desimone

Manifesto della libertà

lineamenti di una filosofia della liberazione


IL NICHILISMO DELL’OCCIDENTE

Lungo il sentiero dell’Occidente il senso non ambiguo ma essenzialmente nascosto dell’ente è il niente. (E. Severino)

Nella storia della civiltà dell’Occidente il dominio della Potenza comincia con la rottura del senso dell’eternità dell’Essere. Questa rottura avviene nel momento in cui la filosofia accetta contraddittoriamente la negazione dell’Essere risolvendo in senso metafisico il rigore di Parmenide e dei suoi allievi e conferisce dignità di essere alle ombre della caverna di Platone.

Nel momento in cui la civiltà occidentale abbandona il senso dell’eternità dell’Essere, la filosofia intraprende la strada della Potenza, molto più vicina al concreto modo di vivere e ai desideri degli uomini della impervia via ascetica dell’abbandono nell’eternità dell’Essere.

La parabola del vitello d’oro si è così compiuta (4).

Il prezzo che la civiltà dell’Occidente ha pagato per questa rottura è stato altissimo: la perdita della propria umanità. Ma ne è stata generata la Potenza che, attraverso il sacrificio di milioni di esseri umani, ha costruito la civiltà più ricca e potente che abbia mai visto la luce sulla faccia della terra.

La storia della Potenza è la via della creazione delle cose, di tutte le cose.

L’abbandono del senso dell’eternità dello Essere ha tolto certezza all’esistenza di tutte le cose. Contemporaneamente, ne ha reso, però, possibile la creazione, prima da parte degli dei, poi dei demiurghi, infine degli uomini.

La nostra esperienza sensibile ci mostra esseri che nascono e muoiono, cose che vengono create e distrutte. La nostra capacità di intendere è indissolubilmente legata a questo nascere e morire, a questo entrare ed uscire delle cose dal nostro mondo, a questa perenne incertezza del Tutto tra l’Essere ed il Niente. La filosofia ha chiamato divenire questo continuo apparire e scomparire delle persone e delle cose, ma non ha potuto risolvere la contraddizione insolubile che esso genera tra Essere e Niente.

Il divenire, infatti, comporta la negazione dell’essere, il considerare l’Essere niente (5). Nel divenire le cose oscillano tra l’Essere ed il niente, sono dibattute tra l’uno e l’altro in una sorta di eterna contesa. E’ proprio in questa indecisione, nella possibilità che le cose siano e non siano che si annida l’inudibile e cioè che l’Essere sia niente.

Ogni cosa prima di essere è niente: essa può esistere nelle sue componenti particolari, ma ancora non esiste nella sua peculiare individualità. Tutte le cose e tutti gli esseri prima di nascere sono niente, sono cioè non-essere, e dopo la loro distruzione o morte tornano ad essere niente, cioè non-essere.

Così un tavolo, prima della sua creazione in quanto tavolo, è stato legno, chiodi, colla e ferro ma in quanto tavolo esso non è e comincia ad essere solo dopo la sua materiale realizzazione.

E’ questo considerare le cose niente, è questa negazione dell’Essere nel non-essere, il senso peculiare del nichilismo dell’Occidente, l’impronta caratteristica che ne ha plasmato la storia.

La nostra esperienza è, quindi, contraddetta clamorosamente dalla ragione. L’Essere è e non può che essere. Ciò che noi vediamo come l’apparire e lo scomparire dell’Essere altro non ne è che l’apparire. La caduta degli dei della Potenza scopre definitivamente la verità dell’Eternità dell’Essere. Il sentiero della non-verità, la via del divenire dell’Essere finisce qui. Non è un tornare indietro, poiché non esiste un indietro e non esiste un avanti. Ciò che accade è ciò che è sempre stato e che non avrebbe potuto non essere: è la verità che si dispiega. La storia della filosofia futura è il percorso dell’altro sentiero, quello della verità.

Nel sentiero della non-verità c’è solo un modo per superare la contraddizione immanente al divenire ed è la via che ha seguito la filosofia dopo Parmenide: dimenticarla. L’oblio è l’oppio della civiltà dell’occidente ma non può nascondere alla radice il senso di vuoto che genera nella nostra mente il considerare l’Essere niente.

Alla radice, nel cuore di ciascun essere umano, c’è l’angoscia dell’abisso del Nulla. L’oblio non può eliminare questa angoscia, la nasconde ma non l’allontana.

La promiscuità dell’Essere col Nulla è l’intollerabile, l’inudibile, l’invivibile. Per questo gli uomini hanno necessità di allontanare da sé il Nulla e per questo si sono affidati alla Potenza.

