DOVE ANDRA' A FINIRE L'ECONOMIA DEI RICCHI?
DA CRASSO A BILL GATES
Sommario
I. DALLA VECCHIA ALLA NUOVA ECONOMIA 13
1. La nascita dell'economia 13
2. L'economia della casa 20
3. La fabbrica 26
4. Lo Stato 33
5. L'economia del debito 40
6. La finanza del debito 47
7. Lo scenario prossimo venturo 50
II. LA NUOVA ECONOMIA 53
1. La smaterializzazione della produzione 63
2. Il potere e Internet 67
3. La globalizzazione dell'informazione 71
4. La funzione sociale della ricchezza 75
5. Internet e l'economia 77
6. La rivoluzione della nuova economia 81
7. Filosofia della nuova economia 89
8. Proprietà e accesso 95
9. Il denaro e la nuova economia 99
10. Conclusioni 105
C'era una volta un mercante molto abile ed intraprendente. Da
qualche tempo, però, i suoi affari languivano, e nonostante fosse già
ricco, egli era profondamente insoddisfatto. Si sa che i mercanti sono un po'
avidi e che per seguire i propri desideri elaborano idee molto particolari,
a volte davvero eccentriche.
Ma quella che balzò alla mente del nostro mercante superò davvero
ogni immaginazione.
Egli decise, infatti, di regalare a chiunque gliele chiedesse le proprie mercanzie.
Molti pensarono che fosse impazzito ed avesse deciso di andare in rovina. Altri
crederono ad una conversione improvvisa e levarono lodi al Signore. Tutti parlavano
del mercante che distribuiva gratuitamente i propri prodotti e molti clienti
si affollarono davanti ai suoi negozi per riuscire ad ottenere qualcosa prima
che il mercante fallisse, dato che tutti ne avevano pronosticato l'imminente
bancarotta.
Si dovettero ricredere in molti, nel vedere che gli affari del nostro mercante
avevano ricominciato a correre come un tempo e con gli affari anche i suoi utili.
In questo modo, tra lo stupore generale, egli divenne molto ricco, ancora più
di prima.
Esauriti i suoi concittadini, ormai carichi di tutte le sue mercanzie, il nostro
eroe pensò di andare a cercare nuovi clienti che fossero disposti a prendere
i suoi prodotti senza dover pagare nulla. A questo scopo, mandò lettere
e messaggeri in numerose città e contrade, fece pubblicare bandi, armò
delle navi per diffondere la notizia oltremare.
Tutto ciò costò molto denaro che egli però spese volentieri
dato che in questo modo diventava sempre più ricco.
Nel frattempo, seguendo il suo esempio, anche gli altri mercanti, suoi concorrenti,
si erano messi a distribuire gratis le proprie mercanzie, tranne quelli che
non riuscivano proprio a comprendere per quale via si potesse diventare così
ricchi facendo una cosa apparentemente così insensata.
La curiosità, più che l'avidità, spinse il nostro mercante
a pagare la gente perché prendesse le sue mercanzie, offrendo sempre
di più affinché tutti prendessero le merci presso i suoi magazzini
piuttosto che dai suoi concorrenti.
Nemmeno questo riuscì a far diminuire le sue ricchezze, che divennero
smisurate al punto che egli poté ritirarsi dagli affari e vivere da nababbo
per il resto dei suoi giorni.
Fino a pochi anni fa, questa storia non l'avreste letta nemmeno
in una raccolta pubblicata dal più ortodosso dei surrealisti, tanto sembra
priva di senso. Nella nostra mente è talmente radicata l'idea che la
ricchezza nasca dalla vendita di beni, che per secoli non abbiamo nemmeno immaginato
che si potesse diventare ricchi regalando qualcosa.
Ciò non significa che l'umanità non abbia coltivato la generosità
come distribuzione gratuita di beni materiali e spirituali, ma commercio e gratuità
sono sempre stati visti antitetici come il diavolo e l'acqua santa.
Questo solo fino a pochi anni fa.
In questa storia, solo apparentemente strampalata, è in realtà contenuto il segreto di quella che chiamiamo la nuova economia.
Che cosa è successo? Gli uomini sono improvvisamente
diventati buoni e generosi ed hanno deciso di condividere le proprie ricchezze
con i propri simili meno fortunati?
Ovviamente no, dato che la molla che spinge a distribuire gratis i propri prodotti
è sempre il desiderio di arricchirsi.
Però si è rotto un tabù.
Per essere un ricco mercante non è più necessario
dover rassomigliare a quei sordidi personaggi che da Arpagone a Paperon de'
Paperoni riconosciamo in molte persone ricche.
Non solo, ma il mercante che voglia diventare ricco dovrà essere generoso
e distribuire gratuitamente le proprie mercanzie, altrimenti i suoi concorrenti
lo buttano fuori del mercato e allora addio sogni di ricchezza.
Ciò significa che tra qualche tempo potremo avere a disposizione ciò
che ci occorre senza doverlo pagare?
La risposta è sì.
Come vedremo, la nuova economia ha come effetto la distribuzione gratuita di
una quantità crescente di prodotti, mentre la produzione si smaterializza
e la quota di beni prodotti dalla vecchia economia, che pure cresce in termini
assoluti, si riduce in misura proporzionale al totale del prodotto.
All'inizio del '900 la ricchezza di una nazione si misurava in termini di grano
e di acciaio prodotto. Il primo serviva per dare da mangiare al popolo, il secondo
per fare la guerra. I servizi erano attività assolutamente marginali
(se escludiamo dai servizi le attività militari che solo la stupidità
dell'economia contemporanea riesce a far entrare nel computo del PIL) che coinvolgevano
una frazione irrisoria della popolazione produttiva.
Tra dieci anni, il 90% della produzione sarà di servizi e di questi una
parte rilevante saranno le attività di intrattenimento multimediale.
Gli americani dicono che è servizio tutto ciò che non ti cade
dalle mani quando è stato appena prodotto, immagine che indica in maniera
efficace la differenza tra la produzione materiale e quella immateriale. Ebbene,
entro dieci anni la quasi totalità delle attività di produzione
sarà immateriale, e tutto il resto, alimentare, automobili, case, autostrade,
computer, giocattoli, vestiti, insomma tutto quello che vi viene in mente si
possa fabbricare e tenere in mano, non occuperà più del 10% del
totale della produzione nazionale (1).
Dovremo fare uno sforzo straordinario per comprendere fino in fondo la portata
di questa rivoluzione. Fino a pochi decenni fa, l'idea che una società
di un paese straniero potesse possedere un'industria strategica come quella
dell'acciaio sarebbe stata impensabile. Torniamo agli anni Trenta: ve l'immaginate
cosa sarebbe accaduto se una società giapponese o tedesca avesse tentato
l'acquisto della U.S. Steel? O anche quali reazioni avrebbe suscitato lo stesso
tentativo operato da una società russa fino agli anni Settanta? Ebbene
la U.S. Steel, un tempo orgoglio dell'industria americana, è fallita
da parecchi anni e parte dei suoi stabilimenti è stata acquistata da
un gruppo giapponese che possiede una particolare tecnologia che massimizza
la flessibilità della produzione nel settore.
A parte qualche rimpianto nostalgico, nessuno ha sollevato obiezioni all'operazione,
dato che lo stesso concetto di interesse nazionale alla produzione è
divenuto privo di significato nella società della produzione globale.
Ovviamente, nessuno considererebbe un attentato all'integrità della nazione
una scalata straniera a Mediaset o alla Telecom, per fare l'esempio di due grandi
aziende del nuovo settore, anzi in molti ci metterebbero la firma se avvenisse!
La produzione si sta modificando in maniera talmente radicale che abbiamo bisogno
di un nuovo paradigma concettuale per poterne comprendere la natura e per poter
capire in che maniera essa incida sulla nostra libertà e sulla capacità
di scelta.
Dobbiamo abbandonare il concetto di ricchezza
come di una torta che si divide.
In realtà quest'idea non è più vera da
molti anni anche se continua ad essere usata per la traduzione politica delle
scelte economiche. A maggior ragione è divenuta falsa in un contesto
di produzione immateriale, nel quale cioè, quello che conta sono le idee
e le capacità personali dei produttori. Se può avere apparentemente
un senso impadronirsi di uno stabilimento per la produzione di acciaio o delle
terre dove si produce il grano, l'esproprio di una società che produce
idee (dal software al cinema, dalle consulenze al finanziario) si riduce nella
dissoluzione dell'azienda e del suo effettivo valore.
La General Motors ha in bilancio beni per 200 miliardi di dollari, mentre nella
Microsoft gli stessi beni arrivano si e no a venti miliardi. Eppure, alla Borsa
di NY il rapporto è invertito: la Microsoft capitalizza dieci volte più
della General Motors, nonostante abbia nel suo patrimonio un decimo dei beni
di quella.
