DOVE ANDRA' A FINIRE L'ECONOMIA DEI RICCHI?
DA CRASSO A BILL GATES



 

Sommario

INTRODUZIONE 5

I. DALLA VECCHIA ALLA NUOVA ECONOMIA 13
1. La nascita dell'economia 13
2. L'economia della casa 20
3. La fabbrica 26
4. Lo Stato 33
5. L'economia del debito 40
6. La finanza del debito 47
7. Lo scenario prossimo venturo 50

II. LA NUOVA ECONOMIA 53
1. La smaterializzazione della produzione 63
2. Il potere e Internet 67
3. La globalizzazione dell'informazione 71
4. La funzione sociale della ricchezza 75
5. Internet e l'economia 77
6. La rivoluzione della nuova economia 81
7. Filosofia della nuova economia 89
8. Proprietà e accesso 95
9. Il denaro e la nuova economia 99
10. Conclusioni 105



 

INTRODUZIONE

C'era una volta un mercante molto abile ed intraprendente. Da qualche tempo, però, i suoi affari languivano, e nonostante fosse già ricco, egli era profondamente insoddisfatto. Si sa che i mercanti sono un po' avidi e che per seguire i propri desideri elaborano idee molto particolari, a volte davvero eccentriche.
Ma quella che balzò alla mente del nostro mercante superò davvero ogni immaginazione.
Egli decise, infatti, di regalare a chiunque gliele chiedesse le proprie mercanzie.
Molti pensarono che fosse impazzito ed avesse deciso di andare in rovina. Altri crederono ad una conversione improvvisa e levarono lodi al Signore. Tutti parlavano del mercante che distribuiva gratuitamente i propri prodotti e molti clienti si affollarono davanti ai suoi negozi per riuscire ad ottenere qualcosa prima che il mercante fallisse, dato che tutti ne avevano pronosticato l'imminente bancarotta.
Si dovettero ricredere in molti, nel vedere che gli affari del nostro mercante avevano ricominciato a correre come un tempo e con gli affari anche i suoi utili.
In questo modo, tra lo stupore generale, egli divenne molto ricco, ancora più di prima.
Esauriti i suoi concittadini, ormai carichi di tutte le sue mercanzie, il nostro eroe pensò di andare a cercare nuovi clienti che fossero disposti a prendere i suoi prodotti senza dover pagare nulla. A questo scopo, mandò lettere e messaggeri in numerose città e contrade, fece pubblicare bandi, armò delle navi per diffondere la notizia oltremare.
Tutto ciò costò molto denaro che egli però spese volentieri dato che in questo modo diventava sempre più ricco.
Nel frattempo, seguendo il suo esempio, anche gli altri mercanti, suoi concorrenti, si erano messi a distribuire gratis le proprie mercanzie, tranne quelli che non riuscivano proprio a comprendere per quale via si potesse diventare così ricchi facendo una cosa apparentemente così insensata.
La curiosità, più che l'avidità, spinse il nostro mercante a pagare la gente perché prendesse le sue mercanzie, offrendo sempre di più affinché tutti prendessero le merci presso i suoi magazzini piuttosto che dai suoi concorrenti.
Nemmeno questo riuscì a far diminuire le sue ricchezze, che divennero smisurate al punto che egli poté ritirarsi dagli affari e vivere da nababbo per il resto dei suoi giorni.

Fino a pochi anni fa, questa storia non l'avreste letta nemmeno in una raccolta pubblicata dal più ortodosso dei surrealisti, tanto sembra priva di senso. Nella nostra mente è talmente radicata l'idea che la ricchezza nasca dalla vendita di beni, che per secoli non abbiamo nemmeno immaginato che si potesse diventare ricchi regalando qualcosa.
Ciò non significa che l'umanità non abbia coltivato la generosità come distribuzione gratuita di beni materiali e spirituali, ma commercio e gratuità sono sempre stati visti antitetici come il diavolo e l'acqua santa.
Questo solo fino a pochi anni fa.

In questa storia, solo apparentemente strampalata, è in realtà contenuto il segreto di quella che chiamiamo la nuova economia.

Che cosa è successo? Gli uomini sono improvvisamente diventati buoni e generosi ed hanno deciso di condividere le proprie ricchezze con i propri simili meno fortunati?
Ovviamente no, dato che la molla che spinge a distribuire gratis i propri prodotti è sempre il desiderio di arricchirsi.
Però si è rotto un tabù.

Per essere un ricco mercante non è più necessario dover rassomigliare a quei sordidi personaggi che da Arpagone a Paperon de' Paperoni riconosciamo in molte persone ricche.
Non solo, ma il mercante che voglia diventare ricco dovrà essere generoso e distribuire gratuitamente le proprie mercanzie, altrimenti i suoi concorrenti lo buttano fuori del mercato e allora addio sogni di ricchezza.
Ciò significa che tra qualche tempo potremo avere a disposizione ciò che ci occorre senza doverlo pagare?
La risposta è sì.
Come vedremo, la nuova economia ha come effetto la distribuzione gratuita di una quantità crescente di prodotti, mentre la produzione si smaterializza e la quota di beni prodotti dalla vecchia economia, che pure cresce in termini assoluti, si riduce in misura proporzionale al totale del prodotto.
All'inizio del '900 la ricchezza di una nazione si misurava in termini di grano e di acciaio prodotto. Il primo serviva per dare da mangiare al popolo, il secondo per fare la guerra. I servizi erano attività assolutamente marginali (se escludiamo dai servizi le attività militari che solo la stupidità dell'economia contemporanea riesce a far entrare nel computo del PIL) che coinvolgevano una frazione irrisoria della popolazione produttiva.
Tra dieci anni, il 90% della produzione sarà di servizi e di questi una parte rilevante saranno le attività di intrattenimento multimediale.
Gli americani dicono che è servizio tutto ciò che non ti cade dalle mani quando è stato appena prodotto, immagine che indica in maniera efficace la differenza tra la produzione materiale e quella immateriale. Ebbene, entro dieci anni la quasi totalità delle attività di produzione sarà immateriale, e tutto il resto, alimentare, automobili, case, autostrade, computer, giocattoli, vestiti, insomma tutto quello che vi viene in mente si possa fabbricare e tenere in mano, non occuperà più del 10% del totale della produzione nazionale (1).
Dovremo fare uno sforzo straordinario per comprendere fino in fondo la portata di questa rivoluzione. Fino a pochi decenni fa, l'idea che una società di un paese straniero potesse possedere un'industria strategica come quella dell'acciaio sarebbe stata impensabile. Torniamo agli anni Trenta: ve l'immaginate cosa sarebbe accaduto se una società giapponese o tedesca avesse tentato l'acquisto della U.S. Steel? O anche quali reazioni avrebbe suscitato lo stesso tentativo operato da una società russa fino agli anni Settanta? Ebbene la U.S. Steel, un tempo orgoglio dell'industria americana, è fallita da parecchi anni e parte dei suoi stabilimenti è stata acquistata da un gruppo giapponese che possiede una particolare tecnologia che massimizza la flessibilità della produzione nel settore.
A parte qualche rimpianto nostalgico, nessuno ha sollevato obiezioni all'operazione, dato che lo stesso concetto di interesse nazionale alla produzione è divenuto privo di significato nella società della produzione globale.
Ovviamente, nessuno considererebbe un attentato all'integrità della nazione una scalata straniera a Mediaset o alla Telecom, per fare l'esempio di due grandi aziende del nuovo settore, anzi in molti ci metterebbero la firma se avvenisse!
La produzione si sta modificando in maniera talmente radicale che abbiamo bisogno di un nuovo paradigma concettuale per poterne comprendere la natura e per poter capire in che maniera essa incida sulla nostra libertà e sulla capacità di scelta.

Dobbiamo abbandonare il concetto di ricchezza come di una torta che si divide.

In realtà quest'idea non è più vera da molti anni anche se continua ad essere usata per la traduzione politica delle scelte economiche. A maggior ragione è divenuta falsa in un contesto di produzione immateriale, nel quale cioè, quello che conta sono le idee e le capacità personali dei produttori. Se può avere apparentemente un senso impadronirsi di uno stabilimento per la produzione di acciaio o delle terre dove si produce il grano, l'esproprio di una società che produce idee (dal software al cinema, dalle consulenze al finanziario) si riduce nella dissoluzione dell'azienda e del suo effettivo valore.
La General Motors ha in bilancio beni per 200 miliardi di dollari, mentre nella Microsoft gli stessi beni arrivano si e no a venti miliardi. Eppure, alla Borsa di NY il rapporto è invertito: la Microsoft capitalizza dieci volte più della General Motors, nonostante abbia nel suo patrimonio un decimo dei beni di quella.
Qualche anno fa una grande banca decise di acquistare una SIM, una società di intermediazione finanziaria particolarmente attiva e redditizia. La pagò un sacco di soldi, ma non si garantì sulla permanenza del personale al suo interno. Morale della storia: dopo l'acquisto, la maggior parte del personale diede le dimissioni e andò a fare un'altra SIM. La banca si ritrovò con una scatola vuota che aveva pagato a caro prezzo e non produceva più nulla.

