilatorie, si sparge la voce che la Banca del West ha difficoltà di pagare, e anche gli altri depositanti, preoccupati per la sorte dei propri soldi, accorrono agli sportelli della Banca, facendo una gran ressa di fronte alla sede dell'istituto. Alla fine il banchiere getta la spugna e chiude la Banca per fallimento. Il denaro creato dal suo istituto lo ha travolto. Anche se non ha commesso irregolarità di sorta, e si è comportato seguendo le regole di funzionamento della Banca, anche se non ha commesso errori evidenti, egli finisce in galera per bancarotta ed è accusato dai suoi depositanti di esser un ladro (77).
Abbiamo già ricordato la scena di panico deliziosamente descritta in Mary Poppins. Mr. Banks, il padre dei bambini cui Mary Poppins faceva da baby sitter, era un austero funzionario della Banca Dawes di Credito, Risparmio e Sicurtà. Insomma una tipica banca ottocentesca, dove tutti indossano il tight e le ghette, portano la bombetta, l'ombrello e il garofano all'occhiello.
La crisi di panico si scatena, quando il piccolo Michael cerca di farsi restituire dal vecchio Dawes i due penny con cui voleva comprare il miglio per i piccioni, e che invece il banchiere vuole usare per fargli aprire un conto corrente. Non c'è argomento che riesca a convincere il bambino. Nel suo animo sono entrate bene le parole di Mary Poppins che l'aveva incitato a donare di cuore.
Le sue grida vengono sentite da due clienti della Banca che, preoccupatissime, si affannano a ritirare tutti i propri depositi. Anche gli altri clienti dentro l'edificio, vista la reazione delle due correntiste si affrettano agli sportelli per ritirare tutto il proprio denaro. E' il panico, scatenato apparentemente senza alcuna ragione, da una voce, da uno sguardo preoccupato, da un passo affrettato.
Per convincere il bambino il vecchio Dawes aveva usato tutti gli argomenti della cupidigia: "Con due miseri penny sarai proprietario di terreni in America, di navi, di fabbriche, di palazzi. Il tuo capitale raddoppierà di anno in anno e tu diventerai ricco!".
Nulla riesce a smuovere Michael dal suo proposito di usare i suoi due penny seguendo il suo cuore, ormai ricco di amore e di generosità.
Il discorso di Dawes sul raddoppio del capitale è, però, il centro della truffa delle banche, il miraggio agitato dinanzi agli occhi della gente per indurla a lavorare duramente e risparmiare con la promessa di una felicità che non arriverà mai. E la crisi di panico trova, in questa scena, la propria ragione profonda.

Il dono d'amore, la generosità, sono i nemici mortali del sistema finanziario.

Lo stesso concetto lo esprime Keynes che racconta una storia illuminante tratta da Sylvie e Bruno che, forse, ha ispirato il regista del film Mary Poppins.

" - E' solo il sarto, Sir, con il suo conticino - disse una voce querula fuori dell'uscio.
- Oh, bene - disse il professore ai bambini, - Risolverò subito questa sua faccenda, se vorrete aspettare un momento. Quant'è quest'anno, buon uomo? - Mentre parlava il sarto era entrato.
- Vedete è stato raddoppiato per tanti anni - replicò il sarto un po' brusco - che adesso penso proprio di volere i quattrini. Sono duemila sterline, sono! -
- Roba da nulla -, osservò noncurante il professore frugandosi nelle tasche come se si portasse sempre dietro quella cifra come minimo. - Ma non preferireste aspettare ancora un anno e farle diventare quattromila sterline? Pensate solo a quanto diventereste ricco! Pensate, potreste diventare un re, se lo voleste! -
- Non so se mi interessi diventare un re -, commentò pensieroso l'uomo. - Ma sembra davvero un mucchio di quattrini… Beh credo che aspetterò..-
- Certo che aspetterete -, incalzò il professore. - Vedo che avete cervello. Buongiorno, buon uomo! -
Non appena la porta si richiuse alle spalle del creditore Sylvie chiese: - Gliele pagherete mai quelle quattromila sterline? -
- Mai, ragazza mia! -, replicò enfatico il professore. - Preferirà raddoppiare fino al giorno della morte. Vedete, vale sempre la pena di aspettare ancora un anno per avere il doppio -.
" (78)

La scena della crisi di panico venne replicata molto frequentemente per tutto l'ottocento e fino a qualche anno dopo la grande crisi del 1929. E non falliva qualche Banca qua e là, ma decine di Banche e, nei periodi di crisi, centinaia. Già, perché il sistema andava in crisi periodicamente, in media ogni 15/20 anni, provocando fallimenti a catena di imprese e di Banche. Negli anni della grande crisi, tra il 1931 ed il 1933 fallirono negli USA oltre 10.000 Banche, circa la metà di tutto il sistema bancario.

