desimone

Manifesto della libertà

lineamenti di una filosofia della liberazione

 

 


 

Appendice 1

Come le banche creano moneta e perché sono i cittadini a pagarla.

Gli economisti hanno sempre considerato assolutamente naturale il meccanismo di creazione di denaro da parte delle banche. Il fenomeno è noto sin dalla fondazione delle prime banche ed è di una semplicità sbalorditiva. Poniamo che io versi cento milioni, frutto della mia attività, in una banca che in cambio remunererà il mio capitale con un interesse. Per poter pagare questo interesse, la banca deve prestare questo denaro ad altri. Non lo presterà tutto ma ne terrà prudentemente una parte in riserva poiché io potrei richiedere la restituzione di tutto o parte del deposito, a seconda del contratto di deposito stipulato (per inciso, è questa la ragione per cui le banche pagano un interesse superiore se si vincola il denaro per un certo periodo). Questa riserva era ritenuta sufficiente nella misura del 20% del totale dei depositi (adesso è scesa notevolmente ma vedremo dopo il perché). In conclusione la banca ha depositati cento milioni e ne presta ottanta a soggetti che per poter pagare il tasso di interesse che la banca gli richiede dovranno investire questi denari e quindi spenderli. Gli ottanta milioni ritorneranno, quindi, in banca dove costituiranno un nuovo deposito sul quale la banca - o il sistema bancario - effettuerà un nuovo prelievo per la riserva e presterà ad altro imprenditore i 64 milioni residui, facendo così ricominciare il ciclo. Alla fine, se tutti i denari che vengono investiti ritornano in banca (com’è altamente probabile) i cento milioni da me inizialmente versati sono divenuti circa 480. Di questi solo i cento milioni iniziali sono danari veri, vale a dire prodotti dall’economia reale, gli altri sono una creazione del sistema bancario, ma non rappresentano alcuna ricchezza reale. Per ricchezza reale si intende, ovviamente, i prodotti del processo di trasformazione e i servizi. Sotto tale profilo anche le banche producono ricchezza sotto la forma dei servizi resi sia ai depositanti che ai mutuatari e del saldo degli interessi, ma ciò non ha nulla a che vedere con il meccanismo di creazione di danaro che somiglia molto più alla catena di S. Antonio, ovvero ad un modo semplice (e un po’ truffaldino) di fare soldi senza rischio e senza fatica. Come nelle catene di S. Antonio anche per le banche, ad un certo punto, il gioco si interrompe e qualcuno ci rimette, mentre qualcun altro si arricchisce a dismisura. Poiché infatti quella ricchezza creata dalle banche non corrisponde ad alcuna ricchezza reale è necessario che prima o poi qualcuno paghi il conto dei beni e dei servizi che quel denaro comunque ha acquistato. Abbiamo visto che i cento milioni da me versati in banca ne hanno prodotti altri 380 circa e, poiché, come dicevano i latini, "pecunia non olet" nessuno è più in grado di stabilire quali di quei soldi sono frutto di attività economica e quali del "miracolo" della creazione del denaro da parte delle banche. Quei 380 milioni sono, quindi, moneta virtuale che l’interruzione della catena fa scomparire a velocità persino maggiore di quella con cui è stata creata. Aggiungiamo, per inciso, che il saggio di interesse rileva rispetto alla creazione di denaro nella misura in cui determina a propensione all’investimento. E’ ovvio infatti che se i denari rimangono depositati in banca il denaro virtuale scompare o comunque si riduce notevolmente. C’è anche da osservare che l’offerta di denaro crea comunque sempre la propria domanda, e che sotto tale profilo il meccanismo di creazione di moneta tende ad essere indipendente dal saggio di interesse.

Per capire chi paga il conto dei nostri banchieri e dei loro amici, dobbiamo fare un salto indietro e ripercorrere in maniera critica un pezzo della storia delle banche, poi potremo tornare alla sorte dei miei cento milioni.

