Cosa c'è dietro la crisi dell'Argentina
E alla fine anche l'Argentina non ce l'ha fatta più a
sostenere il peso del proprio debito, ed è andata a fare compagnia al
Tailandia, Corea, Messico, Brasile eccetera eccetera. Oltre, ovviamente, ai
paesi dell'Africa, a quelli del mondo arabo, all'est europeo che da tempo versano
in una crisi economica irreversibile scossa qua e là da lampi di guerra
o conflitti civili. Tutti paesi in cui il FMI e la Banca Mondiale sono intervenuti
in maniera massiccia, imponendo le proprie ricette per uscire dalla crisi ma
senza cavare un ragno dal buco.
Ah, dimenticavo il Giappone. Che non è un paese insolvente, perché
le proprie cambiali le paga, ma come dimenticare che da dodici anni quel paese
si trova anch'esso in una crisi che appare senza soluzione, nonostante tutti
gli sforzi fatti per tirarlo fuori dalle secche della stagnazione?
Se poi volgiamo lo sguardo in casa nostra, non è che vediamo sbrilluccicare
di gioia gli occhi della gente. La crescita è ridotta, alcuni paesi stanno
ufficialmente in recessione, e non parliamo del Lichtenstein, bensì della
Germania e della Francia che stanno sperimentando le delizie della crisi finanziaria
he sta dando le convulsioni al mondo intero. Si parla di ripresa dietro l'angolo.
Sono mesi, oltre un anno, che se ne parla, ma la ripresa non si vede, e d'altra
parte, se il cavallo non si rimette a bere, la ripresa resterà un sogno
per lungo tempo.
Da noi l'arte di arrangiarsi regna sovrana, in fondo ci siamo abituati a vivere
in una crisi endemica e le prospettive dell'economia dell'Euro non sono affatto
incoraggianti. Nel frattempo, tutto il Sud America rischia di essere travolto
dalla crisi dell'Argentina, che rappresenta parte consistente della produzione
e dell'economia di tutto il continente. Ma che hanno combinato questi argentini,
per meritarsi una simile catastrofe? Ho letto in giro che si parla dell'Argentina
come di un paese povero e agricolo la cui industrializzazione selvaggia sia
stata finanziata a piene mani dal FMI e dalla BM senza che sussistessero le
condizioni per una crescita dell'economia adeguata al livello dell'indebitamento
raggiunto con il FMI. Niente di più falso. Negli anni trenta e ancora
negli anni cinquanta, l'Argentina era un paese molto ricco e dalle prospettive
eccellenti, grazie alla ricchezza dela sua terra, alla presenza di materie prime
e di fonti di energie, alla fattiva alacrità della sua popolazione. L'intero
contesto sud americano è ricchissimo di materie prime e di popolazioni
operose, per la maggior parte provenienti dall'Europa, così come quelle
che hanno colonizzato e si sono moltiplicate nel Nord America. Andare ad imputare
all'indolenza delle popolazioni locali o agli sprechi di qualche riccone la
crisi del debito Argentino, sarebbe come imputare la crisi italiana che so,
ad un Cultrera, ad un Bagnasco o ad uno dei cento scandali e scandaletti che
hanno caratterizzato la finanza italiana nel dopoguerra.
Gli argentini lavorano, producono, si dannano di fatica, però la loro
economia non funziona ed il loro prodotto viene sempre di più assorbito
dal debito e dagli interessi sul debito. Ma com'è possibile, si dirà,
se pure lavorano, che non siano in grado di pagare il proprio debito?
Se gi investimenti fatti nel paese sono stati investimenti realmente produttivi,
per quale ragione questi inestimenti non sono in grado di pagare almeno la quota
di debito contratta con l'estero, o meglio perché non sono in grado di
remunerare compiutamente i fattori di produzione? Per fattori di produzione
si itnendono tutti gli elementi che occorrono per costituire un ciclo completo
di produzione, ovvero capitale, materie prime e lavoro.