Nonostante non abbia più senso, continuiamo a pensare alla giustizia sociale in termini di divisione della produzione. Dobbiamo imparare a considerarla in termini di moltiplicazione.

La capacità produttiva dei paesi dell'occidente è ormai illimitata, nel senso che è in grado di produrre tutti i beni materiali che occorrono per una vita più che dignitosa nonché una quantità illimitata di beni immateriali.
Non solo, ma la produzione di quei beni materiali diviene sempre meno rilevante in relazione al totale del prodotto, e nel giro di qualche decennio ne diventerà una frazione decimale.
Allo stesso tempo la produzione immateriale si inoltra sempre di più nella logica della distribuzione gratuita, per le ragioni che scopriremo nel libro ridisegnando in altri contesti le aree del profitto.
Perché il processo possa proseguire, è inevitabile che si giunga all'instaurazione del reddito di cittadinanza, che consiste nella distribuzione egualitaria del necessario per condurre una vita dignitosa.
E' inevitabile, sia perché esso rappresenta la distribuzione di una quota sempre meno rilevante di prodotto, sia perché non è possibile produrre alcunché se non ci si libera della necessità e, nella prospettiva della produzione illimitata tutti devono diventare produttori (di idee).

Quando ciò accadrà è difficile stabilirlo, e fare previsioni sui tempi di realizzazione di una innovazione radicale, di una vera e propria rivoluzione come questa, è davvero una scommessa.
Gli esperti avevano previsto che il "progetto Genoma", la mappatura del DNA umano, potesse essere realizzato in un tempo compreso tra dieci e vent'anni dal suo inizio. Invece, ce ne sono voluti solo due, e altre strabilianti scoperte hanno caratterizzato l'inizio di questo nuovo millennio. Possiamo però ragionevolmente ipotizzare che non occorrerà molto tempo e che nel giro di un paio di generazioni l'umanità avrà relazioni economiche del tutto diverse da quelle cui siamo avvezzi. Fino a che le relazioni economiche non cesseranno del tutto, per la semplice ragione che non saranno più necessarie.
Non sarebbe la prima volta, nella storia dell'umanità, che delle relazioni o degli oggetti assolutamente comuni tra gli uomini e parte integrante del loro bagaglio culturale, o addirittura strumento della loro vita quotidiana, cessano per aver esaurito la propria funzione.
Pensate alla schiavitù ed a quanto essa fosse radicata nel vivere quotidiano delle società antiche, o alle lampade a petrolio che solo fino a pochi decenni fa illuminavano la maggior parte delle case dei nostri avi.
Però, mentre possiamo dire che tra la schiavitù ed il lavoro salariato c'è una continuità assimilabile a quella che intercorre tra una lucerna ed una lampadina, tra la nuova e la vecchia economia c'è la radicale frattura che nasce dalla filosofia del tutto nuova che si sta imponendo nel nostro mondo.
E già, perché le filosofie, in barba ai filosofi che si illudono di dominarle o di esserne gli autori, nascono e si diffondono indipendentemente da essi, anzi il più delle volte loro malgrado.
Tornando all'esempio di prima, mentre sia la schiavitù che il rapporto di lavoro salariato si svolgono nell'ambito di una relazione di potere, e la lucerna e la lampadina fanno entrambe luce, tra una relazione commerciale tradizionale ed una nell'ambito della nuova economia non c'è proprio alcun rapporto. In realtà non potremmo nemmeno chiamarle relazioni commerciali, termine che ci riporta nell'ambito della vecchia economia, ma come vedete il linguaggio ancora non ci supporta a sufficienza nella definizione di queste nuove relazioni.
Ma come è possibile che la storia che vi ho raccontato all'inizio abbia un senso e che questa rivoluzione possa avvenire?

E pensare che la maggior parte della gente confonde la nuova economia con l'exploit della borsa o con la diffusione di Internet, mentre altri ne negano persino l'esistenza.

Il fatto è che di fronte alle trasformazioni epocali, come questa che stiamo vivendo, siamo del tutto privi degli strumenti necessari per coglierne la portata.
E' come se pensassimo di poter misurare la radioattività senza un contatore geiger. Un'area fortemente radioattiva non presenta in apparenza alcuna differenza rispetto ad una che non lo è. Che però in quella zona ci sia un pericolo mortale o una grande opportunità è questione che solo strumenti adatti e comportamenti conseguenti possono risolvere. Noi siamo privi di questi strumenti e dobbiamo costruirli se non vogliamo correre inconsapevolmente un rischio mortale o perdere la più grande opportunità che si sia mai presentata all'umanità dall'invenzione della ruota in poi.
La nuova economia rappresenta questa grande opportunità per l'umanità intera, ma nasconde in eguale misura pericoli mortali. Come sempre nella storia, saranno le nostre capacità a trasformare in utile ciò che è potenzialmente pericoloso.
Non è questa la sede per entrare nel millenario dibattito sull'esistenza di un progresso nella storia e di un fine per l'umanità. Non c'è dubbio, però, che il mondo privo di rapporti commerciali che la nuova economia prefigura, è un mondo potenzialmente migliore dell'attuale, in cui tutto è mercificato.
Ma come si fa a pensare, in una società in cui tutto è rapportato al denaro, che entro un tempo ragionevolmente breve si possa passare ad una società che si fonda su rapporti diversi da quelli commerciali?

Dovete pensare che la storia che vi ho raccontato all'inizio è già vera, anche se solo in parte e non per tutte le merci. Non vi è dubbio che il suo insegnamento sarà applicabile ad un numero crescente di merci ed in un tempo esponenzialmente sempre più breve. Per capire come ciò possa accadere dovrete avere la pazienza di seguire fino in fondo il filo di questo libro.
Incontreremo delle difficoltà per liberarci dei pregiudizi che ci accompagnano nella comprensione profonda degli eventi che andremo ad esaminare, dato che tutti noi siamo ostinatamente tradizionalisti ed è difficile intendere tesi che si muovono in un terreno assolutamente nuovo.
Però le cose, in fondo, non sono affatto così difficili come siamo indotti a credere. Come ho gia scritto altrove, l'economia è una disciplina resa difficile dalla necessità di non farne comprendere il funzionamento che, in sé è perfettamente comprensibile.
Per giungere alle ragioni che ci porteranno alla fine dell'economia, dovremo prima esplorare quelle che hanno indotto l'umanità a crearla ed a farla crescere in misura così invadente nella nostra esistenza. Solo ripercorrendo questo tratto di strada del pensiero umano conosceremo la via che ci porta nel nuovo mondo, in cui nulla sarà più economico, anche se continueranno ad esistere ricchi e ricchissimi ma in un'accezione talmente diversa rispetto a quella che intendiamo oggi che ce ne risulterà grande meraviglia.

Paul Bairoch scrisse alla fine degli anni Sessanta questa frase che conclude il mio libro sul reddito di cittadinanza: "In rapporto alle società tradizionali lo scarto nel livello medio di vita (2) è dell'ordine di 15 a 1 per i paesi europei occidentali e di 30 a 1 per gli USA. Dall'Egitto di Ramsete I alla Francia di Luigi XIV probabilmente lo scarto è stato solo dell'ordine di 2 a 1, e tra l'uomo di Neanderthal e l'Egitto dei Faraoni è stato nello stesso modo dell'ordine di 2 a 1. Ora dalla società tradizionale a quella degli Stati Uniti d'oggi ci sono due secoli e mezzo, da Ramsete I a Luigi XIV trenta secoli, e dall'uomo di Neanderthal a Ramsete I più di trecento cinquanta secoli, il che mette in rilievo certe fantastiche accelerazioni del tempo di cui si è giustamente parlato".
Possiamo aggiungere che dalla società di Bairoch a quella di oggi lo scarto è aumentato ancora di dieci volte o forse di più, anche se la qualità della vita negli anni '60 era forse migliore di quello di oggi, ma questa è un'altra questione.
Si sono così generate le condizioni per la Grande Rivoluzione della Nuova Economia.