Nel ‘700 e soprattutto nell’800 il termine banca era sinonimo di rischio: inizialmente perché le speculazioni proposte dai primi banchieri erano per la maggior parte ad altissimo rischio se non proprio inesistenti, poi - dalla metà dell’ottocento - perché le banche erano divenute soggetti sensibilissimi a qualunque venticello calunnioso e, avendo polmoni molto delicati pur se capienti, rischiavano continuamente di ammalarsi e magari morire. Fuor di metafora, era sufficiente una maldicenza ben ideata sulle presunte difficoltà di un istituto bancario per indurre i depositanti a ritirare con grande fretta i propri depositi da quella banca, e la fretta e lo sguardo preoccupato dei primi induceva anche gli altri a precipitarsi in banca per ritirare i propri risparmi. Ovviamente la banca poteva fare fronte con prontezza a non più del 20% dei depositi e poiché in presenza di crisi di panico più nessuno si presentava per effettuare nuovi depositi, doveva liquidare le proprie attività per soddisfare gli altri clienti. Per la banca queste crisi rappresentavano la condanna a morte: era infatti assolutamente impensabile, sotto la pressione dei depositanti in coda fuori della banca, recuperare in brevissimo tempo i denari investiti magari in attività a medio o a lungo termine, cosicché la banca in questione inevitabilmente falliva.

Non stiamo parlando di un fenomeno limitato a qualche migliaio di speculatori o a poche decine di banche ma di un fenomeno che ha investito decine di migliaia di banche e milioni di persone che hanno spesso perso tutti i propri risparmi nel fallimento della banca cui avevano dato fiducia.

Gli effetti di questi fallimenti consistevano in una redistribuzione della ricchezza realmente prodotta per effetto del gioco finanziario e nella scomparsa del danaro virtuale creato dalla banca fallita. In ogni caso il conto profitti e perdite rimaneva tutto interno al sistema bancario e nn coinvolgeva tutti i cittadini, ma solo quelli che avevano depositi in banca e non erano stati abbastanza svelti da riprenderseli al momento giusto. In realtà qualcosa la pagavano anche tutti i cittadini poiché il meccanismo di creazione della moneta, aumentando l’offerta di denaro, generava anche un po’ di inflazione che si traduceva in un generale aumento dei prezzi e finiva per ricadere, quindi, sui cittadini. In tutti i cicli verificatisi negli Stati Uniti dall’inizio dell’800 sino al 1929 si sono avuti aumenti di prezzi durante la fase di espansione e brusche diminuzione durante i momenti di panico che ponevano termine alle espansioni. Sia gli aumenti di prezzo, che avevano un andamento crescente, che le diminuzioni nella fase di panico, possono essere lette come un effetto della creazione di moneta da parte del sistema bancario, oltre che per il concomitante effetto della speculazione che pure, a sua volta, si alimentava con le iniezioni di denaro virtuale nel sistema economico.

In generale, però, l’effetto della creazione di moneta da parte delle banche è stato largamente positivo per lo sviluppo dell’economia poiché ha spinto in maniera poderosa la produzione di beni in un contesto di generale scarsità sia di moneta che di beni. A parte le crisi di panico, il sistema si inceppa sistematicamente anche in presenza di una fase recessiva dell’economia. In realtà è probabile che il meccanismo di creazione di denaro da parte delle banche non solo non sia estraneo, ma costituisca uno degli elementi strutturali nella genesi delle crisi recessive che hanno turbato l’economia del secolo scorso e dei primi trent’anni di questo secolo. Questo aspetto sarà affrontato in una specifica sede.

Sta di fatto che le crisi recessive, comprimendo la domanda di denaro, interrompono la catena tra i depositanti facendo scomparire il denaro creato artificiosamente. Le frenate del sistema inducono molti depositanti a ritirare i propri depositi dagli investimenti generando crisi di panico. Di contro, maggiore è la base della catena e più lunghi sono i periodi di crescita del sistema così come più dolorose sono, poi, le cadute improvvise e in genere assolutamente inattese.