Qualche anno fa una grande banca decise di acquistare una SIM, una società
di intermediazione finanziaria particolarmente attiva e redditizia. La pagò
un sacco di soldi, ma non si garantì sulla permanenza del personale al
suo interno. Morale della storia: dopo l'acquisto, la maggior parte del personale
diede le dimissioni e andò a fare un'altra SIM. La banca si ritrovò
con una scatola vuota che aveva pagato a caro prezzo e non produceva più
nulla.
Nonostante non abbia più senso, continuiamo
a pensare alla giustizia sociale in termini di divisione della produzione.
Dobbiamo imparare a considerarla in termini di moltiplicazione.
La capacità produttiva dei paesi dell'occidente è
ormai illimitata, nel senso che è in grado di produrre tutti i beni materiali
che occorrono per una vita più che dignitosa nonché una quantità
illimitata di beni immateriali.
Non solo, ma la produzione di quei beni materiali diviene sempre meno rilevante
in relazione al totale del prodotto, e nel giro di qualche decennio ne diventerà
una frazione decimale.
Allo stesso tempo la produzione immateriale si inoltra sempre di più
nella logica della distribuzione gratuita, per le ragioni che scopriremo nel
libro ridisegnando in altri contesti le aree del profitto.
Perché il processo possa proseguire, è inevitabile che si giunga
all'instaurazione del reddito di cittadinanza, che consiste nella distribuzione
egualitaria del necessario per condurre una vita dignitosa.
E' inevitabile, sia perché esso rappresenta la distribuzione di una quota
sempre meno rilevante di prodotto, sia perché non è possibile
produrre alcunché se non ci si libera della necessità e, nella
prospettiva della produzione illimitata tutti devono diventare produttori (di
idee).
Quando ciò accadrà è difficile stabilirlo,
e fare previsioni sui tempi di realizzazione di una innovazione radicale, di
una vera e propria rivoluzione come questa, è davvero una scommessa.
Gli esperti avevano previsto che il "progetto Genoma", la mappatura
del DNA umano, potesse essere realizzato in un tempo compreso tra dieci e vent'anni
dal suo inizio. Invece, ce ne sono voluti solo due, e altre strabilianti scoperte
hanno caratterizzato l'inizio di questo nuovo millennio. Possiamo però
ragionevolmente ipotizzare che non occorrerà molto tempo e che nel giro
di un paio di generazioni l'umanità avrà relazioni economiche
del tutto diverse da quelle cui siamo avvezzi. Fino a che le relazioni economiche
non cesseranno del tutto, per la semplice ragione che non saranno più
necessarie.
Non sarebbe la prima volta, nella storia dell'umanità, che delle relazioni
o degli oggetti assolutamente comuni tra gli uomini e parte integrante del loro
bagaglio culturale, o addirittura strumento della loro vita quotidiana, cessano
per aver esaurito la propria funzione.
Pensate alla schiavitù ed a quanto essa fosse radicata nel vivere quotidiano
delle società antiche, o alle lampade a petrolio che solo fino a pochi
decenni fa illuminavano la maggior parte delle case dei nostri avi.
Però, mentre possiamo dire che tra la schiavitù ed il lavoro salariato
c'è una continuità assimilabile a quella che intercorre tra una
lucerna ed una lampadina, tra la nuova e la vecchia economia c'è la radicale
frattura che nasce dalla filosofia del tutto nuova che si sta imponendo nel
nostro mondo.
E già, perché le filosofie, in barba ai filosofi che si illudono
di dominarle o di esserne gli autori, nascono e si diffondono indipendentemente
da essi, anzi il più delle volte loro malgrado.
Tornando all'esempio di prima, mentre sia la schiavitù che il rapporto
di lavoro salariato si svolgono nell'ambito di una relazione di potere, e la
lucerna e la lampadina fanno entrambe luce, tra una relazione commerciale tradizionale
ed una nell'ambito della nuova economia non c'è proprio alcun rapporto.
In realtà non potremmo nemmeno chiamarle relazioni commerciali, termine
che ci riporta nell'ambito della vecchia economia, ma come vedete il linguaggio
ancora non ci supporta a sufficienza nella definizione di queste nuove relazioni.
Ma come è possibile che la storia che vi ho raccontato all'inizio abbia
un senso e che questa rivoluzione possa avvenire?
E pensare che la maggior parte della gente confonde la nuova
economia con l'exploit della borsa o con la diffusione di Internet, mentre altri
ne negano persino l'esistenza.
Il fatto è che di fronte alle trasformazioni epocali, come questa che
stiamo vivendo, siamo del tutto privi degli strumenti necessari per coglierne
la portata.
E' come se pensassimo di poter misurare la radioattività senza un contatore
geiger. Un'area fortemente radioattiva non presenta in apparenza alcuna differenza
rispetto ad una che non lo è. Che però in quella zona ci sia un
pericolo mortale o una grande opportunità è questione che solo
strumenti adatti e comportamenti conseguenti possono risolvere. Noi siamo privi
di questi strumenti e dobbiamo costruirli se non vogliamo correre inconsapevolmente
un rischio mortale o perdere la più grande opportunità che si
sia mai presentata all'umanità dall'invenzione della ruota in poi.
La nuova economia rappresenta questa grande opportunità per l'umanità
intera, ma nasconde in eguale misura pericoli mortali. Come sempre nella storia,
saranno le nostre capacità a trasformare in utile ciò che è
potenzialmente pericoloso.
Non è questa la sede per entrare nel millenario dibattito sull'esistenza
di un progresso nella storia e di un fine per l'umanità. Non c'è
dubbio, però, che il mondo privo di rapporti commerciali che la nuova
economia prefigura, è un mondo potenzialmente migliore dell'attuale,
in cui tutto è mercificato.
Ma come si fa a pensare, in una società in cui tutto è rapportato
al denaro, che entro un tempo ragionevolmente breve si possa passare ad una
società che si fonda su rapporti diversi da quelli commerciali?
Dovete pensare che la storia che vi ho raccontato all'inizio
è già vera, anche se solo in parte e non per tutte le merci. Non
vi è dubbio che il suo insegnamento sarà applicabile ad un numero
crescente di merci ed in un tempo esponenzialmente sempre più breve.
Per capire come ciò possa accadere dovrete avere la pazienza di seguire
fino in fondo il filo di questo libro.
Incontreremo delle difficoltà per liberarci dei pregiudizi che ci accompagnano
nella comprensione profonda degli eventi che andremo ad esaminare, dato che
tutti noi siamo ostinatamente tradizionalisti ed è difficile intendere
tesi che si muovono in un terreno assolutamente nuovo.
Però le cose, in fondo, non sono affatto così difficili come siamo
indotti a credere. Come ho gia scritto altrove, l'economia è una disciplina
resa difficile dalla necessità di non farne comprendere il funzionamento
che, in sé è perfettamente comprensibile.
Per giungere alle ragioni che ci porteranno alla fine dell'economia, dovremo
prima esplorare quelle che hanno indotto l'umanità a crearla ed a farla
crescere in misura così invadente nella nostra esistenza. Solo ripercorrendo
questo tratto di strada del pensiero umano conosceremo la via che ci porta nel
nuovo mondo, in cui nulla sarà più economico, anche se continueranno
ad esistere ricchi e ricchissimi ma in un'accezione talmente diversa rispetto
a quella che intendiamo oggi che ce ne risulterà grande meraviglia.
Paul Bairoch scrisse alla fine degli anni Sessanta questa frase
che conclude il mio libro sul reddito di cittadinanza: "In rapporto
alle società tradizionali lo scarto nel livello medio di vita (2)
è dell'ordine di 15 a 1 per i paesi europei occidentali e di 30 a 1 per
gli USA. Dall'Egitto di Ramsete I alla Francia di Luigi XIV probabilmente lo
scarto è stato solo dell'ordine di 2 a 1, e tra l'uomo di Neanderthal
e l'Egitto dei Faraoni è stato nello stesso modo dell'ordine di 2 a 1.
Ora dalla società tradizionale a quella degli Stati Uniti d'oggi ci sono
due secoli e mezzo, da Ramsete I a Luigi XIV trenta secoli, e dall'uomo di Neanderthal
a Ramsete I più di trecento cinquanta secoli, il che mette in rilievo
certe fantastiche accelerazioni del tempo di cui si è giustamente parlato".
Possiamo aggiungere che dalla società di Bairoch a quella di oggi lo
scarto è aumentato ancora di dieci volte o forse di più, anche
se la qualità della vita negli anni '60 era forse migliore di quello
di oggi, ma questa è un'altra questione.
Si sono così generate le condizioni per la Grande Rivoluzione della Nuova
Economia.