 

1. La nascita dell'economia

Non è vero che l'economia sia sempre esistita e che sia connaturata con la società umana. Per lungo tempo gli uomini hanno vissuto in una società in cui non esistevano né denaro, né scambi commerciali e nemmeno produzione di beni. La società dei cacciatori raccoglitori era composta da persone che vivevano di caccia e dei frutti che venivano raccolti dai membri della comunità per tutti i suoi membri. Il valore delle cose era dato dalla loro utilità immediata: un frutto al mattino valeva come una preda a mezzogiorno ed un giaciglio la sera. Le comunità tribali che vivevano allora sulla terra non avevano necessità di scambiarsi alcunché dato che avevano a disposizione tutto ciò di cui avevano bisogno.
Fu il bisogno, forse per l'aumento della popolazione, forse per cambiamenti climatici, che ridussero l'estensione delle zone dove fosse possibile praticare caccia e raccolta, che spinse gli uomini ad abbandonare le antiche pratiche e dedicarsi all'agricoltura. Altre tribù divennero nomadi e continuarono a praticare caccia e raccolta cui affiancarono l'allevamento del bestiame.
Nelle loro peregrinazioni stagionali alla ricerca di pascoli per i propri animali, i nomadi ebbero occasione di imbattersi nei villaggi degli agricoltori. A volte ne nascevano razzie, poiché spesso la pratica della caccia veniva interpretata in maniera estensiva. Altre volte, soprattutto se i villaggi degli agricoltori erano sufficientemente difesi ed organizzati, il confronto diventava improvvisamente più civile ed il desiderio delle cose altrui doveva necessariamente passare per l'offerta delle proprie cose.
Probabilmente, all'interno delle comunità agricole, così come nelle tribù nomadi, non c'era ancora nessuna attività economica, poiché le relazioni tra le persone erano dominate dai vincoli di sangue per i quali, ancora fino a poco tempo fa, lo svolgersi dei rapporti prescindeva dalla loro rilevanza economica. Nella vita della tribù i rapporti non si fondavano sulla valutazione economica delle prestazioni di ciascuno dei suoi membri. Questa relativa indifferenza dei rapporti di sangue alla valutazione economica si è perpetuata fino ai nostri giorni nelle famiglie. Non è incongruo pensare che la crisi di questa istituzione sia legata in parte rilevante alla progressiva estensione della necessità di dare senso economico alle attività di ciascuno, con tutte le conseguenze che questo comporta in termini di mancanza di amore, di generosità e di spontaneità nei rapporti.
Ma come vedremo il problema è temporaneo ed è legato all'invadenza dell'economia nella società civile.
Ovviamente non possiamo dimenticare che quello che usciva dalla porta rientrava spesso dalla finestra. Per secoli, infatti, il luogo deputato ai delitti commessi in nome dell'avidità e della sete di guadagno, soprattutto per le eredità, è stata proprio la famiglia più che la società civile.
Ma è solo da qualche decennio che si pensa alla famiglia come generatrice di interessi economici per le attività che vi vengono svolte. Questa nuova concezione ha prodotto istituti giuridici come la società familiare, le rivendicazioni, in alcuni paesi coronate da successo, di salario per le casalinghe, diversi riconoscimenti economici per le attività prestate dai figli nelle attività dei genitori, in fattispecie legali tipiche.
Dicevamo che nelle antiche tribù non c'era alcuna attività economica e, finché queste tribù erano nomadi, non c'era neppure alcuna potenziale rivendicazione economica, dato che i beni da ereditare erano così scarsi e di poco momento da non suscitare le brame di nessuno. Ben altri delitti venivano allora commessi in nome del potere, ma questa non è certo una novità e da allora ad oggi le cose non sono molto cambiate.
E' probabile che inizialmente gli scambi con le comunità di agricoltori che non si facevano rapinare, fossero essenzialmente fondati sul baratto. I nomadi avevano pelli di animali, latte e carne da offrire in cambio dei prodotti agricoli di cui gli agricoltori avevano eccedenza.
Per molti secoli, però, le eccedenze furono scarse ed occasionali, così come gli incontri. Solo l'aumento della popolazione e le nuove tecniche introdotte nella coltivazione dei campi, resero le scorte suscettibili di diventare oggetto di scambio più che riserva per i tempi di magra che erano sempre in agguato. Le comunità agricole cominciarono a farsi la guerra tra di loro e con la guerra arrivò anche lo scambio commerciale, che in fondo ne è una variante in alcuni casi meno onerosa. Invece di impadronirsi dei beni altrui, rischiando la sconfitta e comunque la perdita di molti membri della comunità, l'offerta in cambio di beni prodotti in sovrappiù dalla propria comunità era certamente più vantaggiosa.

Il presupposto dello scambio economico è, quindi, la produzione in sovrappiù che consente di disporre di beni da offrire in cambio.

A quel punto si poneva il problema della valutazione da dare ai beni che venivano scambiati. Quante pecore erano necessarie per ottenere cento moggi di grano? Molti secoli più tardi gli uomini che indagarono il problema lo trattarono sotto forma della teoria del valore, che pervase le opere della maggior parte degli economisti da Smith fino a Schumpeter.

Un aspetto del problema è la differenza tra valore d'uso e valore di scambio.

Il primo si riferisce ad un rapporto soggettivo con il bene: la foto della persona amata può avere un valore elevatissimo per chi ama e pressoché nullo per tutti gli altri. Il secondo definisce un valore oggettivo del bene, riferito a sue qualità intrinseche. La cosa curiosa è che ci sono beni che hanno un enorme valore d'uso e nessun valore di scambio e viceversa, come l'aria e l'oro. Senza la prima non si vive, eppure respirare non costa nulla. Il secondo non serve a nulla, ma sin dai tempi più remoti è stato considerato un bene preziosissimo.
Questa distinzione tra valore d'uso e valore di scambio, fece nascere l'idea che si potesse costruire una teoria del valore intrinseco, concetto riferibile al solo valore di scambio e che nasce proprio dalla contrapposizione tra valore d'uso e valore di scambio. La teoria del valore ha dominato le pagine dei testi di economia per quasi due secoli. Poi, ci si rese conto che distinguere tra prezzi e valore era un'operazione sostanzialmente priva di senso e che la ricerca del valore intrinseco somigliava a quella del Santo Graal.
I nostri progenitori ignorarono l'esistenza della teoria del valore e, ciononostante, continuarono a scambiare capre con cavalli, vino con pelli fissandone le quantità a seconda della propria forza e della maggiore o minore disponibilità di capre, pelli, cavalli e grano. In un anno di carestia, erano in pochi disposti a rinunciare a parte delle scorte alimentari per ottenere beni importanti ma non essenziali per la sopravvivenza, ed allora il valore del grano saliva vertiginosamente. In anni di abbondanza, invece, scendeva con altrettanta velocità.
Ci furono dei coraggiosi che intrapresero la via degli scambi commerciali di propria iniziativa tra le comunità di appartenenza e quelle vicine più pacifiche, lucrando così una differenza sullo scambio e sui rischi connessi al viaggio da entrambe le parti. A scanso di equivoci, in genere i mercanti giravano in carovane ben numerose ed armate. Questo non li esimeva affatto dal rischio di essere assaliti e depredati del carico soprattutto lontani dalle rotte conosciute, dove i pericoli erano indubbiamente maggiori, ma i guadagni si moltiplicavano. In pochi, infatti, erano disposti a mettere a repentaglio la propria vita ed i propri beni per raggiungere un popolo in possesso di una merce rara e molto desiderata presso la propria comunità.
Avventurieri di molte comunità si gettarono in questa nuova impresa, sperando di arricchirsi magari con un solo rischiosissimo viaggio verso terre sconosciute. La molla che spinse uomini leggendari come Gilgamesh e Giasone (3), fino a Marco Polo e poi a Magellano a scoprire terre nuove, fu il desiderio di arricchirsi con la scoperta di mitici tesori e popoli arrendevoli e pieni di ricchezze.
Cristoforo Colombo, voleva trovare un via per le Indie più breve e meno rischiosa di quella sperimentata tra mille peripezie da Marco Polo. Quando tornò dalle Americhe fu osannato per le ricchezze che ci si attendeva venissero da quelle terre, e poi fu vilipeso e maltrattato quando quelle ricchezze sembrarono essersi dissolte. Sta di fatto che con i mercanti iniziò quella grande epopea di viaggi e di scoperte che favorì i contatti di popoli e culture molto diverse e distanti tra loro.
La crescita demografica suggerì e spesso rese necessaria la fuoriuscita di gruppi consistenti di membri delle comunità verso altre terre, dove vennero fondate delle altre comunità. I Greci colonizzarono in questo modo tutto l'Egeo e le coste della Turchia, dove stabilirono numerose colonie e si scontrarono con i Troiani per la supremazia sul territorio.
I Fenici dedicarono la maggior parte delle proprie attività a mercanteggiare le merci prodotte in Africa ed Asia con quelle dei popoli del nord, Etruschi e Celti.
Qualche secolo più tardi, una loro colonia, Cartagine, ebbe serie divergenze in materia commerciale con Roma, che per il commercio aveva scelto la via della conquista territoriale o della costituzione di accordi in cui stava sempre in maggioranza.
Le divergenze portarono nel volgere di meno di un secolo alla distruzione di Cartagine ed al trionfo del nuovo modello di sviluppo economico elaborato dai Romani che poi ne estesero l'applicazione a tutto il mondo allora conosciuto.
Ovviamente, più i viaggi erano impegnativi e verso terre sconosciute più era difficile portare con sé merci di grande volume e scarso valore, come greggi o generi alimentari. I metalli preziosi, di cui allora c'era grande scarsità ed erano graditi a tutti, furono le merci che i mercanti preferibilmente portavano con sé. Una sacca d'oro era facilmente nascondibile sotto le vesti e conteneva un grande valore. L'oro, oltretutto, era gradito alla maggior parte dei popoli del mondo di allora, che ne conoscevano ed apprezzavano le qualità per la facilità con cui poteva esser manipolato per la creazione di gioielli. Per queste ragioni i mercanti cominciarono a portare preferibilmente con sé, come merce di scambio, oro ed altri metalli preziosi, argento e rame, con cui potevano acquistare ogni genere di merce da rivendere poi in patria.
La generale accettazione presso tutti i popoli, trasformò i metalli preziosi più comunemente usati per questo scopo in denaro, che divenne moneta quando sui pezzi d'oro qualcuno pensò di apporvi il proprio sigillo per garantirne il peso. I mercanti, infatti, fissavano la valutazione delle merci in quantità di metallo che pesavano al momento dello scambio. Alcuni mercanti pensarono di certificare il peso dei pezzi di metallo apponendovi il proprio sigillo con la garanzia del peso, ma ben presto questa funzione fu assunta dallo Stato che offriva maggiori garanzie (si fa' per dire), di un mercante privato in merito alla corrispondenza del peso con il conio, salvo poi a cominciare a barare più del peggiore dei mercanti quando avevano necessità di coprire le proprie spese e non avevano entrate sufficienti (4).
La moneta semplificava di molto gli scambi commerciali consentendo di fissare con ragionevole certezza il prezzo di ogni cosa potesse essere scambiata, senza dover ricorrere alle operazioni di pesatura e di verifica della qualità delle merci scambiate. E considerando che nel frattempo gli scambi si erano moltiplicati in misura esponenziale, l'introduzione della moneta fu vista come un'innovazione necessaria e benefica per il commercio.