L’ultima recessione fu fatale: nel 1929 fallirono negli USA 659 banche, nel 1930 1352, nel 1931 ne scomparvero 2294, infine, nel 1933, 4004 banche furono costrette a chiudere gli sportelli. In pochi anni la metà degli istituti bancari degli Stati Uniti chiuse i battenti e insieme ad essi scomparve la metà del circolante virtuale da esse creato. Questa situazione indusse tutti gli Stati ad assumere provvedimenti energici. Vennero istituite le Banche centrali o rafforzate quelle esistenti e venne definitivamente vietata la convertibilità delle monete in oro o altri preziosi. Per stimolare l’economia che languiva vennero finanziate con il debito pubblico o con il deficit di bilancio opere di pubblica utilità. Le banche smisero di fallire, la guerra, finanziata da tutti gli Stati partecipanti con il debito pubblico, rilanciò la produzione, la fine della guerra diede nuove speranze di pace e di prosperità a vincitori e vinti.

Il sistema aveva trovato una nuova stabilità, ma il problema delle banche era stato affrontato dal punto di vista dei suoi effetti, le crisi di panico, mentre rimanevano inesplorati gli elementi strutturali del problema. L’istituzione del garante di ultima istanza e dell’assicurazione tra le banche che garantiva comunque il depositante sulla solvibilità del sistema nei suoi confronti, convinsero i depositanti che i loro risparmi sarebbero stati al sicuro in banca. Per la verità ciò che convinse la gente ad aderire con "entusiasmo" al sistema fu la norma che vietava definitivamente la convertibilità delle banconote in oro. In fondo, se non si poteva avere l’oro, merce in sé desiderabile, i pezzi di carta stavano meglio in banca dove almeno rendevano un interesse, miserabile quanto si vuole, ma pur sempre un interesse. Le banche non fallivano più e soprattutto avevano ripreso a creare denaro, tutto il sistema bancario era garantito dallo Stato, l’economia reale cresceva in gran fretta.

Nel frattempo, però, cresceva anche, e con pari velocità, il debito pubblico, entità del tutto sconosciuta al mondo intero sino al dopoguerra. Insieme al debito pubblico cresceva a dismisura anche la pressione fiscale in una spirale senza fine e apparentemente senza senso. Sembra del tutto illogico, infatti, che lo Stato non solo non riesca a coprire i propri debiti ma li aumenti a dismisura pur incrementando il prelievo fiscale in crescita geometrica. Il debito pubblico in sé non rappresenta che la punta dell’iceberg del problema se consideriamo tutte le risorse che lo Stato ha tolto ai cittadini a mezzo dell’imposizione fiscale complessiva (che nel 1996 è assommata a circa 800.000 miliardi di lire). I costi del Welfare State non giustificano questa voragine nei conti pubblici, sia perché le pensioni si pagano da sé (e pure le correzioni dei conti dovute all’imprevisto aumento della durata della vita comportano variazioni nell’ordine di poche decine di miliardi di lire) sia perché il costo di molti servizi è coperto, almeno in parte, da prelievi specifici. Neppure la gestione corrotta da parte della politica della spesa pubblica giustifica un simile buco se consideriamo che le stime dei danni cagionati dalla corruzione assommano al massimo a centomila miliardi di lire. Centomila miliardi sono una bella cifra che starebbe meglio nelle casse dello stato o magari nelle tasche dei cittadini che l’hanno pagata in tasse, ma qui stiamo esaminando la scomparsa di almeno cinque milioni di miliardi di lire a valori correnti, prelevati dallo Stato ai cittadini sotto forma di imposte o sotto forma di deficit pubblico e che non trovano giustificazione né nella spesa corrente né negli investimenti infrastrutturali effettuati.

Allora da dove nasce un deficit di tali dimensioni? Qual è il meccanismo che sottrae risorse alle casse dello Stato ed ai cittadini?

