L'IRRAGIONEVOLEZZA DI UNA GIUSTIZIA INGIUSTA
Sulla crisi della giustizia e sulle misure necessarie a porvi
rimedio sono stati scritti fiumi di inchiostro negli ultimi vent'anni. Sono
stati riformati sia il processo civile che quello penale, è stata persino
modificata una norma costituzionale per introdurre il principio del giusto processo
(come se fosse possibile pensare all'esistenza istituzionalizzata di un processo
ingiusto) ma non sembra che tutti questi sforzi abbiano prodotto risultati significativi.
Cerchiamo di riordinare le idee partendo dalle fondamenta. Lo Stato di diritto
si fonda sul rispetto delle regole che lo costituiscono. Affinché ci
sia uno Stato di diritto occorre, non solo che i cittadini e le istituzioni
rispettino, con le buone o con le cattive, le regole esistenti e quelle che
a mano a mano sono emanate, ma anche che quelle regole siano rispettabili.
Il nostro ordinamento positivo è composto da un numero enorme e non conosciuto
di norme di legge. Il Presidente della Camera, qualche anno fa, ha riferito
di oltre 50.000 leggi, ma c'è chi parla di 150.000 o addirittura di oltre
200.000 leggi esistenti, di cui oltre 13.000 contengono una sanzione penale.
Il fatto che non se ne conosca neppure il numero esatto, la dice lunga su quale
coscienza si possa avere del contenuto di quelle norme, il cui rispetto costituisce
il fondamento dello Stato di diritto.
La situazione è aggravata dal fatto che il Parlamento continua ad emanare
leggi su leggi. Il Presidente della Camera dei deputati ha, recentemente, rivendicato
con orgoglio l'aumento di produttività del Parlamento che nel 1998 ha
sfornato oltre 5.000 leggi. Come se l'attività legislativa fosse paragonabile
a quella di una fabbrica di scarpe, per cui ogni incremento di produzione è
senz'altro positivo.
L'applicazione dei criteri di produttività alla giustizia produce effetti
aberranti: il Parlamento deve produrre più leggi, le forze dell'ordine
più indagini, la magistratura più sentenze. In questa accelerazione
a qualunque costo del sistema si cerca la soluzione del problema giustizia.
La prima conseguenza di questa distorsione nel sistema è che per potersi
attenere ai criteri di produttività che gli sono imposti, tutti gli operatori
della giustizia devono svolgere un numero di pratiche prefissato. Con l'assurda
conseguenza che gli operatori preferiscono svolgere pratiche relative alle centinaia
di migliaia di violazioni di poco conto, frutto di uno Stato invadente ed oppressivo
che criminalizza le persone comuni, piuttosto che inseguire i delinquenti incalliti,
attività rischiosa, poco gratificante e che, soprattutto, produce poca
carta. Un tempo questa follia era parzialmente corretta dalle periodiche amnistie,
ma oggi lo stallo su tangentopoli ha reso impra-ticabile anche questo pseudo
correttivo. Conseguenza: milioni di pratiche che inta-sano Tribunali, Procure,
Commissariati di Polizia e Stazioni dei Carabinieri, all'inseguimento dell'assegno
a vuoto, della contravvenzione per divieto di pesca, della querela per ingiuria
ed altre simili bagattelle, mentre furti e rapine hanno cessato di essere perseguiti
e assassini patentati girano in libertà.
La seconda conseguenza è un incremento esponenziale della discrezionalità.
Discrezionalità che prima dell'alluvione normativa era governata dal
principio di ragionevolezza (quello che comunemente si chiama buon senso), e
che ora è, invece, legata alla scelta delle norme da applicare in mezzo
alle centinaia possibili per ciascun caso concreto. Cosa che costituisce la
perfetta applicazione di un principio di irragionevolezza. Poiché è
oggettivamente impossibile accertare tutte le violazioni, si perseguono solo
quelle commesse da persone nei cui confronti c'è una maggiore attenzione
(magari per ragioni politiche), o che sono più facilmente reperibili
ed esposte alla persecuzione giudiziaria. La discrezionalità, di per
sé, apre le porte a fenomeni di corruzione e, comunque, ad usi distorti
della legge, e si trasforma in arbitrio quando, pur di rispettare i limiti prefissati
di produttività, gli organi sono costretti ad assumere comunque un provvedimento,
anche se non hanno elementi sufficienti per poterlo fare, o non hanno il tempo
per approfondire il caso. E quando rifiutano di emettere un provvedimento, perché
non hanno fisicamente il tempo di ragionarci sopra, vengono bacchettati sia
dalle istituzioni che dai media, come è recentemente accaduto in un caso
di scarcerazione per decorrenza dei termini. L'istituzione del Giudice Unico,
invece di risolvere il problema l'ha aggravato, aumentando l'arroganza dei magistrati
ed i loro errori, prima almeno sottoposti al vaglio critico del Collegio. Con
la conseguenza che se prima della riforma il 60% delle sentenze di primo grado
venivano riformate in Appello ora questa percentuale è destinata ad aumentare
considerevolmente per le pressioni cui sono sottoposti i magistrati, l'incuria
generale in cui devono operare e l'enorme potere di cui dispongono.
La terza conseguenza aberrante, data l'impotenza della struttura giudiziaria
ordinaria, è che per combattere la mafia sono state estese alla criminalità
comune le norme sui pentiti che, alla fine degli anni '80, avevano dato buona
prova nella lotta al terrorismo. Il fatto è che norme di quel genere
sono efficaci solo se ottengono effetti positivi in tempi relativamente brevi.
Invece, la lotta alla mafia procede indefessa a colpi di pentitismo da circa
vent'anni, e l'effetto è che oggi abbiamo migliaia di pentiti (oltre
5.000, con i parenti), in genere criminali incalliti, pagati lautamente dallo
Stato e il tasso di criminalità nel mezzogiorno non sembra affatto diminuire.
Si direbbe, al contrario, che il territorio e le principali attività
economiche siano sempre più salda-mente nelle mani della criminalità,
mentre si scoprono imbarazzanti episodi di delitti commessi da mafiosi con la
protezione di inconsapevoli (si spera) tutori dell'ordine, e cresce il dubbio
che pagando i pentiti lo Stato finanzi le cosche mafiose. E che qualche volta
utilizzi i pentiti per scopi affatto diversi dalla lotta alla mafia.
Di qui la sensazione del completo rovesciamento della giustizia in un sistema
che premia i delinquenti e perseguita le persone perbene, che, anzi, elargisce
i premi maggiori a chi commette i delitti più efferati.
Insomma, un numero crescente di leggi e di provvedimenti giudiziari, non aumenta
il tasso di giustizia, ma, al contrario, lo riduce, lasciando i cittadini in
balia dell'arbitrio e dell'irragionevolezza. Per ricostruire uno Stato di diritto,è
necessario sradicare dal sistema giudiziario la logica della produzione, cominciando
da una riduzione drastica del numero delle leggi.
Proviamo ad adottare, almeno per qualche tempo, una semplice regoletta: una
nuova legge non può essere approvata se non ne abroga almeno cento vecchie.
In pochi mesi si potrebbe ritornare ad una situazione accettabile ed avviare
una riforma seria del sistema giudiziario.