In realtà, il nostro banchiere un errore lo ha commesso: avrebbe dovuto diversificare gli investimenti, in modo da non fondare tutte le proprie attività solo sulla miniera. Insomma, se oltre ad avere occhio alla miniera il banchiere avesse finanziato operazioni relative alla costruzione della ferrovia, all'allevamento del bestiame, alla coltivazione del cotone ed alla pesca del salmone, la chiusura della miniera, probabilmente, non avrebbe causato il fallimento della Banca. Infatti, essa avrebbe potuto prendere i denari versati per effetto delle altre attività per fare fronte al ritiro dei fondi dovuti alla chiusura della miniera. Ma per fare ciò, il banchiere avrebbe dovuto disporre di molto denaro per finanziare tutte le attività e, d'altra parte, se vanno contemporaneamente in crisi la miniera, la pesca, l'allevamento e la coltivazione, il fallimento sarebbe stato comunque inevitabile. Proprio quello che accadde nel 1929, quando andarono in crisi contemporaneamente molti settori dell'economia, e il sistema bancario ne fu travolto.

Ma, a parte la diversificazione degli investimenti che, però, non salva il banchiere se la crisi è particolarmente grave ed estesa, abbiamo visto che non c'è rimedio se le attività economiche finanziate dalla Banca si fermano. Se le attività economiche rallentano, la Banca si troverebbe lo stesso in difficoltà: molti depositanti avrebbero necessità di denaro per fare fronte ai pagamenti correnti cui non possono più attendere con i propri ridotti guadagni, e lo stesso si affollerebbero dinanzi alla Banca. I tempi della crisi, però, sarebbero rallentati e forse la Banca potrebbe salvarsi liquidando le attività in tempo e ad un prezzo tale da coprire le proprie necessità di cassa.
Ovviamente c'è un'ipotesi in cui una Banca è in grado di fare fronte anche alla crisi più devastante pagando in oro tutti i suoi debiti. E' il caso in cui la crescita di quella Banca abbia attirato versamenti cospicui in oro da parte di altre aree per effetto di una politica di investimenti e di tassi di interesse più attraente per i risparmiatori di quella di altre Banche.
Questa situazione ha il suo rovescio della medaglia.
La crescita economica di un'area viene fatta ai danni di altre aree, ovvero una zona dove la crescita è più elevata attira i capitali da altre zone dove la crescita rallenta o si ferma per mancanza degli strumenti finanziari necessari.
Insomma, così com'è stato creato, il denaro della Banca scompare lasciando dietro di sé morti e feriti. Hanno ragione, allora, i clienti della Banca a pensare che il loro banchiere dall'aria così severa e rassicurante, sia in realtà un bel truffatore, dato che in realtà il denaro da loro guadagnato con un duro lavoro non c'è più, e la fatica patita per accumularlo si fa sentire tutta assieme, pesantemente. Indipendentemente dalle sue qualità personali, infatti, il banchiere è complice di un meccanismo di ridistribuzione della ricchezza che premia i più furbi e i più svelti e penalizza in genere le persone perbene e quelle più deboli. Ma finché il gioco della ridistribuzione coinvolgeva le persone che affidavano i propri risparmi le conseguenze negative sul resto della popolazione erano relativamente modeste.

Dopo la crisi del '29, però, furono assunti da tutti gli Stati del mondo una serie di provvedimenti che modificarono radicalmente la situazione. Le Banche non fallirono più, ma la creazione del denaro continuò ad operare come meccanismo di ridistribuzione della ricchezza coinvolgendo, però, tutti i cittadini, anche quelli che in una Banca non hanno mai messo piede e conservano i soldi nel materasso.

Tra gli anni trenta e il 1970, infatti, si passò attraverso una serie di provvedimenti successivi da un sistema monetario fondato sull'oro ad un sistema monetario fondato sulla carta.

Per evitare il fallimento delle Banche, furono istituite in tutto il mondo le Banche centrali e un sistema di assicurazione interbancario che consentiva di fare fronte ad improvvise necessità liquide di alcune Banche coinvolte nella crisi in un certo settore dell'economia. Ma, soprattutto, venne vietata la conversione delle banconote in oro da parte del pubblico (la conversione rimaneva tra gli Stati).
Galbraith sostiene che ciò che fece cessare la catena di fallimenti delle Banche, fu l'istituzione dell'assicurazione che limitò i comportamenti scorretti (79). Questa tesi non è affatto convincente, dato che, come abbiamo visto, le crisi delle Banche non dipendono affatto da comportamenti scorretti dei banchieri, anche se, evidentemente sono aggravate da essi. Sono, invece convinto che la vera ragione della fine della crisi delle Banche fu il divieto di conversione. Per un depositante non c'è alcuna differenza tra l'avere un pezzo di carta di un colore piuttosto che di un altro. Se non è possibile avere oro, piuttosto che tenere del contante in casa, è meglio averlo in Banca, dove almeno rende un interesse.