Non dobbiamo pensare che con la nascita della moneta sia mutata la natura dello scambio, che baratto era e tale rimaneva anche se a fare da tramite c'era un pezzo di metallo variamente istoriato.

La leggenda di Mida, che ebbe esaudito il proprio desiderio di trasformare in oro tutto ciò che toccava, e sarebbe morto di fame se Dioniso non l'avesse provvidenzialmente liberato da quel tristissimo dono, sta a dimostrare che l'oro in sé non ha alcun valore concreto se non viene accettato per lo scambio da nessuno, e che se ne possono possedere quantità illimitate e parimenti morire di fame.
La crescita delle comunità favorì anche l'estensione degli scambi al suo interno, mediante l'utilizzo degli stessi strumenti, baratto e moneta, usati dai mercanti nelle loro peregrinazioni.
Le tribù si ingrandivano e per difendersi meglio si alleavano tra di loro creando comunità sempre più grandi. Roma nacque così, con un accordo tra tribù, prima in lotta tra di loro e poi alleate contro vicini minacciosi.
Le tribù romane (si chiamarono così quelle comunità fino quasi alla fondazione dell'impero) commerciavano tra di loro e con i vicini le poche cose che riuscivano a produrre in sovrappiù, ma soprattutto le ricchezze che conquistavano durante le guerre annualmente condotte contro i vicini. La principale ragione per cui i Romani, dopo la cacciata degli Etruschi, scelsero un ordinamento politico con due consoli, fu che uno dei due era deputato alle operazioni belliche che si svolgevano dalla primavera all'autunno, e l'altro alla cura delle faccende della città.
Le operazioni di guerra erano, ovviamente, di gran lunga più importanti dello sbrigare le questioni di casa, che spesso di risolvevano nel dirimere liti tra vicini per i confini finché non furono istituite magistrature minori che si occuparono di queste faccende, e pertanto il console che aveva il comando dell'esercito era quello di maggior prestigio ed autorità tra i due. Solo in casi eccezionali i due consoli effettuavano una doppia leva per armare due legioni. Con la crescita della repubblica, però, gli affari militari assorbirono interamente i consoli, che si dedicarono esclusivamente alle operazioni di guerra.

La guerra era notevolmente più redditizia di qualunque altra attività che allora poteva essere intrapresa.

Poiché non solo rendeva il bottino derivante dallo spoglio delle città conquistate e dalle razzie nei campi del nemico, ma soprattutto forniva la materia prima per l'esecuzione delle attività usuali, ovvero gli schiavi.
Nell'antichità era naturale che il vincitore riducesse in schiavitù i vinti. La storia è piena di esempi di popoli interi ridotti in schiavitù, dagli ebrei deportati in Egitto alle tribù africane deportate in America, ma nell'antichità la cattura di schiavi costituiva la principale fonte di reddito di intere popolazioni ed era la ragione principale che spingeva i regnanti ad organizzare le guerre.
Alessandro Magno, prima di intraprendere la conquista dell'Asia, per trovare i fondi necessari a finanziare la sua campagna militare, e tenere buoni i greci in sua assenza, conquistò Tebe e vendette come schiavi ben 30.000 dei 36.000 abitanti della città. Giulio Cesare, nei nove anni di campagna in Gallia fece oltre un milione di prigionieri che vennero venduti come schiavi a Roma ed ai popoli vicini. I tributi imposti ai popoli non rendevano nemmeno una minima parte di quello che si ricavava dalla vendita di schiavi. Se pensiamo che a tutta la Gallia Cesare impose un tributo annuo di 40 milioni di sesterzi, che in nove anni portò a Roma 360 milioni, mentre dalla vendita degli schiavi, nello stesso periodo, egli ricavò almeno tre volte tanto considerando una media di 1200 sesterzi per schiavo. In realtà gli schiavi, soprattutto quelli destinati al sollazzo sessuale dei nobili romani, nonché quelli colti e di buon estrazione, costavano molto di più in considerazione del fatto che i romani non badavano a spese per soddisfare le proprie esigenze. Racconta Svetonio, che Augusto si vergognava di dichiarare quanto spendesse per certi schiavi di cui si invaghiva, arrivando al punto da nascondere i relativi conti ai propri collaboratori più stretti.
La riduzione dell'uomo in schiavitù non è una pratica di un passato lontano ed ormai dimenticato. Durante il medioevo la cattura di schiavi e la loro vendita in oriente come in occidente era pratica diffusissima. Così le imprese corsare dei Saraceni sulle coste d'Italia, avevano l'obiettivo della cattura di schiavi, e nel 904 d.c. pirati turchi assaltarono Tessalonica facendo schiavi i trentamila abitanti superstiti (5). Venezia fondò le sue fortune sulla cattura di schiavi slavi che poi rivendeva ai turchi o ai bizantini.
Lo stesso termine schiavo viene da una corruzione dialettale del termine slavo che stava appunto ad indicare l'origine dei prigionieri venduti ai turchi. Olandesi, Portoghesi ed Inglesi costruirono fortune enormi trafficando in schiavi dall'Africa e dall'estremo oriente verso l'America, dove ce ne era una grande richiesta. Ancora oggi, la tratta delle prostitute in occidente è un'attività estremamente redditizia e, a quanto pare, difficile da stroncare.

