I GUARDIANI DEL POTERE E LA LIBERTA'

Il popolo di Seattle conosce i guardiani del potere. Che non sono i politici, ormai ridotti a burattini del vero potere, ma i signori della finanza, quelli che detengono le chiavi della vita dei cittadini, delle imprese, degli Stati. Come fanno questi signori ad esercitare il loro potere? Semplice, con il debito di cui detengono il controllo assoluto. Attraverso un meccanismo perverso e allucinante, i signori della finanza producono denaro dal nulla e lo mettono a carico di cittadini, imprese e Stati. Che devono soggiacere alla loro folle ideologia del potere se non vogliono soccombere, schiacciati dalla potenza di fuoco delle leve finanziarie di cui questi signori dispongono. E che usano senza che nessuno li abbia mai delegati a farlo, senza avere alcuna investitura se non quella che gli è derivata dalla insulsa stupidità dei nostri politici.
Insomma, un gruppo di distinti signori, crea denaro dal nulla, lo presta agli Stati che lo mettono a carico dei cittadini e delle imprese attraverso il debito pubblico. Dopodiché, per pagare gli interessi su questo debito, dato che il debito nel frattempo è diventato così enorme che nessuno Stato al mondo potrà mai più pagarlo, i cittadini lavorano almeno nove mesi l'anno sotto il controllo di quello strumento ottuso di oppressione che è il sistema fiscale. Il cui scopo non è quello di garantire i servizi essenziali e la solidarietà attraverso una ridistribuzione equa della ricchezza ormai da qualche decennio, ma solo quello di opprimere la gente facendola lavorare come schiava al servizio del potere finanziario. Quello che va in servizi di pessima qualità, oltretutto, è una quota sempre più piccola del prelievo fiscale. Quello che va in assistenza è strapagato dagli assistiti e comunque è un diritto e non una concessione. La maggior parte dei soldi delle tasse se ne vanno per pagare gli interessi per quei soldi che le banche hanno creato dietro l'autorizzazione dello Stato e in nome dei cittadini. Ma non basta, ovviamente, perché la maggior parte della gente, per comprare una casa, che è un diritto e non un lusso, per l'automobile, che è una necessità e non un optional, per il telefonino che è pure una necessità e non un capriccio, e persino per una vacanza di quindici giorni in un mare superaffollato (ma almeno sta lontana dal lavoro e dalla corsa sempre più affannosa di questa società di folli ed è una necessità pure questa), devono fare debiti con una banca, una finanziaria, con uno strozzino, perché i soldi non bastano mai.
Già, dicono tutti così, mancano i soldi, siamo tutti indebitati dalla nascita e sempre di più, non si potranno pagare le pensioni né i servizi, privatizziamo tutto, anche la scuola, la sanità, i trasporti, la riscossione delle tasse, ovvero la repressione. Ci manca solo che privatizzino anche l'esercito e la polizia e poi di pubblico, vale a dire di comune a tutti, resterà solo il debito, sempre più grande, sempre più minaccioso che si andrà a sommare a quelli che siamo costretti a fare per campare tutti i giorni.
Ma è vero, poi, che non ci sono i soldi? Che mancano le risorse, che la vita debba essere sempre più difficile e grama, che tutti si abbia sempre meno nonostante si produca sempre di più? Tutti, tranne i soliti noti, cioè coloro che detengono il potere, che su questo sistema prosperano e campano benissimo. E che magari fanno arricchire a dismisura qualche eletto rappresentante di quella droga dei popoli che è diventato lo sport. Prima il potere ne colpiva uno per educarne cento. Adesso è diventato ambizioso: ne arricchisce uno per illuderne mille e rincretinirne un milione.
E già, perché gli economisti ci dicono che produciamo ogni anno di più, che la ricchezza, misurata in termini di PIL cresce ogni anno, anche se di poco ma cresce, e invece qui si sta sempre peggio, sempre più sbattuti tra lavoro alienato e degrado metropolitano, tra debiti allucinanti e repressione fiscale, tra la nevrosi quotidiana e l'effimero paradiso del tubo catodico che ci spaccia il nulla per l'oro dei sogni. Con la paura, sempre più angosciosa, di non farcela ad arrivare alla fine del mese, di non riuscire a reggere tutto, il mutuo, l'affitto, le tasse, la benzina, le bollette, le scarpe, una giacca decente, la spesa. Già, la spesa per un mangiare sempre più schifoso e degradato, sempre più artificiale, sempre più pieno di spot pubblicitari e di OGM invece che di vitamine e proteine.
