From: Stefano Lizzani
Date: maggio 2001
Subject: Lacrime di coccodrillo
Sull’ultimo numero del giornalino A.n.M.appare in prima pagina una foto della valle di Bamyan, quella dei famosi Buddha di pietra distrutti dai talebani, con una scritta "Ci uniamo al grido di dolore!". Vi confesso che non ho potuto trattenere un motto d’ilarità leggendo questa citazione tratta di peso da un famoso discorso di Vittorio Emanuele II (discorso della corona «Non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso noi»). L’autore ignaro dell’assonanza tragicomica, frutto di una non del tutto sopita infarinatura scolastica, voleva cavalcare in qualche modo l’onda di sdegno che ha pervaso i mass media occidentali qualche tempo fa. Pur parlando di una faccenda seria, non tanto per i Buddha di pietra, che come si sa non soffrono, ma per la gente di quel paese, ancora una volta voglio invitare tutti ad una riflessione tra quello che si "predica" e quello che si fa concretamente. Proclamare un grido di dolore è facile, altrettanto facile è cavalcare l’onda delle mode, come per esempio quella di un certo turismo "spirituale", pubblicare grandi foto e reportage del Tibet, delle udienze concesse ad un certo gruppo di AnM dal Dalai Lama e così via. Insomma visto che la causa tibetana è di gran moda, visto che Richard Gere sponsorizza il Dalai Lama e visto che insomma c’è una bella domanda di mercato, perchè non buttarcisi a pesce? Non si può negare che questo TO abbia un notevole intuito commerciale e sappia cavalcare le mode alla grande, negli anni 70 coll’hyppismo avventuriero interculturale, oggi col buddismo tibetano domani chissà con che. Tuttavia cavalcare le mode non significa necessariamente rendere un servigio a quelle cause nè tantomeno rendere un servigio all’umanità. Nel momento in cui di fatto si spediscono 30.000 persone nel mondo a consumare il fast food della vacanza mordi e fuggi ( che ti chiede il mercato ) tanto più rovinoso sarà il risultato quanto più questi turisti entreranno in contatto con popolazioni che non sono in grado di sopportare tale pressione incontrollata e "non responsabile". Lo stesso vale per l’ambiente e per le perverse retroazioni che si determinano per esempio scegliendo corrispondenti locali che sono dei rais. La scelta accurata degli itinerari, il controllo effettivo di dove vanno a finire i soldi spesi dai turisti, la scelta d’ingaggiare guide affidabili del posto, la scelta di finanziare progetti locali con parte dei proventi del viaggio, l’impegno a costruire con le comunità locali un rapporto duraturo e non il mercantile levantinaggio col rais del luogo ( che tutto ha a cuore ha meno che l’interesse dei suoi compaesani) ebbene tutto ciò dimostra CONCRETAMENTE l’attenzione e l’impegno di un TO a farsi veicolo del turismo responsabile. Di tutto questo non c’è traccia nel giornalino e nelle scelte commerciali di questo TO, potranno anche unirsi "al grido di dolore" dei media, più preoccupati di statue di pietra che dell’umanità intera esclusa dal benessere egoistico dell’occidente, potranno anche issare la bandiera tibetana e mille foto del Dalai Lama ma non mi convinceranno mai.
Stefano Lizzani