 

5. L'economia del debito


La prima cosa che non ci dice è che il presupposto della crescita è un indebitamento crescente del sistema, sotto forma d'indebitamento privato (famiglie ed imprese) e pubblico (stato ed enti pubblici). La questione coinvolge sia l'equilibrio del sistema sia la natura stessa del potere.
In altri termini, la variabile quantità di moneta, che dal modello appare neutra, nasconde una distribuzione ineguale delle risorse finanziarie che incide in maniera determinante sia sulla qualità che sulla misura della domanda complessiva.
Immaginate che qualcuno vi proponga un lavoro, una casa ed anche i soldi per mangiare e per gli svaghi. Ne sareste felicissimi, credo. Dopodiché scoprite che i soldi che vi da per il vostro lavoro sono meno di quelli che vi servono per vivere, per cui ogni mese vi indebitate un po' di più e su questo debito pagate anche interessi che aumentano il vostro indebitamento. E' ragionevole ritenere che la vostra felicità scomparirebbe immediatamente?
Un film degli anni settanta proponeva un tema simile ambientato in una piantagione del sud degli Stati Uniti.
Il protagonista, vedovo con due figli piccoli è alla ricerca di un lavoro e di una sistemazione decente. Capita in un'azienda agricola dove cercano dei lavoranti. Gli viene proposto uno stipendio di mille dollari al mese (incredibilmente alto), la casa, l'alimentazione, la macchina, gli svaghi e la scuola per i figli.
Lui trova le condizioni che gli vengono proposte straordinariamente soddisfacenti, e si mette alacremente al lavoro. Per la verità, la casa è una stamberga invivibile, l'automobile uno scassone inguidabile, il mangiare fa schifo e gli svaghi sono inesistenti, ma non si può andare troppo per il sottile nella sua situazione.
Alla fine del mese la sorpresina. Eh già, perché quando va a ritirare lo stipendio. dopo un mese di duro lavoro, gli viene detto che al suo stipendio di mille dollari devono essere detratti 600 dollari per l'alloggio, 400 dollari per il vitto ed altri 400 dollari per la macchina, le bevande e gli svaghi (il whisky era un po' caro).
Insomma, dopo un mese di duro lavoro, non solo non aveva guadagnato nulla ma era debitore in totale di 400 dollari. Nel film, come era prevedibile, la questione è finita a pistolettate.
Nel mondo sta accadendo la stessa cosa, ma stranamente nessuno se ne lamenta. Il debito pubblico dello Stato aumenta ogni anno in termini assoluti. Ciò che si riduce e su cui si interviene, è il deficit pubblico, che è uno degli elementi che determina il tasso di crescita del debito (28).
All'aumento della massa finanziaria per mezzo dell'indebitamento, corrisponde un impoverimento della popolazione e non un suo arricchimento.
In effetti, nel mondo occidentale, si sta verificando una crescita dell'impoverimento degli strati di popolazione tradizionalmente poveri, e l'ingresso nella fascia di povertà anche di settori della classe media.
Infatti, l'aumento della massa finanziaria, comporta un incremento in termini assoluti degli interessi che sono pagati su tale massa, dato che le emissioni monetarie avvengono, in pratica, solo per il tramite del meccanismo di creazione di denaro da parte delle banche. In altre parole, più si produce con il lavoro e più ci si indebita verso il sistema finanziario che, invece di essere di stimolo per le attività produttive, per le dimensioni che ha raggiunto è diventato una palla al piede del sistema economico. Per questa ragione, chi non possiede strumenti finanziari, e vive solo di lavoro, diventa necessariamente più povero, mentre chi possiede strumenti finanziari diventa allo stesso tempo più ricco.
Un esempio illuminante del vicolo cieco in cui si è cacciato il sistema, è dato dal particolare meccanismo di emissione di titoli di debito in deficit pubblico.
In pratica, il deficit pubblico consiste nella quantità di denaro necessaria per coprire le spese dello Stato che non sono assicurate dai ricavi della fiscalità complessiva.
Le emissioni in deficit pubblico devono essere commisurate al prodotto interno lordo. Per gli accordi di Maastricht, il requisito essenziale per entrare nell'ambito della moneta unica è che il deficit pubblico non superi annualmente il 3% del PIL. Negli anni passati questa percentuale è stata anche molto più alta, fino ad oltre il 12% in momenti di gravi difficoltà per lo Stato italiano.
La perversione consiste nel fatto che tali emissioni vengono calcolate sulla base di quanto prodotto dai cittadini, ma non vengono erogate a favore di coloro che con il proprio lavoro ne hanno consentito l'emissione.
Al contrario, vengono poste a loro carico. Infatti, le emissioni in deficit pubblico vanno ad aggravare il debito pubblico e questo si scarica prima o poi sulla fiscalità ordinaria.
Con l'assurda conseguenza che più si produce e più ci si indebita in termini assoluti. In effetti, il debito pubblico dello Stato italiano ha raggiunto nel 2000 la rispettabile cifra di 2.500.000 miliardi.
Per fare fronte a questa cifra spaventosa, gli italiani dovrebbero lavorare per oltre dieci anni senza tenere nulla per sé, vale a dire senza mangiare senza bere, senza tempo libero, senza fare figli, stando attenti persino a respirare.
Capite qual è l'assurdo? Che un gruppo di signori, ignoti ma non tanto, che detiene la maggior parte di questa ricchezza finanziaria non solo usufruisce di ricchezze spaventose, ma soprattutto ha il potere di decidere della vita e della morte di intere popolazioni sulle quali esercita il potere per mezzo del debito.

Il meccanismo si risolve in una sottrazione di ricchezza alla popolazione che non usufruisce di ritorni dal mondo della finanza. E questo, ovviamente, aumenta il divario tra ricchi e poveri.