Stiamo tutti sempre peggio, eppure mancano i soldi mancano sempre di più, il baratro è per molti sempre più vicino, la tentazione di cadere nelle mani dello strozzino, dell'assegno a vuoto, di fare quelle tre lire invece delle solite due con qualunque sistema, giusto per campare qualche giorno senza dover pensare e preoccuparsi sempre di tutto, e poi quando i soldi sono finiti ci si pensa. E con l'incubo di perderlo il lavoro, perché e questa è la novità, la globalizzazione vuole il lavoro precario, la flessibilità, la capacità di adattarsi al nuovo mondo, alla nuova mentalità, di perdere quell'unica sicurezza che era rimasta del posto fisso, della fabbrica per una vita, dell'impiego sicuro. E una volta che l'hai perso, il lavoro te lo devi anche andare a inventare perché questo è il verbo della nuova economia, questo il frutto della globalizzazione. Almeno è quello che ci raccontano i burattini-politici, che ripetono meccanicamente la lezioncina che i burattinai finanzieri gli hanno fatto imparare a memoria. Così imputano alla globalizzazione il precariato e la flessibilità, che è come imputare al mare di essere fatto di acqua e di bagnare. Come se l'oceano si dovesse per forza attraversare a nuoto mentre i signori della finanza navigano tranquilli sui loro potenti yacht. Già perché se è vero che la globalizzazione è inevitabile ed irreversibile, non sta scritto da nessuna parte che si debba farla con il sangue ed il sudore dei soliti disgraziati, per il potere immenso e l'ambizione smodata dei soliti privilegiati. E con il miraggio delle grandi opportunità che offre la new economy, il sistema di garanzie dei lavoratori, conquistato con sudore e fatica in decenni di lotte dure, è stato di fatto abolito, dato che ormai più del 40% dei lavoratori svolge un lavoro autonomo e tutti quelli che ce l'hanno ancora dipendente, sono a rischio di ristrutturazione in nome della flessibilità.
Questo discorso non significa affatto che il lavoro salariato, che non dobbiamo dimenticare significa sfruttamento e alienazione, sia il migliore dei mondi possibile. Faremmo un torto ai nostri padri che l'hanno combattuto, alla storia che è andata avanti e a noi stessi se pensassimo di voler reclamare per noi ed i nostri figli un anacronistico ritorno al mondo della fabbrica totalizzante. Il problema è che continuiamo a leggere la storia con gli occhiali dei nostri padri o meglio dei nostri nonni, e questo ci impedisce di vedere che cosa è cambiato e quali siano le nuove strade della lotta per la liberazione.
E allora cerchiamole queste strade, prima che la confusione sovrasti la ragione e scateni l'ennesima guerra tra poveri, con le quali per millenni i poveri sono stati turlupinati, in nome della patria, del campanile, della religione, degli ideali, della razza e adesso pure dello sport.
Il popolo di Seattle li conosce i nuovi padroni del mondo, quei (poco) compiti signori che controllano la trimurti del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, e della World Trade Organization. Che stampano soldi, che fanno le politiche monetarie ed economiche di tutti gli Stati del mondo, che dettano le loro condizioni per garantire il monopolio delle multinazionali che governano il WTO. Sono questi i veri padroni del mondo che impongono la loro volontà a tutti in governi, compresi quelli ritenuti potentissimi che formano il G8. Insomma c'è un gruppo di multinazionali, che con la corruzione, le pressioni, l'uso del denaro e quando occorre quello della forza, sta imponendo agli Stati del mondo il proprio monopolio, che è fatto di cibi di plastica, di sfruttamento bestiale, di inquinamento selvaggio, di mercificazione della vita, di agricoltura impazzita, il tutto in nome di un profitto miope e distruttore. Perché se per il profitto della Monsanto dobbiamo avere come risultato la distruzione di migliaia di varietà di semi, o la distruzione di tutti i semi, se per il profitto delle petrolifere dobbiamo avere la distruzione di migliaia di specie animali, o di tutte le specie animali, se per il profitto dei mercanti d'armi dobbiamo subire l'uccisione di milioni di persone o la scomparsa di tutta l'umanità, allora il profitto, questo profitto, questa logica perversa deve essere bandita dal mondo civile. Perché non rispetta nulla, tanto meno le regole del mercato. Le contrattazioni con la pistola posata sul tavolo si addicono forse ai film western, ovvero ad un'epoca senza leggi né regole, non al mercato né, tanto meno, ad una società civile.
Allora, se il compito del WTO è quello di violare le regole, di tutelare il monopolio, di coprire lo sfruttamento e la distruzione dell'ambiente, di stroncare le produzioni e le tradizioni locali, è giusto, è sacrosanto combatterlo. Se il compito del FMI è quello di fare da guardiano del potere finanziario costringendo le economie locali alle pretese del potere delle multinazionali attraverso le pressioni monetarie, è giusto che sia abolito. Se il compito della BM è quello di dominare le economie dei paesi e delle aziende attraverso il debito, è necessario abbatterla.