E pensare che il lavoro in Argentina costa molto poco. Così poco che
un operaio argentino, dopo decenni di lotte e di sacrifici, prende circa un
ventesimo di un suo collega americano, anche se è più fortunato
di un operaio tailandese che prende all'incirca un trentesimo, per nmon parlare
diquelli africani la cui remunerazione non è commisurabile ai nostri
parametri tanto è irrisoria. E' anche vero che il pane e il latte in
argentina costano in proporzione, e sotto questo aspetto tutto sembra perfettamente
logico. Anche il petrolio ed il ferro costano molto meno in Agentina che negli
USA e pure questo sembra normale.
Ma ci siamo mai chiesti perché ci sono queste differenze? Ci siamo mai
chiesti per quale ragione, se ce n'è una, per la prima volta nella storia
della razza umana, a partire dagli anni settanta, le differenze di remunerazione
del lavoro e, in generale, dei fattori di produzione è diventata così
macroscopica e, oltretutto, cresce sempre di più invece di ridursi? Cos'ha
di speciale il pane di Los Angeles per costare venti volte quello di Bangkok,
e cosa fa di tanto straordinario un operaio di Chicago rispetto ad uno di Bangalore.
E perché vendendo perline colorate sulle spiagge del nostro paese, un
Nigeriano guadagna molto ma molto di più di un suo compatriota ingegnere
presso un istituto di ricerca di Nairobi?
La cosa sconvolgente è che questa storia è cominciata relativamente
da poco. Se vi prendete la briga di andare a controllare l'andamento dei prezzi
nel mondo dal medioevo ai giorni nostri (ci sono innumerevoli ed eminenti studi
in proposito, soprattutto di storici dell'economia come Gerchenkron, Baehrel,
Hamilton), vi rendete conto che mai nella storia dell'umanità le differenze
di retribuzione sono state così marcate, e che le differenze di prezzi
erano dovuto più che altro alle difficoltà dei trasporti e degli
scambi (oltre che alle dogane). la divaricazione tra le retribuzioni si è
progressivamente accentuata negli ultimi trent'anni, andando in senso contrario
a quelli che dovrebbero essere gli effetti della globalizzazione e della riduzione
delle dogane. Ho cercato nel mio ultimo libro una risposta: eccola.
"Il punto è uno solo, non cè una ragione sensata in
queste differenze di prezzi, se non il fatto che i rapporti relativi tra le
monete vedono in enorme vantaggio quelle dei paesi dominanti delloccidente.
E questo per via del fatto che il credito, la finanza e il cambio delle monete
è in mano al potere delloccidente.
Insomma quello che gli inglesi imponevano con la forza dei fucili, un prezzo
basso del the indiano, adesso gli americani impongono con la forza del dollaro.
Ovviamente tutto il sistema finanziario locale deve essere adeguato al rapporto
tra le monete, e quindi anche il pane, del tutto irragionevolmente costerà
un decimo in India, e magari un ventesimo in Nigeria o in Patagonia.
Questo strumento di rapina viene giustificato dietro la considerazione del tutto
inconferente, della diversa capacità produttiva dei paesi le cui monete
sono messe a confronto: maggiore è la capacità produttiva, maggiore
è il valore relativo della moneta. Questa spiegazione è insensata,
poiché contraddice la stessa legge della domanda e dellofferta,
che pure regola tutti i mercati. Infatti, ad una maggiore produzione corrisponde
una maggiore offerta di beni prodotti sul mercato, e quindi una riduzione dei
prezzi e non il loro aumento, e inoltre, il sovrappiù di produzione diretto
verso i paesi del terzo mondo dovrebbe comportare prezzi più bassi e
non prezzi più alti, soprattutto perché diretta verso paesi nei
quali la domanda di tali beni, per effetto della povertà locale è
scarsa ed è certamente minore dellofferta.
Insomma il benessere dei paesi occidentali, consiste proprio nel fatto che la
produzione elevata di beni di consumo ha consentito una loro ampia diffusione
in tutte le fasce della popolazione proprio a causa dellabbattimento dei
prezzi.
E quindi solo il potere finanziario che impedisce alle monete di quei
paesi di essere competitive sui mercati.