Abbiamo visto che, nel 1944, fu istituito a Bretton Woods un sistema di conversione delle monete nel dollaro e di questo nell'oro, che tale conversione poteva essere praticata solo dagli Stati e non dai cittadini, e come nel 1971 tale sistema fu abrogato a causa della crisi petrolifera. Da allora le banconote non hanno più alcuna base materiale, e la loro emissione si fonda, come abbiamo visto, su quella meravigliosa idea che è il PIL.
Ovviamente la creazione di moneta da parte del sistema bancario non si è affatto fermata con l'istituzione dell'assicurazione interbancaria né con il divieto di conversione. Come potete vedere nella tabella a pag. 31, il meccanismo di creazione di denaro virtuale funziona ancora benissimo se l'oro nei forzieri della Banca d'Italia assomma a circa 50.000 miliardi, le banconote a circa 100.000 e il denaro dei depositi bancari ad oltre 2 milioni di miliardi. A questo denaro dobbiamo aggiungere anche le altre attività liquide che, come abbiamo visto, possiamo considerare denaro a tutti gli effetti, dato che per loro tramite possiamo comprare beni di qualunque genere. Insomma il miracolo della creazione prosegue al punto che oggi in Italia la massa monetaria è cresciuta fino a circa dieci milioni di miliardi - mentre nel mondo è arrivata a circa un miliardo di miliardi - e continua ad esercitare la propria funzione di ridistributore della ricchezza a danno di tutti, anche se le banche non falliscono più.
Come avviene questa ridistribuzione? Prima del '29 l'appropriazione della ricchezza avveniva per mezzo del fallimento delle Banche: solo alcuni dei depositanti, in genere i più informati, riuscivano a riprendere i propri denari, mentre la maggior parte dei depositanti restava senza denaro.
E adesso, quando c'è una crisi economica e non si vedono più le file di risparmiatori fuori le banche per cercare di ritirare più in fretta possibile i propri risparmi, quel denaro virtuale che, come abbiamo visto, durante le crisi necessariamente scompare, chi lo paga?(80)
Ma Voi, cari signori e cittadini che lavorate e pagate le tasse, e magari non avete un soldo bucato in tasca né, tantomeno, un conto corrente in banca.

Da quando le Banche non falliscono più, dato che sono garantite dallo Stato, il denaro creato viene anch'esso garantito dallo Stato e quindi pagato da tutti.

Gli effetti del meccanismo di creazione di denaro da parte delle Banche sono essenzialmente tre.
Il primo effetto, come abbiamo visto, consiste in un'abnorme crescita della massa monetaria. Questa massa monetaria è, a sua volta produttrice di ricchezza per mezzo del tasso d'interesse medio che la remunera. Ciò comporta che una sempre maggiore quantità di ricchezza viene appropriata da coloro che detengono denaro virtuale, in danno di coloro che lavorano per produrre i beni.
Il secondo effetto della creazione di denaro è che, per potersi sostenere, il sistema deve essere sempre in espansione. Una crisi economica, e anche un rallentamento del sistema economico, possono causare la scomparsa del denaro virtuale creato dalle Banche e l'avvitamento di una crisi finanziaria incontrollabile.
Il terzo effetto della creazione di denaro da parte delle Banche è che alla ricchezza di un'area corrisponde la povertà di un'altra area: ovvero il sistema deve crescere in maniera squilibrata. Infatti, nei momenti di crisi, il denaro si trasferisce verso le aree dove ha maggiori possibilità di collocazione e di mantenere il proprio valore. Abbiamo anche visto che la demonetazione dell'oro in favore del dollaro, ha consentito agli americani di impadronirsi delle risorse dei paesi finanziariamente più deboli attraverso le manovre sulle monete.
Per queste ragioni le crisi economiche dell'Occidente sono state pagate dai paesi meno sviluppati. Ed è anche per queste ragioni che è praticamente impossibile fare uscire dal sottosviluppo e dalla depressione economica aree del mondo sempre più vaste.
Le stesse società dell'Occidente soffrono, in maniera sempre più evidente, di uno squilibrio crescente tra zona e zona e tra classi sociali. Nei paesi dell'Occidente in cui le politiche sociali hanno generato una forte pressione fiscale sul lavoro e sulla produzione, ci si attenderebbe una maggiore equità ed una minore incidenza degli squilibri sociali. Com'è evidente, invece, non è affatto così, a riprova del fatto che il sistema fiscale non opera come un ridistributore di ricchezza tra le classi, ma essenzialmente come un meccanismo di appropriazione di una classe a danno delle altre, come vedremo meglio nel capitolo seguente.

L'aumento della massa monetaria ha come effetto non secondario, l'aumento del tasso di inflazione, a causa del generale effetto al rialzo che i prezzi dei beni subiscono, ma il meccanismo di trasferimento della ricchezza dal mondo economico a quello della finanza è relativamente indipendente dall'inflazione, anche se in periodi di alta inflazione il trasferimento di ricchezza è minore, e in periodi di deflazione è maggiore. Infatti, un'alta inflazione in genere diminuisce lo spread tra i tassi attivi e quelli passivi e di conseguenza il trasferimento di ricchezza dai debitori ai creditori. Allo stesso tempo, un'alta inflazione accelera la crescita della massa monetaria e accelera i tempi di esplosione del sistema. Una bassa inflazione, e a maggior ragione una situazione di deflazione palese od occulta, deprime in maniera drammatica le attività economiche e, aumentando lo spread, aumenta notevolmente il trasferimento di ricchezza dall'economia alla finanza (81) .
Insomma, la creazione di denaro da parte delle Banche ha causato l'abnorme espansione di un mondo di finanza virtuale che cresce necessariamente ogni anno, ed occupa sempre più spazi del mondo reale, dato che la ricchezza virtuale da esso creata è in grado di appropriarsi della ricchezza prodotta dal mondo dell'economia reale.