Per questa ragione, lungo il sentiero della non-verità, la contemplazione dell’Eternità dell’Essere è possibile solo nell’ascetismo, nell’estremo sforzo della volontà di allontanare il nulla dall’Essere rifuggendo gli dei della Potenza. Ma in quanto negazione della Potenza la volontà è essa stessa all’interno dell’orizzonte del nichilismo. La battaglia quotidiana dell’asceta contro gli dei della Potenza è una forma di violenza che si esplica nello stesso modo, ma nella direzione opposta, a quella esercitata dalla Potenza sugli uomini. L’ascetismo nasce dalla volontà contro la Potenza, ma la volontà è una forma della Potenza. L’ascetismo, quindi, combatte la Potenza con le stesse sue armi e per questo, dunque, è perdente. E’ questa la ragione per cui, nonostante sia apparso ripetutamente nei secoli passati, in alcuni momenti con una forza straordinaria, l’ascetismo non può sradicare la Potenza dalla terra.

La Potenza ha la capacità e la forza di allontanare il Nulla dall’Essere: non può risolvere il problema alla radice ed eliminare il Nulla, ma può creare le cose e con esse dare un apparente senso di stabilità all’Essere. Apparente perché le cose create dalla Potenza insieme con l’Essere portano in sé il non-essere che è tutto interno alla loro creazione e che tende, quindi, a manifestarsi nell’essere stesso delle cose. Ma quelle stesse cose create aumentano la capacità creativa della Potenza e quindi generano la creazione di altre cose che restituiscono apparente stabilità alle cose.

La Potenza è, quindi, la capacità di evocare il maggior numero di cose dal niente e una scienza è tanto più potente quante più cose evoca dal niente. Allo stesso modo una scienza è tanto più potente quanto più allontana l’imprevedibilità dell’irruzione delle cose dall’orizzonte dell’Essere.

La capacità di previsione e la Potenza, quindi, coincidono.

Per questa ragione la scienza è molto più potente della magia e della religione, poiché ben maggiore è la sua capacità di evocare le cose dal nulla e di prevederne l’irruzione nell’Essere.

La massima espressione della follia della Potenza in forma scientifica è stato il determinismo con la sua pretesa meccanicista: I limiti intrinseci di ogni sistema logico e il principio di indeterminatezza quantistica hanno spazzato via ogni illusione circa la possibilità di comprensione della Potenza.

Alla radice, pertanto, il potere assoluto della Potenza è minato dall’irruzione dell’imprevedibile. L’incertezza che provoca la possibilità dell’irruzione dell’imprevedibile dal niente, che è il regno del non-essere, è la madre dell’angoscia della civiltà dell’Occidente. Maggiore è la Potenza maggiore è il rischio di irruzione dell’imprevedibile maggiore, quindi, è la sua debolezza. Questa contraddizione è la fonte dell’alienazione nella civiltà dell’Occidente.

In concreto l’esplicazione della Potenza ha reso possibile e necessaria la produzione delle cose evocate dal nulla in numero e quantità sempre maggiori. Per tentare di lenire l’ansia crescente dell’irruzione dell’imprevedibile la Potenza deve evocare un crescente numero di cose dal nulla, ma ogni incremento aumenta il rischio dell’irruzione dell’imprevedibile poiché esso è immanente alla contraddittorietà dell’essere delle cose stesse. Non c’è, quindi, termine alla spirale perversa innescata dalla contraddizione del non-essere e l’unica salvezza è data dal proseguire indefinitamente per la via della Potenza nella speranza che essa non abbia mai fine.

Le cose prodotte divengono merci nel momento in cui la Potenza si estende da un gruppo di uomini ad un altro e lo scambio diviene la concreta esplicazione dell’essere della Potenza. Il potere è la forma concreta di attuazione della Potenza nei rapporti tra gli uomini. La negazione dell’essere umano asservito alla Potenza si esprime nel potere dell’uomo sull’uomo che annichilisce entrambi: schiavi e padroni perdono entrambi la loro umanità nella logica della produzione, gli schiavi perché assoggettati al processo di produzione i padroni perché la loro esistenza è solo potere e senza di esso diventa nulla. Così entrambi, in preda alla Potenza, smarriscono il senso dell’Essere. La politica è la forma storica di espressione del potere e rappresenta quindi l’articolazione ideologica della Potenza.

La storia dell’umanità ha coinciso sinora con la storia della Potenza, che ha espresso l’esercizio del potere per il dominio della produzione in forma politica. Il principio nichilista che ha dominato la civiltà occidentale ha pervaso tutte le forme viventi assoggettandole. Anche la vita umana è divenuta un prodotto oltre che uno strumento della produzione.