Non è vero che l'economia sia sempre esistita e che sia
connaturata con la società umana. Per lungo tempo gli uomini hanno vissuto
in una società in cui non esistevano né denaro, né scambi
commerciali e nemmeno produzione di beni. La società dei cacciatori raccoglitori
era composta da persone che vivevano di caccia e dei frutti che venivano raccolti
dai membri della comunità per tutti i suoi membri. Il valore delle cose
era dato dalla loro utilità immediata: un frutto al mattino valeva come
una preda a mezzogiorno ed un giaciglio la sera. Le comunità tribali
che vivevano allora sulla terra non avevano necessità di scambiarsi alcunché
dato che avevano a disposizione tutto ciò di cui avevano bisogno.
Fu il bisogno, forse per l'aumento della popolazione, forse per cambiamenti
climatici, che ridussero l'estensione delle zone dove fosse possibile praticare
caccia e raccolta, che spinse gli uomini ad abbandonare le antiche pratiche
e dedicarsi all'agricoltura. Altre tribù divennero nomadi e continuarono
a praticare caccia e raccolta cui affiancarono l'allevamento del bestiame.
Nelle loro peregrinazioni stagionali alla ricerca di pascoli per i propri animali,
i nomadi ebbero occasione di imbattersi nei villaggi degli agricoltori. A volte
ne nascevano razzie, poiché spesso la pratica della caccia veniva interpretata
in maniera estensiva. Altre volte, soprattutto se i villaggi degli agricoltori
erano sufficientemente difesi ed organizzati, il confronto diventava improvvisamente
più civile ed il desiderio delle cose altrui doveva necessariamente passare
per l'offerta delle proprie cose.
Probabilmente, all'interno delle comunità agricole, così come
nelle tribù nomadi, non c'era ancora nessuna attività economica,
poiché le relazioni tra le persone erano dominate dai vincoli di sangue
per i quali, ancora fino a poco tempo fa, lo svolgersi dei rapporti prescindeva
dalla loro rilevanza economica. Nella vita della tribù i rapporti non
si fondavano sulla valutazione economica delle prestazioni di ciascuno dei suoi
membri. Questa relativa indifferenza dei rapporti di sangue alla valutazione
economica si è perpetuata fino ai nostri giorni nelle famiglie. Non è
incongruo pensare che la crisi di questa istituzione sia legata in parte rilevante
alla progressiva estensione della necessità di dare senso economico alle
attività di ciascuno, con tutte le conseguenze che questo comporta in
termini di mancanza di amore, di generosità e di spontaneità nei
rapporti.
Ma come vedremo il problema è temporaneo ed è legato all'invadenza
dell'economia nella società civile.
Ovviamente non possiamo dimenticare che quello che usciva dalla porta rientrava
spesso dalla finestra. Per secoli, infatti, il luogo deputato ai delitti commessi
in nome dell'avidità e della sete di guadagno, soprattutto per le eredità,
è stata proprio la famiglia più che la società civile.
Ma è solo da qualche decennio che si pensa alla famiglia come generatrice
di interessi economici per le attività che vi vengono svolte. Questa
nuova concezione ha prodotto istituti giuridici come la società familiare,
le rivendicazioni, in alcuni paesi coronate da successo, di salario per le casalinghe,
diversi riconoscimenti economici per le attività prestate dai figli nelle
attività dei genitori, in fattispecie legali tipiche.
Dicevamo che nelle antiche tribù non c'era alcuna attività economica
e, finché queste tribù erano nomadi, non c'era neppure alcuna
potenziale rivendicazione economica, dato che i beni da ereditare erano così
scarsi e di poco momento da non suscitare le brame di nessuno. Ben altri delitti
venivano allora commessi in nome del potere, ma questa non è certo una
novità e da allora ad oggi le cose non sono molto cambiate.
E' probabile che inizialmente gli scambi con le comunità di agricoltori
che non si facevano rapinare, fossero essenzialmente fondati sul baratto. I
nomadi avevano pelli di animali, latte e carne da offrire in cambio dei prodotti
agricoli di cui gli agricoltori avevano eccedenza.
Per molti secoli, però, le eccedenze furono scarse ed occasionali, così
come gli incontri. Solo l'aumento della popolazione e le nuove tecniche introdotte
nella coltivazione dei campi, resero le scorte suscettibili di diventare oggetto
di scambio più che riserva per i tempi di magra che erano sempre in agguato.
Le comunità agricole cominciarono a farsi la guerra tra di loro e con
la guerra arrivò anche lo scambio commerciale, che in fondo ne è
una variante in alcuni casi meno onerosa. Invece di impadronirsi dei beni altrui,
rischiando la sconfitta e comunque la perdita di molti membri della comunità,
l'offerta in cambio di beni prodotti in sovrappiù dalla propria comunità
era certamente più vantaggiosa.
Il presupposto dello scambio economico è,
quindi, la produzione in sovrappiù che consente di disporre di beni da
offrire in cambio.
A quel punto si poneva il problema della valutazione da dare ai beni che venivano scambiati. Quante pecore erano necessarie per ottenere cento moggi di grano? Molti secoli più tardi gli uomini che indagarono il problema lo trattarono sotto forma della teoria del valore, che pervase le opere della maggior parte degli economisti da Smith fino a Schumpeter.
Un aspetto del problema è la differenza
tra valore d'uso e valore di scambio.
Il primo si riferisce ad un rapporto soggettivo con il bene:
la foto della persona amata può avere un valore elevatissimo per chi
ama e pressoché nullo per tutti gli altri. Il secondo definisce un valore
oggettivo del bene, riferito a sue qualità intrinseche. La cosa curiosa
è che ci sono beni che hanno un enorme valore d'uso e nessun valore di
scambio e viceversa, come l'aria e l'oro. Senza la prima non si vive, eppure
respirare non costa nulla. Il secondo non serve a nulla, ma sin dai tempi più
remoti è stato considerato un bene preziosissimo.
Questa distinzione tra valore d'uso e valore di scambio, fece nascere l'idea
che si potesse costruire una teoria del valore intrinseco, concetto riferibile
al solo valore di scambio e che nasce proprio dalla contrapposizione tra valore
d'uso e valore di scambio. La teoria del valore ha dominato le pagine dei testi
di economia per quasi due secoli. Poi, ci si rese conto che distinguere tra
prezzi e valore era un'operazione sostanzialmente priva di senso e che la ricerca
del valore intrinseco somigliava a quella del Santo Graal.
I nostri progenitori ignorarono l'esistenza della teoria del valore e, ciononostante,
continuarono a scambiare capre con cavalli, vino con pelli fissandone le quantità
a seconda della propria forza e della maggiore o minore disponibilità
di capre, pelli, cavalli e grano. In un anno di carestia, erano in pochi disposti
a rinunciare a parte delle scorte alimentari per ottenere beni importanti ma
non essenziali per la sopravvivenza, ed allora il valore del grano saliva vertiginosamente.
In anni di abbondanza, invece, scendeva con altrettanta velocità.
Ci furono dei coraggiosi che intrapresero la via degli scambi commerciali di
propria iniziativa tra le comunità di appartenenza e quelle vicine più
pacifiche, lucrando così una differenza sullo scambio e sui rischi connessi
al viaggio da entrambe le parti. A scanso di equivoci, in genere i mercanti
giravano in carovane ben numerose ed armate. Questo non li esimeva affatto dal
rischio di essere assaliti e depredati del carico soprattutto lontani dalle
rotte conosciute, dove i pericoli erano indubbiamente maggiori, ma i guadagni
si moltiplicavano. In pochi, infatti, erano disposti a mettere a repentaglio
la propria vita ed i propri beni per raggiungere un popolo in possesso di una
merce rara e molto desiderata presso la propria comunità.
Avventurieri di molte comunità si gettarono in questa nuova impresa,
sperando di arricchirsi magari con un solo rischiosissimo viaggio verso terre
sconosciute. La molla che spinse uomini leggendari come Gilgamesh e Giasone
(3), fino a Marco Polo e poi a Magellano a scoprire terre
nuove, fu il desiderio di arricchirsi con la scoperta di mitici tesori e popoli
arrendevoli e pieni di ricchezze.
Cristoforo Colombo, voleva trovare un via per le Indie più breve e meno
rischiosa di quella sperimentata tra mille peripezie da Marco Polo. Quando tornò
dalle Americhe fu osannato per le ricchezze che ci si attendeva venissero da
quelle terre, e poi fu vilipeso e maltrattato quando quelle ricchezze sembrarono
essersi dissolte. Sta di fatto che con i mercanti iniziò quella grande
epopea di viaggi e di scoperte che favorì i contatti di popoli e culture
molto diverse e distanti tra loro.
La crescita demografica suggerì e spesso rese necessaria la fuoriuscita
di gruppi consistenti di membri delle comunità verso altre terre, dove
vennero fondate delle altre comunità. I Greci colonizzarono in questo
modo tutto l'Egeo e le coste della Turchia, dove stabilirono numerose colonie
e si scontrarono con i Troiani per la supremazia sul territorio.
I Fenici dedicarono la maggior parte delle proprie attività a mercanteggiare
le merci prodotte in Africa ed Asia con quelle dei popoli del nord, Etruschi
e Celti.