Poiché il sistema finanziario deve necessariamente crescere per potersi mantenere in vita, esso deve creare moneta virtuale in misura crescente.

Una parte di questa moneta virtuale è costituita dalla massa monetaria così come definita nel capitolo II.
Altra parte di questa moneta virtuale, è costituita da prodotti finanziari che ruotano intorno a questa massa monetaria e che viene considerata del tutto interna al sistema finanziario.
Recenti studi hanno dimostrato che anche la massa dei prodotti finanziari derivati, come viene sinteticamente denominata questa serie di prodotti, influisce sulla formazione dei prezzi, e quindi dovremo considerare anch'essa come componente della massa monetaria. Il problema è che la vita dei prodotti finanziari derivati è assoggettata per definizione al tempo, la loro emissione è fatta da enti privati, e quindi il loro pagamento non è garantito dalla generalità dei cittadini, come avviene per la massa monetaria in senso stretto. D'altra parte, le dimensioni della massa dei prodotti derivati sono talmente estese, e, peraltro, necessariamente in continua crescita, che l'eventuale inadempienza di una parte di essa si riverberebbe in maniera drammatica su tutto il sistema finanziario. Ciò è apparso evidente nella recente crisi del mercato seguita alla crisi del mercato asiatico: la Federal Reserve Bank è stata costretta ad intervenire per salvare il fondo LTCM (Long Term Capital Management), un hedge fund di soli 20 miliardi di dollari di capitale con investimenti per oltre 1.000 miliardi di dollari in tutto il mondo.
Il meccanismo di moltiplicazione del denaro messo in atto dai prodotti finanziari derivati, è davvero impressionante. Non si conosce esattamente la massa di tali prodotti ma si calcola che essi superino la cifra di 300.000 miliardi di dollari, vale a dire la bellezza di 550 milioni di miliardi di lire (ovvero 275 anni di lavoro di tutti gli italiani). Questa cifra costituisce pressoché la metà della massa monetaria complessiva nel mondo che si aggira intorno al miliardo di miliardi di lire e cui va aggiunta la massa delle azioni, oggi valutabile intorno ai 100 milioni di miliardi. Non possiamo quindi escludere la massa dei prodotti derivati dal calcolo della massa monetaria, anche se sarà necessario una loro più precisa definizione giuridica per evitare che la continua nuova creazione di strumenti possa generare infinite classi di strumenti finanziari (82).

Un derivato consiste in una operazione generalmente a breve termine, contrattata su un'altra operazione in genere a lungo termine.
Pensate ad un fondo di investimento che raccoglie tra gli investitori 100 milioni di dollari. L'operatore finanziario del fondo sa che deve garantire una redditività del fondo tale da pagare l'interesse promesso agli investitori nonché le proprie spese, pur mantenendo una quota di liquidità di riserva. Decide di effettuare operazioni su titoli a lungo termine in una valuta che abbia un basso rischio di cambio.
Compra 100 milioni di dollari di titoli USA con una redditività lorda del 6% e si va ad indebitare nelle banche giapponesi depositando a garanzia i titoli acquistati, per ottenere finanziamenti ad un tasso di interesse minore (dato che in Giappone le banche prestano denaro a bassissimo tasso di interesse, diciamo il 3,50%). La differenza tra i due tassi è il guadagno del fondo, che però non è sufficiente per coprire l'interesse promesso agli investitori.
Allora il nostro operatore finanziario, con i denari ottenuti con l'indebitamento in Yen giapponesi, compra altri titoli americani: diciamo che la Banca giapponese gli da un finanziamento di 95 milioni, poiché il tasso di interesse basso gli consente di coprirsi con una riserva bassa. Con i 95 milioni di titoli americani si indebita presso un'altra Banca giapponese ottenendo 90,250 milioni e così via di seguito, ogni volta creando denaro, come nella nostra Banca del West.
Ogni volta lucra sulla differenza di tassi, pari al 2,50% realizzando così 47,5 milioni lordi di interesse all'anno. Con questi interessi, l'operatore finanziario può remunerare il capitale ottenuto in prestito con un interesse molto alto, diciamo il 18%, attirare altri investitori, assicurarsi contro il rischio di una variazione brusca dei rapporti di cambio tra le monete e dei tassi d'interesse (83), pagare le imposte e magari, alimentare una speculazione su titoli o in borsa a breve termine.
Ovviamente il giochetto è replicabile anche su tre o più valute diverse accettando maggiori rischi sul cambio, ma lucrando un differenziale più elevato.
La Banca giapponese, a sua volta, non sta certo ferma. Con gli interessi sui titoli di Stato USA ottenuti in garanzia, esegue operazioni futures su titoli coreani e tailandesi che danno un alto tasso d'interesse e sono familiari alla Banca giapponese che conosce il mercato locale.
Ricomincia il ciclo di creazione di denaro, poiché a loro volta le Banche coreane e tailandese con i finanziamenti giapponesi effettuano investimenti su fondi americani che garantiscono una elevata redditività per coprire i costi del finanziamento giapponese e garantirsi un differenziale interessante.
Alla fine, in qualche modo il circolo vizioso si è chiuso generando una gran quantità di denaro virtuale che, di fronte ad una qualunque perturbazione del mercato si rivela fortemente instabile, trasformando gli enormi guadagni che abbiamo ipotizzato in enormi perdite, in ipotesi di uno scostamento dei tassi di interesse di un solo punto in direzioni inverse.
Infatti, se i titoli americani dovessero diminuire la loro redditività di un punto, scendendo al 5% e le banche giapponesi dovessero alzare i propri tassi di un punto, salendo al 4,5%, il differenziale diventerebbe di solo lo 0,5%, e gli interessi ricavati sulla somma investita, diventati di soli 9,5 milioni, non pagherebbero più gli interessi promessi agli investitori (84). Il fondo comincerebbe ad accumulare perdite e sarebbe difficile attivare la catena del disinvestimento, dato che la banca tailandese paga il proprio debito con i denari promessi dal fondo americano e che non riceve più.