Perché, e questo è il punto nodale, il grande inganno è proprio l'economia del debito e le assurde conseguenze cui porta.
Il debito, in altri termini, è uno strumento di potere. Per far funzionare un'economia qualunque, è necessaria una quantità di moneta adeguata alla dimensione delle attività che si svolgono. Ma non è scritto da nessuna parte che questa moneta debba essere emessa esclusivamente sul debito e, se anche fosse necessario, non si vede la ragione per cui i frutti di questo debito debbano andare a vantaggio di un pugno di speculatori invece che della collettività. Insomma, il sistema finanziario siede al tavolo del mercato con la pistola sul tavolo, e la punta alla tempia di chi vuole, di chi gli è scomodo. Basta chiudere i rubinetti del credito e nessuna impresa né Stato al mondo è in grado di resistere ai suoi ricatti.
E se anche questo sistema fosse insostituibile, non si capisce la ragione per cui ci ostiniamo a tassare la produzione, il lavoro e il consumo invece di tassare la ricchezza. Che in questo sistema è rappresentata dalle attività finanziarie che comprano, controllano e fanno produrre ogni tipo di beni, materiali o immateriali che siano. L'insieme degli strumenti finanziari è, in ogni paese, pari a multipli delle attività dell'economia reale. Ormai da tempo la finanza è diventata pura speculazione, ovvero una specie di frenetico gioco di compravendita di pezzi di carta o di segni elettronici che hanno ben poco a che vedere con la produzione ed il lavoro. In genere, le attività speculative rappresentano oltre il 95% del totale delle attività finanziarie, e solo meno del 5% dei flussi finanziari generati da queste attività finisce per stimolare in qualche modo le attività economiche. Ogni giorno, sulla sola piazza di New York, un gruppo di amanuensi della finanza, si giocano tra di loro l'equivalente del doppio del totale della produzione di un anno in Italia.
Insomma, gli strumenti finanziari sono quelli che rappresentano la ricchezza effettiva ma in sé non sono assoggettati ad alcuna tassazione, mentre lo sono, com'è noto, le case che di per sé rappresentano solo il soddisfacimento di una necessità e non una ricchezza. E i proventi delle attività finanziarie, sono soggetti a tasse ridicolmente basse in percentuale, se comparate a quelle da cui è gravato lo stipendio di un qualunque operaio o impiegato.
In altre parole, come al solito i ricchi non pagano più le tasse. Ma hanno trovato il sistema per convincere i poveri che è giusto che siano loro a pagarle, perché così hanno più servizi, più assistenza, la pensione, la scuola. Tranne il piccolo particolare che le pensioni sono a rischio, l'assistenza pure, la scuola fa schifo, la sanità anche e certe volte si paga per disperazione. Il problema è quindi il seguente. Come si fa per far pagare le tasse ai ricchi e non ai poveri?
Come si fa per garantire un ridistribuzione appena appena decente della ricchezza prodotta, che è tanta? In modo che la gente possa vivere senza doversi strozzare la vita in gola, senza dover rinunciare a viverla la vita?
Bene proviamo ad immaginare di tassare la ricchezza finanziaria e detassare la produzione, il lavoro ed il consumo. Sembra tanto assurdo? Con un'imposta pari al 4% annuo sul possesso di mezzi finanziari e dello 0,1% sulla circolazione dei mezzi finanziari potremmo sostituire tutta la giungla di tasse e balzelli vari che stordiscono cittadini e imprese. Poi proviamo a pensare di sostituire all'attuale sistema assistenziale e previdenziale, che è un intreccio inestricabile di privilegi, iniquità e assurdità, una idea semplice e fattibilissima dal punto di vista degli oneri. Basterebbe aggiungere qualcosa alla spesa attuale e si raggiungerebbero i 600.000 miliardi necessari. L'idea è quella del reddito di cittadinanza universale. Che vuol dire garantire il diritto di vivere una vita decente a tutti gli esseri umani, per il solo fatto che sono umani e vivi. Quindi il reddito deve esser dato anche a chi è ricco, così tanto ricco da non sapere che farsene del milione al mese che gli arriverebbe dal reddito di cittadinanza. Però, un diritto universale è tale solo se è garantito a tutti gli esseri umani e non solo ad alcune categorie di cittadini, per quanto meritevoli questi possano essere. E poi occorre considerare che per discriminare tra i cittadini è necessario un potere che discrimini appunto, e che stabilisca se uno ha diritto o no. Con la conseguenza di ricadere in mano a burocrati, corruzione, impicci e imbrogli, come nel caso tristemente noto delle truffe collettive per le pensioni di invalidità. Quali sarebbero le conseguenze di queste due semplici idee?