Qualche secolo più tardi, una loro colonia, Cartagine, ebbe serie divergenze
in materia commerciale con Roma, che per il commercio aveva scelto la via della
conquista territoriale o della costituzione di accordi in cui stava sempre in
maggioranza.
Le divergenze portarono nel volgere di meno di un secolo alla distruzione di
Cartagine ed al trionfo del nuovo modello di sviluppo economico elaborato dai
Romani che poi ne estesero l'applicazione a tutto il mondo allora conosciuto.
Ovviamente, più i viaggi erano impegnativi e verso terre sconosciute
più era difficile portare con sé merci di grande volume e scarso
valore, come greggi o generi alimentari. I metalli preziosi, di cui allora c'era
grande scarsità ed erano graditi a tutti, furono le merci che i mercanti
preferibilmente portavano con sé. Una sacca d'oro era facilmente nascondibile
sotto le vesti e conteneva un grande valore. L'oro, oltretutto, era gradito
alla maggior parte dei popoli del mondo di allora, che ne conoscevano ed apprezzavano
le qualità per la facilità con cui poteva esser manipolato per
la creazione di gioielli. Per queste ragioni i mercanti cominciarono a portare
preferibilmente con sé, come merce di scambio, oro ed altri metalli preziosi,
argento e rame, con cui potevano acquistare ogni genere di merce da rivendere
poi in patria.
La generale accettazione presso tutti i popoli, trasformò i metalli preziosi
più comunemente usati per questo scopo in denaro, che divenne moneta
quando sui pezzi d'oro qualcuno pensò di apporvi il proprio sigillo per
garantirne il peso. I mercanti, infatti, fissavano la valutazione delle merci
in quantità di metallo che pesavano al momento dello scambio. Alcuni
mercanti pensarono di certificare il peso dei pezzi di metallo apponendovi il
proprio sigillo con la garanzia del peso, ma ben presto questa funzione fu assunta
dallo Stato che offriva maggiori garanzie (si fa' per dire), di un mercante
privato in merito alla corrispondenza del peso con il conio, salvo poi a cominciare
a barare più del peggiore dei mercanti quando avevano necessità
di coprire le proprie spese e non avevano entrate sufficienti (4).
La moneta semplificava di molto gli scambi commerciali consentendo di fissare
con ragionevole certezza il prezzo di ogni cosa potesse essere scambiata, senza
dover ricorrere alle operazioni di pesatura e di verifica della qualità
delle merci scambiate. E considerando che nel frattempo gli scambi si erano
moltiplicati in misura esponenziale, l'introduzione della moneta fu vista come
un'innovazione necessaria e benefica per il commercio.
Non dobbiamo pensare che con la nascita della
moneta sia mutata la natura dello scambio, che baratto era e tale rimaneva anche
se a fare da tramite c'era un pezzo di metallo variamente istoriato.
La leggenda di Mida, che ebbe esaudito il proprio desiderio
di trasformare in oro tutto ciò che toccava, e sarebbe morto di fame
se Dioniso non l'avesse provvidenzialmente liberato da quel tristissimo dono,
sta a dimostrare che l'oro in sé non ha alcun valore concreto se non
viene accettato per lo scambio da nessuno, e che se ne possono possedere quantità
illimitate e parimenti morire di fame.
La crescita delle comunità favorì anche l'estensione degli scambi
al suo interno, mediante l'utilizzo degli stessi strumenti, baratto e moneta,
usati dai mercanti nelle loro peregrinazioni.
Le tribù si ingrandivano e per difendersi meglio si alleavano tra di
loro creando comunità sempre più grandi. Roma nacque così,
con un accordo tra tribù, prima in lotta tra di loro e poi alleate contro
vicini minacciosi.
Le tribù romane (si chiamarono così quelle comunità fino
quasi alla fondazione dell'impero) commerciavano tra di loro e con i vicini
le poche cose che riuscivano a produrre in sovrappiù, ma soprattutto
le ricchezze che conquistavano durante le guerre annualmente condotte contro
i vicini. La principale ragione per cui i Romani, dopo la cacciata degli Etruschi,
scelsero un ordinamento politico con due consoli, fu che uno dei due era deputato
alle operazioni belliche che si svolgevano dalla primavera all'autunno, e l'altro
alla cura delle faccende della città.
Le operazioni di guerra erano, ovviamente, di gran lunga più importanti
dello sbrigare le questioni di casa, che spesso di risolvevano nel dirimere
liti tra vicini per i confini finché non furono istituite magistrature
minori che si occuparono di queste faccende, e pertanto il console che aveva
il comando dell'esercito era quello di maggior prestigio ed autorità
tra i due. Solo in casi eccezionali i due consoli effettuavano una doppia leva
per armare due legioni. Con la crescita della repubblica, però, gli affari
militari assorbirono interamente i consoli, che si dedicarono esclusivamente
alle operazioni di guerra.
La guerra era notevolmente più redditizia
di qualunque altra attività che allora poteva essere intrapresa.
Poiché non solo rendeva il bottino derivante dallo spoglio
delle città conquistate e dalle razzie nei campi del nemico, ma soprattutto
forniva la materia prima per l'esecuzione delle attività usuali, ovvero
gli schiavi.
Nell'antichità era naturale che il vincitore riducesse in schiavitù
i vinti. La storia è piena di esempi di popoli interi ridotti in schiavitù,
dagli ebrei deportati in Egitto alle tribù africane deportate in America,
ma nell'antichità la cattura di schiavi costituiva la principale fonte
di reddito di intere popolazioni ed era la ragione principale che spingeva i
regnanti ad organizzare le guerre.
Alessandro Magno, prima di intraprendere la conquista dell'Asia, per trovare
i fondi necessari a finanziare la sua campagna militare, e tenere buoni i greci
in sua assenza, conquistò Tebe e vendette come schiavi ben 30.000 dei
36.000 abitanti della città. Giulio Cesare, nei nove anni di campagna
in Gallia fece oltre un milione di prigionieri che vennero venduti come schiavi
a Roma ed ai popoli vicini. I tributi imposti ai popoli non rendevano nemmeno
una minima parte di quello che si ricavava dalla vendita di schiavi. Se pensiamo
che a tutta la Gallia Cesare impose un tributo annuo di 40 milioni di sesterzi,
che in nove anni portò a Roma 360 milioni, mentre dalla vendita degli
schiavi, nello stesso periodo, egli ricavò almeno tre volte tanto considerando
una media di 1200 sesterzi per schiavo. In realtà gli schiavi, soprattutto
quelli destinati al sollazzo sessuale dei nobili romani, nonché quelli
colti e di buon estrazione, costavano molto di più in considerazione
del fatto che i romani non badavano a spese per soddisfare le proprie esigenze.
Racconta Svetonio, che Augusto si vergognava di dichiarare quanto spendesse
per certi schiavi di cui si invaghiva, arrivando al punto da nascondere i relativi
conti ai propri collaboratori più stretti.
La riduzione dell'uomo in schiavitù non è una pratica di un passato
lontano ed ormai dimenticato. Durante il medioevo la cattura di schiavi e la
loro vendita in oriente come in occidente era pratica diffusissima. Così
le imprese corsare dei Saraceni sulle coste d'Italia, avevano l'obiettivo della
cattura di schiavi, e nel 904 d.c. pirati turchi assaltarono Tessalonica facendo
schiavi i trentamila abitanti superstiti (5). Venezia fondò
le sue fortune sulla cattura di schiavi slavi che poi rivendeva ai turchi o
ai bizantini.
Lo stesso termine schiavo viene da una corruzione dialettale del termine slavo
che stava appunto ad indicare l'origine dei prigionieri venduti ai turchi. Olandesi,
Portoghesi ed Inglesi costruirono fortune enormi trafficando in schiavi dall'Africa
e dall'estremo oriente verso l'America, dove ce ne era una grande richiesta.
Ancora oggi, la tratta delle prostitute in occidente è un'attività
estremamente redditizia e, a quanto pare, difficile da stroncare.
La prima cosa che non ci dice è che il presupposto della crescita è
un indebitamento crescente del sistema, sotto forma d'indebitamento privato
(famiglie ed imprese) e pubblico (stato ed enti pubblici). La questione coinvolge
sia l'equilibrio del sistema sia la natura stessa del potere.
In altri termini, la variabile quantità di moneta, che dal modello appare
neutra, nasconde una distribuzione ineguale delle risorse finanziarie che incide
in maniera determinante sia sulla qualità che sulla misura della domanda
complessiva.
Immaginate che qualcuno vi proponga un lavoro, una casa ed anche i soldi per
mangiare e per gli svaghi. Ne sareste felicissimi, credo. Dopodiché scoprite
che i soldi che vi da per il vostro lavoro sono meno di quelli che vi servono
per vivere, per cui ogni mese vi indebitate un po' di più e su questo
debito pagate anche interessi che aumentano il vostro indebitamento. E' ragionevole
ritenere che la vostra felicità scomparirebbe immediatamente?