Attraverso quali strumenti il potere finanziario opera questa discriminazione?
Anzitutto, dobbiamo notare che queste differenze nei rapporti tra le monete
si sono verificate nella storia, per la prima volta in maniera significativa,
solo dopo la seconda guerra mondiale. Nella storia dellumanità
mai si erano verificate differenze così significative nellandamento
dei prezzi relativi dei beni di consumo.
Certamente le differenze di prezzo tra i paesi sono sempre esistite e tra laltro
sono proprio queste differenze, che dipen-dono dalla maggiore o minore scarsità
dei beni, a giustificare i commerci più rischiosi. Ma non cera
una grande differenza di costi, nel complesso, tra vivere a Londra o a Istambul,
nel diciannovesimo secolo e nei primi anni del successivo.
Lenorme diffusione della moneta cartacea, e soprattutto il fatto che essa
sia del tutto svincolata da qualunque merce, ha quindi portato a queste enormi
differenze. Nei paesi arabi produttori di petrolio, la moneta rimane forte rispetto
al dollaro e alle altre europee, per la semplice ragione che le loro monete
sono legate al prezzo del petrolio, e questo si traduce in uno strumento di
potere contrattuale. A parte il petrolio, infatti, la produzione di un paese
come lArabia Saudita è irrisoria rispetto ad un qualunque paese
europeo, anche proporzionandola alla popolazione. Però il "valore"
del Rial sul mercato dei cambi regge il confronto con quello delle monete europee,
mentre il bati tailandese, nonostante la produzione nazionale della Tailandia
sia di gran lunga maggiore di quella saudita, non regge alcun confronto.
Insomma, il problema è che i rapporti tra le monete sono pilotati ai
fini del controllo mondiale delle economie da quel potere occulto e onnipotente
che è il potere finanziario. I paesi che non aderivano allaccordo
di Bretton Woods, hanno dovuto subire per trentanni le decisioni del FMI
sulla quotazione della propria moneta, poiché non erano in grado da soli
di difenderla sul mercato dei cambi. E che il FMI pilotasse al ribasso le monete
dei paesi produttori di materie prime per favorire le industrie occidentali
è considerazione che appartiene alla storia.
Ora che il ruolo del FMI è relativamente ridimensionato rispetto al mercato,
esso svolge comunque unopera di regolazione sul mercato e di orientamento
della speculazione finanziaria. Che sfrutta le oscillazioni sulle monete per
trarne grandi vantaggi e, allo stesso tempo, utilizza il proprio potere contrattuale
per incrementare gli utili delle multinazionali che, a loro volta, costituiscono
con i propri investimenti, parte consistente dei mezzi finanziari dei fondi.
I paesi del terzo mondo non hanno alcuna difesa nei confronti del potere finanziario.
Le loro economie dipendono dalle briciole che gli vengono gettate dalla Banca
Mondiale e dalle altre istituzioni finanziarie. La loro produzione è
controllata, spesso in misura monopolistica da un pugno di multinazionali, e
le loro monete sono sottoposte alle pressioni della speculazione sul mercato
internazionale, che si abbatte su di esse come una tempesta tropicale, tirandole
su e poi lasciandole cadere come se fossero dei fuscelli.
Daltra parte le proporzioni dei mezzi finanziari sono proprio queste:
la massa degli strumenti finanziari sul mercato è tale da non consentire
alcuna possibilità di difesa del cambio di paesi industrialmente avanzati
come quelli europei (come ha dimostrato la speculazione che si abbatté
su lira e sterlina nel 1992), figuriamoci a nazioni dellAfrica o del sud
America che hanno pochissima moneta in circolazione.
La conseguenza assurda è che il pane a Bangkok costa un ventesimo che
a New York, e un operaio prende un salario pari ad un ventesimo di quello americano,
mentre un qualunque macchinario occidentale costa la stessa cifra sia a Bangkok
che in America. Insomma, un operaio tailandese deve lavorare venti volte di
più per potersi permettere il lusso di acquistare una macchina occidentale.
Alla faccia della globalizzazione."