Oltretutto, la quota di questo giro finanziario che è andata ad alimentare investimenti nell'economia reale (in media circa il 4% sul totale), sarebbe precipitosamente disinvestita creando squilibri nel sistema economico che potrebbero generare, a loro volta, provvedimenti di restrizione del credito da parte delle Banche interessate, per recuperare con interessi più alti le perdite subite nel sistema economico. Questo meccanismo, direttamente riconducibile alla scomparsa del denaro virtuale creato dalle Banche, è uno dei possibili scenari di una delle innumerevoli crisi finanziarie ed economiche che attanagliano sempre più spesso il mondo moderno.

Il sistema economico del mondo non può sopportare oltre la crescita di questa massa finanziaria.

Il rischio, più volte evocato dagli analisti finanziari, di un crollo del sistema finanziario per l'esplosione del mercato dei prodotti derivati è sempre più concreto.
Oltretutto questi prodotti, impadronendosi di ricchezza prodotta dal mondo economico e intervenendo nei processi di determinazione dei prezzi, determinano una continua crescita del debito pubblico necessaria per sostenere la crescita del sistema finanziario.
E' quindi necessario immaginare interventi che limitino la crescita del sistema finanziario e restituiscano slancio alla produzione economica, allo stesso tempo garantendo una più equa distribuzione della ricchezza prodotta. Com'è apparso drammaticamente evidente nella crisi che ha attanagliato il mondo finanziario tra l'ottobre del 1997 e l'ottobre del 1998, la presenza di questa enorme massa di moneta e di prodotti finanziari, genera turbolenze violente sui mercati che rischiano di diventare incontrollabili e di coinvolgere tutti i paesi del mondo. L'effetto della globalizzazione del mercato finanziario, indotta dalla crescita della massa monetaria e dei derivati, è quello di generare da un lato un'accelerazione dei processi di crescita della massa e dall'altro di scatenare crisi ad effetto domino in tutto il sistema finanziario mondiale.
D'altra parte, la tendenza mondiale a tassi di interesse prossimi allo zero, allo scopo di cercare di frenare la crescita della massa monetaria, è insufficiente a frenare l'effetto deleterio che hanno le crisi finanziarie sulla produzione e sul lavoro. Nella recente crisi del Giappone, i tassi di interesse erano, appunto prossimi allo zero, e non per questo hanno tenuto il paese indenne dalla crisi devastante che ancora oggi ne condiziona negativamente tutte le attività economiche.
"Sottoporre ad imposta le fortune insolenti, esonerando i redditi modesti, tassare senza riserva la massa monetaria drenata dalla speculazione borsistica, recuperare il denaro delle frodi fiscali intercontinentali sono solo misure transitorie di un progetto più vasto di riconversione del capitale parassitario in un capitale utile alla nuova società e ai nuovi modi di produzione" (85).