Un film degli anni settanta proponeva un tema simile ambientato in una piantagione
del sud degli Stati Uniti.
Il protagonista, vedovo con due figli piccoli è alla ricerca di un lavoro
e di una sistemazione decente. Capita in un'azienda agricola dove cercano dei
lavoranti. Gli viene proposto uno stipendio di mille dollari al mese (incredibilmente
alto), la casa, l'alimentazione, la macchina, gli svaghi e la scuola per i figli.
Lui trova le condizioni che gli vengono proposte straordinariamente soddisfacenti,
e si mette alacremente al lavoro. Per la verità, la casa è una
stamberga invivibile, l'automobile uno scassone inguidabile, il mangiare fa
schifo e gli svaghi sono inesistenti, ma non si può andare troppo per
il sottile nella sua situazione.
Alla fine del mese la sorpresina. Eh già, perché quando va a ritirare
lo stipendio. dopo un mese di duro lavoro, gli viene detto che al suo stipendio
di mille dollari devono essere detratti 600 dollari per l'alloggio, 400 dollari
per il vitto ed altri 400 dollari per la macchina, le bevande e gli svaghi (il
whisky era un po' caro).
Insomma, dopo un mese di duro lavoro, non solo non aveva guadagnato nulla ma
era debitore in totale di 400 dollari. Nel film, come era prevedibile, la questione
è finita a pistolettate.
Nel mondo sta accadendo la stessa cosa, ma stranamente nessuno se ne lamenta.
Il debito pubblico dello Stato aumenta ogni anno in termini assoluti. Ciò
che si riduce e su cui si interviene, è il deficit pubblico, che è
uno degli elementi che determina il tasso di crescita del debito (28).
All'aumento della massa finanziaria per mezzo dell'indebitamento, corrisponde
un impoverimento della popolazione e non un suo arricchimento.
In effetti, nel mondo occidentale, si sta verificando una crescita dell'impoverimento
degli strati di popolazione tradizionalmente poveri, e l'ingresso nella fascia
di povertà anche di settori della classe media.
Infatti, l'aumento della massa finanziaria, comporta un incremento in termini
assoluti degli interessi che sono pagati su tale massa, dato che le emissioni
monetarie avvengono, in pratica, solo per il tramite del meccanismo di creazione
di denaro da parte delle banche. In altre parole, più si produce con
il lavoro e più ci si indebita verso il sistema finanziario che, invece
di essere di stimolo per le attività produttive, per le dimensioni che
ha raggiunto è diventato una palla al piede del sistema economico. Per
questa ragione, chi non possiede strumenti finanziari, e vive solo di lavoro,
diventa necessariamente più povero, mentre chi possiede strumenti finanziari
diventa allo stesso tempo più ricco.
Un esempio illuminante del vicolo cieco in cui si è cacciato il sistema,
è dato dal particolare meccanismo di emissione di titoli di debito in
deficit pubblico.
In pratica, il deficit pubblico consiste nella quantità di denaro necessaria
per coprire le spese dello Stato che non sono assicurate dai ricavi della fiscalità
complessiva.
Le emissioni in deficit pubblico devono essere commisurate al prodotto interno
lordo. Per gli accordi di Maastricht, il requisito essenziale per entrare nell'ambito
della moneta unica è che il deficit pubblico non superi annualmente il
3% del PIL. Negli anni passati questa percentuale è stata anche molto
più alta, fino ad oltre il 12% in momenti di gravi difficoltà
per lo Stato italiano.
La perversione consiste nel fatto che tali emissioni vengono calcolate sulla
base di quanto prodotto dai cittadini, ma non vengono erogate a favore di coloro
che con il proprio lavoro ne hanno consentito l'emissione.
Al contrario, vengono poste a loro carico. Infatti, le emissioni in deficit
pubblico vanno ad aggravare il debito pubblico e questo si scarica prima o poi
sulla fiscalità ordinaria.
Con l'assurda conseguenza che più si produce e più ci si indebita
in termini assoluti. In effetti, il debito pubblico dello Stato italiano ha
raggiunto nel 2000 la rispettabile cifra di 2.500.000 miliardi.
Per fare fronte a questa cifra spaventosa, gli italiani dovrebbero lavorare
per oltre dieci anni senza tenere nulla per sé, vale a dire senza mangiare
senza bere, senza tempo libero, senza fare figli, stando attenti persino a respirare.
Capite qual è l'assurdo? Che un gruppo di signori, ignoti ma non tanto,
che detiene la maggior parte di questa ricchezza finanziaria non solo usufruisce
di ricchezze spaventose, ma soprattutto ha il potere di decidere della vita
e della morte di intere popolazioni sulle quali esercita il potere per mezzo
del debito.
Il meccanismo si risolve in una sottrazione di ricchezza alla popolazione che non usufruisce di ritorni dal mondo della finanza. E questo, ovviamente, aumenta il divario tra ricchi e poveri.
La seconda cosa che il modello nasconde, è che per mantenere
la crescita del sistema, è necessario un tasso di fiscalizzazione crescente,
ovvero, in alternativa, un indebitamento pubblico crescente.
Anche se cercano di spacciarlo per un sintomo di ricchezza, l'aumento delle
tasse comporta da sempre una diminuzione della ricchezza soprattutto per le
classi più povere.
Vi faccio un esempio concreto.
Una mia giovane amica con cui ogni tanto condivido i viaggi da pendolare, lavora
come impiegata presso un'agenzia di viaggi romana.
Come è noto, è fortunata ad avere un lavoro di questi tempi. Per
otto ore di lavoro che diventano dieci e più sommando i tempi del pendolarismo,
guadagna lorde in busta 2.400.000 al mese, che si riducono a un milione e mezzo
per effetto delle varie ritenute.
E'innegabile che sia un buono stipendio, dati i tempi, però lei fatica
ad arrivare alla fine del mese, pur spendendo solo lo stretto indispensabile
per vivere. Vorrebbe sposarsi, ma il fidanzato guadagna più o meno come
lei e in due hanno difficoltà a mettere da parte qualche soldo per la
festa, il viaggio di nozze, i mobili, la cucina e magari pensare di fare qualche
figlio. Figuriamoci per comprare casa!
Riflettendo sulle tasse, lei ha fatto questo ragionamento. Il mio stipendio
lordo è di 2.400.000 lire, che è quanto il mio datore di lavoro
spende, ma a me arriva in tasca solo un milione e mezzo.
Non ho però finito con ciò di pagare tasse, dato che qualunque
cosa acquisti, dalla benzina ai vestiti, dal pane alla luce elettrica, anche
se mi è strettamente indispensabile per vivere e lavorare, è a
sua volta gravata di tasse, e non certo in misura irrisoria. Con l'Iva al 20%
praticamente su tutto e le altre tasse ed accise sulla produzione e sul lavoro,
il prezzo di ogni bene è formato per almeno il 50% da tasse, dato che
com'è noto le imprese scaricano le tasse che pagano sui prezzi.
La mia amica conclude che il suo stipendio è quindi gravato da tasse
per oltre il 70%.
Se la volete leggere in termini temporali, lei lavora per lo Stato da gennaio
fino a settembre inoltrato, e tutto ciò solo per avere il diritto di
ottenere lo stretto necessario per vivere.
Se volesse comprare casa, dovrebbe indebitarsi, accendendo un mutuo con una
banca e gravandosi dei relativi interessi che ne diminuirebbero ulteriormente
il tenore di vita già ai limiti della povertà. Per colmo di ironia,
questa ragazza è considerata nel sentimento collettivo, una persona fortunata!
All'estremo opposto, vediamo quello che può accadere ad una persona che
abbia duecento milioni da investire e che sia disposto a perderli senza subire
gravi conseguenze.
Duecento milioni è una cifra relativamente modesta su un mercato, come
quello italiano, in cui ogni giorno si trattano cinquemila miliardi di lire
e ancora di più su quello americano, dove ogni giorno le azioni trattate
assommano a quattro milioni di miliardi di lire.
Il nostro investitore fa le sue brave considerazioni e poi sceglie di investire
su un titolo che gli sembra buono. Ne acquista cento azioni a cento dollari,
spendendo circa 23 milioni.
Il giorno dopo, il titolo in questione scende violentemente del 20%. Non è
una follia, è quello che accade quotidianamente a centinaia di titoli
sul mercato americano. A fine seduta il nostro investitore acquista duecento
azioni a 80 dollari, spendendo altri 36 milioni.
Il giorno successivo, però il titolo continua a scendere e ancora della
percentuale record del 20%. I tecnici di borsa direbbero che il titolo si trova
in una situazione di ipervenduto.
