LA RIVOLUZIONE DEL LAVORO
Chi l'ha detto che per cambiare la società è necessario
lottare per il lavoro? Certo senza il fare, senza il creare l'uomo non è
niente. Poco più e poco meno di un animale, che almeno conserva l'innocenza
dell'incoscienza nei suoi comportamenti. Dobbiamo però ragionare su cosa
intendiamo per lavoro, poiché qui pare che un lavoro qualunque, sfruttato,
sottopagato, alienato vada comunque e sempre bene. Come i Lavori Socialmente
Utili, i cui fortunati possessori sono onorati di percepire un terzo dello stipendio
lavorando almeno il doppio, senza alcuna garanzia, né prospettiva, né
previdenza dei "regolari" presso gli stessi enti. Insomma sfruttamento
brutale e dignità calpestata, dallo Stato come il peggior "braghe
bianche" della fine dell'ottocento. Solo che il nome pomposo, il fatto
che sia lo Stato il "padrone", che i sindacati siano d'accordo, anzi
sollecitino il governo ad assumere iniziative per fare fronte alla disoccupazione,
induce molti a credere che gli LSU siano una cosa buona, una conquista dei lavoratori,
dei proletari e dei disoccupati. E così il governo si vanta di aver creato
un milione e passa di posti di lavoro, e tranne qualche rara mosca bianca, nessuno
dice niente. E i Lavoratori Socialmente Utili stiano zitti, altrimenti saranno
licenziati senza tante storie. D'altra parte non ci sono i soldi, lo Stato più
di quello non può pagare, e allora bere o affogare. Carlo Marx quando
scrisse i Grundrisse, aveva dinanzi a sé le vicissitudini dei contadini
e degli artigiani. Dei vecchi e dei nuovi sfruttati, i contadini da sempre per
mantenere l'oligarchia al potere, e gli artigiani espropriati dei loro strumenti
e mezzi di produzione da un padrone che aveva il capitale sufficiente per pagarli
tutti, e che li aveva costretti dapprima alla miseria, e poi a lavorare per
lui. Il lavoro libero e creativo era per Marx, quello dell'artigiano padrone
di sé, della propria vita, dei propri strumenti di lavoro, che costruiva
attraverso il suo lavoro la propria vita e non era costretto ad alienarla ad
altri. Essi quindi, erano sfruttati, al pari dei contadini, perché non
erano liberi di determinare il proprio lavoro e perché una parte consistente
di questo lavoro finiva nelle tasche del padrone sfruttatore. L'essenziale è
che il lavoro deve esser libero, una scelta cioè, che non deve essere
assoggettata a nessuna costrizione. Nella nostra società, questa libertà
è possibile solo se a tutti i cittadini viene garantita quantomeno la
sopravvivenza, il diritto cioè a rimanere in vita in condizioni decenti.
Altrimenti il lavoro non è libero, perché appunto dettato dalla
necessità di mantenersi in vita, e oltretutto è sfruttato e pure
brutalmente da uno Stato che ti toglie i due terzi dei tuoi proventi per mantenere
se stesso e la casta di privilegiati al potere, e ti spaccia lo sfruttamento
e l'espropriazione come "Socialmente Utile". Il lavoro per la necessità
non può essere nemmeno creativo, dato che uno schiavo, che tali sono
coloro che sono costretti a dedicare agli altri la maggior parte del proprio
tempo e delle proprie energie, non ha nessuna creatività. E allora, rivoluzionario
diventa la lotta per il diritto di vivere e di scegliere la propria vita. E
non fatevi ingannare dalla menzogna che non ci sono i soldi, perché è
appunto una menzogna. Ci sono i soldi, le risorse, la produzione sufficiente
per distribuire a tutti i cittadini il reddito di cittadinanza. Non solo ma
è anche possibile e necessario far pagare le tasse ai ricchi invece che,
come accade da sempre, ai poveri e agli sfruttati. Nel mio libro "Un Milione
al mese a tutti: subito!" edizioni Malatempora trovate come sia possibile
tutto ciò. Ne riparleremo.