XIV. Indice delle opere citate nel testo

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¨ I. Fisher, Stable money, Adelphi Company, N. Y., 1934
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¨ N. G. Bellia, Verso l'Antropocrazia, Bellerofonte Edizioni, Roma, 1997
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¨ G. Arrighi, Cicli sistemici di accumulazione, Rubettino, Catanzaro, 1999,
¨ P. Sylos Labini, Oligopolio e progresso tecnico, Einaudi, Torino, 1972

NOTE

1) Nyogen Senzaki e Paul Reps (a cura di); 101 Storie Zen, Adelphi, Mi, 1973
2) Sergio Ricossa, Maledetti economisti, Le idiozie di una scienza inesistente, Rizzoli Editore, Mi, 1996
3) Wilfredo Pareto, lettera a Maffeo Pantaleoni, Losanna, 1896, citato in S. Ricossa, op. cit.
4) "Ricordo l'atteggiamento di Bonar Law, misto di rabbia e di perplessità, di fronte agli economisti, perché questi negavano cose ovvie: era profondamente turbato dalla ricerca di una spiegazione. Ciò richiama alla mente l'analogia fra il successo ottenuto dalla scuola classica della teoria economica e quello di certe religioni: il bandire dalle menti ciò che è ovvio, è , infatti, una ben maggiore manifestazione di potenza di un'idea che introducesse tra le nozioni comuni degli uomini ciò che è recondito e remoto". J. M. Keynes, Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, UTET, Torino, 1971, pag. 520
5) Vedi, in proposito, le divertenti considerazioni sulla "sindrome di Belmonte" in J.Kenneth Galbraith, Soldi, Rizzoli editore, Mi, 1997
6) A proposito della scientificità dell'economia, prendete nota delle illuminanti discettazioni di Joseph A. Schumpeter nel suo ponderoso trattato "Storia dell'analisi economica" Boringhieri, TO, 1972, la Bibbia dell'economista di classe (nel doppio senso di economista di sinistra e economista DOC). Alla domanda nel paragrafo 3 (pag. 8) Ma è una scienza l'economia? Egli risponde dicendo che ciò dipende dal nostro concetto di scienza, e ne fornisce la seguente definizione: "Scienza è qualsiasi campo del sapere in cui ci siano persone (i cosiddetti ricercatori, o scienziati o dotti) dedite al compito di arricchire la conoscenza dei fatti e di migliorare i metodi esistenti e che, in tale processo, acquistano una padronanza di cognizioni e di metodi che li differenzia dai profani e dai semplici pratici". Insomma la scienza economica esiste perché ci sono le cattedre di economia (e relative prebende). Infatti, ragionando sulla brillante definizione testé resa, prosegue: "Se la scienza è la conoscenza aiutata da strumenti speciali, (….) sembrerebbe che nella scienza dovremmo includere, per esempio, la magia praticata in tribù primitive, se essa impieghi tecniche che non sono generalmente accessibili e che siano state via via sviluppate e tramandate nell'ambito di una cerchia di stregoni professionali. Ebbene sì, in via di principio dobbiamo includervi anche la magia". Idea: perché non istituire una cattedra di magia per consolidarne la scientificità anche nel mondo moderno? Non si sa mai…. andasse male la carriera di Economista, si può sempre provare con quella di Stregone, tanto la differenza è del tutto irrilevante.
7) "Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi e autentici della religione e della virtù tradizionali: che l'avarizia è un vizio, l'esazione dell'usura, una colpa, l'amore per il denaro spregevole, e che chi meno si affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all'utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l'ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano. Ma attenzione! Il momento non è ancora giunto. Per almeno altri cento anni dovremo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no. Avarizia, usura, prudenza devono essere il nostro dio ancora per un poco, perché solo questi principi possono trarci dal cunicolo del bisogno economico alla luce del giorno." J. M. Keynes, Esortazioni e profezie, Il Saggiatore, MI, 1968, pag. 282. Il testo risale al 1930 e i cento anni sono quasi passati…
8) cfr. W. Wolman A. Colamosca, Il tradimento dell'economia, Ponte alle Grazie, Mi, 1997
9) J. Kenneth Galbraith, The Great crash, 1929, Houghton Mifflin Co., Boston 1972
10) Cfr. J.Rifkin, La fine del lavoro, Mi, Baldini & Castoldi, 1997

11) "Molti, tra i membri della nomenklatura, sopravvissuti alla prima repubblica, somigliano ai nobili e ai chierici decaduti, membri di diritto di Primo e Secondo Stato. Ai nobili e ai chierici decaduti li avvicina soprattutto un elemento: l'essere divenuti inutili.", G. Tremonti, Lo Stato criminogeno, Laterza, Bari, 1997, pag. 110.
12) "Quale scintilla umana, ossia quale creatività possibile, può restare in un esser strappato dal sonno ogni mattina alle sei, sbattuto sui treni suburbani, assordato dal fracasso delle macchine, torchiato, spremuto dalle cadenze, dai gesti privati di senso, dal controllo statistico, e rigettato alla fine della giornata nelle sale di stazione, cattedrali di partenza per l'inferno delle settimane e l'infimo paradiso dei week-end, quando la folla si comunica nella fatica e nell'abbrutimento?" Raoul Vaneigem, Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni, Malatempora, Roma, 1999, pag. 45.
13) "Accenneremo ad un altro fattore di instabilità nella vita dell'operaio, che ironicamente chiameremo l'obbligo della gioventù, per cui non c'è prova più lampante del fatto che nelle grandi città industriali d'Inghilterra il consumo di tinture per i capelli non viene, in maggior parte, fatto da donnine civettuole o da matrone ambiziose, ma da operai attempati in cerca di lavoro e costretti, per migliorare la possibilità di trovarne, a ricorrere ad ogni genere di mezzucci onde darsi la parvenza di giovanotti". R. Michels, Economia e felicità, Vallardi Editore, Milano, 1918