Abbiamo visto che la creazione di denaro da parte del sistema bancario veniva, per così dire, bilanciata dai fallimenti delle banche e dalla conseguente redistribuzione della ricchezza in funzione del gioco finanziario. Il sistema generava anche aumenti di prezzi però in misura contenuta e comunque era di grande stimolo per l’economia reale aumentando al contempo sia l’offerta che la domanda di denaro sul mercato. Nel momento in cui interviene lo Stato nell’economia questo meccanismo riequilibratore viene bloccato. Le banche smettono di fallire ma non smettono certo di creare nuovo denaro. Il punto è questo. In una economia basata essenzialmente sulla sussistenza, l’incremento dei prezzi quale conseguenza della creazione di denaro da parte delle banche era percentualmente non significativo poiché coinvolgeva una quota estremamente ridotta sia della popolazione che dei beni prodotti. Nel momento in cui il consumo diventa di massa, e questo accade appunto negli anni trenta, il sistema precipita nella crisi irreversibile che ha portato alla seconda guerra mondiale e all’intervento massiccio dello Stato nell’economia con l’adozione di politiche di deficit di bilancio. Il problema di fondo, però, non viene risolto. Infatti, maggiore è la massa monetaria maggiore è la creazione di denaro da parte delle banche e maggiore è di conseguenza la necessità di meccanismi che facciano fronte all’aumento dei prezzi indotto dalla moneta virtuale creata dalle banche. Il fatto è che se nell’800 l’aumento dei prezzi indotto dalla creazione di moneta era modesto rispetto all’economia nel suo complesso, nella società dei consumi di massa l’incremento dei prezzi è invece rilevantissimo. E’ chiaro che un eccessivo aumento dei prezzi comportava un raffreddamento dei consumi e una conseguente contrazione degli investimenti e degli utilizzi. In questo modo si innestavano le frenate del sistema economico che portavano alle crisi di panico ed alla distruzione di denaro virtuale in una spirale recessiva che si arrestava solo a momento in cui la caduta dei prezzi raggiungeva il limite dei costi di produzione. Paradossalmente per ovviare all’aumento dei prezzi l’unico sistema adottato è stato quello della stampa di banconote. Si dirà: ma come, l’aumento della massa monetaria ha come conseguenza l’aumento dei prezzi e quindi non può essere uno strumento di freno dell’inflazione.

Eppure è andata proprio così.

La creazione di denaro da parte delle banche è stata bilanciata dalla stampa di banconote da parte dello Stato in deficit pubblico. Infatti, è vero che l’aumento della massa monetaria genera inflazione ma in presenza di una limitata offerta di beni, mentre a fronte della pressoché illimitata offerta di beni della società dei consumi ciò che determina aumenti dei prezzi è la composizione della domanda. Se così non fosse, con un prodotto interno lordo pari a circa un quarto della massa monetaria dovremo avere un’inflazione alle stelle, mentre invece non è affatto così. Queste banconote stampate dallo Stato hanno svolto una funzione di stimolo della domanda primaria, poiché la loro distribuzione è avvenuta soprattutto a mezzo dei meccanismi del Welfare State, e quindi complessivamente di sostegno dell’economia. Allo stesso tempo hanno contenuto l’aumento dei prezzi orientando verso un incremento degli investimenti il denaro creato dalle banche. In altri termini il Welfare State e la distribuzione a pioggia di centinaia di migliaia di miliardi più per il consumo che per gli investimenti, è stato lo strumento per stimolare una domanda di beni di consumo che altrimenti sarebbe rimasta debole ed avrebbe indotto crisi recessive nel sistema.

Il problema indotto da questo meccanismo è che ogni iniezione di denaro cartaceo incrementa la creazione di denaro da parte delle banche e conseguentemente incrementa la necessità di stampa di altre banconote. Un sistema di questo genere è evidentemente affetto da una cronica instabilità che spiega le ricorrenti crisi inflattive, in alcuni paesi assolutamente devastanti, che hanno afflitto le nazioni dell’occidente dagli anni sessanta in poi.

In questo modo tutti noi oggi paghiamo il costo di quella catena di S. Antonio che è generata dal sistema bancario.