Il nostro non si perde d'animo e acquista adesso 400 azioni a 64 dollari l'una,
spendendo 58 milioni. In totale il nostro ha investito 118.680.000 lire e possiede
adesso 700 azioni del titolo. E' altamente probabile che a questo punto il titolo
risalga con altrettanta violenza, anche se in genere si attesta al di sotto
del livello da cui è partita la discesa.
E' sufficiente che il titolo del nostro investitore arrivi a 85 dollari perché
lui guadagni in pochi giorni, sull'intero investimento 18 milioni, ovvero proprio
lo stipendio che la mia amica pendolare riceve per un anno di lavoro.
E se il titolo dovesse scendere ancora, il nostro è pronto ad effettuare
nuove mediazioni al ribasso. Se poi il titolo dovesse crollare i casi sono due:
o è la fine del capitalismo finanziario, e allora i soldi non servono
più a nessuno, né all'investitore né all'impiegata, o la
scelta del titolo era clamorosamente sbagliata ed allora, incassate le perdite,
il giochetto si può ripetere su altri titoli.
D'altra parte avevamo presupposto che per fare questa attività è
necessario disporre di denari che si è disposti a perdere. Se poi il
titolo che il nostro ha acquistato all'inizio della storia sale, invece di scendere,
allora lui dopo un po' vende ed incassa, passando ad un'altra operazione.
Non crediate che siano pochi fortunati a fare questa attività. Nel mondo
occidentale, sono ormai decine di milioni le persone che svolgono attività
di borsa per proprio conto dalla quale traggono proventi maggiori di quelli
che ricevono dal lavoro.
Il 70% delle famiglie americane ha denari in titoli o fondi di investimento
che hanno avuto una redditività media superiore al 20% negli ultimi cinque
anni. Insomma cento milioni ne rendono venti l'anno, senza far nulla e con le
tasse pagate.
Ah già, le tasse. Sapete quanto paga di tasse il nostro investitore sui
diciotto milioni che ha guadagnato con il giochetto di cui parlavamo prima?
Una cedolare secca del 12,5% e senza dover fare né dichiarazioni né
gli altri complicati calcoli richiesti dalla normale dichiarazione dei redditi,
dato che fa tutto la SIM attraverso la quale passano obbligatoriamente le operazioni
di borsa.
Da quanto avete letto, potete dedurre che più denaro avete meno rischi
correte di perderlo, dato che potete mediare al ribasso molte volte e, soprattutto,
diversificare il rischio su un numero elevato di titoli recuperando altrove
le perdite che avete subito con alcuni di essi.
E vi viene in soccorso la statistica, per la quale negli ultimi 30 anni la redditività
dei titoli in borsa è stata in media del 16% netto l'anno. Applicandola
al nostro esempio di chi possiede duecento milioni, questi ne ricaverebbe ben
trentadue l'anno, tasse pagate ed escludendo l'inflazione. Vale a dire, quasi
il doppio di quello che riceve la mia amica per le sue otto ore di lavoro oltre
alle due o tre di trasporto.
Un vecchio detto popolare sostiene che i soldi vanno a chi già ce li
ha e questo meccanismo di funzionamento della borsa ne è appunto una
riprova.
In altri termini, ciò che produce ricchezza è l'attività
finanziaria che cresce a tassi compresi tra tre e quattro volte quelli dell'economia
reale.
C'è, però, un piccolo particolare spesso dimenticato quando si
parla di queste cose. Il particolare è che la ricchezza finanziaria non
produce nulla, se non pezzi di carta e adesso bytes di memoria sui computer.
Perciò, chi si è arricchito per il tramite della finanza, deve
togliere ricchezza a coloro che questa ricchezza l'hanno prodotta con il proprio
lavoro.
Non solo. Se la ricchezza finanziaria continua a crescere a tassi superiori
a quelli di crescita della ricchezza reale, alla fine ci saranno un'infinità
di pezzi di carta che gireranno sempre più velocemente tra la gente ed
a valori sempre più variabili.
Eh già, perché più aumenta la quantità di mezzi
finanziari, più cresce la loro velocità di circolazione e maggiori
diventano le oscillazioni tra i prezzi. L'enorme massa di strumenti finanziari
si risolve in una definitiva perdita di correlazione tra il prezzo delle azioni
o il valore nominale dei titoli, e l'effettiva attività delle aziende.
I prezzi dei titoli, come di qualunque altro bene che sta sul mercato, dipendono
dalla domanda e dall'offerta. Poiché la crescita degli strumenti finanziari
è maggiore della crescita della produzione, le transazioni relative agli
stessi strumenti finanziari finiscono per diventare preponderanti nel sistema
economico, e questa preponderanza tende a crescere in misura esponenziale, dato
che essa stessa diventa uno strumento finanziario. Alla base di questa riflessione
è il dato della continua nascita di nuovi strumenti finanziari, soprattutto
derivati dai principali, che ha caratterizzato le attività finanziarie
dell'ultimo decennio.
Ma questa crescita dell'area finanziaria avviene a discapito della produzione
economica che è gravata da un indebitamento crescente dal quale non può
liberarsi se non per mezzo di una distruzione di buona parte della massa finanziaria.
Oltretutto, alla crescita degli strumenti finanziari non si accompagna una loro
distribuzione equa, o quantomeno, non tanto squilibrata.
In conseguenza di questo squilibrio, la domanda non riesce a crescere in maniera congrua, poiché comunque le innovazioni tecnologiche hanno portato nuova linfa nella produzione.
Come nel 1929, quando il mondo sperimentò le delizie
della crisi di sovrapproduzione, anche oggi ci si trova di fronte allo stesso
pericolo. Allora, come oggi, le innovazioni tecnologiche spinsero la produzione
a livelli mai raggiunti prima. Allora, come oggi, la distribuzione delle risorse
finanziarie era ineguale. Ne seguì un'improvvisa caduta della domanda
ed una profonda crisi dalla quale i paesi occidentali uscirono solo nel dopoguerra.
Uno dei primi a trovare una soluzione al problema della debolezza della domanda
fu Henry Ford, che pure, nei primi tempi della crisi, aveva reagito con ottusa
durezza alle proteste ed alle iniziative degli operai e del sindacato contro
la chiusura degli stabilimenti di produzione.
Prima della crisi, la produzione della Ford era rivolta soprattutto ad una fascia
di acquirenti medio alta, dati i prezzi delle automobili prodotte dall'azienda.
Ford pensò di introdurre modifiche ai modelli ed al ciclo di produzione
tali da abbassarne in maniera consistente il prezzo di produzione ed allo stesso
tempo alzare enormemente la quantità di unità prodotte, cosicché
fosse possibile vendere le automobili ad un pubblico più ampio, compresi
gli stessi operai della sua fabbrica. Nel 1935 lanciò l'obiettivo di
produrre un milione di automobili in quell'anno, e finalmente, dopo tanti anni
di recessione, assunse molti nuovi operai, cui propose di acquistare l'automobile
a rate.
Nacque in questo modo empirico l'economia fondata sul debito al consumo, dato
che l'esempio di Ford fu ben presto seguito dalla maggior parte dei proprietari
delle altre aziende. Soprattutto nel dopoguerra, milioni di famiglie americane,
così come milioni di famiglie europee, furono indotte ad acquistare ogni
sorta di beni di consumo utilizzando i crediti che venivano erogati da Banche,
finanziarie o dalle stesse aziende di produzione.
Sotto un altro profilo, dobbiamo renderci conto che la ricchezza
svolge una funzione sociale. Poiché senza la accumulazione del capitale
e la raccolta di risorse sufficienti per fare le grandi imprese, non si produce
nulla di costruttivo.
Non ha senso né combattere l'accumulazione del capitale né battersi
perché il capitale accumulato sia gestito "collettivamente".
La storia ci ha dimostrato che la gestione collettiva del capitale genera forme
più brutali e stupide di oppressione, e non è scritto da nessuna
parte che la qualità degli individui consista nella capacità di
gestire il capitale.
Il problema, allora, è riuscire ad interrompere la relazione stretta che è intercorsa per secoli tra il possesso del capitale ed il potere.
Il fatto che alcuni uomini abbiano maggiori capacità
di altri nella gestione dei capitali, è un fatto che deve essere in qualche
modo messo al servizio dell'umanità.
La maniera per fare ciò è semplice.
E' sufficiente, infatti, spostare la tassazione sui capitali finanziari e allo
stesso tempo, istituire il reddito di cittadinanza universale. In questo modo,
il capitale finanziario finirà nelle mani di chi è in grado di
farlo crescere, altrimenti, in tempi relativamente brevi, le imposte provvedono
alla ridistribuzione equa del capitale alla gente sotto forma di reddito di
cittadinanza.
Le fortune insolenti, quelle per eredità o ricevute senza alcun merito,
quelle illegali, sarebbero tutte destinate ad essere smantellate in tempi relativamente
rapidi se non usate per la costruzione o la produzione di qualcosa che è
utile o gradito, poiché altrimenti andrebbe subito fuori mercato.