Che, per inciso, devono andare insieme, perché senza le tasse sulla ricchezza finanziaria il reddito di cittadinanza finisce per contrapporre chi lavora e paga le tasse sul proprio lavoro, a chi non lavora e prende il reddito di cittadinanza.
La prima conseguenza è che i ricchi pagherebbero le tasse. Mica tante, per carità, solo il 4% all'anno sui denari e gli strumenti finanziari che hanno messo assieme. E che tutti pagherebbero le tasse in proporzione alla ricchezza che hanno accumulato. Chi ha cento miliardi pagherebbe quattro miliardi e chi ha un milione pagherebbe quarantamila lire, e senza dover fare nulla perché con l'attuale sistema finanziario una tassa del genere può essere esatta automaticamente, senza alcuna dichiarazione.
La seconda conseguenza è che tutti cercherebbero di spendere i soldi per non pagare le tasse, poiché sul lavoro, sulla produzione e sul consumo non si pagherebbe nulla. Per la verità anche spendendo si pagherebbe una tassa dello 0,1% su ogni transazione, ovvero mille lire su ogni milione, ma è talmente poco che sembra davvero sostenibile. Questa seconda conseguenza comporta alcuni corollari. Il primo è che si produrrebbe di più, perché ci sarebbe un aumento della spesa, il secondo è che i prezzi tenderebbero a calare poiché i beni verrebbero sgravati dalle tasse (e, se ci pensate un attimo, vi rendete conto che il prezzo di ogni bene è composto per almeno la metà di tasse), ed il terzo corollario è che nel medio periodo scomparirebbero le fortune insolenti, quelle che non hanno alcuna utilità sociale. Perché se è utile socialmente che un imprenditore capace disponga dei mezzi necessari per raggiungere i propri obiettivi di produzione, è assolutamente inutile e dannoso che un'enorme fortuna generi ricchezze ancora più grandi rimanendo inutilizzata. L'imposta sul possesso dei mezzi finanziari, elimina a medio termine queste fortune, senza che ne sia necessaria l'espropriazione né altro atto di arbitraria violenza. Insomma, la ricchezza è utile se è messa al servizio della produzione, che questa sia di case, di spaghetti o di computer, ed è dannosa se serve a garantire e perpetuare il potere.
La terza conseguenza, che è poi la più importante, è che tutti avrebbero garantito il diritto di vivere una vita decente e dignitosa. La proposta di un milione al mese per tutti i cittadini maggiorenni, che lavorino o meno, con un reddito che si aggiunge al reddito da lavoro, e di un po' di meno per i minori, comporta che una famiglia media italiana percepirebbe a solo titolo di reddito di cittadinanza almeno 2.600.000 al mese, cui si andrebbe ad aggiungere il reddito da lavoro. E questo comporterebbe non solo la liberazione dalla schiavitù del lavoro per la necessità e dall'angoscia di milioni di persone, ma soprattutto la possibilità per tutti di riuscire ad esprimere la propria creatività e la propria umanità senza l'assillo di doverle per forza trasformare in denaro sennò non si vive. Insomma significherebbe che tutti avrebbero una barca con la quale attraversare l'oceano della globalizzazione senza doverlo per forza passare a nuoto. E magari trovare il tempo e il modo di ingegnarsi per tirare su una vela, assemblare un motore con cui fare prima ad arrivare sull'altra sponda. Che è quella di una società in cui il lavoro deve essere creativo, perché è questo ciò che ci richiede la produzione immateriale, in cui i valori umani torneranno ad essere tali senza che sia necessario trasformarli in prezzi, operazione notoriamente impossibile e moralmente illecita. Una società in cui ci sarà molto meno potere e molta più solidarietà, molto più orizzontale e molto meno verticale, molto più rispetto per la vita umana, che è un diritto senza prezzo e senza condizioni e non un bene da comprare o vendere al supermercato del lavoro degli schiavi, com'è oggi.
Il popolo di Seattle conosce i signori della finanza. Ne ha un'istintiva diffidenza ed ostilità, come quella dei bambini nei confronti delle persone che non li amano cui fanno volentieri i dispetti. Ma il popolo di Seattle è cresciuto, non è più bambino, e non fa più i dispetti. Combatte il vero potere, che è quello della finanza mondiale, delle multinazionali e dei loro servi sciocchi della politica e del potere servile.




 

 

 

 

 

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