Come nell’apprendista stregone, la magia si è rivoltata contro coloro che l’hanno evocata ed oggi essa sta strangolando l’industria che pure ha contribuito in maniera notevolissima a creare e con l’industria strangola tutti i cittadini che svolgono un’attività produttiva. Da stimolo dell’economia il sistema bancario ed in generale il sistema finanziario è diventato il boia dell’economia reale. Per effetto di questo meccanismo la ricchezza realmente prodotta dai cittadini viene trasferita al mondo della finanza che non produce alcuna ricchezza ma, come è evidente a tutti, determina le sorti di qualunque industria o attività produttiva del mondo. E’ anche evidente la ragione per cui il popolo produttivo, non in possesso di mezzi finanziari, più crea ricchezza più si impoverisce. Infatti ad ogni incremento della ricchezza realmente prodotta corrisponde un maggiore incremento della ricchezza virtuale prodotta dalle banche e dalla finanza e quindi una maggiore espropriazione di ricchezza da parte del sistema. E’ anche evidente la ragione per cui il meccanismo appare inarrestabile. Infatti, se non si affronta il problema alla radice, ovvero se non si scioglie il nodo della natura e della proprietà della moneta non si riescono a vedere strumenti diversi dalle politiche monetarie o di intervento sui tassi di interesse, oltre che il solito aumento delle tasse variamente mascherato. Sono almeno vent’anni che prima delle elezioni i futuri governanti spergiurano che non ci sarà incremento di imposte per poi essere smentiti clamorosamente alla prima occasione.

D’altra parte non è nemmeno colpa loro: qualcuno gli ha detto che il deficit di bilancio è "il verbo" (il che era forse vero negli anni trenta anche se pure allora si sarebbe potuto affrontare il problema in maniera radicalmente diversa) e d’altra parte, come provano ad assumere provvedimenti di contenimento della domanda l’economia prende la via della recessione aggravando i problemi invece di risolverli. Oggi l’effetto moltiplicatore del deficit spending in pratica viene totalmente vanificato dagli effetti inflazionistici non più bilanciati da un effettivo incremento della produzione poiché i parametri di questa sono riferiti all’insieme dei fattori di produzione nel mercato globale. In altri termini, nella produzione di oggi il fattore lavoro e occupazione che negli anni del dopoguerra reagiva immediatamente al deficit spending è divenuto assolutamente secondario rispetto ai fattori concorrenziali del mercato globale rendendo di fatto inutile lo strumento del deficit di bilancio sia ai fini della ripresa nelle fasi recessive sia ai fini dell’occupazione. Il sistema sembra aver ripreso la via della stabilità nella concorrenza e dell’indifferenza nei confronti dell’intervento pubblico che era tipica dei tempi del "gold standard" e questo spiega la sostanziale impotenza degli Stati moderni a governare l’ormai cronica depressione che ha investito in particolare l’economia dei paesi europei a partire dagli anni ’90. Questa considerazione deve essere spiegata in maniera maggiormente articolata ma richiede probabilmente uno spazio ed un impegno ben maggiori di quelli che possono essere dedicati in questa sede.

In sintesi, però, possiamo effettuare le seguenti osservazioni.