La seconda cosa che il modello nasconde, è che per mantenere la crescita del sistema, è necessario un tasso di fiscalizzazione crescente, ovvero, in alternativa, un indebitamento pubblico crescente.
Anche se cercano di spacciarlo per un sintomo di ricchezza, l'aumento delle tasse comporta da sempre una diminuzione della ricchezza soprattutto per le classi più povere.
Vi faccio un esempio concreto.
Una mia giovane amica con cui ogni tanto condivido i viaggi da pendolare, lavora come impiegata presso un'agenzia di viaggi romana.
Come è noto, è fortunata ad avere un lavoro di questi tempi. Per otto ore di lavoro che diventano dieci e più sommando i tempi del pendolarismo, guadagna lorde in busta 2.400.000 al mese, che si riducono a un milione e mezzo per effetto delle varie ritenute.
E'innegabile che sia un buono stipendio, dati i tempi, però lei fatica ad arrivare alla fine del mese, pur spendendo solo lo stretto indispensabile per vivere. Vorrebbe sposarsi, ma il fidanzato guadagna più o meno come lei e in due hanno difficoltà a mettere da parte qualche soldo per la festa, il viaggio di nozze, i mobili, la cucina e magari pensare di fare qualche figlio. Figuriamoci per comprare casa!
Riflettendo sulle tasse, lei ha fatto questo ragionamento. Il mio stipendio lordo è di 2.400.000 lire, che è quanto il mio datore di lavoro spende, ma a me arriva in tasca solo un milione e mezzo.
Non ho però finito con ciò di pagare tasse, dato che qualunque cosa acquisti, dalla benzina ai vestiti, dal pane alla luce elettrica, anche se mi è strettamente indispensabile per vivere e lavorare, è a sua volta gravata di tasse, e non certo in misura irrisoria. Con l'Iva al 20% praticamente su tutto e le altre tasse ed accise sulla produzione e sul lavoro, il prezzo di ogni bene è formato per almeno il 50% da tasse, dato che com'è noto le imprese scaricano le tasse che pagano sui prezzi.
La mia amica conclude che il suo stipendio è quindi gravato da tasse per oltre il 70%.
Se la volete leggere in termini temporali, lei lavora per lo Stato da gennaio fino a settembre inoltrato, e tutto ciò solo per avere il diritto di ottenere lo stretto necessario per vivere.
Se volesse comprare casa, dovrebbe indebitarsi, accendendo un mutuo con una banca e gravandosi dei relativi interessi che ne diminuirebbero ulteriormente il tenore di vita già ai limiti della povertà. Per colmo di ironia, questa ragazza è considerata nel sentimento collettivo, una persona fortunata!
All'estremo opposto, vediamo quello che può accadere ad una persona che abbia duecento milioni da investire e che sia disposto a perderli senza subire gravi conseguenze.
Duecento milioni è una cifra relativamente modesta su un mercato, come quello italiano, in cui ogni giorno si trattano cinquemila miliardi di lire e ancora di più su quello americano, dove ogni giorno le azioni trattate assommano a quattro milioni di miliardi di lire.
Il nostro investitore fa le sue brave considerazioni e poi sceglie di investire su un titolo che gli sembra buono. Ne acquista cento azioni a cento dollari, spendendo circa 23 milioni.
Il giorno dopo, il titolo in questione scende violentemente del 20%. Non è una follia, è quello che accade quotidianamente a centinaia di titoli sul mercato americano. A fine seduta il nostro investitore acquista duecento azioni a 80 dollari, spendendo altri 36 milioni.
Il giorno successivo, però il titolo continua a scendere e ancora della percentuale record del 20%. I tecnici di borsa direbbero che il titolo si trova in una situazione di ipervenduto.
Il nostro non si perde d'animo e acquista adesso 400 azioni a 64 dollari l'una, spendendo 58 milioni. In totale il nostro ha investito 118.680.000 lire e possiede adesso 700 azioni del titolo. E' altamente probabile che a questo punto il titolo risalga con altrettanta violenza, anche se in genere si attesta al di sotto del livello da cui è partita la discesa.
E' sufficiente che il titolo del nostro investitore arrivi a 85 dollari perché lui guadagni in pochi giorni, sull'intero investimento 18 milioni, ovvero proprio lo stipendio che la mia amica pendolare riceve per un anno di lavoro.
E se il titolo dovesse scendere ancora, il nostro è pronto ad effettuare nuove mediazioni al ribasso. Se poi il titolo dovesse crollare i casi sono due: o è la fine del capitalismo finanziario, e allora i soldi non servono più a nessuno, né all'investitore né all'impiegata, o la scelta del titolo era clamorosamente sbagliata ed allora, incassate le perdite, il giochetto si può ripetere su altri titoli.
D'altra parte avevamo presupposto che per fare questa attività è necessario disporre di denari che si è disposti a perdere. Se poi il titolo che il nostro ha acquistato all'inizio della storia sale, invece di scendere, allora lui dopo un po' vende ed incassa, passando ad un'altra operazione.
Non crediate che siano pochi fortunati a fare questa attività. Nel mondo occidentale, sono ormai decine di milioni le persone che svolgono attività di borsa per proprio conto dalla quale traggono proventi maggiori di quelli che ricevono dal lavoro.
Il 70% delle famiglie americane ha denari in titoli o fondi di investimento che hanno avuto una redditività media superiore al 20% negli ultimi cinque anni. Insomma cento milioni ne rendono venti l'anno, senza far nulla e con le tasse pagate.
Ah già, le tasse. Sapete quanto paga di tasse il nostro investitore sui diciotto milioni che ha guadagnato con il giochetto di cui parlavamo prima? Una cedolare secca del 12,5% e senza dover fare né dichiarazioni né gli altri complicati calcoli richiesti dalla normale dichiarazione dei redditi, dato che fa tutto la SIM attraverso la quale passano obbligatoriamente le operazioni di borsa.
Da quanto avete letto, potete dedurre che più denaro avete meno rischi correte di perderlo, dato che potete mediare al ribasso molte volte e, soprattutto, diversificare il rischio su un numero elevato di titoli recuperando altrove le perdite che avete subito con alcuni di essi.
E vi viene in soccorso la statistica, per la quale negli ultimi 30 anni la redditività dei titoli in borsa è stata in media del 16% netto l'anno. Applicandola al nostro esempio di chi possiede duecento milioni, questi ne ricaverebbe ben trentadue l'anno, tasse pagate ed escludendo l'inflazione. Vale a dire, quasi il doppio di quello che riceve la mia amica per le sue otto ore di lavoro oltre alle due o tre di trasporto.
Un vecchio detto popolare sostiene che i soldi vanno a chi già ce li ha e questo meccanismo di funzionamento della borsa ne è appunto una riprova.
In altri termini, ciò che produce ricchezza è l'attività finanziaria che cresce a tassi compresi tra tre e quattro volte quelli dell'economia reale.
C'è, però, un piccolo particolare spesso dimenticato quando si parla di queste cose. Il particolare è che la ricchezza finanziaria non produce nulla, se non pezzi di carta e adesso bytes di memoria sui computer.
Perciò, chi si è arricchito per il tramite della finanza, deve togliere ricchezza a coloro che questa ricchezza l'hanno prodotta con il proprio lavoro.
Non solo. Se la ricchezza finanziaria continua a crescere a tassi superiori a quelli di crescita della ricchezza reale, alla fine ci saranno un'infinità di pezzi di carta che gireranno sempre più velocemente tra la gente ed a valori sempre più variabili.
Eh già, perché più aumenta la quantità di mezzi finanziari, più cresce la loro velocità di circolazione e maggiori diventano le oscillazioni tra i prezzi. L'enorme massa di strumenti finanziari si risolve in una definitiva perdita di correlazione tra il prezzo delle azioni o il valore nominale dei titoli, e l'effettiva attività delle aziende.
I prezzi dei titoli, come di qualunque altro bene che sta sul mercato, dipendono dalla domanda e dall'offerta. Poiché la crescita degli strumenti finanziari è maggiore della crescita della produzione, le transazioni relative agli stessi strumenti finanziari finiscono per diventare preponderanti nel sistema economico, e questa preponderanza tende a crescere in misura esponenziale, dato che essa stessa diventa uno strumento finanziario. Alla base di questa riflessione è il dato della continua nascita di nuovi strumenti finanziari, soprattutto derivati dai principali, che ha caratterizzato le attività finanziarie dell'ultimo decennio.
Ma questa crescita dell'area finanziaria avviene a discapito della produzione economica che è gravata da un indebitamento crescente dal quale non può liberarsi se non per mezzo di una distruzione di buona parte della massa finanziaria. Oltretutto, alla crescita degli strumenti finanziari non si accompagna una loro distribuzione equa, o quantomeno, non tanto squilibrata.

In conseguenza di questo squilibrio, la domanda non riesce a crescere in maniera congrua, poiché comunque le innovazioni tecnologiche hanno portato nuova linfa nella produzione.

Come nel 1929, quando il mondo sperimentò le delizie della crisi di sovrapproduzione, anche oggi ci si trova di fronte allo stesso pericolo. Allora, come oggi, le innovazioni tecnologiche spinsero la produzione a livelli mai raggiunti prima. Allora, come oggi, la distribuzione delle risorse finanziarie era ineguale. Ne seguì un'improvvisa caduta della domanda ed una profonda crisi dalla quale i paesi occidentali uscirono solo nel dopoguerra.
Uno dei primi a trovare una soluzione al problema della debolezza della domanda fu Henry Ford, che pure, nei primi tempi della crisi, aveva reagito con ottusa durezza alle proteste ed alle iniziative degli operai e del sindacato contro la chiusura degli stabilimenti di produzione.
Prima della crisi, la produzione della Ford era rivolta soprattutto ad una fascia di acquirenti medio alta, dati i prezzi delle automobili prodotte dall'azienda. Ford pensò di introdurre modifiche ai modelli ed al ciclo di produzione tali da abbassarne in maniera consistente il prezzo di produzione ed allo stesso tempo alzare enormemente la quantità di unità prodotte, cosicché fosse possibile vendere le automobili ad un pubblico più ampio, compresi gli stessi operai della sua fabbrica. Nel 1935 lanciò l'obiettivo di produrre un milione di automobili in quell'anno, e finalmente, dopo tanti anni di recessione, assunse molti nuovi operai, cui propose di acquistare l'automobile a rate.
Nacque in questo modo empirico l'economia fondata sul debito al consumo, dato che l'esempio di Ford fu ben presto seguito dalla maggior parte dei proprietari delle altre aziende. Soprattutto nel dopoguerra, milioni di famiglie americane, così come milioni di famiglie europee, furono indotte ad acquistare ogni sorta di beni di consumo utilizzando i crediti che venivano erogati da Banche, finanziarie o dalle stesse aziende di produzione.

4. La funzione sociale della ricchezza

Sotto un altro profilo, dobbiamo renderci conto che la ricchezza svolge una funzione sociale. Poiché senza la accumulazione del capitale e la raccolta di risorse sufficienti per fare le grandi imprese, non si produce nulla di costruttivo.
Non ha senso né combattere l'accumulazione del capitale né battersi perché il capitale accumulato sia gestito "collettivamente". La storia ci ha dimostrato che la gestione collettiva del capitale genera forme più brutali e stupide di oppressione, e non è scritto da nessuna parte che la qualità degli individui consista nella capacità di gestire il capitale.

Il problema, allora, è riuscire ad interrompere la relazione stretta che è intercorsa per secoli tra il possesso del capitale ed il potere.