Bill Gates non sta simpatico a molti, compreso chi scrive che, ogni volta che
Windows si impalla, il che accade spesso, gli rivolge pensieri non proprio gentili.
Non c'è dubbio, però, che la sua estrema abilità è
stata di grande utilità per tutti, dato che senza la Microsoft, staremmo
ancora nella logica dei prezzi e della costruzione dei computer della IBM. Se
negli ultimi vent'anni il rapporto prezzo/prestazioni dei computer è
migliorato di duecentomila volte, lo dobbiamo a Bill Gates ed al suo modo rivoluzionario
di architettare i pc, non certo alla IBM o alle altre grandi case di informatica
che agli inizi degli anni '80 dominavano il mercato.
Solo il sistema, a metà tra il gratuito e il pagamento di un prezzo basso,
che il sistema operativo Dos e poi Windows ha generato, ha consentito la diffusione
dei computer che abbiamo oggi e la conseguente diffusione di Internet.
Bill Gates ha accumulato capitali per qualche milione di miliardi di lire, oltre
ad una fortuna personale di oltre duecentomila miliardi di lire. Con questa
montagna di denaro, continua progettare nuove frontiere, nuove tecnologie nuove
conquiste. La sua fortuna personale l'ha conferita in una fondazione per la
tutela dell'arte. D'altra parte che cosa ci fa di quella montagna di soldi se
non perseguire il suo progetto, le sue idee, le sue ambizioni? Dalle nove del
mattino fino a tarda sera sta rintanato nel suo ufficio a lavorare. E' il primo
ad entrare in azienda e l'ultimo ad uscire. Molti suoi dipendenti si sono arricchiti
lavorando per la Microsoft, e ciononostante continuano a lavorarci duro senza
limiti di orario solo perché credono in quello che fanno.
Questo non significa affatto che siano "liberi" dallo asservimento
alla logica del capitale, che è la logica della mercificazione.
Quella libertà è possibile solo se, alla base, ciascun essere umano ha la possibilità di scegliere in piena libertà come vivere, dove indirizzare le proprie energie e la propria creatività.
Certo che, però, rispetto all'abbrutimento del lavoro
alienato in fabbrica, è tutta un'altra cosa la partecipazione e la condivisione
consapevole degli obiettivi di un progetto.
Tramite Internet, non solo le informazioni vengono diffuse in
maniera incontrollabile, ma anche in maniera pressoché gratuita. La gratuità
di Internet, per la verità, è stata assoluta fin dall'inizio,
poiché essa rifletteva lo spirito solidaristico e comunitario dei pionieri
della rete. Una delle ragioni per la nascita degli hackers, è proprio
la lotta contro ogni forma di commercializzazione all'interno della rete stessa.
Poi sono entrate le grandi compagnie che hanno dapprima cercato di farsi delle
proprie reti commerciali a pagamento, poi visto che nessuno aveva alcun interesse
ad entrare in una rete a pagamento per prendere qualche prodotto, quando poteva
avere molto di più gratuitamente da Internet, si sono tutti riversati
nella grande rete.
Anche Bill Gates, nel 1996, pensò di fare la propria rete, facendo precipitosamente
marcia indietro quando, dopo un anno di sforzi pubblicitari enormi, aveva ottenuto
solo qualche migliaio di abbonati.
D'altra parte, la gratuità di Internet e delle informazioni che ci circolano
dentro si può benissimo sostenere sia per mezzo della pubblicità,
sia per gli indubbi vantaggi che la rete offre al tradizionale commercio.
Anche se recentemente gli iniziali entusiasmi per le sorti di Internet sembrano
svaniti, non c'è dubbio che, rispetto al tradizionale modo di gestire
il commercio e l'informazione, la collocazione su Internet comporta notevoli
vantaggi.
Il commercio tradizionale, infatti, riduce notevolmente sia i costi di struttura
che quelli di intermediazione. L'acquisto dei prodotti può essere effettuato
dal consumatore direttamente da casa, senza limiti di orario, poiché
i computer non chiudono e non riposano, e la consegna a casa è certamente
un vantaggio per il consumatore e non rappresenta un onere eccessivo per le
imprese, dato il risparmio sugli altri costi.
Insomma, è probabile che la maggior parte delle attività commerciali
tradizionali si spostino con relativa celerità sul net, causando una
vera rivoluzione sociale, dato che costringerebbero in pratica alla chiusura
centinaia di migliaia di tradizionali esercizi commerciali.
Un esempio, per capire la portata di questa rivoluzione, è dato da quello
che potrà accadere nel mondo dell'editoria e della vendita di libri.
Amazon.com è la più grande libreria virtuale del mondo, con oltre
tre milioni di titoli in magazzino e migliaia di transazioni al giorno. Presso
il suo negozio virtuale, è possibile comprare libri con uno sconto tra
il 10 e il 20% ed averli a casa nel giro di qualche giorno. Se si compra più
di un libro si risparmia rispetto alla tradizionale libreria, poiché
le spese di spedizione incidono poco su ciascuna unità acquistata e oltretutto
si ricevono i libri senza muoversi di casa.
Certo, questo non è sufficiente perché la gente rinunci al piacere
di sfogliare il libro o all'abitudine inveterata di acquistarli all'ultimo momento
se devono fare un regalo. Infatti, Amazon.com e le altre case di vendita di
libri online, soddisfano appena poco più del 2% della vendita di libri
negli USA. Come dire le vecchie abitudini sono dure a morire.
E poi uno sconto di pochi punti rispetto al prezzo di copertina è irrisorio
e non compensa l'abitudine al libraio di fiducia, che ti indirizza, ti consiglia
e ti aiuta nella scelta di un libro.
Ma certo le cose potrebbero cambiare se invece dei negozi virtuali, fossero
gli stessi editori a vendere i libri in rete, e ancora di più se fossero
gli autori, come da qualche tempo accade sempre più spesso.
Infatti, l'editore è in grado di offrire le opere dei propri autori in
rete ad un prezzo ben minore di quello di copertina, dato che da questo prezzo
ricava al massimo il 40%. Il rimanente 60% va, infatti, al distributore e al
rivenditore.
Ora, nel momento in cui la diffusione di Internet si sarà consolidata
e, soprattutto, la velocità di trasmissione avrà superato la lentezza
e la congestione attuale, consentendo l'interattività anche vocale e
di immediata fruizione con i venditori, è probabile che alcuni editori
decidano di fare il salto di qualità puntando decisamente sulla rete
e cominciando a vendere i propri prodotti a prezzi decisamente più bassi
della concorrenza. Questo provocherà una corsa alla rete di fronte alla
quale, quella vissuta finora sarà considerata un niente.
Lo stesso potrà accadere negli altri settori del commercio, non appena
i produttori si metteranno a vendere i propri prodotti in rete, saltando i tradizionali
canali di distribuzione e di vendita. Insomma, il B2C (37)
è tutt'altro che morto, anzi non è nemmeno ancora cominciato seriamente.
L'attuale velocità di trasmissione rende faticoso e relativamente complesso
l'accesso al commercio tramite Internet, ma con la rete a fibre ottiche e con
i progressi che si profilano nella trasmissione senza fili, a partire dall'UMTS,
le cose potranno cambiare in maniera radicale.
Sotto il profilo dell'impatto con il commercio tradizionale, quindi, Internet rappresenta l'occasione per una notevole riduzione dei prezzi, con conseguenti benefici per i consumatori ma inevitabili ripercussioni sul piano dell'occupazione e della struttura stessa del commercio.
La grande diffusione di Internet è stata dovuta essenzialmente
alla gratuità delle informazioni che si possono trovare in rete, ed al
costo relativamente basso dell'accesso.
Questo costo tende a diminuire, anche se recentemente, c'è stata una
battuta d'arresto sul piano d ella riduzione dei costi per l'accesso, che era
arrivata fino quasi alla gratuità. Certamente, la concorrenza tra le
compagnie per l'offerta di comunicazione telefonica e di connessione a Internet
ha comportato un notevole beneficio per l'utenza, che si è vista sommergere
da offerte di prezzi davvero bassi rispetto a quelli praticati dalle compagnie
nazionalizzate in tutta Europa fino a qualche anno fa.
D'altra parte è abbastanza chiaro quale sia il vantaggio di poter offrire
connettività a prezzi stracciati per le aziende del settore. Tutto il
mondo dovrà stare in rete nel giro di qualche anno, e più veloce
è il processo di trasferimento delle attività sulla rete, maggiori
sono i profitti che possono derivare dalla vendita di servizi e dalla pubblicità
che viene diffusa tramite Internet.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il veicolo attraverso il quale si è
enormemente diffusa la televisione privata in tutto il mondo, e in Italia a
partire dagli anni '80, è proprio la pubblicità. A parte qualche
emittente che ha vissuto sulle vendite dirette, per la TV privata nessuno ha
mai pagato il canone né ha mai dovuto pagare alcunché per fruirne
dei servizi. Questi, infatti, erano pagati tramite la vendita di spazi pubblicitari
tra una trasmissione e l'altra e all'interno della stessa trasmissione.