Il sistema "gold standard" si fondava su una base universale di parità tra le monete obiettivamente riconducibili al valore dell’oro. La funzione regolatrice che dovrebbe svolgere nell’economia moderna l’ECU o il dollaro, in fondo era svolta con estrema facilità dall’oro. Gli squilibri nelle bilance dei pagamenti dei paesi del mondo a seguito dei trasferimenti di oro e l’imposizione di dazi per attenuarne gli effetti determinarono le due guerre mondiali e con esse la fine del regime del "gold standard". Oltretutto la convertibilità delle monete generava periodiche crisi di panico che erano fortemente accentuate dalla scomparsa del denaro virtuale creato dal sistema bancario. Le depressioni economiche che seguivano le crisi di panico erano a loro volta accentuate dal fatto che la maggior parte del denaro virtuale era indirizzato non verso la produzione economica ma verso la speculazione finanziaria. L’intervento pubblico e la politica di deficit di bilancio si propongono come stimolo della domanda effettiva e ridistributore della ricchezza a mezzo dell’esazione fiscale. Mentre il debito pubblico funge effettivamente da stimolo della domanda e dell’occupazione sul mercato nazionale, almeno finché la domanda ha una composizione essenzialmente nazionale e l’occupazione è elemento essenziale per la produzione, la redistribuzione della ricchezza a mezzo della tassazione si rivela una vera illusione, poiché ogni incremento di imposte incide direttamente sui prezzi o sulla propensione all’investimento se i prezzi sono assoggettati ad un regime di controllo. L’aumento della base monetaria per effetto della politica di deficit e di indebitamento pubblico comporta un ulteriore incremento dell’effetto moltiplicatore del sistema bancario che deve essere giustificato da ulteriori emissioni di denaro in deficit pubblico per bilanciare a mezzo della domanda primaria gli effetti inflazionistici della creazione di denaro virtuale. Nei paesi in cui la produzione di beni non cresce in maniera congrua con la creazione di denaro si creano violente tensioni inflazionistiche (come nei paesi del Sud America negli anni ’70), soprattutto perché tale denaro viene assorbito per la maggior parte dalla speculazione e non dal mondo produttivo (17). In generale il sistema economico è caratterizzato da una instabilità accentuata sempre in bilico tra inflazione e recessione. A mezzo delle emissioni monetarie in deficit pubblico avviene il trasferimento di ricchezza dal mondo economico a quello finanziario. Gli investimenti strutturali tendono a diminuire per effetto della crescente sottrazione di risorse da parte del mondo finanziario e dello Stato. La tendenza alla concentrazione dei gruppi industriali trova giustificazione solo sotto un profilo finanziario, come reazione alla sottrazione di risorse al mondo della produzione da parte della speculazione.

In questi sistemi l’incremento del debito pubblico non è controllabile se non a prezzo di una recessione che consenta di ridurre le emissioni in deficit ovvero a prezzo di un incremento indefinito della pressione fiscale. Nessuna di queste due soluzioni è realisticamente praticabile e di conseguenza i paesi dell’occidente oscillano da anni tra l’una e l’altra.

La fine del lavoro manuale e subordinato, infine, aggrava i fattori di crisi e spinge il sistema al collasso.

La soluzione possibile deve quindi tenere conto di un sistema che allo stesso tempo :

  1. limiti la creazione di denaro virtuale per abbattere le tensioni inflazionistiche,
  2. stimoli la produzione e la propensione allo investimento e pertanto riduca la pressione fiscale sull’economia reale.
  3. mantenga crescente la domanda globale senza generare inflazione ed eviti le crisi di sovrapproduzione,
  4. risolva in maniera equa il problema della scomparsa del lavoro manuale o dipendente semplificando e rendendo dignitoso l’accesso agli aiuti collettivi,
  5. riduca l’influenza dei fattori finanziari su quelli economici,
  6. riduca la pressione fiscale sino al livello necessario per la permanenza nel mercato globale e, quindi in prospettiva, a zero, pur mantenendo un gettito sufficiente per l’erogazione dei servizi essenziali alla comunità e la redistribuzione della ricchezza.

Solo la fiscalità monetaria consente di soddisfare tutte le condizioni richieste, sia perché permette l’immediata istituzione di un reddito di cittadinanza generalizzato che a sua volta è garanzia di crescita della domanda globale, sia perché consente l’immediato sgravio fiscale della produzione e del lavoro, sia perché limita l’effetto moltiplicatore delle banche stimolando allo stesso tempo gli investimenti e incrementando la velocità di circolazione del capitale senza generare inflazione, stimolando, semmai, una generale riduzione dei prezzi senza danno per la produzione.

NOTE

(17) Questo processo si è esteso rapidamente a tutto il mondo. Si calcola che oggi l'ammontare dei soli derivati sia di oltre 200.000 miliardi di dollari, ovvero oltre 150 anni di attività di tutto il popolo italiano al livello attuale del PIL.

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