Il fatto che alcuni uomini abbiano maggiori capacità di altri nella gestione dei capitali, è un fatto che deve essere in qualche modo messo al servizio dell'umanità.
La maniera per fare ciò è semplice.
E' sufficiente, infatti, spostare la tassazione sui capitali finanziari e allo stesso tempo, istituire il reddito di cittadinanza universale. In questo modo, il capitale finanziario finirà nelle mani di chi è in grado di farlo crescere, altrimenti, in tempi relativamente brevi, le imposte provvedono alla ridistribuzione equa del capitale alla gente sotto forma di reddito di cittadinanza.
Le fortune insolenti, quelle per eredità o ricevute senza alcun merito, quelle illegali, sarebbero tutte destinate ad essere smantellate in tempi relativamente rapidi se non usate per la costruzione o la produzione di qualcosa che è utile o gradito, poiché altrimenti andrebbe subito fuori mercato.
Bill Gates non sta simpatico a molti, compreso chi scrive che, ogni volta che Windows si impalla, il che accade spesso, gli rivolge pensieri non proprio gentili. Non c'è dubbio, però, che la sua estrema abilità è stata di grande utilità per tutti, dato che senza la Microsoft, staremmo ancora nella logica dei prezzi e della costruzione dei computer della IBM. Se negli ultimi vent'anni il rapporto prezzo/prestazioni dei computer è migliorato di duecentomila volte, lo dobbiamo a Bill Gates ed al suo modo rivoluzionario di architettare i pc, non certo alla IBM o alle altre grandi case di informatica che agli inizi degli anni '80 dominavano il mercato.
Solo il sistema, a metà tra il gratuito e il pagamento di un prezzo basso, che il sistema operativo Dos e poi Windows ha generato, ha consentito la diffusione dei computer che abbiamo oggi e la conseguente diffusione di Internet.
Bill Gates ha accumulato capitali per qualche milione di miliardi di lire, oltre ad una fortuna personale di oltre duecentomila miliardi di lire. Con questa montagna di denaro, continua progettare nuove frontiere, nuove tecnologie nuove conquiste. La sua fortuna personale l'ha conferita in una fondazione per la tutela dell'arte. D'altra parte che cosa ci fa di quella montagna di soldi se non perseguire il suo progetto, le sue idee, le sue ambizioni? Dalle nove del mattino fino a tarda sera sta rintanato nel suo ufficio a lavorare. E' il primo ad entrare in azienda e l'ultimo ad uscire. Molti suoi dipendenti si sono arricchiti lavorando per la Microsoft, e ciononostante continuano a lavorarci duro senza limiti di orario solo perché credono in quello che fanno.
Questo non significa affatto che siano "liberi" dallo asservimento alla logica del capitale, che è la logica della mercificazione.

Quella libertà è possibile solo se, alla base, ciascun essere umano ha la possibilità di scegliere in piena libertà come vivere, dove indirizzare le proprie energie e la propria creatività.

Certo che, però, rispetto all'abbrutimento del lavoro alienato in fabbrica, è tutta un'altra cosa la partecipazione e la condivisione consapevole degli obiettivi di un progetto.

 

5. Internet e l'economia

Tramite Internet, non solo le informazioni vengono diffuse in maniera incontrollabile, ma anche in maniera pressoché gratuita. La gratuità di Internet, per la verità, è stata assoluta fin dall'inizio, poiché essa rifletteva lo spirito solidaristico e comunitario dei pionieri della rete. Una delle ragioni per la nascita degli hackers, è proprio la lotta contro ogni forma di commercializzazione all'interno della rete stessa.
Poi sono entrate le grandi compagnie che hanno dapprima cercato di farsi delle proprie reti commerciali a pagamento, poi visto che nessuno aveva alcun interesse ad entrare in una rete a pagamento per prendere qualche prodotto, quando poteva avere molto di più gratuitamente da Internet, si sono tutti riversati nella grande rete.
Anche Bill Gates, nel 1996, pensò di fare la propria rete, facendo precipitosamente marcia indietro quando, dopo un anno di sforzi pubblicitari enormi, aveva ottenuto solo qualche migliaio di abbonati.
D'altra parte, la gratuità di Internet e delle informazioni che ci circolano dentro si può benissimo sostenere sia per mezzo della pubblicità, sia per gli indubbi vantaggi che la rete offre al tradizionale commercio.
Anche se recentemente gli iniziali entusiasmi per le sorti di Internet sembrano svaniti, non c'è dubbio che, rispetto al tradizionale modo di gestire il commercio e l'informazione, la collocazione su Internet comporta notevoli vantaggi.
Il commercio tradizionale, infatti, riduce notevolmente sia i costi di struttura che quelli di intermediazione. L'acquisto dei prodotti può essere effettuato dal consumatore direttamente da casa, senza limiti di orario, poiché i computer non chiudono e non riposano, e la consegna a casa è certamente un vantaggio per il consumatore e non rappresenta un onere eccessivo per le imprese, dato il risparmio sugli altri costi.
Insomma, è probabile che la maggior parte delle attività commerciali tradizionali si spostino con relativa celerità sul net, causando una vera rivoluzione sociale, dato che costringerebbero in pratica alla chiusura centinaia di migliaia di tradizionali esercizi commerciali.
Un esempio, per capire la portata di questa rivoluzione, è dato da quello che potrà accadere nel mondo dell'editoria e della vendita di libri. Amazon.com è la più grande libreria virtuale del mondo, con oltre tre milioni di titoli in magazzino e migliaia di transazioni al giorno. Presso il suo negozio virtuale, è possibile comprare libri con uno sconto tra il 10 e il 20% ed averli a casa nel giro di qualche giorno. Se si compra più di un libro si risparmia rispetto alla tradizionale libreria, poiché le spese di spedizione incidono poco su ciascuna unità acquistata e oltretutto si ricevono i libri senza muoversi di casa.
Certo, questo non è sufficiente perché la gente rinunci al piacere di sfogliare il libro o all'abitudine inveterata di acquistarli all'ultimo momento se devono fare un regalo. Infatti, Amazon.com e le altre case di vendita di libri online, soddisfano appena poco più del 2% della vendita di libri negli USA. Come dire le vecchie abitudini sono dure a morire.
E poi uno sconto di pochi punti rispetto al prezzo di copertina è irrisorio e non compensa l'abitudine al libraio di fiducia, che ti indirizza, ti consiglia e ti aiuta nella scelta di un libro.
Ma certo le cose potrebbero cambiare se invece dei negozi virtuali, fossero gli stessi editori a vendere i libri in rete, e ancora di più se fossero gli autori, come da qualche tempo accade sempre più spesso.
Infatti, l'editore è in grado di offrire le opere dei propri autori in rete ad un prezzo ben minore di quello di copertina, dato che da questo prezzo ricava al massimo il 40%. Il rimanente 60% va, infatti, al distributore e al rivenditore.
Ora, nel momento in cui la diffusione di Internet si sarà consolidata e, soprattutto, la velocità di trasmissione avrà superato la lentezza e la congestione attuale, consentendo l'interattività anche vocale e di immediata fruizione con i venditori, è probabile che alcuni editori decidano di fare il salto di qualità puntando decisamente sulla rete e cominciando a vendere i propri prodotti a prezzi decisamente più bassi della concorrenza. Questo provocherà una corsa alla rete di fronte alla quale, quella vissuta finora sarà considerata un niente.
Lo stesso potrà accadere negli altri settori del commercio, non appena i produttori si metteranno a vendere i propri prodotti in rete, saltando i tradizionali canali di distribuzione e di vendita. Insomma, il B2C (37) è tutt'altro che morto, anzi non è nemmeno ancora cominciato seriamente. L'attuale velocità di trasmissione rende faticoso e relativamente complesso l'accesso al commercio tramite Internet, ma con la rete a fibre ottiche e con i progressi che si profilano nella trasmissione senza fili, a partire dall'UMTS, le cose potranno cambiare in maniera radicale.

Sotto il profilo dell'impatto con il commercio tradizionale, quindi, Internet rappresenta l'occasione per una notevole riduzione dei prezzi, con conseguenti benefici per i consumatori ma inevitabili ripercussioni sul piano dell'occupazione e della struttura stessa del commercio.