71) Cfr. sul punto J. K. Galbraith, Soldi, op. cit. pag. 25 e sgg. oppure, sulla creazione di moneta bancaria e sull'incidenza del meccanismo della riserva, J. M. Keynes, Trattato della Moneta, Feltrinelli Editore, Mi, 1979 pagg. 30 e segg., e 300 e segg.
72) In Italia la riserva obbligatoria era del 15% fino alla fine del 1997. In pochi mesi, però, essa fu portata al 3% per fare fronte alle necessità del sistema bancario che non aveva più fondi per acquistare i titoli del debito pubblico, e per cercare di rilanciare in qualche modo un sistema asfissiato dalla mancanza di liquidità.
73) Questa conoscenza della Banca definisce la propensione al risparmio. In una zona agricola ci sarà una maggiore tendenza della gente a risparmiare e quindi le Banche potranno tenere una riserva minore. Intorno a Las Vegas la propensione al risparmio sarà minore, e quindi la riserva delle Banche sarà più elevata. Sulla scientificità del concetto di propensione al risparmio vedi le considerazioni alla fine del terzo capitolo.
74) Marx comprese che il denaro bancario era meramente illusorio, ma si limitò a considerare che esso non poteva generare capitale produttivo. Marx considerava una follia del capitalismo la pretesa di trattare il denaro come una merce, ma non poteva cogliere lo sviluppo che il sistema finanziario avrebbe avuto nel secolo successivo. Per quanto riguarda il fenomeno della creazione di denaro da parte delle Banche, si limitò a riportare le considerazioni di Adam Smith tratte da Wealth of Nations, Cannon, London, Pathuen & Co. 1950, II, cap. IV, pagg. 333-334 [La ricchezza delle Nazioni, Newton Compton Editori, Roma, 1995 pagg. 320, 321]: ".. Questi capitali possono essere pressoché illimitatamente più grandi dell'importo monetario che serve come strumento del loro trasferimento: le stesse monete servono successivamente a numerosi prestiti diversi, così come a numerosi acquisti diversi. [….] Le stesse monete d'oro o di carta possono così servire nel corso di pochi giorni a rendere possibili tre prestiti diversi e tre diversi acquisti, ciascuno dei quali è, per il valore, uguale all'intero ammontare di queste monete. […] Nonostante ciò tutti questi prestiti possono essere del tutto sicuri, poiché le merci acquistate con essi dai diversi debitori sono impiegate in tal modo che esse, dopo un certo tempo, portano un uguale valore in oro od in carta moneta unitamente ad un profitto. E come gli stessi pezzi di denaro possono servire a rendere possibili prestiti diversi per un ammontare corrispondente a tre o anche a trenta volte il loro valore, essi possono allo stesso modo servire successivamente come mezzo del rimborso." In K. Marx Il Capitale, Editori Riuniti, Roma, VIII edizione, 1974, Libro terzo, cap. 29 pagg. 555 e segg., e cap. 30 pag. 574.
75) "Il 12 novembre 1857, la riserva complessiva della Banca d'Inghilterra e delle sue succursali ammontava soltanto a 580.751 L.st.; la somma dei depositi per lo stesso giorno era di 22,5 milioni di L.st. di cui circa sei milioni e mezzo appartenevano ai banchieri londinesi". In K. Marx Il Capitale, op. cit. pag. 587
76) Oppure emettevano banconote per far cessare la crisi di panico anche oltre la riserva ritenuta sufficiente, e ovviamente se la legge in vigore glielo permetteva. "Nel dicembre 1825 non restavano alla Banca [d'Inghilterra] che 1.100.000 L.st. oro all'incirca. Essa avrebbe allora senza dubbio dovuto fallire se questo Act [del 1844] fosse in quel tempo esistito. In dicembre, io credo, emise in una settimana 5 0 6 milioni di banconote e ciò diminuì notevolmente il panico allora esistente" (deposizione del Governatore della Banca d'Inghilterra dinanzi alla Commissione dei Lords Commercial Distress, relativamente all'applicazione della legge bancaria del 1844. In K. Marx Il Capitale, op. cit. pag. 653)
77) In Italia, fu questa la sorte di Tamlongo, direttore generale della Banca Romana che pagò per tutti le responsabilità politiche del fallimento dell'istituto, travolto dalla memorabile crisi di panico iniziata nel 1887. In quell'anno, la rottura delle relazioni commerciali con la Francia fece esplodere la crisi di sfiducia nei confronti del sistema finanziario italiano. Gli investitori esteri reclamarono la restituzione dei crediti, e le voci sulle difficoltà delle banche private, che già circolavano da tempo, divennero una valanga che travolse la Banca Generale e il Credito Mobiliare, due grandi istituti privati dell'epoca. Assediati dai depositanti, le banche sospesero i pagamenti nel 1893. In quella crisi, tra il 1890 e il 1894, fallirono in Italia 19 banche e il capitale complessivo del sistema bancario ne risultò dimezzato. Alla fine venne travolta anche la Banca Romana che era allora un istituto di emissione di carta moneta. Cfr. L. Goldschmied, Storia della banca, Garzanti, Milano, 1954, pagg. 69-72