Lo stesso tipo di meccanismo, favorisce la diffusione delle attività
economiche su Internet, dopo i tentativi falliti di trasformare la rete in una
struttura con aree a pagamento per l'accesso a determinati servizi. Alcuni quotidiani
americani, per esempio, tra il 1997 ed il 1998, dopo aver lanciato la propria
versione online ed aver acquisito qualche centinaio di migliaia di utenti, che
ricevevano volentieri la versione telematica del quotidiano, hanno provato a
trasformarla in un servizio a pagamento, anche se irrisorio rispetto al prezzo
del quotidiano in edicola. Il numero degli abbonati è sceso drasticamente
a poche migliaia di utenti, cosicché gli editori hanno dovuto precipitosamente
fare marcia indietro e ritornare alla originaria gratuità.
D'altra parte, la pubblicità è certamente in grado di coprire
i costi e lasciare un buon margine di utile nella gestione di un giornale telematico,
considerato che i maggiori costi di un qualunque giornale su carta sono dati
appunto dalla carta e dalla distribuzione, che incidono per oltre i due terzi
sul prezzo al pubblico.
Così come le TV private possono trasmettere notizie e permettersi redazioni
corpose in tutto il mondo (si pensi alla CNN ed ai suoi réportage dall'Iraq
o dalla Bosnia), non appena il giornalismo online avrà raggiunto una
qualità e velocità di trasmissione soddisfacente, anche queste
testate saranno in grado di offrire servizi competitivi gratuitamente.
La televisione, dal canto suo, si appresta a passare in blocco su Internet,
in quella prospettiva di fusione della trasmissione di informazioni che unificherà
il telefono, la televisione, e Internet.
Le ragioni di questa fusione sono dovute essenzialmente alla superiorità
della connettività di Internet rispetto alla trasmissione tradizionale.
Cosa che, non solo consente di indirizzare con maggiore efficacia le scelte
degli utenti, ma soprattutto modifica in maniera radicale il rapporto tra fornitore
del servizio e utente, trasformando quest'ultimo in soggetto attivo da mero
spettatore passivo.
La differenza è sostanziale, ed incide direttamente sulla natura stessa
dei rapporti che chiamiamo economici, avviandoli verso un'evoluzione che lascia
prefigurare la fine dell'economia.
Il nostro mercante impazzito, quello che per primo ha scoperto
che regalando diventava più ricco, ha con questo gesto apparentemente
egoista, contribuito a creare le condizioni per il più grande cambiamento
della storia dell'umanità.
Turner, Maxwell, Gates, gli altri mille imprenditori che nel mondo si sono gettati
nei media ed hanno scoperto che era possibile fare televisione gratis, distribuire
informazione di qualità senza far pagare canoni di abbonamento a chicchessia,
ma che tutto si poteva sostenere sulla pubblicità e poteva crescere in
maniera esponenziale con quella.
Gates, che ha scoperto che fare un sistema operativo facile da copiare e da
modificare avrebbe generato le energie produttive di migliaia e poi di milioni
di persone che hanno creato il più complesso sistema di pensieri applicati
ed integrati che si sia mai visto sulla faccia della terra.
E siamo solo all'inizio, perché Internet è appena nata: in fondo
il World Wide Web ha aperto gli occhi sul mondo solo nel 1993.
Internet e le nuove tecnologie stanno trasformando il mondo, e la nuova economia
riflette il senso e la direzione di questa trasformazione.
La virtualizzazione della produzione, il denaro virtuale, la logica della gratuità,
l'affievolimento del concetto di proprietà e della sua importanza nel
mondo dell'economia, la trasformazione radicale del rapporto economico basilare
con la scomparsa dell'acquirente e la sua trasformazione in utente di un servizio,
sono questi gli elementi che caratterizzano questa fase di passaggio da un mondo
ad un altro.
E si tratta proprio di un cambiamento epocale, dato che per la prima volta nella
sua storia, una parte dell'umanità vede come prospettiva concreta la
liberazione dal bisogno, non come un'aspirazione ideale, ma come una necessità
del sistema.
E' un cambiamento epocale perché per la prima volta il potere in sé,
nelle sue diverse forme di potere sull'informazione, di politica, di potere
militare, di potere sulle coscienze, vede messa in discussione il proprio fondamento
e la propria ragione d'essere. E si scopre che il re è nudo e che soprattutto
è disarmato.
La battaglia per tutta l'umanità si gioca e si vince qui. Nello scontro
tra le forze della libertà e quelle del capitale finanziario e dei loro
alleati, politica in primo luogo.
Poiché dovrebbe esser chiaro a questo punto, che ogni progetto di riforma
politica contiene abbastanza logica di potere al suo interno da condurre al
fallimento ogni idea di libertà e di eguaglianza.
La globalizzazione nell'eguaglianza e Internet sono lo strumento principale
nella lotta contro il vecchio della logica politica e del potere.
La posta in gioco nella battaglia è la fine dell'economia e del potere,
la liberazione dal bisogno e dal lavoro per la necessità di tutta l'umanità,
l'abbandono per sempre della logica della schiavitù per fame, la crescita
spirituale e morale di tutti gli esseri umani.
Le forze che stanno cambiando il mondo volteggiano ancora leggere sopra di noi,
come le ninfe di Mallarmé:
Ces nymphes, je les veux perpétuer.
Si clair,
Leur incarnat léger, qu'il voltige dans l'air
Assoupi de sommeils touffus.
Aimai-je un rêve? (42)
1) La previsione si riferisce agli USA, ma è
evidentemente estendibile in una diversa misura temporale a tutti i paesi dell'occidente.
2) Per scarto nel livelli medio di vita Bairoch intende
il tenore di vita in senso assoluto, vale a dire non solo la quantità
di beni di cui una famiglia può disporre, ma anche la comodità
della vita, il livello delle abitazioni, la facilità delle relazioni
sociali, il funzionamento ei servizi e la loro accessibilità eccetera
eccetera [N. d. T.]
3) L'ipotesi più accreditata è che
le eroiche imprese di Gilgamesh avessero come obiettivo il legno di cedro necessario
per le costruzioni, al quale peraltro, si fa ampio riferimento nel poema (cfr.
N. K. Sandars (a cura di) L'epopea di Gilgamesh, Adelphi, MI, 1986), mentre
è comunemente accettato che il "vello d'oro" tanto ambito da
Giasone e compagni era la tecnica di estrazione dell'oro dai fiumi adottata
dalle popolazioni della Colchide, che usavano allo scopo pelli di capra. Recentemente
un archeologo ha sostenuto, con una certa autorevolezza, che l'uso delle pelli
di capra per l'estrazione dell'oro fosse stata adottata precedentemente dagli
Egiziani.
4) … ad un certo punto, le monete cominciarono
a contenere una quantità di oro o altro metallo prezioso diversa da quella
indicata sul facciale. Le monete in genere sono costituite da una lega di diversi
metalli dato che l'oro e l'argento sono troppo teneri perché stiano da
soli e rischiano di rovinarsi al primo urto.
Ovviamente, i commercianti non erano così sciocchi da non accorgersi
di questo trucco usato dallo Stato, e così controllavano quanto metallo
prezioso vi fosse nella moneta aumentando i prezzi in conseguenza. Per darvi
un'idea delle dimensioni del fenomeno, l'aes all'epoca delle guerre puniche
era fatto da 1/3 di chilo di rame; cento cinquant'anni dopo, all'epoca di Cicerone
e Sallustio, era una moneta di poco più di trenta grammi di rame, e ce
ne volevano due e mezzo per cambiare un sesterzio d'argento.
Altri cento anni più tardi, all'epoca di Caligola, era ridotto ad una
monetina di qualche grammo, e ce ne volevano quattro per ottenere un sesterzio
di rame! D. de Simone Un Milione al mese a tutti: Subito! Ed. Malatempora
Roma 1999 pag. 21-22
5) Giovanni Cameniate, De Thessalonica capta, in
Bisanzio nella sua letteratura, Garzanti Editore S.p,A., Mi, 1984.
28) Il debito pubblico è la somma dei debiti dello Stato e degli Enti pubblici non economici. Il deficit pubblico è l'importo che deve essere annualmente finanziato per coprire il disavanzo dei conti dello Stato, disavanzo che nasce da un eccesso di spesa rispetto alle entrate ordinarie.
37) Ovvero il "business to consumer",
come gli americani chiamano la diffusione della vendita tramite Internet.
(42) Quelle ninfe, le voglio perpetuare.
Chiare così le loro carni lievi
Che nell'aria volteggiano assopita
Di selvatici sonni.
Forse amai un sogno?
Da S. Mallarmé, L'aprés-midi d'un faune.