La grande diffusione di Internet è stata dovuta essenzialmente alla gratuità delle informazioni che si possono trovare in rete, ed al costo relativamente basso dell'accesso.
Questo costo tende a diminuire, anche se recentemente, c'è stata una battuta d'arresto sul piano d ella riduzione dei costi per l'accesso, che era arrivata fino quasi alla gratuità. Certamente, la concorrenza tra le compagnie per l'offerta di comunicazione telefonica e di connessione a Internet ha comportato un notevole beneficio per l'utenza, che si è vista sommergere da offerte di prezzi davvero bassi rispetto a quelli praticati dalle compagnie nazionalizzate in tutta Europa fino a qualche anno fa.
D'altra parte è abbastanza chiaro quale sia il vantaggio di poter offrire connettività a prezzi stracciati per le aziende del settore. Tutto il mondo dovrà stare in rete nel giro di qualche anno, e più veloce è il processo di trasferimento delle attività sulla rete, maggiori sono i profitti che possono derivare dalla vendita di servizi e dalla pubblicità che viene diffusa tramite Internet.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il veicolo attraverso il quale si è enormemente diffusa la televisione privata in tutto il mondo, e in Italia a partire dagli anni '80, è proprio la pubblicità. A parte qualche emittente che ha vissuto sulle vendite dirette, per la TV privata nessuno ha mai pagato il canone né ha mai dovuto pagare alcunché per fruirne dei servizi. Questi, infatti, erano pagati tramite la vendita di spazi pubblicitari tra una trasmissione e l'altra e all'interno della stessa trasmissione.
Lo stesso tipo di meccanismo, favorisce la diffusione delle attività economiche su Internet, dopo i tentativi falliti di trasformare la rete in una struttura con aree a pagamento per l'accesso a determinati servizi. Alcuni quotidiani americani, per esempio, tra il 1997 ed il 1998, dopo aver lanciato la propria versione online ed aver acquisito qualche centinaio di migliaia di utenti, che ricevevano volentieri la versione telematica del quotidiano, hanno provato a trasformarla in un servizio a pagamento, anche se irrisorio rispetto al prezzo del quotidiano in edicola. Il numero degli abbonati è sceso drasticamente a poche migliaia di utenti, cosicché gli editori hanno dovuto precipitosamente fare marcia indietro e ritornare alla originaria gratuità.
D'altra parte, la pubblicità è certamente in grado di coprire i costi e lasciare un buon margine di utile nella gestione di un giornale telematico, considerato che i maggiori costi di un qualunque giornale su carta sono dati appunto dalla carta e dalla distribuzione, che incidono per oltre i due terzi sul prezzo al pubblico.
Così come le TV private possono trasmettere notizie e permettersi redazioni corpose in tutto il mondo (si pensi alla CNN ed ai suoi réportage dall'Iraq o dalla Bosnia), non appena il giornalismo online avrà raggiunto una qualità e velocità di trasmissione soddisfacente, anche queste testate saranno in grado di offrire servizi competitivi gratuitamente.
La televisione, dal canto suo, si appresta a passare in blocco su Internet, in quella prospettiva di fusione della trasmissione di informazioni che unificherà il telefono, la televisione, e Internet.
Le ragioni di questa fusione sono dovute essenzialmente alla superiorità della connettività di Internet rispetto alla trasmissione tradizionale. Cosa che, non solo consente di indirizzare con maggiore efficacia le scelte degli utenti, ma soprattutto modifica in maniera radicale il rapporto tra fornitore del servizio e utente, trasformando quest'ultimo in soggetto attivo da mero spettatore passivo.
La differenza è sostanziale, ed incide direttamente sulla natura stessa dei rapporti che chiamiamo economici, avviandoli verso un'evoluzione che lascia prefigurare la fine dell'economia.

 

10. Conclusioni

Il nostro mercante impazzito, quello che per primo ha scoperto che regalando diventava più ricco, ha con questo gesto apparentemente egoista, contribuito a creare le condizioni per il più grande cambiamento della storia dell'umanità.
Turner, Maxwell, Gates, gli altri mille imprenditori che nel mondo si sono gettati nei media ed hanno scoperto che era possibile fare televisione gratis, distribuire informazione di qualità senza far pagare canoni di abbonamento a chicchessia, ma che tutto si poteva sostenere sulla pubblicità e poteva crescere in maniera esponenziale con quella.
Gates, che ha scoperto che fare un sistema operativo facile da copiare e da modificare avrebbe generato le energie produttive di migliaia e poi di milioni di persone che hanno creato il più complesso sistema di pensieri applicati ed integrati che si sia mai visto sulla faccia della terra.
E siamo solo all'inizio, perché Internet è appena nata: in fondo il World Wide Web ha aperto gli occhi sul mondo solo nel 1993.
Internet e le nuove tecnologie stanno trasformando il mondo, e la nuova economia riflette il senso e la direzione di questa trasformazione.
La virtualizzazione della produzione, il denaro virtuale, la logica della gratuità, l'affievolimento del concetto di proprietà e della sua importanza nel mondo dell'economia, la trasformazione radicale del rapporto economico basilare con la scomparsa dell'acquirente e la sua trasformazione in utente di un servizio, sono questi gli elementi che caratterizzano questa fase di passaggio da un mondo ad un altro.
E si tratta proprio di un cambiamento epocale, dato che per la prima volta nella sua storia, una parte dell'umanità vede come prospettiva concreta la liberazione dal bisogno, non come un'aspirazione ideale, ma come una necessità del sistema.
E' un cambiamento epocale perché per la prima volta il potere in sé, nelle sue diverse forme di potere sull'informazione, di politica, di potere militare, di potere sulle coscienze, vede messa in discussione il proprio fondamento e la propria ragione d'essere. E si scopre che il re è nudo e che soprattutto è disarmato.
La battaglia per tutta l'umanità si gioca e si vince qui. Nello scontro tra le forze della libertà e quelle del capitale finanziario e dei loro alleati, politica in primo luogo.
Poiché dovrebbe esser chiaro a questo punto, che ogni progetto di riforma politica contiene abbastanza logica di potere al suo interno da condurre al fallimento ogni idea di libertà e di eguaglianza.
La globalizzazione nell'eguaglianza e Internet sono lo strumento principale nella lotta contro il vecchio della logica politica e del potere.
La posta in gioco nella battaglia è la fine dell'economia e del potere, la liberazione dal bisogno e dal lavoro per la necessità di tutta l'umanità, l'abbandono per sempre della logica della schiavitù per fame, la crescita spirituale e morale di tutti gli esseri umani.
Le forze che stanno cambiando il mondo volteggiano ancora leggere sopra di noi, come le ninfe di Mallarmé:

Ces nymphes, je les veux perpétuer.
Si clair,
Leur incarnat léger, qu'il voltige dans l'air
Assoupi de sommeils touffus.
Aimai-je un rêve?
(42)



1) La previsione si riferisce agli USA, ma è evidentemente estendibile in una diversa misura temporale a tutti i paesi dell'occidente.
2) Per scarto nel livelli medio di vita Bairoch intende il tenore di vita in senso assoluto, vale a dire non solo la quantità di beni di cui una famiglia può disporre, ma anche la comodità della vita, il livello delle abitazioni, la facilità delle relazioni sociali, il funzionamento ei servizi e la loro accessibilità eccetera eccetera [N. d. T.]

3) L'ipotesi più accreditata è che le eroiche imprese di Gilgamesh avessero come obiettivo il legno di cedro necessario per le costruzioni, al quale peraltro, si fa ampio riferimento nel poema (cfr. N. K. Sandars (a cura di) L'epopea di Gilgamesh, Adelphi, MI, 1986), mentre è comunemente accettato che il "vello d'oro" tanto ambito da Giasone e compagni era la tecnica di estrazione dell'oro dai fiumi adottata dalle popolazioni della Colchide, che usavano allo scopo pelli di capra. Recentemente un archeologo ha sostenuto, con una certa autorevolezza, che l'uso delle pelli di capra per l'estrazione dell'oro fosse stata adottata precedentemente dagli Egiziani.
4) … ad un certo punto, le monete cominciarono a contenere una quantità di oro o altro metallo prezioso diversa da quella indicata sul facciale. Le monete in genere sono costituite da una lega di diversi metalli dato che l'oro e l'argento sono troppo teneri perché stiano da soli e rischiano di rovinarsi al primo urto.
Ovviamente, i commercianti non erano così sciocchi da non accorgersi di questo trucco usato dallo Stato, e così controllavano quanto metallo prezioso vi fosse nella moneta aumentando i prezzi in conseguenza. Per darvi un'idea delle dimensioni del fenomeno, l'aes all'epoca delle guerre puniche era fatto da 1/3 di chilo di rame; cento cinquant'anni dopo, all'epoca di Cicerone e Sallustio, era una moneta di poco più di trenta grammi di rame, e ce ne volevano due e mezzo per cambiare un sesterzio d'argento.
Altri cento anni più tardi, all'epoca di Caligola, era ridotto ad una monetina di qualche grammo, e ce ne volevano quattro per ottenere un sesterzio di rame!
D. de Simone Un Milione al mese a tutti: Subito! Ed. Malatempora Roma 1999 pag. 21-22

5) Giovanni Cameniate, De Thessalonica capta, in Bisanzio nella sua letteratura, Garzanti Editore S.p,A., Mi, 1984.

28) Il debito pubblico è la somma dei debiti dello Stato e degli Enti pubblici non economici. Il deficit pubblico è l'importo che deve essere annualmente finanziato per coprire il disavanzo dei conti dello Stato, disavanzo che nasce da un eccesso di spesa rispetto alle entrate ordinarie.

37) Ovvero il "business to consumer", come gli americani chiamano la diffusione della vendita tramite Internet.

(42) Quelle ninfe, le voglio perpetuare.
Chiare così le loro carni lievi
Che nell'aria volteggiano assopita
Di selvatici sonni.
Forse amai un sogno?
Da S. Mallarmé, L'aprés-midi d'un faune.

 


 

 

 

 

 

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