78) Da J. M. Keynes, Esortazioni e profezie, citato da C. Napoleoni, Il futuro del Capitalismo, Laterza, Bari, 1976, pag. 116.
79) J. K. Galbraith, Soldi, op. cit. pag. 194 e segg.
80) Abbiamo, infatti, visto che il denaro creato dalle banche non scompare più, ma viene immesso nel sistema sotto forma di titoli per il debito pubblico.
81) Sui rapporti tra inflazione e sottrazione di ricchezza da parte del mondo finanziario cfr. W. Wolman A. Colamosca, Il tradimento dell'economia, op. cit. pag. 202 e segg.. Per gli autori, il mondo finanziario ha imposto il rallentamento della crescita del mondo economico per mezzo di una politica di severo controllo dell'inflazione, che incrementa i guadagni del mondo finanziario anche se ha per effetto un rallentamento della crescita della massa monetaria.
82) La questione è divenuta evidente nel dibattito intorno alla Tobin tax: la proposta di assoggettare le transazioni sulle valute, ha reso necessario immaginare l'estensione del sistema di tassazione a tutti i prodotti derivati per mezzo dei quali si può parimenti ottenere un cambio di valuta eludendo l'imposta. Vedi in particolare le obiezioni di Kenen e le considerazioni in proposito di Tobin. Le indicazioni del dibattito sono una prova della necessità di considerare anche i prodotti derivati come componenti della massa monetaria. (cfr. Alex Michalos, Un'imposta giusta: la Tobin tax, Edizioni Gruppo Abele, To, 1999, pag. 81 e segg.). Sulla Tobin tax cfr. cap. 9.
83) L'assicurazione contro questo tipo di rischi è la vera ragione della nascita dei contratti derivati. I contratti futures sono un tipico esempio di tale forma impropria di assicurazione contro i rischi di brusche variazioni dei tassi o dei rapporti tra le monete. Essi consistono nell'acquisto di una determinata quantità di beni ad un prezzo e ad una data prefissati. L'acquisto è effettuato sul mercato con la mediazione di una stanza di compensazione, la Clearing House, che mano a mano cercano i venditori (o gli acquirenti) per gli acquisti (o le vendite) richieste. L'ipotesi tipica è che l'operatore finanziario abbia in portafoglio dei titoli acquistati a 100, e voglia assicurarsi contro la discesa del prezzo di tali titoli. Così acquista titoli a 98 a scadenza. Se il titolo sale perde sui futures ma guadagna con il sottostante. Se i titoli scendono perde con il sottostante ma guadagna con i futures. Poiché per l'acquisto di futures non ha bisogno di tutto il sottostante ma solo del 10%, l'operatore può utilizzare la restante liquidità per altri futures o altri acquisti di titoli. Per approfondire l'argomento vedi l'eccellente lavoro di A. Gligora, Mercati Derivati e rischi sistemici, IriSS, Roma, 1997.
84) Nemmeno le operazioni sui derivati riescono a salvare l'operatore finanziario, se le cause del calo dei titoli sono diverse da quelle da lui ipotizzate. Anzi, in questo caso, la perdita si moltiplica. Se per esempio la valuta giapponese dovesse salire fortemente sul dollaro americano, diciamo del 2% e i titoli americani salissero solo dello 0,5%, l'investitore accumulerebbe le perdite sui derivati a quelle sui titoli del sottostante con un'amplificazione drammatica delle perdite per via dell'effetto leva. Nel fallimento della Banca Barings (30 miliardi di sterline di capitali gestiti e 4000 dipendenti nel febbraio 1995) si generò un effetto leva simile, dovuto al sommarsi di posizioni equivalenti in perdita assunte, peraltro, in conformità delle disposizioni operative della Banca da un trader della filiale di Singapore che operò con contratti futures sull'indice Nikkei 225. In pochi giorni, la filiale accumulò perdite per 916 milioni di sterline a fronte di un capitale sociale di 200 milioni, il tutto senza violare le disposizioni di sicurezza della Banca che era conosciuta per la sua serietà e competenza. Nonostante le accuse delle Autorità monetarie Britanniche al trader, infatti, questi aveva perfettamente rispettato il margin call sia con prestiti nell'interbancario che con i premi della vendita di put options sullo stesso future Nikkei 225, creando posizioni equivalenti e generando così moneta senza alcuna copertura.(Il caso Barings è analizzato con cura in A. Gligora, Mercati derivati e rischi sistemici, op. cit.)
85) R. Vaneigem, Noi che desideriamo senza fine, Bollati Boringhieri, Torino, 1999

 


 

 

 

 

 

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