Nella storia della Potenza non c’è posto per la libertà: lo spirito di libertà indica agli uomini la misura della loro schiavitù, mostra loro la violenza ed il vuoto connaturati alla via della Potenza. Per questa ragione lo spirito di libertà rappresenta per la Potenza il pericolo estremo.

La Potenza ha espresso in questo ultimo secolo la sua massima capacità. Masse enormi di schiavi produttori inquadrate in organizzazioni grandiose, ma prive di qualunque dimensione umana, hanno portato la Potenza all’apogeo arrivando sino alla autodistruzione pur di incrementarne la capacità.

L’annullamento della personalità, la pretesa dello Stato di regolare ogni aspetto della vita di ciascuno, l’uomo massa, l’operaio massa, il consumo di massa sono stati gli strumenti che hanno permesso l’esercizio del dominio ella Potenza.

Ma la Potenza contiene in sé i germi della propria disfatta.

Infatti, ogni incremento della produzione è consentito ormai solo dalla sua meccanizzazione e dalla conseguente espulsione dal processo produttivo degli schiavi produttori. Questo processo è inevitabile e oltretutto è fortemente accelerato dall’avvento del mercato globale che costringe le imprese a ridurre i costi e razionalizzare la produzione per poter sostenere la concorrenza. In questo contesto, mentre alcuni paesi emergenti per poter entrare sul mercato fanno apertamente dumping sociale, le nazioni dell’occidente si trovano di fronte alla propria impotenza nel trovare una soluzione. E’ impraticabile, infatti, la via keynesiana della spesa pubblica a causa della mancanza delle risorse finanziarie necessarie, ormai non più da tempo sotto il controllo delle banche centrali e soprattutto per gli effetti inflazionistici che comporta. Neppure è ulteriormente incrementabile la pressione fiscale sulla produzione e sul lavoro che semmai dovrebbe essere diminuita in maniera consistente per consentire alle imprese gli investimenti necessari a sostenere la concorrenza dei paesi emergenti che, come abbiamo visto, usano lo strumento del dumping sociale per abbassare il prezzo dei loro prodotti. Sono anche assolutamente impraticabili politiche doganali o monetarie protezionistiche del tutto in contraddizione con la libertà di scambio indotta dal mercato globale. Non c’è, quindi, alternativa alla disoccupazione di massa, all’espulsione dal processo produttivo di milioni di schiavi produttori e alla loro sostituzione con le macchine la cui redditività è di gran lunga superiore ed il cui costo viene rapidamente ammortizzato producendo immediati benefici per i conti delle aziende. In questo quadro la prospettiva per milioni di uomini appare spaventosa: lo spettro della disoccupazione e della povertà si avvicina irrimediabilmente e con esso il rischio di instabilità sociale e di rivolte (6).

Eppure la ricchezza complessiva delle nazioni aumenta ogni giorno di più ed ogni passo avanti nella strada della automazione dei processi produttivi e della globalizzazione dell’economia rende in teoria tutti più ricchi.

Dove è il problema, allora?

La Potenza non è capace nemmeno di immaginare la liberazione dell’uomo dalla necessità, non ha alcuna possibilità di determinare di per sé sola la propria autodistruzione. Essa ha costruito la società più ricca e potente che mai abbia visto la luce sulla faccia della terra, ma non possiede alcuno strumento per mettere a disposizione dell’uomo questa enorme ricchezza.

Nessuno potrà mai comprendere come sia possibile risolvere questa assurda contraddizione finché non porrà mente all’essenza della natura dell’uomo, allo spirito della libertà. Il trionfo dello spirito della libertà è ineluttabile: la via per raggiungerlo, così come la verità, è dentro ciascuno di noi.

 

NOTE

(4) Disceso dal monte Sinai Mosé trovò che il popolo aveva eletto a dio un vitello d’oro, simbolo del potere della materia contrapposto all’autorità dell’austera vita contemplativa necessaria per raggiungere la verità della legge.

(5) Questa impostazione è stata sviscerata, in tutte le possibili determinazioni, dal filosofo contemporaneo Emanuele Severino nelle sue numerose opere, alle quali rimando per una compiuta comprensione, dato che le dimensioni di quest'opera non consentono una trattazione più approfondita. Scriveva J. L. Borges a proposito dell'eternità: cinquecento pagine in folio non esaurirebbero l'argomento: spero che queste due o tre in ottavo non sembreranno eccessive.

(6) Cfr. la lucida denunzia in V. Forrester, L'orrore economico, Ponte alle Grazie editore, FI, 1997

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